Non è che al muratore serva uno stilista per una camicia di stucco

Nostalgici delle figurine puzzolenti e del Paperino’s, ho deciso di proseguire il post di ieri sugli anni ’80-’90 perché vivere nella nostalgia è come entrare in un grosso tendone da circo vuoto: sa di plastica esausta, di polvere e di selvatico. Esattamente gli stessi odori che avevano le sorpresine contenute nelle buste di patatine. Posso mai lasciare qualcuno abbandonato, così?

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“Il buon sapore di cicca americana”: ma chi l’ha detta ‘sta minchiata? E perché mai un Paperino deforme inchiodato all’asta dello spazzolino come in una tortura medioevale avrebbe dovuto interessare a un bambino?

Se ancora non credete alle mie parole e ritenete di aver vissuto un’epoca magica, ripensate a uno dei prodotti peggiori dei Novanta: le boy band e la loro musica. Roba che oggi Despacito è un’opera di pregevole fattura musicale.

Trattandosi di un prodotto preconfezionato per il grande pubblico, nella composizione di ogni boy band c’erano degli elementi ricorrenti:

– Quello con l’aria pulita da bravo ragazzo cui le mamme avrebbero dato l’imene delle figlie
– Quello con l’aria da scavezzacollo poco raccomandabile cui le ragazzine avrebbero voluto dare l’imene
– Quello di cui nessuno si ricorda il nome e su cui girano voci di omosessualità
– Altri componenti a caso inutili che servivano a fare numero

Se alle ragazze piacevano perché erano fighi, i ragazzi li seguivano per copiarne la figosità: la calvizie precoce a 30 anni successiva è dovuta all’abuso di gel di dubbia composizione negli anni precedenti, per imitare le acconciature dei fantocci musicali che andavano per la maggiore.

Il gel: tutti ti dicevano “Ma cosa ti sei messo in testa?” ma nessuno che ti ammoniva su cosa ti mettevi sulla testa. Delle paste multicolor che puzzavano di petrolchimico della periferia di Vergate sul Membro che ti fossilizzavano i capelli per un paio di settimane. Se prendevi di testa un Super Santos i tuoi capelli da istrice erano capaci di bucarlo.

Gli outfit comprendevano più o meno elementi come: camicie XXL, t-shirt sopra t-shirt a maniche lunghe, salopette di jeans, jeans ascellari con effetto “scusa ho il pannolone per un problema di dissenteria che mi sono beccato in Messico”, canottiere da muratore bergamasco, tute di acetato modello spacciatore di crack.

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A una girl band (le Spice Girls) dobbiamo invece l’affermazione di uno scempio pedonal-stilistico: le scarpe con le zeppe. Anche per uomini, perché il ridicolo dev’essere no gender. Sul motivo perché una persona sana di mente dovrebbe indossare scarpe scomode per camminare, per guidare, per vivere, non mi soffermo. Ognuno sceglie di torturarsi come preferisce.

Per i più piccoli invece c’erano altri tipi di calzature: quelle con le lucine posteriori. Sembra che i led lanciassero un codice morse per i bulli che diceva più o meno “Per favore picchiatemi perché me lo merito”.

E voi ancora state lì a rimpiangere quell’epoca?!

FINE SECONDA PARTE

(il che non vuol dire che ce ne sarà per forza una terza)

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Non è che Batman rida della Bat-tuta

Mi capita di incrociare quotidianamente le mandrie di liceali che transumano verso le /dalle scuole. Alcune cose – come le nuvole “d’odore d’adolescenza”* che ci si porta dietro in quell’età – noto non cambiare mai tra le generazioni, altre invece mi rendo conto che si sono modificate tanto.


* Smells like teen spirit, No?


Le mode, ad esempio. Come quella della tuta. Oggi maschi e femmine vanno in giro in tuta come se fosse un capo di tendenza e forse lo è.

Quando andavo al liceo io la tuta era giustificata solo se quel giorno c’era educazione fisica. Parliamo del solo pantalone. L’abbinamento pantalone-giacchetta tuta era considerato socialmente inaccettabile dopo la terza media.

A meno che uno non volesse essere picchiato all’ingresso e poi additato al pubblico ludibrio per tutte le cinque ore successive per essersi conciato da sfigato, s’intende.


Son gusti.


Le ragazze, che sono sempre più avanti dei loro coetanei maschi, smettevano la tuta in via definitiva alle medie. Al liceo se decidevano di partecipare all’ora di educazione fisica lo facevano in jeans.

Oltre alla condanna sociale, per i maschi c’era anche una necessità pratica.

La tuta non permette di nascondere. Cosa? Beh tu chiamale se vuoi…emozioni.

