Non è che ti puoi rinfrescare con un ventaglio di possibilità

Ho fatto un giro su per visionare un po’ di stanze a Milano. Una di quelle che ho visto ha anche vicino un grande centro fitness di una nota catena (il cui nome è in una vecchia e nota canzone di Madonna), dotato anche di piscina. Dato che mi piacerebbe proseguire l’attività natatoria anche dopo essermi trasferito, nel tempo libero tra due visite di case sono andato a darci un’occhiata.

Più che parlare con un’istruttrice mi sembrava di avere di fronte il commerciale di una società di consulenza. Mi ha mostrato il ventaglio di opzioni e possibilità e tipologie di abbonamenti che il loro mega-centro offre.

– Ma io voglio solo nuotare
– Sì certo ma poi magari ti piace anche la palestra tu con l’abbonamento puoi utilizzare tutta la struttura come e quando vuoi vedi con l’opzione abbonamento 3 mesi in realtà io posso darti un mese al 50% che dividendo il costo per 4 mesi sarebbe come se pagassi di meno di quanto…
– Sì ma penso verrò solo a fare piscina
– Non è detto tanta gente ad esempio si iscrive da noi in palestra e poi utilizza anche la vasca dato che c’è tu frequentando il centro magari vedi qualcosa che ti piace e cominci anche a fare altro…

Devo dire che offrono molta libertà di scelta. La struttura dove attualmente nuoto invece non ha scelte: un unico prezzo, pochi orari e anche fissi. E scaduti i 45′ in acqua ti spengono le luci per farti capire di sloggiare.

Ma le cose staranno veramente come sembrano?

Io credo che la libertà di scelta data dalle mille opzioni sia in realtà una non-scelta, e la non-scelta data dall’assenza di alternative sia invece una libera scelta.

Non avere alternative ti permette di fare le tue valutazioni e pensare che, se le cose non ti stanno bene, non le accetti e ti rivolgi altrove. Questa è la libertà della non-scelta.

Il grande ventaglio di possibilità che ti offre il mega-centro invece ti porta a farti attrarre dalla presunta libertà di fare quel che vuoi, incentivato dall’aver a disposizione anche possibilità che non avevi contemplato: andare a fare i pesi dopo una nuotata e poi magari un bagno turco, per dire. Cose che non avevi contemplato perché in realtà non te ne frega una beneamata dei bagni turchi, altrimenti saresti già andato a cercarteli. Ma ingolosito dall’avere tante cose perché “tanto è tutto compreso” tu stai dedicando il tuo tempo libero al mega-centro e stai in realtà facendo esattamente ciò che loro si aspettano che tu faccia e che hanno deciso che è il meglio per te. Da qui la non-scelta della libera scelta.

L’esempio sportivo rispecchia l’andamento della nostra vita attuale, apparentemente piena di opzioni e possibilità ma nel concreto sempre più paralizzata da vincoli.

Ad esempio è molto comodo avere tanti strumenti utili sul telefono. Ti rompi un po’ il cazzo quando invece per fare qualsiasi cosa orami ti serve avere l’app. Ora anche le mie banche mi obbligano ad avere l’app – che non funziona neanche bene – per utilizzare le procedure di sicurezza perché le chiavette coi codici saranno abolite da settembre.

Si può replicare che se non avevo scelta prima, non ce l’ho adesso. È cambiato solo lo strumento. Vero. Ma io mi sento sempre più connesso giocoforza alla tecnologia, incatenato, costretto, nonostante la libertà di cose che mi offre.

Una libertà che io non ho chiesto!

Visione consigliata:

Per chi non ha modo o tempo di vedere il video, qui c’è la trascrizione tradotta dell’intervento.


A proposito della libertà che sa di catena al collo: per chiedere informazioni il grande centro ti chiede il numero di telefono. Oggi mi hanno chiamato per chiedermi cosa intendessi fare, perché mercoledì scade la favolosa promozione e “sarebbe un vero peccato perdere questa libera opzione”.


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Non è che chi organizza gare sportive sia una pessima atleta perché si piazza sempre dietro le quinte

Il bello di partecipare alle Universiadi – non come atleta, s’intende – è il poter stare nel dietro le quinte dell’organizzazione e in mezzo agli atleti, respirando l’aria di grande evento. Sono anche riuscito a farmi assegnare alla piscina dove si tengono le gare principali. È stata una bella fortuna, se non altro perché una piscina è l’unico posto dove gli atleti che ti passano accanto dopo una gara non puzzano di sudore.

