Non è che il medico sia geloso delle proprie ricette

Mentre ero fermo in strada impegnato a lavarmi le fosse nasali, ho visto passarmi davanti una milanese.


Storia vera*, quando in farmacia sono andato a chiedere un prodotto specifico per questa operazione igienica la farmacista mi ha chiesto È per te? e io ho risposto È per il naso. Ehm cioè sì, per me.


* Tutte le mie storie sono vere ma questa essendo avvenuta in un momento passato rispetto al momento di questa storia appartiene a una verità diversa all’interno del continuum spazio-tempo.


L’ho subito identificata come milanese perché questa donna aveva degli evidenti tic e, soprattutto, dei taaac.

Indossava un basco francese, una camicia coreana, una gonna con fantasia scozzese, un cappotto british e delle calze parigine. Aveva uno stile geographic casual, l’ultimo grido – prima che poi morisse – della moda. Si sa infatti che Milano è Capitale della moda. Io invece col mio stile straccione sono stato accusato di secessionismo.

Inoltre aveva un naso aquilano: mi ha confessato infatti che gliel’ha rifatto un chirurgo abruzzese.

Era una persona molto interessante. Pronunciava Bowie “Bavui” ma non per ignoranza. Mi ha detto di essere una Femminista Quinto Livello (FQL), stadio in cui si squarcia l’ultimo velo di sopraffazione fallica e si pronunciano le cose un po’ come pare in reazione al conformismo catto-fascio-fessoscopic-borghese grammaticale.

– Povére le donné àncora lègate allà dittàtura maschilistà dell’àccento

ha esclamato mentre mi picchiava con un enorme fallo di gomma per aiutarmi a espiare i miei peccati.

Inoltre ha detto che in quanto FQL mangia solo cose di forma fallica, risolvendo l’insoluto complesso dell’invidia del pene interiorizzandolo prima tramite la digestione e poi ripudiandolo con la trasformazione in materia fecale.

Dopo questi piacevoli scambi di conversazione, mi ha proposto di andare a casa mia dove avrebbe cucinato per me. Io son rimasto perplesso: non dovrei essere io a cucinare per l’ospite?

– Questò sàrebbe chiaràmente sèssista in quantò espressìone del pènsiero maschìlista che vùole che una donnà senzà un uomò non sià in gradò nèmmeno di cucìnare per se stessà. Quindì per dimòstrar il còntrario io cucinèro per te.

ha detto con asprezza mentre provava a collegarmi i testicoli a una batteria per auto.

Dato che però questa è la mia rubrica di cucina, io qui propongo la mia ricetta della mia cotoletta che avrei servito alla milanese.


Che non è di forma fallica ma io le avrei dato l’osso della costoletta.


Ricetta cotoletta alla milanese
Ingredienti: 1 milanese 1 carne di vitello 1 uova 1 pane grattato 1 burro

1) Ricordatevi che per questa ricetta la carne non va assolutamente battuta. Quindi, lasciatela vincere. Se siete troppo orgogliosi andate al ristorante e lasciate perdere. Nella cucina gourmet non c’è posto per le primedonne (ma non ditelo alle Femministe V Livello).

1-bis) Una eccezione al non battere la carne deriva dal fatto che il diametro della fettina che avete potrebbe essere troppo spesso. E volentieri.

2) Sbattete le uova in una fondina. Prima però togliete la pistola! La polvere da sparo invece darà quel po’ di pepato all’uovo.

3) Intingete un pennellino nell’uovo e poi spennellate la carne. Non avendo un pennellino pulito ho usato quello con cui ho dato l’antiruggine al cancello. Dato che la carne contiene ferro, mi è sembrata una giusta precauzione.

4) Passate poi le fettine nel pangrattato. Non preoccupatevi se fate degli errori: sbagliando, si impana.

5) Mettete il burro in padella e chiedetegli spiegazioni. Una volta che si sarà chiarificato, buttate dentro le fettine e fatele friggere.

6) Quando la carne sembrerà d’orata, vorrà dire che avete usato la padella del pesce e ora anche la vostra cotoletta puzzerà come tale. Quindi potete toglierla e asciugarla con della carta assorbente. In alternativa prendete della carta tampax.

Molto semplice, come si può vedere.