Un adolescente maschio medio in normale sviluppo ormonale ha in media da 4 a 10 volte le emozioni spontanee che ha un maschio adulto. Inoltre a livello mentale è ancora incapace di gestirle come si deve. Da qui la necessità di preferire un capo come il jeans che permette di nascondere meglio le proprie…emozioni.

Oggi invece viviamo in una completa rivoluzione: da quand’è che andare in giro in tuta non è più considerato da sfigati?

E soprattutto: i maschi di oggi non hanno più paura delle proprie emozioni spontanee oppure sono incapaci di provarle?

La tuta per questo è l’inizio dell’estinzione della specie?

Carico di questi dubbi sono andato in piscina. In tuta. Ma solo il pantalone perché ho ancora paura di essere picchiato.

Le fantastiche tute in acetato anni ’80-’90 in grado di produrre elettricità libera e gratis per sfregamento ma le grandi multinazionali non vogliono che voi sappiate.

Non è che l’Imperatore quando chiedeva una Dieta convocava un nutrizionista

Oggi per lavoro ho dovuto incontrare una nutrizionista. Specifico: l’ho dovuta incontrare a mia insaputa, un po’ come quando a qualcuno pagavano le tasse o compravano case a Roma a sua insaputa.

C’erano dei buchi da riempire in una giornata dedicata alla prevenzione e, per non far brutta figura dato che tale giornata era stata pagata da uno sponsor, hanno infilato dentro anche noi lavoratori.


Qualcuno potrebbe chiedersi che lavoro io faccia per essere coinvolto in tali attività. Semplice, io faccio qualcos’altro rispetto a chi non viene coinvolto in tali attività.


L’incontro è stato interessante ma a mio avviso poco utile.

Per qual motivo dovrei voler vedere qualcuno che mi dice quel che già so e che cioè ci sono cose che se troppo mangiate e troppo bevute portano ad antipatici episodi di morte?

È come andare dall’oculista per farsi dire di smettere con l’onanismo per non perdere diottrie. Lo sappiamo che si diventa ciechi, l’avevo letto da qualche parte quando riuscivo ancora a distinguere i caratteri di un testo scritto!


Adesso scrivo tramite un programma di conversione audio-testuale ma non sono certo che quel che io sto dettando corrisponda a quello che gli altri leggono.


Mentre attendevo il mio turno, mi sono intrattenuto a conversare con la ragazza del Servizio Civile che è impegnata presso la nostra sede. Anche lei era stata convocata in modo coatto dalla nutrizionista ma, a differenza mia che quando devo fare cose che non ho richiesto sbuffo come una locomotiva del West, lei era molto entusiasta.


Credo dipenda dal fatto che rispetto a stare seduti a guardare la crescita della muffa sulla parete o a mandare in stampa documenti qualsiasi altra cosa per un tirocinante possa risultare interessante.


Mi ha raccontato che, purtroppo, ha dei problemi con l’assimilazione del ferro che le causano una leggera anemia.

E poi mi ha fatto:

– Dovresti vedere il mio sangue, non è scuro, è rosso lucido. È un fatto troppo strano e curioso, dovresti proprio vederlo!

E l’ha detto – giuro – con una tale carica di enfasi che per un attimo mi è sembrato un reale invito ad ammirare la sua emoglobina. Stavo per dirle che mi sembrava un po’ affrettata come cosa. Posso sembrare un tipo spigliato e brillante ma su certi argomenti sono un po’ impacciato: se mi invitano ad ammirare il sangue così su due piedi rimango un attimo spiazzato, poi magari mi butto nella situazione ma il tentennamento mi fa a volte perdere il treno.

E chissà per colpa della mia goffaggine quante ragazze avrebbero voluto mostrarmi il loro sangue e le piastrine e il plasma o magari anche dei tamponi usati e io non ho colto l’occasione!


CONSIDERAZIONI SERIE

Non sto facendo ironia su una condizione patologica che può avere risvolti anche gravi, mi sembrava solo curioso – e dopo lo è sembrato anche a lei – l’entusiasmo della ragazza in quel particolare frangente. Lei comunque sta “bene”.


Per quanto riguarda l’incontrare un nutrizionista credo possa essere una cosa utile da fare prima o poi, perché, al di là di conversare sul fatto che abusi di carne rossa/alcool/fumo/triceratopi portano a quegli episodi spiacevoli di morte, si scoprono cose interessanti: ad esempio io dall’alto della mia ignoranza ho appreso che la cena migliore per il recupero dopo gli allenamenti è…il minestrone.

E dire che io mi sbranavo un pollo sauropode dopo il nuoto.


La piramide alimentare è una cosa superata, è il momento delle torri alimentari.