Ho avuto anche modo di capire qualcosa in più sul mondo della nuotisteria agonistica.

1) In primo luogo, il ruolo più importante di tutti è anche il ruolo più inutile di tutti: quello dell’assistente al salvataggio.


Non chiamateli bagnini per carità che una volta un tale in treno sentendomi parlare con un mio amico di bagnini mi attaccò una pezza assurda sul fatto che lui avesse il diploma di addetto al salvamento mica da bagnino.


2) Gli atleti girano a piedi nudi un po’ ovunque: bordo vasca, spogliatoi, bagni, tribune, asfalto esterno. Passi per le micosi, su cui non voglio indagare, ma come facciano a evitare pestoni e incocciare spigoli con le dita resta un mistero. Sarà la consapevolezza mentale che solo la disciplina atletica ti fornisce.

3) Chi fa nuoteria deve alimentarsi bene. Anche prime delle gare. Ma solo se la mamma non sta guardando sennò deve aspettare 4 ore prima di tuffarsi.

4) Nelle gare ufficiali ci sono gli umarell:

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5) La capigliatura può essere un impedimento all’essere un veloce nuotista:

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6) Chi fa parte dello staff non può fare foto agli atleti se non per uso personale. Un volontario è stato cacciato dalle Universiadi perché era stato visto spacciare dieci grammi di nuotatori.

7) È assolutamente vietato usufruire di mezzi a motore in gara in acqua:

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L’atleta qui presente è stato squalificato dal giudice coi pantaloni gialli

8) Il vero allenamento di un nuotistatore è quello per riuscire a sfilarsi il costume e metterne un altro con l’asciugamano indosso in un paio di secondi degno del miglior pit stop di F1.


Avevo dimenticato di accennare che per non fare il giro ed entrare a cambiarsi negli spogliatoi molti che stanno a fare riscaldamento o ad assistere ad altre gare si cambiano in mezzo la gente, sugli spalti.

 


9) Un grande scandalo ha investito questi Giochi: si chiamano Universiadi ma partecipano solo atleti Terrestri e nessuno dal resto dell’Universo.

Non è che Verdone si vestisse in fretta e Furio

Avevo raccontato de IL FISSATO che frequenta la piscina. Coi figli si comporta come Furio:

– Marco hai preso lo shampoo?
– Matteo hai preso la chiavetta?
– Marco ti sei insaponato?
– Matteo, hai finito?
– Marco, è possibile che ti stai ancora lavando?*


* Notare che la doccia ha una durata prestabilita, circa 2 minuti di getto, quindi non è che Marco si trattenga a lavarsi, utilizza semplicemente i 2 minuti che ha a disposizione (che sono anche pochi)!


Marco e Matteo non proferiscono mai verbo e mi danno l’idea di sbattersene.

L’altra sera nello spogliatoio un tale, vedendo “Furio” già vestito da capo a piedi, fa:

– Il papà fa sempre per primo

e lui

– I ragazzi devono imparare a muoversi.

I ragazzi devono imparare a muoversi.

Va detto che i bambini/ragazzini, in generale, hanno la tendenza a intalliarsi (perder tempo), come diciamo a Napoli. Ed è pur vero che a casa sua ognuno li educa come gli pare.

Questa cosa del Bisogna imparare a muoversi mi dà però da pensare. Perché bisogna imparare a muoversi? Quand’è che è iniziata la tirannia del tempo? Quand’è che è diventato obbligatorio gestirlo con furia e superficialità, considerando un grave peccato l’essersi posati un attimo?

A volte osservo le persone e mi chiedo cosa mai abbiano da dover andare così di fretta.

Poi guardo me e mi accorgo di essere spesso anche io schiavo del dovermi muovere, del dover fare presto a volte senza ragione alcuna.

Mettiamo che io sia in coda nel traffico e si avanzi lentamente. Non appena si apre uno spiraglio, com’è malcostume di molti, mi infilo per sopravanzare giusto quel paio di auto per tornare poi a restare fermo. Cos’è che mi spinge a questo sorpasso che non mi farà guadagnare nulla, in termini pratici? È giusto la frustrazione dovuta allo stare fermo sentendomi impotente mentre il tempo scorre?

Ho dovuto imparare a mangiare più lentamente perché mi faceva male. Quando mi chiedevano perché mai facessi sparire il cibo così veloce come un prestigiatore non sapevo mai bene cosa rispondere. In effetti, non c’era motivo di andar di fretta.

Ho la mania dell’anticipo e anche quando cerco di tardare riesco ad arrivare sempre puntuale nell’anticiparmi.