Le cose nella realtà sono andate diversamente, purtroppo: la Femminista Quinto Livello nel tentativo di cucinare ha mandato a fuoco la cucina. Ha confessato di non esser pratica perché non ha mai cucinato in vita propria. Di solito è suo marito che cucina per lei.

– Sei sposata? Pensavo una FQL non si sposasse!
– Lo pènsavo anché io ma luì mi ha conquìstata. É un matèmatìco sessuomàne genìale. Ha scrittò un librò che si chìama Sposati e sii circonflessa, un trattàto sul kamàsutra algebrìco e l’usò deì vèttori. Sàpessi il suò vettorè qùando sto a pi grecò mezzì.
– Ah.

Poi prima di andarsene mi ha detto che per scusarsi per la cucina poteva farmela rifare da capo. Oppure offrirmi del sesso compensativo.


Il sesso compensativo è un’altissima forma di liberazione per la Femminista Quinto Livello: disobbligandosi nei confronti del maschio offrendo molto poco, lo umilia per la sua dipendenza fallica – il maschio dipende dal fallo per il suo piacere orgasmico – criticità che la FQL ha risolto da tempo utilizzando il fallo come strumento di diletto orgasmico non esclusivo e rimpiazzabile.


E niente, debbo dire che non è male il cibo crudista. È un po’ un fastidio sgranocchiare la pasta ma basta far finta che siano snacks.

Prima di andarsene mi ha anche lasciato delle caramelle falliche

Annunci

Non è che Dante a una donna middle class avrebbe detto “Tanto gentry e tanto onesta pare”

L’altro giorno Kit Harington, che di mestiere interpreta L’uomo che non sa niente, era a Napoli per girare uno spot per una nota coppia di stilisti dallo stile coppole e machismo.

Credo che anziane & babà non facessero parte della coreografia dello spot.

Confesso che a volte mal tollero l’esagerato macchiettismo di noi napoletani nel modo di vivere la città e la sua cultura. Qualsiasi cosa qui è “come da nessun’altra parte”, perché tutto è

– bello
– caloroso
– festoso
– gioioso
(continua ad libitum)

Neanche vivessimo in un sambodromo perenne, cosa che non è affatto vera.

D’altro canto guardando immagini come quella testé postata ci si rende conto che certe cose realmente siano possibili soltanto qui.

Io me lo immagino KH se fosse andato invece a Milano.
Ce lo vedo nell’aperibar aperto a orari casuali – solo su invito nel gruppo segreto su facebook – a mangiare sushi finger style, con gli XX in sottofondo e il dj resident (ma con domicilium sul divano di un suo amico) che muove una levetta che aziona una poetessa iconoclasta che fa performance artistiche facendosi il segno della croce con la mano storta, mentre su un divano un tizio che vive di caffeina e onanismo lavora al nuovo logo di una ditta di spurghi&clisteri sul suo MacBook, cosa che potrebbe anche fare a casa propria ma lì non si farebbe notare. Il tutto al modico prezzo di 20 euro (solo l’entrata per dare una sbirciata all’interno per vedere com’è la tizia abbordata su Tinder che ama i gatti asiatici, le fotografie scolorite e il sesso con la frutta ma solo con la buccia perché fa bene) + consumazione (di un atto sessuale nei bagni perché oggi con l’indietronica si rimorchia).

Una coppia con stile che condivide ansia tramite cloud

La gentryfication non è comunque un fenomeno di cui Napoli è esente.

Ho visto apparire anche qui bar che servono frullati e centrifughe vegane/km0/bio/no additivi, su sgabelli di pallet che d’estate con le gambe scoperte ti lasciano schegge di legno nella pelle. Ma puoi star tranquillo perché è legno bio friendly.

Dovrebbero spiegarmi cosa sia un frullato vegano: non ho mai visto servire frullati di carne. Magari esistono. Madre mi propinava dei beveroni strani quand’ero piccolo, perché ero un bambino piuttosto gracilino: quando disegnavo uno stickman lo scambiavano per un autoritratto fedele.


Lo so che “vegano” in senso esteso riguarda tutto ciò che è compatibile con questa visione, un frutto vegano è un prodotto coltivato senza arrecar danno all’ambiente e ad altri esseri viventi, quindi per transizione un frullato vegano non ha arrecato danno a nessuno, a parte il tuo portafogli.