Non è che l’ingrosso di alimentari indiano sia un cash&curry

Una volta una fanciulla mi scaricò per via telematica e poi si risentì che io in seguito non avessi domandato per un incontro chiarificatore a quattr’occhi. Io risposi che sinceramente non mi andava di interpretare l’Enrico IV che si umilia a Canossa.

Il buon Imperatore infatti rimase tre giorni e tre notti fuori il Castello della località emiliana attendendo di avere udienza, puzzandosi dal freddo in mezzo la neve.

Puzzarsi di freddo è una espressione tipica napoletana: non so perché si dica così e non so che puzzo abbia il freddo. La prossima volta che avete freddo ditemi che odori sentite e facciamo un sondaggio.


Secondo una interpretazione forse un po’ fantasiosa si dice così perché in tempi passati quando la povera gente non aveva di come scaldarsi si urinava addosso per provare un po’ di calore.


Quindi quelle ragazze svestite che si fanno la pipì addosso a vicenda in certi video didattici hanno semplicemente freddo? In effetti è comprensibile, non avendo niente addosso.


Ho ripensato agli afrori accendendo la radio questa mattina e trovandovi una canzone che dice C’è il bar dell’indiano che profuma di te. Io immaginavo un tizio che sa di curry, poi dopo ho capito che la cantante si riferiva al (bevanda) e ci sono rimasto male.

Avere l’odore di curry addosso non è una cosa lontana dalla realtà: quando io e il mio amico andammo a Berlino cenammo una sera in un ristorante indiano. Nei giorni seguenti continuavamo a sentire odore di curry dappertutto. Poi quando i cani cominciarono a cambiare strada se ci incrociavano realizzammo che eravamo noi a portare a spasso odor di cucina speziata. Resta il fatto che è Berlino che per me sa di curry perché l’ho associata a quell’odore e se mai vi ritornerò mi aspetterò di trovare quello stesso aroma.

Associo spesso eventi e situazioni agli odori.

Se dovessi dare una profumazione alla mia vita sarebbe quella di auto nuova. Con quel po’ di ftalati tossici che un dì ti uccideranno ma che per ora ti danno l’idea della novità.

La mia vita è sempre un nuovo. Ci sono e ci saranno sempre da affrontare nuovi lavori, nuove situazioni, nuovi inizi. È come un perenne gioco dell’oca in cui mi sembra di dover ripartire sempre dal via. Dallo zero. Mio malgrado.

Delle volte sbotto e mi scappa un porca l’oca. Chissà un’oca porca come sarebbe al curry.

John Curry, noto politico americano in passato candidato alla Presidenza e Segretario di Stato

Il Vocaboletano – #32 – Il rattuso

L’estate sta finendo ma il caldo perdura e bisogna star più leggeri possibile col vestiario. Ma fate attenzione a non incontrare gli sguardi di un rattuso!

Riconoscerlo è facile. È colui che osserva con fare malizioso e libidinoso e non si fa scappare nessuna ragazza che entra nel suo campo visivo. Non è un semplice voyeur: pur potendo anche tramutarsi in un guardone, il rattuso non è interessato a spiare le attività sessuali altrui. A lui basta anche una apertura tra due bottoni di una camicetta per lanciare il suo sguardo telescopico da camaleonte e “godere della vista”.

Molto spesso al termine rattuso viene accostato l’aggettivo vecchio, perché molto spesso i rattusi sono uomini dai 50 in su che gettano un occhio sulle ragazze giovani. Non è inusitato però dare del rattuso anche a chi frequenta una ragazza più giovane, ad esempio un 30enne con una 18enne, sottolineando la differenza di età e gli intenti dell’interessato come fossero quelli di un vecchio maniaco.

Un comune vecchio rattuso colto nella sua occhiata da rattuso

Il rattuso è anche colui purtroppo che nell’autobus con il pretesto del poco spazio tocca dove non dovrebbe ed è stato ben descritto da Tony Tammaro (sulle note di Edoardo Vianello):

noi siamo quelli che nel votta votta
vuttammo’e mmane pè coppa e pè sotta

trad.
Noi siamo quelli che nella calca
infiliamo le mani dappertutto

Etimologia – Secondo una ipotesi etimologica, rattuso sarebbe una fusione tra rattare e uso, dove rattare in napoletano vuol dire grattare ma anche toccare, quindi il rattuso sarebbe colui dedito a toccare.

Se ne incontrate uno, rendetelo dedito a ricevere schiaffoni.

Non è che Polifemo fosse spendaccione perché ci rimise un occhio della testa

Pur essendo conclusa la mia esperienza ungherese, ho mantenuto i contatti con le persone conosciute lì.