Viviamo nel terrore di doverci fermare e non capisco se sia più per lo stigma sociale nel mostrarci pigri o per l’ansia di ritrovarci a disagio nello stare con le mani in mano senza sapere cosa fare.

Poi però andiamo alla ricerca di posti “dove il tempo si è fermato”. Secondo me è una bella cazzata. Il tempo scorre, sempre e comunque. Siamo noi che ci fermiamo o che rallentiamo il nostro tempo, ma anche quando viviamo un momento di relax forse non siamo capaci di ammetterlo.

Mettiamo che poi ci piaccia e non vogliamo più correre?

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casa abbandonata dove mi sono fermato per vedere se il tempo si fosse fermato

Non è che vuoi.

Quando frequento un nuovo ambiente tendo a crearmi una nicchia mentale di zona comfort focalizzandomi sulle persone che frequentano abitualmente quell’ambiente stesso. In parole povere: osservo quelli che mi sembrano simpatici e volta dopo volta che vivo quel contesto sento crescere un senso di rassicurante familiarità.


Una cosa simile mi è sempre capitata anche nel mondo virtuale, quando andavano di moda chat e forum. Mi affezionavo agli utenti abituali e mi dispiaceva quando non partecipavano più. Anche qui su WP lo stesso: la sparizione di bloggers storici (per me) mi dispiace assai.


Non è detto che io debba per forza legare con questi personaggi familiari. Con qualcuno posso scambiarci qualche chiacchiera, con qualcun altro un semplice saluto, con qualcun altro ancora posso non avere alcuna interazione.

Una di queste persone familiari è Roberto, un signore 55enne habitué della piscina (15 anni consecutivi!) dove sono iscritto.

Mi ha spiegato lui il trucchetto di pulire con lo shampoo gli occhialini da nuoto per non far appannare le lenti.

Non che fosse un così gran segreto, per chi era pratico. Io da neofita all’epoca cercavo ancora una soluzione alla mia cecità subacquea, sciacquando le lenti di continuo, sputandoci sopra, umiliandole verbalmente. Nulla funzionava. Allora una volta vidi il Signor Roberto impegnato nell’operazione di pulizia e siccome lui così a pelle mi ispirava fiducia dissi: “Scusi, ma…a che serve?”.

Abbiamo sempre scambiato qualche chiacchiera, da allora, prima e dopo la nuotata.

Quando gli raccontai dell’Islanda era già a conoscenza di qualche aneddoto sul luogo. Se ricordo bene un nipote vive lì.

Un metodico come me, Roberto: sempre in anticipo, per far le cose con calma. La piscina come una esperienza di relax, che comincia da prima ancora di entrare in acqua. È un rilassamento fatto di rituali: la routine cambiarsi-stretching-pulizia lenti-qualche battuta con Enzo l’istruttore, senza fretta alcuna.

Una persona pacata e serena.
In grado di scambiare qualche parola con chiunque. Non un tipo di quelli invadenti, che a tutti i costi vogliono attaccare bottone e raccontarti della loro terza ernia scrotale. Anzi, posso descriverlo come molto rispettoso degli spazi altrui.

A proposito di spazi, non ho mai capito perché quando arrivo nello spogliatoio devo sempre sistemarmi dove capita mentre lui trovava sempre libero il posto preferito.

Nelle ultime due-tre settimane non l’ho visto venire più in piscina.

Dapprima ho pensato a un caso episodico. Poi mi son detto fosse strano, per un metodico come lui. Forse si è ammalato, ho creduto. Anche se pure su quello debbo dire sia stato sempre scrupoloso: i tappi nelle orecchie per evitare l’otite, la fase dell’asciugarsi/rivestirsi lenta per non sudare/non uscire bagnato.

Poi mi sono preoccupato. Ho pensato forse aveva avuto problemi col diabete.

Entrando in confidenza mi aveva raccontato che ne soffriva, da una decina d’anni ormai. Stava sempre attento: usciva dall’acqua 5 minuti prima se si accorgeva di star sudando troppo (e quindi di star andando in ipoglicemia).

Sabato mattina mentre mi cambio sento parlare Carmine, un altro signore familiare e che ultimamente vedevo poco causa turni diversi.

– Lo vedo là di fronte Roberto, mi sembra che ce l’ho davanti

fa rivolto a Enzo

– Mi sembra che ce l’ho davanti agli occhi in questo momento, non ci posso pensare.

Ripete.

Mi inquieto. Mi avvicino e gli faccio:

– Scusa, è successo qualcosa a Roberto?
– Roberto? Roberto è morto. Martedì scorso.

