Non è che il telelavoro sia quello che fa Pippo Baudo

Non posso lamentarmi del mio lavoro per quanto riguarda la libertà organizzativa e di orari che mi concede; non essendo vincolato a una presenza fissa in sede posso anche usufruire della possibilità di lavorare a distanza.

Se mi reco in ufficio tutti i giorni è per una sorta di auto-disciplina che mi sono dato non suicidarmi.

Lavorare da casa può essere interessante per un giorno. Due, al massimo. Poi quando ti rendi conto che passi in modo immediato dal letto al lavoro e dal lavoro al letto oppure che quando hai finito di fare ciò che devi fare stacchi per aprire Netflix (o YouPorn…) senza alzarti dalla sedia, non ti senti molto bene con te stesso.

Anzi ti senti un po’ coglione, se mi è consentito.

Stare a casa poi ti porta ad assumere alcune abitudini tipicamente casalinghe. Ad esempio quella di avere telefonate importanti in ciabatte e boxer.


Quando ti sei ricordato di indossare i boxer.


Diventa problematico, una volta avvezzi a tali comodità, rinunciarvi quanto non sei più a casa tua.

Come fai a convincere gli altri che in ufficio ti deve essere concesso ogni tot di tempo di “cercare qualcosa profondamente nelle tasche” in totale libertà per scaricare la tensione?


Si dibatte molto, tra le donne, sul perché gli uomini abbiano questa triviale abitudine di cercare cose profondamente nelle tasche, quando non si tratta di rituali apotropaici – beninteso volgari in ugual maniera ma giustificabili in qualche modo. Le ragioni posson essere diverse, come la necessità di ricollocare le truppe spostatesi fuori territorio o la ricerca di sollievo da un tessuto scomodo o dermatologicamente aggressivo; in generale comunque va detto che lo sfregamento dell’anguinaia, come di altre parti del corpo, stimola la produzione di endorfine come fosse una sorta di ricompensa dell’atto. L’abitudine, per l’essere maschile, ad avere molta confidenza con le proprie zone private sembra spinga quindi a cercare ricompensa più spesso proprio lì che da altre parti.


Per questo resto a casa solo in caso di malattia o necessità tipo visite dal medico (mie o di altri) o dal veterinario.

Coincidenza o Legge di Murphy vuole che quando sono impegnato in queste situazioni e non presente in sede, mi cerchi al telefono, puntuale come la pioggia di Pasquetta, l’intero mondo – un mondo tra l’altro che non è a conoscenza che io non son presente in sede, dato che chiamano da altre parti d’Italia – e per conversazioni ovviamente non brevi.

Dato che non riesco a ignorare un telefono che squilla, a meno che io non sia alla guida, mi sono spesso dovuto esibire in equilibrismi vari: una volta con una mano mi sono trovato a reggere il telefono, con l’altra la gabbietta del gatto, mentre con il piede aprivo la porta, con il naso accendevo la luce e non so come ma nello stesso tempo mi sono anche cercato qualcosa molto profondamente nelle tasche.

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Non è che se conduci le pecore in modo polemico sei un pastore protestante

Per la serie Una cosa non divertente che spero di non fare mai più, per lavoro ho avuto un colloquio con un prete.

Mi sono recato sul luogo dove esercita, la chiesa del “Buon Pastore”. Un nome che richiama umiltà.

La chiesa è di recente costruzione, delle umili dimensioni di una cattedrale. Il sagrato si estende quanto tre campi da pallacanestro affiancati in modo umile. Ulivi secolari piantati lì dopo l’inaugurazione fanno placida mostra della loro umiltà.

A corredo, ai lati della struttura si ergono due umili statue di bronzo 1:1 che raffigurano Kareem Abdul-Jabbar e Sandra Bullock. Quando mi sono avvicinato ho visto poi che erano Padre Pio e Madre Teresa.

Su un muro perimetrale ci sono cartelli che invitano a scegliere la vita e la famiglia. E forse anche un maxitelevisore del cazzo (cit.).

Un altro cartello invece ricorda che “Il consumismo ti consuma”. Santa Bullock annuiva compiaciuta.

La collaboratrice che era con me, del posto, mi ha raccontato che tale umile prete è una celebrità: lo invitano in giro perché dove va lui si crea pubblico e quindi lui funge da richiamo come guest star per manifestazioni politiche, sociali, religiose.