Le mie ex colleghe, ad esempio, ogni tanto mi scrivono, mi chiedono come vadano le cose, mi forniscono aggiornamenti sulla vita in ufficio.

Oggi S. mi ha scritto chiedendomi un favore. Una sua amica si sposa e le devono organizzare l’addio al nubilato. Tra gli altri giochi di gruppo da fare, ne ha trovato uno in cui ha pensato di coinvolgermi.


Lì per lì temevo volesse propormi di uscire da una scatola vestito da poliziotto. Dimenticavo che il limite massimo della trasgressione di S. è alzare il volume delle cuffie di una tacca oltre la soglia consigliata. È una che si scandalizza se legge “pene” e considera uno zotico chi ha dei tatuaggi.


Mi ha chiesto foto di alcune parti del mio corpo.


Per il discorso sopra citato, anche qui c’è il bando a pensieri osceni.


Vuole la foto di un orecchio, quella del naso, quella della barba, una di una mano e, infine, la foto di un occhio e una di un sopracciglio.

Serve per un gioco di robe di foto sparse e figure da ricostruire: credo lo scopo sia riuscire a rintracciare il futuro marito in mezzo ad altre immagini.

La cosa divertente è stato che alla fine ci ha tenuto a precisare che “Non userò le foto per altri scopi diversi da questo”. Ci mancava mi chiedesse l’autorizzazione al trattamento dei dati.

Formalismo ungherese.

Al che però mi si è accesa una lampadina: volendo pure ammettere la cosa, ma quali mai potrebbero essere scopi diversi da quello indicatomi?

  1. Costruire, insieme ad altre immagini di altre parti di ignari uomini, un volto finto da usare come profilo Tinder per adescare ragazze da ricattare;
  2. Lei e le sue amiche sono in realtà feticiste delle orecchie, delle sopracciglia ecc.
  3. Ha intenzione di mettere in vendita su internet le foto per feticist* di orecchie, sopracciglia, ecc.;
  4. Le servono per un book di presentazione per il mercato nero dei trapianti d’organo;
  5. Vuole fare soldi con gli acchiappaclick, pubblicando le foto con la didascalia +++CLICCA SULL’OCCHIO E…QUELLO CHE SI VEDE È INCREDIBILE+++ (SPOILER: SI VEDE LA PATATA):

Occhio!

Non è che se parli di Einstein sei superficiale perché stai facendo commenti sul fisico

Avrete visto in circolazione le foto della visita dei Trump’s al Vaticano, con il Papa che aveva l’aria allegra come uno in fila alla posta per pagare le bollette.

In realtà sembra che in altre immagini dell’incontro fosse più rilassato. Resta il fatto che le foto in cui sembra alquanto imbronciato mi hanno dato da pensare.

Sono le persone insospettabili quelle che ti sorprendono in negativo. Intendo, io non vorrei offendere nessuno di quelli che stimano Francesco, ma non mi sembra bello che una persona gentile venga a farti visita tutto allegro e sorridente – come lo era il buon DT – e nella foto ricordo che porterà con sé a casa propria dopo un così lungo viaggio per vederti tu abbia la vitalità del mio conto in banca a fine mese. Non sei una bella persona. Mi dispiace.

Un altro esempio di persona all’apparenza buona che ti sorprende in negativo ce l’ho vicino.

Tra me e le altre ragazze dell’ufficio ci si scambia commenti sulle cattive maniere (burpa, snorta, ha preso a cercare testimonianze delle sue radici nelle sue narici) del nostro Sam Tarly. Le stesse cose che riporto su questo blog, in pratica.

Aranka Mekkanica ho notato però trascende a mio avviso in malignità gratuite.

La settimana scorsa Sam ha cambiato la poltrona dell’ufficio con una normale sedia da scrivania, perché la pelle di finto vero ratto delle fogne in cui sono rivestite le nostre poltrone è alquanto poco confortevole. Con l’arrivo del caldo non è bello alzarsi e sentire il suono dello strappo della propria epidermide.

Aranka Mekkanica mi scrisse su Skype: Ma riesce a entrarci in quella sedia?.

Ieri: Sam, che è fumatore, sosteneva che il fumo ha anche i suoi vantaggi. Infatti accelera il metabolismo e brucia i grassi. Aranka Mekkanica mi ha detto di averlo guardato e pensato Ah davvero? Non mi sembra che su di te funzioni….

E, ancora, tutte le volte che ci troviamo a parlare di lui lei ne fa l’imitazione mimandone le dimensioni.

Comincio a pensare che tutto questo non sia del tutto giusto. Io di lui mi lamento, ma non faccio riferimento al suo fisico. Faccio riferimento al cattivo uso che ne fa! È una questione di criticare i modi, non l’essere.