Sono rimasto di merda.

Tornando a casa mi è venuto da piangere in auto.

Ci sono rimasto così male che mi chiedo se non sia una reazione esagerata. In fondo puoi dire che così è la vita. Puoi dire che era uno con cui parlavi giusto una mezz’ora scarsa per 3 volte la settimana. Puoi dire che era tutt’al più un conoscente, insomma.

Puoi.

Ma non è che vuoi.

Non è che il professore di geometria quando perde le staffe ti mandi a fare in cubo

A volte la soluzione migliore per un problema non è lambiccarsi la mente per risolverlo ma seppellirlo sotto del cemento.

Non è convincente? Racconto un esempio.

La piscina dove vado aveva chiuso a luglio due settimane in anticipo per degli urgenti lavori di ristrutturazione. In pratica si era aperto un buco nella zona tra gli spogliatoi e la vasca, l’area di “stazionamento” prima di entrare per docciarsi e posare gli accessori. Un tizio in quel buco ci era anche finito con la gamba dentro, senza conseguenze. Scoprimmo così che sotto quella zona c’è il vuoto: praticamente quindi per fare la vasca non devono aver scavato ma semplicemente riempito d’acqua una voragine.

Quando sono tornato in settimana ho scoperto che il buco non è stato otturato: gli han costruito un cubo di cemento intorno che hanno collegato alle panche dove ci si prepara prima di entrare, per dargli un senso e anche un tocco di design. Il design è un tema su cui oggigiorno siamo tutti sensibili insieme ai cuccioli abbandonati e il mangiare sano.

Io mi ostino sempre ad attuare forme di controllo su me stesso, e per evitare problemi e per trovare il modo migliore di risolverli. Molto spesso invece basterebbe una bella camicia di calcestruzzo stile armatura contenitiva della centrale di Černobyl’.

È vero che molto spesso le idee vengono fuori quando si smette di pensare a ciò che ci turba. La mente opera meglio quando cessa di muoversi in una direzione e può essere libera di creare.

Quello che ha fatto il cubo di cemento in che direzione stava pensando?

Le famose due settimane di chiusura avrei dovuto recuperarle, dato che all’epoca avevo pagato per tutto il mese.

– Sì ma ti devi iscrivere, se vuoi recuperarle.
Mi fa il tipo della segreteria
– Ma io avevo pagato tutto il mese
– Sì ma io non ti posso fare entrare così, ti iscrivi e te le scalo
– Va bene.

Mi sono accorto poi a casa che mi ha scalato 15 euro dall’iscrizione. Considerando che un mese ne costa 55 e che dovevo recuperarne metà, i conti non mi tornano molto.

Questo è uno di quei casi quindi in cui dovresti mandare qualcuno a fare in cubo. Di cemento.

Non è che l’enigmista sotto sforzo si asciughi il sudoku

Io non ce la faccio.

Non è un buon esordio per un testo. Ricomincio.

ImmagineIl motivo per cui ho iniziato a fare nuoto è perché, per quelle 2 volte a estate che andavo al mare, ero stufo di dovermi muovere col passo dello Zoidberg e quindi desideravo imparare a nuotare, smettendo di fare la figura del totano.

La cosa poi mi ha preso la mano – e anche tutto il resto del corpo – e quindi non ne ho potuto più farne a meno.

Il nuoto in vasca in sé non ha molto senso a mio avviso. Non c’è una palla da buttare in/oltre una rete (a meno che tu non ti dia alla pallanuoto, perbacco!). Non c’è neanche un traguardo fisico. È vero che ci sono le distanze ma le fai avanti e indietro in 25/50 metri.

C’è però un grande vantaggio: non ti accorgi di sudare.

Sudare è una delle cose che odio di più in qualsiasi altro sport. In particolare odio quella goccia salata che si forma sulla fronte e che ti entra improvvidamente nell’occhio accecandoti mentre ti sta venendo addosso uno che si crede CR7 e tu a occhi chiusi allunghi la gamba ciccando il pallone e prendendolo in pieno dove non batte il sole scatenando una rissa che poi però alla fine finisce a pacche sulle spalle da Amaro Montenegro che non fanno altro che sollevare sudore nebulizzato.

C’è un altro motivo per cui ho detto sì al nuoto e no a Valsoia: è che posso prendere il mondo e farcelo entrare in quei 25 metri di vasca. Tenerlo con la testa giù, fagli provare il soffocamento e metterlo a tacere per un po’.

Perché io non ce la faccio.