Per parlare con lui c’era una lunga fila. Quando finalmente stava per arrivare il nostro turno, due donne che eran dietro di noi hanno chiesto di passare avanti. Ho spiegato che la mia fosse una missione – non per conto di dio – di tre minuti cronometrabili, davvero.

Non sembravano convinte.

Una delle due ha poi chiesto, rivolta a entrambi:

– Ma voi siete madre e figlio?
– No…anche se potrebbe essere, lui – indicando me – ha l’età di mio figlio
– Ma siete comunque parenti?

Ero tentato, purtroppo non ero così in confidenza con la persona che era con me da farla prestare al mio gioco, di replicare con umiltà

– No, io sono il suo toy boy e ora vogliamo la benedizione per la nostra unione prima di scappare insieme a Santo Domingo.

Il prete ci ha accolti nel suo ufficio, umile quanto lo Studio Ovale della Casa Bianca.

Il nostro colloquio è durato realmente tre minuti – mantengo le mie promesse -, nei quali ho dovuto vincere la sua resistenza iniziale in quanto, a detta sua, “Non abbiamo mai ricevuto un supporto da voi”. Ci è voluta tutta la mia umiltà per convincerlo a darmi ascolto e portare a casa il risultato che mi ero posto.

Spero questa breve parabola possa illuminare la via per l’umiltà a quanti mi leggono.

Non è che non puoi far l’idraulico anche se non capisci un tubo

In settimana per lavoro ero in una sala comunale. Un sopralluogo per una presentazione. Non mia, in quanto mi presento benissimo, soprattutto se non invitato.

Mentre gironzolavo grattandomi i pollici ho avuto necessità di risolvere un breve momento fisiologico. La sala era attrezzata di bagni, molto puliti invero, ma che emanavano un odore di cadavere putrefatto.

Ho fatto quel che dovevo in due secondi e poi stavo per scappar via, quando, sul penzolante rotolo di carta igienica, ho notato una scritta:

X Gintoki.

Chi sarebbe questo XGintoki? Una mia versione X-Men? Ho tirato giù il foglio e ho notato altre cose scritte: avevo capito. Era un’altra opera di Lira Trap, la scrittrice erotica transizionale, diretto a me.

Come faceva a sapere che mi sarei trovato lì e avrei utilizzato il bagno? Questa storia diventa sempre più inquietante.

In ogni caso, ecco a voi il nuovo sforzo rettale di Lira Trap!

Chi la fa l’aspetti

Non o mai capito gli uomini ke vanno con le donne stupide.
Ancora meno ma però comprendo le donne che si sentono troppo stupide per un uomo. Stupide per cosa?! Non ci vuole mica un test di inteliggenza per trombare! Fidatevi monellacci miei, ke mi fingo stupida per raccogliere piselli. Mi dicono che sono bravissima nel recitare la parte, non si nota la finzione. Mi rende molto orgogliona questa cosa.

Questa è la storia di quando ho provato a fare la stupida con Savierone l’idraulico col baffone.

– ‘sera Miss Trap, dov’è la perdita?
– Hihih oddio scusi non mi ricordavo la sua visita. Scusi se sono qui in vestaglia di pelle di caimano tutta nuda sotto. Perdita? Eh ne ho in mezzo una grossa…sono fradicia…hihih
– Le perde il lavabo?
– Ecco…oddio ke imbarazzo…sarebbe il water in realtà…è…bloccato. Che vergogna, mi sento come una scolaretta alla prima gang bang.
– Capisco. Darò un’occhiata allo scarico
– Eh sì avrei proprio bisogno di una guardata al mio tubo di scarico…hihihihih
– Provvedo subito.

E si è chiuso in bagno senza neanche levarmi le mutande (che non avevo ma le avrei messe x farmele sfilare!). Mi aveva ignorata, incredibile! Me, la Divina Lira! Non solo, è rimasto lì dentro due ore, a fare non so che, a parte prendersela di continuio con un suo zio cui dava del cane e del maiale. Ke brutti parenti deve avere.