Non si tratta di ipocrisia: è vero che tutti noi alla fine pensiamo cose negative sugli altri.

Credo che se venissimo a conoscenza dei pensieri delle persone per la civiltà umana sarebbe la fine.

Delle volte fa anche bene invece aprirsi ed esternare i propri pensieri, anche quelli che potrebbero sembrare non piacevoli.

Io ad esempio un giorno devo tenere un bel discorso di questo tipo:

Conosco la metà di voi soltanto a metà; e nutro, per meno della metà di voi, metà dell’affetto che meritate.

Un conto è l’esternazione di un pensiero, comunque, un conto è condividere una opinione direttamente offensiva e anche gratuita come quella riferita all’aspetto.

Il confine tra rivelare e non rivelare e il rivelabile e non rivelabile è molto labile, comunque, e credo che chiunque lo attraversi varie volte nella vita.

Farebbe bene guardarsi sempre intorno prima di attraversare.

Non è che vai all’ufficio oggetti smarriti perché hai perso il lavoro

Avrei voluto iniziare la settimana Pasquale parlando di una tradizione folkloristica che c’è qui in Ungheria proprio per il giorno di Pasqua e che consiste nel fare un gavettone alle ragazze.

Questo venerdì, invece, un po’ in anticipo con questa tradizione, è arrivata una doccia fredda su CR.

È stata licenziata.

Senza preavviso. A meno che con preavviso non debba intendersi il “Mi spiace, devo darti una brutta notizia” da parte del Capo Tacchino. Al che alzo le mani. Su di lui.

La cosa strana è che le hanno sì comunicato di licenziarla ma davanti le hanno presentato un foglio di risoluzione consensuale da firmare. Non mi è ben chiaro dove risieda il consenso del licenziato. È un po’ come quando il Prof al liceo mi diceva “Gintoki, ti offri volontario o ti chiamo io?”.

La motivazione del licenziamento è che non la ritengono adatta a questo lavoro.

Dopo tre anni e mezzo e tre rinnovi contrattuali – fino all’ultimo dello scorso anno, a tempo indeterminato – è un po’ tardiva come presa di coscienza! Ma qui magari amano prendersi un tempo per ogni cosa.

La verità è che da quando il Tacchino è salito al rango di Capo l’estate scorsa, dando anche più spazio alla Castora, i rapporti col management si sono deteriorati alquanto. Mancava poco ci si scambiasse lanci di saliva negli occhi durante le riunioni.

Dopo aver ricevuto la pessima notizia, CR ha ricevuto una mail personale da parte della Castora in cui le comunicava tutto il suo dispiacere per una decisione che comunque fa bene a entrambi – società e dipendente – e le augurava poi tante care cose.

I rispettivi uffici distano due metri in linea d’aria e due porte di separazione. Lei però manda una mail. Purtroppo soffre di una grave forma di sbilanciamento del peso verso il deretano, che la porta a limitare i movimenti. Lo cantano anche Tiziano Iron e Carmen Sconsoli: Pesare il culo con entrambe le mani ci vuole coraggio.

Quando ha dato la notizia a me e S. la stagista, il Tacchino mi ha anche detto che sarei stato io il Senior dell’ufficio da ora in poi. Ne avrei fatto volentieri a meno.

Deve aver letto i miei pensieri, perché poco dopo, quando ha inviato una mail a tutti ringraziando CR per il lavoro svolto, ha scritto che la Castora coordinerà ora le attività.

Considerando che lei ha i modi di una tiranna sarmatica, la cosa non mi suona piacevole.

Praticamente io sono un Senior Pupazzo Rockfeller. Sento già la mano di lei nel sedere e i video su YouPorn: Hungarian longteeth & lazy ass, fisting Neapolitan Cat Worker.

Non è che alle casseforti piacciano gli incontri per combinazione

Tra i torti che si possono fare al prossimo c’è il “Ti presento qualcuno”, per robe di accoppiamenti come rimedio alla singoltanza.

Parlo di torto nella fattispecie di un incontro combinato senza una richiesta esplicita da parte del soggetto coinvolto.

Ricordo una uscita a quattro a mia insaputa del lontano 2005 o 2006.

Il mio amico mi propose di uscire un sabato sera, lui, la fidanzata con cui da poco stava insieme e “amici di lei”. Ricordo benissimo che parlò al plurale.

E invece eravamo in quattro. I novelli amanti, io e Renata (nome di fantasia che indica però un nome maschile poco comune declinato al femminile).