Sento che la mia vita se ne sta andando un po’ a puttane, sotto al mio naso.

Forse l’avrò un po’ trascurata. Avrò ignorato i suoi messaggi non verbali di insoddisfazione. Perché succede sempre così: ci aspettiamo che ci dica chiaro e tondo fin dal primo momento che qualcosa non va, mentre invece quando ciò avviene è già ormai troppo tardi. E non vediamo o sottovalutiamo tutti i segnali critici nel percorso di avvicinamento a questa rottura. “Mah sarà un periodo”, “Mah oggi la vita avrà la luna storta” e così via.

Così un bel giorno la sorprendi che va a puttane e lei ti guarda anche con quell’aria di sfida dicendoti “Beh, che ti aspettavi?”.

Avrò speso in un anno 400 euro di piscina, senza contare costumi e accessori. Penso sia comunque più economico di un anno da uno psicanalista. Sono andato a nuotare perché sono esaurito.

E perché odio sudare.

Quelli del deodorante Borotalco saranno degli esauriti?

Non è che il professore di matematica non possa soffrire i calcoli

È da qualche mese che la signora che assisteva mio nonno se ne è tornata nel suo Paese d’origine. Confesso un po’ mi manca: non so perché m’avesse preso molto in simpatia, quando mi vedeva mi abbracciava sempre soffocandomi nel suo prominente petto e mi chiedeva un sacco di cose su di me. La nuova signora che ha preso il suo posto invece a stento mi saluta e mi guarda con sospetto.

Gli entusiasmi e la cortesia sono sempre o eccessivi o scarsi.

Ho avuto un esempio di entusiasmo eccessivo l’altro giorno.

Ho una ex che da 3/4 anni a questa parte, cioè da quando è entrata nel cimitero (allegorico) delle ex, mi scrive a puntuale cadenza semestrale per chiedermi Come va?. In genere la conversazione si conclude – o la lascio cadere io – dopo qualche breve scambio di frasi. L’altro giorno invece in occasione del suo contatto ormai calendarizzato mi son trovato a chiederle se conoscesse una buona piscina – una volta lei gareggiava – , visto che quella dove vado ha chiuso in anticipo per lavori.

– Io ne conosco solo una, che fa gli ingressi liberi, di fronte a dove mi sono trasferita, dove vado in palestra
– Ah
– Se vuoi t’accompagno a vedere
– …Ok

Ci troviamo lì, dopo un paio di saluti formali mi presenta alla tizia delle reception, la quale sul foglio con il programma dei corsi mi scrive un problema di trigonometria che sto ancora cercando di risolvere:

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Non ho capito nulla delle opzioni che mi ha descritto, anche perché non mi interessavano: volevo soltanto sapere se potessi avere 6 ingressi da qui a fine mese.

Espletata questa pratica, Ex poi mi fa:

– Ci pigliamo un caffè, aperitivo, qualcosa?
– Beh se
– Sennò anzi il caffè ce lo pigliamo sopra tanto io abito qua, ti faccio vedere casa

Non mi aveva dato tempo di rispondere. Comunque salgo da lei, mi fa fare il giro turistico della casa e a ogni cosa che mi mostra io fingo meraviglia e ammirazione anche se guardare case altrui mi annoia.

Poi mi fa accomodare, mi offre da bere, chiacchieriamo. Ogni tanto guardo l’orologio ma sembra non cogliere questi miei segnali non verbali. Così a un certo punto dico:

– Dai, ora ti tolgo l’ingombro

Che è la formula che uso sempre per dire che me ne voglio andare via ma per non sembrare maleducato nel desiderare di andare via allora mostro che sono molto educato nel non voler essere d’impiccio.

– Ma no dai figurati, non ti preoccupare, anzi possiamo pure andare a cena al pub qua vicino, oppure puoi cenare qua andiamo al supermercato a fare la spesa oppure guardiamo in frigo e vediamo cosa c’è

Il passaggio ceniamo fuori->usciamo a comprare da mangiare->non usciamo proprio e restiamo chiusi qui mi ha fatto colare delle gocce di sudore dalla nuca, dove finiscono i capelli, al collo, raccoltesi sul cordino del ciondolo e colate poi sul davanti seguendo il medesimo cordino fino a confluire verso lo sterno dove mi si è formata una pozzetta di disagio liquido.

Mi sono ricordato di essere arrivato lì con l’auto del lavoro e ho pensato di usarla come scusa.