 

Non è che il no global debba usar le tenaglie per combattere le grandi catene

Nel 2018 dovrebbero aprire i primi Starbucks a Milano e Roma. Saranno luoghi-test per capire se il business può funzionare espandendosi a macchia d’olio di palma nelle principali città italiane.

Mi è capitato più volte di utilizzare uno Starbucks per scroccare una connessione internet. È tra i posti più comodi per farlo, al ragionevole prezzo di una tazza di sciacquatura di tè. Una volta ho guardato in streaming due partite di calcio di seguito lì dentro: in un bar mi sarebbe costato di più e nei momenti di noia non avrei manco potuto aprire una finestrella su un porno.

Non voglio entrare nel merito della polemica tra quelli che, infantili, esultano per la notizia dello sbarco in Italia della catena e quelli che, allegri come uno stoppino consumato, li contestano vedendo segnali di una prossima fine del Mondo in questo. Mi annoio con le polemiche. Pur essendo io stesso un polemista un polemizzatore un polemizzante uno che fa polemiche, ammetto.

È solo che a me paiono tutti tanti poveri fessi. I contestati, i contestatori, i contestati che contestano i contestatori. Odio le fesserie.

La mia idea riguardo posti del genere è che si tratti in realtà di non-luoghi. Quando vi si accede non ci si sta accomodando su una poltroncina. Ci si sta sedendo sull’idea.

Starbucks, McDonald’s, IKEA, H&M: sono venditori dell’idea. L’idea è uguale a sé stessa ovunque, in ogni tempo, in ogni dove.

Tutto ciò bisogna ammettere che sia molto confortante. A me fa bene sapere che, ovunque mi trovi, io possa comprare i medesimi boxer a strisce o a fantasie ridicole e le stesse camicie a quadri.

Una volta dimenticai una giacca sul treno. Una pezza da 15 euro in saldo. Ma era pur sempre la mia pezza.

Mi serviva qualcosa da mettere sulle spalle per quando fosse arrivata sera. Avrei dovuto cercare nei negozi in una città che conoscevo poco, ma non mi andava di girare a vuoto. E avrei recuperato ciò che cercavo, senza spender molto? Per fortuna che c’era un H&M e potevo andare a colpo sicuro.

È comodo. Ma anche spersonalizzante.

L’idea che propugnano i venditori di idee è quella di fare in modo di poterti sentire a casa ovunque. In qualsiasi parte del mondo ti trovi, avrai un posto familiare perché uguale a quello che hai lasciato partendo.

Ma quando io passeggio per grandi centri cittadini e vedo le stesse idee, non mi sento a casa. Al contrario, non so più dove sono. Tanti non-luoghi mi fanno sentire in un grande non-luogo.

Un uomo saggio una volta disse che casa è quel posto dove puoi cagare.

Io da Starbucks non ho mai cagato e mai lo farò.

Però l’ho fatto più volte in diversi aeroporti.

Anche se il servizio che offrono – i viaggi aerei – è lo stesso, gli aeroporti si presentano con modi e stili differenti. Talvolta anche idee.

Quindi agli entusiasti di Starbucks – anche se non gliene importerà nulla – voglio dire che casa mia è grande come un aeroporto.

Possono vantarsi dello stesso, loro?

Non è che il telefonista collerico paghi lo scatto d’ira alla risposta

Ore 15.
Squilla il telefono: +39 02…

Milano?
Ho inviato dei CV lì, chissà. Tra l’altro, a livello statistico personale, la fascia oraria 14-16 è quella in cui ho sempre ricevuto chiamate per lavoro.

Rispondo senza pensarci, sapendo di rimetterci 2 euro dalla Wind.


Come è noto, di recente è entrato in vigore il Regolamento UE 2120/2015 che disciplina tariffe e costi standard all’estero: la cosiddetta Eurotariffa. Tale tariffa si applica in automatico a meno che non siano attive altre offerte: la Wind da aprile ha attivato autonomamente in alternativa l’Offerta regolamentata UE, che costa 2 euro al giorno (scalati in automatico al primo sms inviato/chiamata effettuata/ricevuta) e garantisce 15 mn di chiamate, 15 sms, 50mb di traffico. Trovo che la Wind non sia stata molto trasparente nell’informare la clientela sulle modalità di disattivazione¹.