È evidente che la fidanzata del mio amico, sentendosi in colpa per aver rotto il ciclo di zitellanza nel gruppo – composto da tre ragazze -, si fosse caricata del compito di ripulirsi il karma sistemando anche le amiche. Cosa che non mi sarebbe dispiaciuta se avessero coinvolto non Renata ma l’altra del gruppo, cioè Giorgiona (nome di fantasia che cela nome di pittore affine declinato al femminile), che aveva un che di intrigante e robe di piercing e tatuaggio. Purtroppo Giorgiona provvedeva da sé ai propri bisogni fisici e non gradiva interferenze, senza contare una lunga storia di prendimenti e lasciamenti e robe di ungulati cornuti con un ex ragazzo storico.

Andammo in un locale con musica chill e jazz e luci spente. Un posto così oscuro che per leggere il menù usai l’accendino, accorgendomi di star sfogliando il catalogo delle canzoni del karaoke. Mi fermai prima di ordinare un Balla al gusto Umberto Balsamo.

Durante quella sera mi comportai da perfetto cafone. Quando mi accorsi che si trattava di un’uscita combinata decisi di boicottare l’intera serata. Non ordinai da bere, non rivolsi mai la parola alla povera Renata né alla fidanzata del mio amico. Con quest’ultimo mi intrattenni a parlare di calcio.

Usciti dal locale, dopo essersi consultata con Renata, la fidanzata propose di far due passi. Lei e il mio amico procedevano davanti, lasciando noialtri indietro, forse sperando di stimolare una qualche conversazione. Io persistetti nel mio silenzioso dissenso.

Fu un comportamento orribile. Non è per discolparmi, ma io un tempo non ero affatto civilizzato e adatto a stare in società. Col tempo giuro di essere migliorato. Oggi so anche stare a tavola senza grufolare nel piatto.

Non fui più invitato a uscite di questo tipo da parte loro. Renata non si vide più nel gruppo. Venni a sapere che aveva trovato un ragazzo e non frequentava più le amiche. Per egocentrismo mi sento responsabile, perché immagino che sarà rimasta così scottata dalla sgradevole esperienza da aver ripudiato la sorellanza.

Ogni volta che leggo di donne che lamentano uscite orribili con individui improponibili mi sento chiamato in causa, perché io stesso sono stato un improponibile.

Quindi chiedo scusa al mondo femminile e anche a quello maschile per la pessima figura. Ma qualcuno doveva pur sobbarcarsi il peso della croce del dissenso in risposta agli incontri combinati.


A qualcuno potrebbe saltar l’uzzolo di domandare come si presentasse esteticamente Renata. Non lo ricordo. Nella mia immagine aveva questa massa di capelli che le pioveva davanti il viso lasciando scoperti solo naso e bocca. È probabile fosse meno capellona di così ma nel corso degli anni i ricordi si riscrivono e ora è affetta da iperespansione tricotica.


Non è che per giocare a polo devi spegnere il riscaldamento

Il ritorno al lavoro dopo un periodo di ferie è un evento traumatico, in genere. È una sveglia del lunedì mattina moltiplicata in modo esponenziale.
È una cefalea pulsante.
È un programma televisivo pomeridiano dove una donna racconta di essersi ripresa da una sbronza dopo che le è apparso Paolo Brosio e il pubblico inquadrato si commuove e fa anche l’espressione di chi non si accorge di essere inquadrato.

Per me non è così.

Sono il tipo di individuo che, sin dai tempi delle scuole elementari, vive il rientro con positiva agitazione.

Nei giorni precedenti avverto tristezza per la fine delle vacanze, ma quando è il mattino del ritorno al dovere mi ritrovo invece piacevolmente ansioso di ricominciare, rivedere persone note con cui condividere esperienze, scoprire le novità che il nuovo inizio porta.

Tale fanciullesco entusiasmo si è poi ogni volta rivelato effimero. Durava il tempo necessario per tornare a odiare le persone note e le esperienze color marrone che le riguardavano. Senza considerare che le uniche novità che la vita offre si trovano al massimo nel volantino di un supermercato che deve liberarsi dalle eccedenze di magazzino spacciandole per nuove offerte.

Durante il periodo della scuola, il ritorno dopo le vacanze di Natale significava fare i conti con i termosifoni che non funzionavano a dovere, essendo stati spenti per due settimane. È ciò che sta accadendo anche in questi giorni in vari istituti lungo lo Stivale. È bello vedere una continuità storica tra le generazioni.

Quando ero a scuola io però nessuno mai ha sollevato polveroni per il fatto che in classe eravamo costretti a stare col cappotto.
Anche perché probabilmente visti i nostri edifici sarebbero stati polveroni di amianto e non era il caso quindi di sollevarli.