– Eh sai com’è sto con l’auto aziendale…non voglio tenerla in giro la sera…poi se la vedono…oppure magari succede qualcosa…sai com’è
– Se vuoi puoi andare a posarla e poi tornare qua con la tua ti aspetto
– Devo scappare mi dispiace comunque l’invito lo ritengo valido per un’altra volta ciao.

Così sono fuggito perché francamente quella sorta di frenesia che avvertivo in lei nell’avermi a casa sua mi procurava una vaga sensazione di soffocamento, oltre che di trappola.

E poi avevo un problema di trigonometria da risolvere che mi aspettava!

Non è che serva un osteopata per curare l’indice di ascolto

Ci sono momenti in cui la testa mi va in black out, come se andasse via la corrente e gli omini che lavorano nel cervello – dalle sembianze degli esserini di Esplorando il corpo umano – non possono far altro che fermarsi e incrociare le braccia.

Ad esempio sabato mattina ho avuto due interruzioni di corrente, ravvicinate.

Vado in posta a ritirare un pacco in giacenza. C’è un sacco di gente in fila per bollette e operazioni finanziarie. Il direttore mi vede con lo scontrino e visto che sono il solo a dover ritirare mi fa Dammi qua. Controlla lo scontrino, va da una collega allo sportello di fianco e poi se ne va facendo Vieni vieni. Io lo seguo, nello smarrimento della collega allo sportello e di un paio di persone che assistono alla scena: il “Vieni vieni” era da intendersi “Vieni allo sportello” non “Vieni dietro di me”.

Scena successiva, in piscina. Leggo un avviso che avvisa (che avviso sarebbe altrimenti se non avvisasse?) che da luglio cambiano i turni e si accede solo lun-mer-giov.

Mi rivolgo al tizio della reception:

– Scusi, oggi non si entra quindi? Ho visto l’avviso…
– I turni cambiano da luglio
– Eh, oggi è 1° luglio
– Oggi è 30 giugno
– Ah

Va tutto bene, mi dico. Una volta entrato in acqua posso non pensare a niente per 45 minuti e uscirne rigenerato.

Pronti-via e do un violento calcione al cordolo di plastica della corsia. Col mignolo. Ho passato il resto del sabato a zoppicare. Decisamente non era giornata.

Approfittando del forzato riposo pomeridiano ho però fatto una riflessione, ispirata da un tormentone dei mesi scorsi che ho sentito ritrasmettere in radio. La canzone, di Francesca Michielin (o Michela Franceschin), nel ritornello recita:

Queste cose vorrei dirtele all’orecchio
Mentre urlano e mi spingono a un concerto
Gridarle dentro a un bosco nel vento
Per vedere se mi stai ascoltando
Queste cose vorrei dirtele sopra la tecno
[…] Voglio vedere se mi stai ascoltando

Io mi sono chiesto: che sfizio del piffero è parlare quando non ti posso sentire perché “Voglio vedere se mi stai ascoltando”? È come se io spegnessi la luce e comunicassi a gesti perché “Voglio vedere se mi stai guardando”. È come se ti scrivessi un biglietto e poi gli dessi fuoco perché “Voglio vedere se mi stai leggendo”.

Eppure, c’è tanta gente che a volte si esprime in modo poco comprensibile e si offende anche se non viene capita. Questa cosa mi è capitata con le donne. Si offendono quando pensano che tu non le stia ascoltando, come dice Micesca Franchielin nella canzone. Magari non ho sentito semplicemente perché c’è troppo rumore o perché parli a voce bassa, non perché non voglio prestarti attenzione, cara Micesca!

A volte ho avuto il dubbio di star perdendo l’udito, peccato che l’otorino abbia detto il contrario.

Ma forse non ho capito bene cosa mi abbia detto perché non stavo ascoltando.

Non è che per fare un complimento l’economista studi un grafico monetario perché è un “apprezzamento”

Scena1/Esterni/Esterno di una casa
Una signora che abita in strada tutte le volte che torna dalla Sicilia porta qualcosa di tipico. Stavolta torna con del pesto di mandorle. Prima che io possa dire “Grazie” mi ficca un cucchiaio in bocca.

Poi mi fa “Non t’avevo riconosciuto, che bel giovane che ti sei fatto”.

Quindi prima mi ingozza come un’oca poi dopo mi riconosce. Va bene.

Dopo alcuni convenevoli, nel salutarla lei mi strizza la guancia e mi fa, di nuovo “Ti sei fatto proprio un bel giovane, che il signore ti benedica, che bel giovane”.

Scena2/Esterni/Marciapiede
Passo davanti a due tizie sedute su una panchina che così a naso avevano l’aria di letterate dedite alla degustazione di rutti e alle gare sportive di sputo del nocciolo di ciliegia.