¹ Io del resto non ero stato lesto nel disattivarla, anche perché attualmente non ho esigenze di utilizzare il cellulare per chiamate o sms: Skype/Messenger/Whatsupp sono più che sufficienti per gestire i miei rapporti umani e disumani. E inoltre avevo diffidato chiunque dal telefonarmi dietro minaccia di ritorsioni trasversali.


– Pronto?
– Buonasera, lei conosce Sky?
– No, ma conosco imprecazioni in varie lingue e dialetti. Clic.

Gli operatori call center appartengono a una delle categorie più bistrattate e odiate. A volte poi ci si dispiace anche, quando sovviene che si tratta di semplici persone rese ingranaggi di un sistema perverso.


Per fortuna negli ultimi anni hanno cominciato a delocalizzare anche i call center, così invece di odiare altri italiani potremo prendercela con albanesi, polacchi e rumeni che, diciamolo, già ci stanno sui maglioni e quindi i nostri sensi di colpa sono in salvo.


Alcuni operatori, comunque, meritano di essere bistrattati.

Per un periodo ho lavorato in un’azienda di teleselling, nel dietro le quinte.
E anche dietro qualche sesta: avevo due colleghe possenti e giunoniche.

Il primo giorno ci fecero dare un’occhiata alle catene di montaggio, ovvero le postazioni.
Mi rimarrà sempre impressa la telefonata di un operatore:

– Buongiorno signora, c’è il Sig. Pinco Pallino? Sono Tizio dalla Xyz
– No grazie, non siamo interessati
– SIGNORA! IO HO FATTO UN’ALTRA DOMANDA! Le ho chiesto se c’è suo marito, non mi importa se le interessa o meno!

La signora buttò giù il telefono, ovviamente.
Io avrei buttato lui giù dalla finestra però eravamo soltanto al primo piano.

Pensai che Tizio fosse un folle.
Poi scoprii che era tra i venditori più prolifici per numero di contratti chiusi mensili. La sua tecnica era quella del piazzista irruente di spazzole a domicilio: infilare il piede nella porta al limite della violazione di domicilio.

Di aspetto somigliava a Milhouse dei Simpson.

Con tutto il rispetto per Milhouse e per tutti i Milhouse esistenti, ma un Milhouse non ha l’aspetto di uno che incute timore. Questo Milhouse del call center era un leone da telefono.

Non ho mai lavorato in modo diretto in un call center, seppur in periodi di crisi socio-economica personale e di dubbi sul mio pene per un paio di volte ho avuto la tentazione di provare.

La prima volta mi fece un colloquio un tale che sembrava fosse più sfiduciato di me.
Mi poneva domande annoiate a caso tra quelle più comuni, del tipo Come ti vedi tra 5 anni? o Sogni nel cassetto?.
Il momento più sincero fu quando mi chiese se leggessi. Dissi che avevo appena finito Sostiene Pereira e vidi in quel momento un barlume di lucidità nei suoi occhi. Finalmente mi guardò in volto, dicendo: Grande scrittore, Tabucchi.
Poi tirò un sospiro e si spense di nuovo.

Fu l’unica volta che dopo un colloquio dissi Le farò sapere.

Un’altra volta presi appuntamento per il colloquio però poi in un moto di ribellione successivo decisi di disdire. Pensai che il karma mi avrebbe punito e invece trovai un’altra occupazione.

Un lavoro è un lavoro, ma non sono bravo a vendere spazzole o a infilare il piede nella porta e, oltretutto, non avrei mai il coraggio di chiamare qualcuno alle 8 di mattina del 1° gennaio come fece una volta una ragazza della Vodafone.

Mi trattenni dall’esser sgarbato per compassione e per l’obnubilamento della fase REM da cui ero appena uscito, poi però il mio cervello si attivò quando lei disse “…Allora se lei è d’accordo le attivo la promozione…” e a quel punto, con la voce legnosa e scheggiata come Barbalbero le dissi Nooo. Un’operatrice dovrebbe avere più criterio. E misi giù.

È un brutto mondo. Soprattutto perché ho sprecato 2 euro perché mi ero illuso.

Non è che in cucina non si finisca mai di impanare

Madre con la tecnologia ha lo stesso rapporto che avrebbe un Padre Pellegrino di Plymouth del ‘600: “Ah! Stregoneria!”.

Il che rende difficile farla avvicinare ad alcune utili modernità.

Considero però una vittoria personale l’averla costretta a imparare a usare Skype, dal mio trasferimento a Budapest.