Alle elementari per esorcizzare il gelido periodo alcuni di noi inventarono “La Banda FBI”, con un arzigogolato collegamento logico.

Si sa che gli investigatori vanno in giro sempre in cappotto o impermeabile anche a Ferragosto. Tanto per loro poco cambia perché in qualsiasi periodo dell’anno c’è buio e/o pioggia e/o freddo. Ebbene, noi che indossavamo il giaccone in classe e nei corridoi eravamo quindi come dei detective.


È un po’ come dire che mettendosi una boccia di vetro in testa si è un astronauta. E solo ora realizzo che questa sarebbe stata un’idea più divertente di quella dei detective.


Domanda: ma se tutti indossano giacconi e cappotti cosa rendeva degni di appartenere “all’FBI” solo alcuni?

La simpatia.

Una delle regole non scritte del mondo infantile è che qualsiasi decisione viene presa democraticamente a simpatia. Se piaci sei dentro, se non piaci sei fuori. Insomma, le giurie popolari non le hanno inventate mica gli adulti.

E io piacevo o no?

Io a dire il vero sono sempre stato “un tipo” e quindi andava come capitava.
Alle volte ero dentro, altre volte ero fuori.

Ironia della sorte quando crescendo si è cominciato a parlare di ragazze mi sono sentito anche io, come tanti, dire “Sei simpatico, ma…” al che ho replicato “Allora se ti sto simpatico formiamo una banda!” ma lei mi ha guardato strano ed è fuggita.


Per la cronaca, fui “dentro” l’FBI, ma solo perché avevo un bel giaccone che aveva anche uno stemma sul petto all’altezza del cuore che sembrava tanto un distintivo. Ebbi quindi il dubbio che non fossi io quello simpatico alla banda, ma il mio giaccone, e provai un sentimento di rancorosa invidia.


 

Non è che il testimone alla maturità traduca la versione dei fatti

Ho fatto l’esame di maturità quando “Dopo l’11 settembre” era un refrain sempre presente in qualsiasi discorso.
Gli aeroporti non sono più sicuri, dopo l’11 settembre.
L’economia è in flessione, dopo l’11 settembre.
Le ragazze non vogliono uscire con te, dopo l’11 settembre.


No, l’ultima cosa era vera anche prima.


Michael Schumacher era il signore assoluto della Formula 1, Lance Armstrong col suo cocktail di steroidi andava in bici come sulla motocicletta, nel mondo ancora si pensava che con un paio di bombardamenti a caso sarebbe regnata la pace, internet per molti andava ancora a 56k e quindi per scaricare la foto di una donna nuda si spendeva l’equivalente di una telefonata in Nicaragua, la tamarrodance italiana dominava ancora la scena musicale tamarra.


Chi dimentica è complice di ciò:


Insomma, a parte la Ferrari era proprio un’epoca del cazzo.

I telefonini – tra i quali regnava il Nokia 3310 – erano proibiti in aula e furono messi sotto sequestro.
Il mio compagno di banco ne aveva due, consegnò il telefono farlocco e utilizzò l’altro per inviare via sms la prima riga della versione di latino a un amico a casa. Storia vera, il complice divenne famoso su Studenti.it per essere stato il primo ad aver diffuso la traccia.

Fu un accorgimento inutile, in quanto il nostro professore – buonanima – dopo un paio d’ore ci dettò la traduzione.

La cosa strana è che pur avendo traduzioni tutte uguali i voti alla fine furono diversi.

In realtà io me l’aspettavo, immaginavo che tutta la faccenda della maturità fosse una farsa e che, con una commissione interna – fatta eccezione per il presidente – il risultato finale fosse né più né meno che una fotografia del rendimento durante gli anni di liceo.

Il primo giorno, alla prova di italiano mi presentai con tutta calma, con soltanto una penna in tasca – che decise di non scrivere più – e nient’altro. Non ho mai sentito l’esigenza di portarmi dietro un vocabolario di italiano. Conosco le coniugazioni e sono in possesso di un decente numero di vocaboli. Se per caso il significato di uno mi fosse stato ignoto – poniamo, zeotropo – la mia regola era “Non utilizzarlo!”.


Dicesi zeotropo una miscela chimica.


Anche all’esame orale mi presentai molto tranquillo e fu poco più che una chiacchierata piacevole. Fino a che non mi chiesero cosa volessi fare in futuro. Balbettai che non avevo le idee molto chiare. La professoressa di matematica mi disse, solenne come in un film d’azione anni ottanta dove c’era sempre un momento in cui qualcuno diceva qualche frase epica per galvanizzare l’eroe: “Tu puoi fare tutto”.

Questo fu molto scorretto.