– Wee, guarda questo. Wee dove vai?

Accelero il passo.

Scena3/Interni/Piscina, in acqua
– Istruttore: Allora ragazzi, 200 metri stile solo braccia e gambe incrociate
– Ragazza: E come si fa?
– I: Come sarebbe come si fa? Dai, te lo mostra lui (indicando me), guarda che bel ragazzo, guardalo guardalo.

Io ovviamente mi rifiuto e faccio andare avanti la tizia. Così almeno le guardo il sedere.

Scena4/Interni/Piscina, docce
Un signore, che già una volta quando gli avevo porto il doccino che serve prima di entrare in vasca mi aveva spruzzato d’acqua dicendo “Eh, altro che barba, ti devi sciacquare pure in petto”, mentre ero sotto la doccia mi guarda dalla testa ai piedi e poi mi fa: “Eh barba capelli ti dei lavare sotto sopra dappertutto, ti ci vorrebbe un autolavaggio”.

Rido. Poi penso che forse voglia il mio sedere e rido di meno.

Scena5/Interni/Piscina, spogliatoi
Rientro, un tale mi accoglie così:
– Wee, maschione.

Faccio un cenno con la mano e vado via.

Abbiamo trasmesso il Presa per il culo day 2018.

Oddio, la signora forse era sincera nel suo apprezzamento. Ma si sa come sono le signore di una certa età, dicono Come ti sei fatto bello, Come sei cresciuto, anche al cactus curvo e ingiallito nell’aiuola di fronte.

Non so perché oggi si siano radunate tutte queste attenzioni verso la mia persona.

Non è che il pizzaiolo nervoso abbia una diavola per capello

Stasera in piscina mentre ravanavo l’acqua cercando la famosa “presa” – che non trovo mai; lo scopo dell’atto natatorio sarebbe quella di “prendere” l’acqua ma a me sembra sempre di prendere ‘sta ceppa e una volta mi è successo anche di attaccarmi alla verga di un signore che mi ha attraversato la corsia – mi si è impigliato tra le dita un lungo capello.

Ho continuato a frullare le braccia seppur avvertivo il fastidio di una cosa tra le dita, col pensiero del contatto indesiderato con un altro essere umano, cosa paradossale perché in fondo tu lì stai condividendo la stessa acqua con altre persone e coi loro batteri e fluidi corporei.

Mi son chiesto a chi appartenesse: alla simpatica culona? Simpatica non so se lo sia, ma già il fatto che mi lasci passare avanti per paura di intralciarmi – unica – la rende personcina a modo. Culona è un appellativo affettuoso, anzi, complimenti per la sua steatopigìa che in vasca le consente un baricentro più spostato in avanti e una linea di galleggiamento migliore.

Purtroppo questa società così gender non è pronta per simili apprezzamenti sportivi, anzi, il gender fa credere alle donne che esser culone sia qualcosa da nascondere, evitare, guarire. E allora il governo precedente??????? #iostoconleculone


#sempredettoinmodoaffettuoso


#ancheparaculo

 


Forse il capello apparteneva alla scassapalle? È una tizia che sembra venga a farsi il bagnetto, ride, si ferma, intralcia, scherza col fidanzato che le fa il solletico sott’acqua.

Ci sono: forse erano della ragazzina insicura: al termine di ogni 25 metri dimentica sempre che serie di vasche bisogna fare e chiede conferma per sicurezza.

No, ho capito.
Era del tizio della grande verità, quello de “Il nuoto è uno sport completo”, che ha una massa di capelli che manco Antonio Razzi giovane.

Nello spogliatoio, dopo, mi ha fatto: “Quando sei proprio carico…hai bisogno di scaricarti”.

È un grande. Dev’essere allievo anche lui del Prof. Durbans, dell’Università di Scarborough. Il Prof. in questo frangente avrebbe replicato: “Quando ti senti scarico hai bisogno di ricaricarti”.


Ultimamente sono monotematico, non voglio far di questo spazio un blog acquatico – anche perché gatti e acqua non van d’accordo – ma è che ultimamente la mia allegria è in ferie a tempo indeterminato e ciò mi rende poco creativo.


Non è che il vigile innamorato ti dirà mai “Non sostare…senza di te”

Alcune cose curiose accadute tutte nella giornata di ieri.


È da settembre che vado in piscina. Il clima nello spogliatoio è sempre molto disteso e cordiale. Qualche chiacchiera informale, qualche commento generico. È una piacevole zona comfort.