A meno di non voler diventare azionisti di una compagnia telefonica, Skype infatti sarebbe stata l’opzione migliore per potersi parlare.

Gli inizi non furono semplici. Pur avendole dato precise istruzioni passo passo, al mio arrivo in Ungheria lei, come non le avessi spiegato nulla, iniziò a telefonarmi col cellulare.

Dopo varie invocazioni ad Anubi, sempre ricordato nelle mie preghiere, riuscii a convincerla a provare l’azzurrino software, dietro orari concordati.
Lavorando e vivendo da solo, ho comunque bisogno dei miei tempi per sbrigare le cose. Se, ad esempio, la sera non voglio scaldarmi un pugno di mosche al microonde ma cucinare qualcosa di più impegnativo di un uovo sbattuto, non segnali la mia scomparsa a Chi l’ha visto? se posticipo una chiamata per andare al supermercato a fare rifornimento.


Il tutto nonostante io abbia avvisato. Potrebbe sempre trattarsi di un falso messaggio da parte dei miei sequestratori dell’ISIS per guadagnare tempo.


E si sa che la cucina richieda tempo e non si finisca mai di impanare.

D’altro canto, Madre è la prima ad avvertire come prioritaria necessità quella del cibo.

Dirle che avrei avuto un aperitivo il giorno seguente ha avuto come risposta:

– E non mangi?

Io con un po’ di leggerezza non ho considerato il fatto che Madre potesse non aver presente cosa fosse un aperitivo.

Può sembrare che io stia esagerando, ma, ad esempio, lei ha cominciato ad accettare solo da pochi anni il significato di uscire a prendere una birra. La sua reazione era la medesima:

– Senza mangiare?
– Madre, ho cenato 10 minuti fa!
– E vicino la birra non prendi niente?

Così, l’immagine associata da Madre all’atto di prendere una birra senza accompagnarla con delle cibarie credo sia stata a lungo quella di un individuo affetto da dipendenza cronica da alcool, come in un quadro di Degas

Quindi non vedo come potrebbe aver presente forme di alcolismo più complesse, come l’aperitivo. Si potrebbe ritenere che l’aperitivo verrebbe incontro alle sue preoccupazioni, essendo fondato sul concetto di alcool+cibo. Ma non credo che quello sia considerato sfamarsi, quanto più preparare lo stomaco:


Dipende anche dal tipo di aperitivo, ci sono posti micragnosi così come posti dove ci si sfama a volontà e con voluttà. Questo vale più nelle grandi città, da Napoli sino alla cosiddetta Milano da bere. A tal proposito cantavano i Baustelle: Cara/scriverà sulle tovaglie dei Navigli/quanta gioia, quanti giorni, quanti sbagli/quanto freddo nei polmoni/che dolore/non è niente non è niente/lascia stare¹, dove le tovaglie dei Navigli è sicuramente riferito a un aperitivo insieme alla tanta gioia di serate alcolicamente allegre, con gli sbagli costituiti da quel bis di trancio di lasagna dopo la torta al cioccolato e strutto, il freddo è causato dal fatto che la digestione richiama tutto il sangue verso giù e poi si fa fatica anche a respirare e quindi che dolore.


¹Un romantico a Milano


Ripropongo, sempre valido, un diagramma di flusso che illustra sinteticamente una conversazione-tipo di Madre:

Non è che se dichiari guerra al trasporto pubblico puoi gridare “All’Atac!”

(si intravede dietro delle alte mura una grossa cupola) Ehi, dove siamo qui?
– Questa è S. Pietro, oh.
– Dai dai scendiamo qui, su (scrollandolo per le spalle).
– Oh? (infastidito)
– Sì dai – schioccando la lingua* – qui ci sono i marocchini e io devo contrattare per una borsa.


Perché mai nei libri, quando qualcuno parla, deve sempre schioccare la lingua? Voi schioccate la lingua spesso mentre parlate? A me non succede, sono forse anormale?
La ragazza comunque non ha schioccato la lingua, l’ho scritto per capire che effetto e che tono desse al discorso ma il risultato non è stato come speravo.


Quelle riportate sono le uniche parole che sono riuscito a comprendere. Il resto del tempo loro e altri due ragazzi hanno parlato esprimendosi in pugliese stretto. È una dialetto che economizza sulle vocali: in pratica è come recitare un codice fiscale.