Fino al giorno prima un ragazzo si sente ripetere che non può fare questo, che non deve fare quest’altro, che è un imbecille e via dicendo.


La definizione specifica data dal professore era Maccarone di semmenta, che potremmo tradurre con roba da poco, inetto.


Poi dopo ti dicono che sei speciale, che rispetto a chi ti ha preceduto hai tante nuove possibilità. Come il porno online e i deodoranti che non bucano l’ozono.

È questo il problema della mia generazione: ci è stato detto di essere speciali, il che riflettendoci è una cosa che non ha senso: “speciale” è chi si differenzia dagli altri. Se tutti sono speciali, la differenziazione non c’è, ergo nessuno è speciale.

La realtà è che non siamo speciali e sarebbe stato meglio se avessero continuato a trattarci da maccaroni, forse.

Non è che il pallavolista scarso si dia al cabaret perché le sue battute fan ridere

Che io abbia un senso dell’umorismo discutibile, da far rabbrividire anche un inglese e degno di comparire sulla cialda del fu-Cucciolone Eldorado (quello attuale è una pallida imitazione), credo sia noto a chi legge i miei post.

Gli ungheresi, comunque, hanno un senso dell’umorismo tutto loro.
Così “loro” che lo tengono per sé e non lo mostrano a nessuno: non ho ancora avuto a che fare con un ungherese che abbia sense of humour. Non è che non ridano mai, quanto piuttosto sembrino non arrivare proprio ad apprezzare l’ironia.

L’ultimo esempio l’ho avuto questa mattina.

Internet non funzionava in ufficio. Anzi, in tutto lo stabile. Anzi, in tutta la strada e la rete non sarebbe tornata prima di sera.

Allora, io, Aranka Mekkanika e R. dell’ufficio finanza – man mano che passano i giorni sembra diminuisca sempre più il personale presente – decidiamo di tornare a casa e lavorare da lì portandoci dietro i laptop dell’ufficio.

Dopo aver smontato il mio, mentre mi avvio verso l’uscita tenendolo sottobraccio come uno che si è appena fregato un’autoradio, dico ad Aranka Mekkanika

– Ehi, credi che riuscirei a venderlo a piazza Blaha?

Lei rimane impietrita.

– Scherzavo, eh
– Non è divertente.

Va bene, convengo che non sia stato un intermezzo brillante quanto un Woody Allen dei tempi d’oro. Però, come si dice in questi casi: e che cazzo, dai.


Non sono poi così sicuro che Woody Allen, quantomeno la versione di anta anni fa, faccia loro ridere.


Blaha Lujza è la zona dove vivo. È un po’ borderline.

  • È zona di transito di pendolari (crocevia di linee di tram e una metro) e i pullman scaricano lì turisti cinesi. Non capisco perché solo cinesi: in città arrivano gruppi organizzati di italiani, inglesi, tedeschi…ma i cinesi, spesso dai 40 in su, vengono tutti sversati lì, coi loro cappellini (le donne) e i pantaloni ascellari (gli uomini).
  • C’è un uomo sandwich che gira lì intorno al mattino e pubblicizza un kebabbaro che fa anche il gyros e le pizze. Il suo sguardo perso nel vuoto, l’andatura ciondolante e l’espressione allegra come una retrospettiva su un genocidio non sembrano molto invitanti per i potenziali clienti ma io se fossi un uomo sandwich avrei un aspetto anche peggiore.
  • Ho un club-disco di fronte casa che nel week end fa orario continuato e la domenica mattina raccoglie quelli che dalla sera precedente sono rimasti in piedi. E sono anche un discreto numero: sospetto facciano uso di doping.
  • C’è un tizio che ogni venerdì pomeriggio si piazza in piazza (se fosse stato in strada si sarebbe instradato?) a suonare la batteria. Sempre la stessa ritmica: ormai potrei ripeterla a memoria sul pentolame.
  • La zona pullula di senzatetto alcolisti. Innocui. Ho più timore quando mi ritrovo circondato da gente in blazer.

A proposito di blazer, ho notato, un po’ ovunque all’estero, la tendenza da parte di molti di andare al lavoro in monopattino. Ragazzi, ragazze, adulti, persino compassati manager.


Sono sicuro che qualcuno interverrà dicendo: Guarda che anche qui a Cunnilinguo sul Clito andiamo al lavoro in monopattino! Non lo metto in dubbio, ma io non posso saperlo prima di venirlo a sapere.


Sarebbe bello si diffondesse, anzi, se ne sdoganasse l’uso anche dalle mie parti in Italia.

Mi stavo chiedendo, se in Terra Stantìa uscissi in monopattino, sarebbe più probabile che io venga picchiato o messo a testa in giù in un cassonetto? O entrambe le cose?