Nessuno si era mai azzardato a dire quel che ho udito ieri sera.

Eravamo rimasti in tre nello spogliatoio, due in una stanza, uno in un’altra. Distanziati come i vertici di un triangolo perché, in uno spogliatoio vuoto, la convenzione sociale vuole che sia alquanto imbarazzante che tre uomini nudi si mettano troppo vicini.

Il tizio nello stanzino con me dice a voce alta che fa bene fare attività fisica. L’altro nella seconda stanza risponde che fa bene anche per rilassarsi. Io allora vedo le carte sul tavolo e rilancio: Io lo faccio soprattutto per scaricarmi, sentenzio.

Al che il secondo tizio, quello del rilassamento, entrando nella nostra stanza, con uno sguardo solenne, sollevando il braccio e tenendo pollice e indice uniti come se volesse far il segno di “ok” ma senza le dita sollevate, esclama, serissimo:

…Comunque, bisogna dire una cosa: il nuoto è proprio uno sport completo.

Silenzio.

L’ha veramente detto.

L’ho guardato penso con uno sguardo fessoscopico. Credevo volesse esser ironico, eppure il suo volto era serio. Se stava recitando, i miei complimenti.

Devo diventargli più amico. La prossima volta proverò a istigarlo facendogli notare il tempo instabile di questi giorni. Potrebbe uscirsene con le mezze stagioni, ma se è abile mi parlerà invece di come non si ci sa vestire di questi periodi.

Nel pomeriggio, attendevo un’amica in piazza seduto sui gradoni di un monumento. Mi si è avvicinato un tizio nerboruto, vestito di nero dalla testa ai piedi e con dei guanti di pelle alle mani:

– Scusa hai chiamato qualcuno?
– Eh?
– Hai chiamato qualcuno?
– No…

E se ne è andato.

Secondo me era un sicario o comunque un raddrizzatore di torti della mala.

In mattinata, invece, è accaduto un episodio al lavoro che mi ha lasciato perplesso alquanto.

Ho preso una multa per sosta oltre la scadenza del tagliando, con l’auto aziendale. Ho chiesto cosa dovessi fare, se pagarla a nome mio o pagarla ma inserendo la Ragione Sociale.


Che io pensavo fosse qualcosa tipo “la Ragion di Stato”, invece pare di no.


Da su (dove per su intendo quelli che stanno sia geograficamente che dirigenzialmente su), mi dicono di inviare loro la scansione del verbale e del bollettino perché avrebbero provveduto a pagare la multa.

Passa un’ora e mi comunicano che la multa è stata pagata e che l’ammontare verrà detratto dalla mia busta paga.

E non avrei fatto prima io ad andare all’ufficio postale direttamente?

Non è che il turista se non va in pensione incolpi la Fornero

Sto cercando casa in centro a Napoli. A differenza di altre grandi città, il centro qui è una zona economica a livello immobiliare. Il problema è che da 3-4 anni a questa parte, complice il boom turistico della città, il centro storico si sta trasformando in un conglomerato di B&b o di affitti Airbnb. Tra un po’ ci saranno più turisti che abitanti: è una vera invasione, il Governo cosa fa? Non possono fare i turisti a casa loro? Sapete che ce ne sono alcuni che soggiornano negli alberghi, tutti i comfort, wi-fi gratuito, per soli 35 euro al giorno?

Mentre mi impegno nella ricerca, dormo a casa dei miei. Ciò comporta che capitino inconvenienti che, pur essendo io gatto fatto e cresciuto, mi procurano ancora qualche imbarazzo.

Ho l’abitudine di coprire il tatuaggio di vaselina quando vado in piscina. Precauzione in realtà che mi hanno detto inutile, una volta guarito. In ogni caso, porto il tubetto con me sempre in borsa.

L’altro giorno però non lo trovavo. Poi a casa l’ho visto nel mobile dove ripongo il portafogli, i ciondoli, eccetera.

Dato che sono sicuro di non avercelo messo io, temo che mi sia caduto dal borsone – cosa probabile perché ogni volta che torno dalla piscina lo svuoto per arieggiarlo e non fargli assumere quel bell’odore di calzino sudato aromatizzato al cloro – e uno dei miei genitori l’abbia riposto nella mia zona effetti personali.

Io non voglio sapere cosa possa pensare un genitore di un figlio con un tubetto di vaselina. Un tubetto fuxia.

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Ricordate che i tubetti – di vaselina e no – si spremono dal fondo. Chi spreme dall’inizio va all’inferno.