DIDASCALIA LINGUISTICA
Credo sia inesatto da parte mia parlare di un dialetto pugliese, viste le varianti esistenti dal Gargano al Salento: credo che quello che parlavano i 4 fosse foggiano.


Non avevo mai considerato S. Pietro come meta di pellegrinaggio del falso. Si apprendono sempre cose nuove nei momenti inaspettati, come accadutomi alle 14 di un attivo lunedì pomeriggio.

I mezzi dell’Atac non sono stati, a dire il vero, molto attivi. La metro A era interrotta mentre gli autobus procedevano come una canzone di Tullio de Piscopo: ad andamento lento. Persone che inveivano, individui rassegnati, turisti smarriti che pretendono di fare il biglietto a bordo come se stessero a casa loro. Qualcuno mi pesta il piede e mi chiede scusa, io con un cenno della mano e un sorriso do la mia assoluzione: le mie dita sono diventate come le antenne delle lumache, appena percepiscono il pericolo si rattrappiscono all’interno della scarpa piegandosi su sé stesse ed evitando il pestaggio.

L’aumento della densità interna dei mezzi quest’oggi ha portato a un incremento di personaggi interessanti come i foggiani che ho citato sopra.

Una signora cinese si reggeva in piedi aggrappandosi con una mano alla maniglia e con l’altra al pantalone del marito, ad altezza del pene o quantomeno dove avrebbe potuto trovarsi se l’uomo avesse l’abitudine di sistemarlo da quel lato. Al che mi sono chiesto: la signora cercava il pene del marito? Sapeva oppure che quella zona fosse libera e riteneva lecito aggrapparvisi? In ogni caso il signore e i suoi pantaloni non facevano una piega, io intanto ho distolto lo sguardo attirato da un folle che, sceso dal mezzo, ha tirato un calcio contro una paratia non so per quale motivo.

Sull’autobus delle 20 un anziano signore ha cominciato a parlarmi dopo che gli ho ceduto il posto. Ha esordito spiegandomi dei problemi intestinali e circolatori che lo portano a dover camminare molto durante il giorno, per poi raccontarmi – dopo che avevo dato delle indicazioni a due turiste straniere – dell’importanza di conoscere le lingue. Ha concluso infine raccomandandomi di fare attenzione a ciò che scrivono sui libri perché non sempre dicono la verità: lui tutto ciò che sa l’ha invece appreso dalla gente e dalla strada, perché a scuola c’è stato poco. Mi ha spiegato che mentre era in terza elementare il suo istituto fu bombardato durante la guerra e non ci tornò più.

Tra i due autobus ho incrociato una ragazza inglese che su un polpaccio aveva il tatuaggio del Tardis del dr Who.


Se non sapete di cosa sto parlando, correte a farvi una cultura. Meglio Tardis che mai.


Infine, su un altro autobus ancora, il primo della giornata, tra la folla in attesa sulla banchina ho inquadrato una ragazza che ho ipotizzato potesse essere napoletana. Quando l’ho sentita parlare, ho avuto conferma: era napoletana.

Ciò mi porta a stendere (con un gancio destro) un’altra teoria estetica dopo quella delle nanerottole svampite: noi napoletani siamo un gruppo etnico a sé stante e siamo riconoscibili ovunque. Mi è successo in molti luoghi, a Roma, a Bologna, a Milano, a Parigi, a Londra e anche a Nikko (Giappone): quando inquadravo qualcuno ponendo una scommessa con me stesso sul fatto che fosse napoletano, indovinavo sempre.


È una delle poche scommesse che vinco con me stesso, perché per il resto ho accumulato pesanti debiti di gioco e non so come ripagarmi.


Mi chiedo se sono riconoscibile anche io. Ricordo a proposito della riconoscibilità la maestra alle scuole elementari mi diceva “ti fai sempre riconoscere” e io non capivo cosa volesse dire perché mi conoscevano già quindi per cosa avrebbero dovuto riconoscermi? Ma questa è una storia che non riguarda l’Atac quindi non la riconosco.

Essere ingegnoso non fa di te un ingegnere, esser Regina non fa di te un rotolone, ma essere Jon Snow fa di te un ignorante

È possibile che esistano persone che nascano sapendo le cose. Conoscendo già quel che devono fare.

Per esempio, prendiamo una mia ex compagna di classe: terminato il liceo, se ne è immediatamente andata a Milano, ha frequentato la Bocconi, subito dopo si è trasferita a Londra dove lavora in banca. Da queste parti non ci è tornata più (come darle torto), tranne solo per sposarsi la settimana scorsa in un ristorante in collina sul mare (no non è un refuso, è la collina che guarda sul mare, o il mare che guarda dentro la collina, in ogni caso si guardano) con un ragazzo conosciuto nel Regno e che somiglia, per aspetto e portamento, al Principe William. O a Harry, dimentico sempre tra i due chi è il padre di famiglia e chi il puttaniere. Mi auguro abbia sposato il padre di famiglia anche se brutto, forse è meglio un puttaniere bello, comunque diciamo lui somiglia a quello che dovrebbe essere Re, anche se non ho capito alla morte della Regina dai cappelli improbabili chi sarà il Re, se Charles, William o l’ultimo arrivato di cui non ricordo il nome.


INTERMEZZO
Sulla famiglia reale inglese ho un aneddoto riguardante Madre. Un giorno, dopo che un servizio del Tg2 aveva parlato delle vacanze dei reali nel Castello di Windsor, Madre esclamò: “Guarda i nobili possono tutto, hanno messo il loro nome a un castello medioevale”.
Feci presente che era il contrario e che furono loro ad assumere il nome del castello, in quanto in piena guerra mondiale non era carino ostentare un casato di origine tedesca…

Mentre, invece, non ricordo chi sollevò la questione sul perché i reali inglesi avessero nomi italiani…


Io, invece, sono come Giovanni Neve: non so niente. Ma non lo so molto bene e da prima che diventasse di moda.

b92

Vivo seguendo le ispirazioni del momento, a volte anche le aspirazioni.
Come quando a 18 anni mi iscrissi a ingegneria perché mi dissero “sei proprio ingegnere!” una sera d’estate fuori a un bar, quando trovai il modo di continuare a bere una granita nonostante il bicchiere perdesse.

Non ci sono più ricascato, in seguito. Nonostante mi dicano sempre che sono molto diplomatico, non ho mai tentato questa strada. Essenzialmente perché non mi piace. E, in secondo luogo, perché non sono affatto diplomatico. O meglio, so esserlo su questioni che per me non hanno interesse alcuno. Quando invece a essere toccato è un mio interesse personale, sono molto collerico ed emotivo.

Fossi un diplomatico, potrei far scoppiare un conflitto per una telefonata in un momento inopportuno, ad esempio quando sto per farmi una doccia.

Considerando, però, il mio disinteresse congenito per ciò che non m’appartiene, forse sarei stato un buon uomo da relazioni internazionali.


DIDASCALIA LETTERARIA
Come scrisse Honorè de Balzac in “Illusioni perdute”:
Diplomazia, scienza di coloro che non ne hanno nessuna e la cui profondità consiste nel loro vuoto; scienza del resto molto comoda, nel senso che si esplicita con l’esercizio stesso dei suoi alti impieghi; che, esigendo uomini discreti, permette agli ignoranti di non dire nulla, di trincerarsi dietro a misteriose scrollate di capo; che, insomma, ha come vero campione chi nuota tenendo la testa fuori dal fiume degli avvenimenti e sembra così dirigerlo, il che diventa una questione di leggerezza specifica.
P. 52, ed. Oscar Mondadori.


Che dire, sarebbe il mio ritratto se non fosse che non sono capace di tenere la testa fuori dal fiume, in quanto non so nuotare.

50 anni per abbattere un ecomostro. Per Godzilla ci volle meno e senza equo processo

Il 30 novembre è stato demolito lo scheletro di quello che avrebbe dovuto essere un mega-albergo lungo la Costiera Sorrentina, da 50 anni piazzato lì.

Mi ha sempre fatto sorridere la parola ecomostro.

Un po’ come ecomafia. Mi immagino una banda di gangster con l’auto elettrica, i pannelli solari e le ville coibentate con il sughero.

Ecco, con la parola ecomostro immagino un kaiju che si scioglie in acqua e si disperde non inquinando l’ambiente. Da oggi Gojira è senza tensioattivi!

Poi ho pensato, ma lui è sbucato fuori dall’acqua, quindi non possiamo farlo idrosolubile. Come lo smaltiamo, allora, un lucertolone grande quanto un Giuliano Ferrara?

Una demolizione controllata. Ecco la risposta. Gli piazziamo un po’ di cariche intorno le zampe, le colleghiamo a dei fili che conducono a un detonatore a stantuffo (rigorosamente della ACME, perché fa i prodotti migliori) e il gioco è fatto.

Mi hanno sempre affascinato le demolizioni controllate. Vedere in un tempo brevissimo crollare costruzioni che hanno impiegato mesi o anni per essere completate. È l’idea stessa di distruzione e di crollo a incuriosirmi. Certo, poi si alza un po’ di polvere e bisogna ripulire il tutto, ma qualcuno ci penserà.

A proposito, e degli scarti del lucertolone che ne facciamo? Potremmo buttarli giù lungo il water, ma poi chi diavolo sa cosa ci sia nelle fogne. Il kaiju già è emerso una volta dalle acque radioattive, e se poi si incontra con gli scarti di un ristorante thailandese, cosa ne esce fuori?

Niente, pare che degli ecomostri non ci si possa liberare. Tu pensi di aver finito e poi ne spunterà fuori un altro. Magari è proprio annidato nelle condotte del tuo bagno.

La soluzione? Secondo me bisogna cementificare tutto. Una volta completata la cementificazione dei suoli, eh belli miei, vi voglio vedere da dove spuntate! Su su, andate a giocare con le talpe, care lucertole. Qui su ce la spasseremo in santa pace tra grattacieli vuoti e scheletri di grandi opere (per grandi tasche) incompiute.

Da Milano a Palermo viaggio fotografico a caccia di ecomostri

Frau Merkel causa l’orticaria

Onde evitare equivoci, questo non è un post a tema politico. È solo che qualcuno è arrivato su questo blog scrivendo su un motore di ricerca una cosa simile:

shock anafilattico germania
Ora, io capisco che qualcuno in questo periodo storico possa avere invidie, rancori e idiosincrasie verso ciò che viene dalla Germania, ma addirittura farsi venire uno shock anafilattico mi sembra esagerato.

Ma andiamo a vedere altre ricerche astruse che hanno condotto a questo blog:

frasi per gente invidiosa
“La tua invidia è la mia forza!” Se poi il vostro interlocutore è un tecnico informatico, ditegli “La tua NVIDIA è la mia GEFORCE!”

film con capelli lunghi donne
Uh, semplicissimo. Quanti film con donne dai capelli lunghi ci saranno?! Oppure esiste un film dedicato alle lunghe chiome? Tipo “Una donna chiamata coda di cavallo”?

siamo figli del consumismo
Mi sembra normale! Siam qui perché i nostri genitori hanno “consumato”, no?!

milano statua culo
Chiedo a qualche lettore meneghino: c’è una statua rappresentante un culo a Milano? Scommetto che è di Cattelan.

scultura schiena
Vai a Milano, pare siano specializzati in parti del corpo.

desidero il lato b
Basta girare la cassetta e infilare una bic nel buco per riavvolgere il nastro

miei piedi scattate sulla spiggia
Tralasciando l’ortografia, questo qui ha perso i piedi in spiaggia e li cerca su Google?

palingenetica obliterazione dizionario di filosofia
Ehm, cosa?

fica di donna
Meglio specificare, c’è gente che si confonde con la fica di uomo.

il giuramento degli orazi su fb
Veramente sarebbe un quadro e no, David non aveva un profilo Facebook quando lo dipinse.

video porno di cinesi che vomitano
Mi raccomando, che siano cinesi. Volete degli ungheresi che vomitano? Bleeee! Only made in China!

ragazzi avete mai visto una ragazza in costume che escono peli dalla figa
Sì li ho visti uscire però poi per mezzanotte dovevano rientrare a casa sennò i genitori si preoccupavano.

sesso visto dall’interno della vaggina
È come quelli che “Sì, il calcio in tv…però dentro lo stadio è tutta un’altra cosa”

cose strane nella figa
Eh capita, non si sa mai cosa ci si può trovare lì dentro. Una volta degli archeologi vi hanno rinvenuto le legioni di Quintilio Varo che si credevano disperse nella selva di Teutoburgo. Io invece vi ho trovato degli spettatori che volevano seguire l’incontro dall’interno. Me ne sono accorto perché a un certo punto sentivo dei fischi.

selfie bocelli
Questa è cattiva. Siete pessime persone e non dico altro.