– Fatto…è stato un gran lavoraccio…
– Sarà tutto sudato…dovrebbe togliersi la tuta…hihihi
– Sì appena vado a casa mi faccio una doccia. Il conto sarebbe 150 euro per l’intervento, più 50 per la chiamata, più 50 per l’urgenza, più 55 l’iva.
– Dio mio, per saldare questo conto…dovrei dar via il sedere! Hihihi
– Contanti o carta?

Mi ero proprio stufata. Come si permetteva di ignorare le mie avanzes? Allora sono passata all’azione: mi sono lanciata verso la sua patta dei pantaloni per vedere il funzionamento della pompa idraulica.

– No, Miss Trap!
– Sì, tis-trappo tutto!

Ma però quando ho aperto non e uscito un bel tubo da 15 di diametro, ma una matassa di peli di rovo da cui veniva un puzzo di baccalà.

– Ma cosa…
– E così ha scoperto il mio segreto.
Ha detto togliendosi il baffo.

– Oh no! Hai l’alopecia al baffo! Terrò il segreto, tranquillo!
– Io non sono Saverione l’idraulico col baffone. Sono Saveriana, l’idraulico con la bagiana.
– Oh! Ed è una cosa grave?
– Sa, in questo mondo tradizionale una donna idraulico non viene presa sul serio. Non mi chiamano, oppure se mi vedono arrivare mi ridono in faccia. Una volta una signora mi aprì la porta, mi vide e disse “Suo marito sta parcheggiando?”.
– Ke stronzi! Io sono per un mondo transizionale. Hai provato a usare uno strapon su di loro?
– E così sono diventato Saverione. E ora lavoro bene. Per favore, non lo riveli in giro. Mi conoscono in tanti e se sapessero la verità…beh, immagini cosa accadrebbe.
– Certo. Tutti ti kiederebbero perché nascondi il baccalà nelle mutandine. Comunque non dirò niente, stai tranquilla.
– Grazie. Del resto tra di noi ci capiamo…anche lei ha un grosso segreto che riguarda quel che ha tra le gambe, dico bene?
– …N…non capisco…
– Suvvia, ho lavorato 2 ore sul suo water intasato. Sembra che ci abbia cagato dentro una squadra di rugbisti. Dica, c’entra qualcosa la Polisportiva qui di fronte? Le piace accogliere a casa i grossi calibri, eh?
– Hihihi eh sai com’è…
– Tranquilla, non dirò niente! Mi inviti però qualche volta ai suoi festini. È da parecchio che non mi faccio stantuffare come una macchina a vapore. Altro che Punto G: mi tocca ripartire dall’A,B,C.

Non ho avuto il coragio di dirle qual’è la verità. Ke invece era stato il ristorante indo-bengalese-giamaicano che mi aveva fatto intasare il water, da sola. Mai più etnico: tanto era il bruciore ke non ho potuto farmi inculare per ben tre giorni.

Questa storia mi ha imparato che le donne che fanno le stupide vogliono scopare ma non sempre ci riescono. E inoltre ke ki la fa (grossa) la aspetti perché tanto non va giù con lo sciacquone.

Per consolarmi sono andata a far visita alla Polisportiva ke diceva Saveriana. Ma questa è un’altra storia.

Alla prossima, monellacci
La vostra Lira Trap

Grande, meravigliosa Lira Trap. Oltre a impartirci insegnamenti morali, basati non su pensieri astratti ed oziose elucubrazioni radical chic ma su vicende di vita vera e vissuta, ci pone di fronte a grandi interrogativi: potete dirvi di fidarvi del vostro idraulico? E se non fosse ciò che afferma di essere?

Meditate, gente, meditate…

Non è che il colmo dell’ornitologo sia avere la moglie che fa la civetta

Di quei mercatini natalizi ricordo che inseguivo l’odore di vino caldo e di saponi francesi. Confesso di avere un debole per i saponi molto profumati. Solo da usmare, però, e non per uso quotidiano, preferendo in quel caso fragranze più neutre. Ho un debole anche per odori di-vini, ma questo non debbo giustificarlo.

In questa foto di qualche giorno fa mi esibisco nel numero del bicchiere di vino che appare dal nulla.

Ci imbattemmo in uno stand di gioielleria artigianale varia e l’attenzione di entrambi cadde su delle spille colorate con fattezze da gufo. Alle donne non ho mai capito perché piacciano tanto i gufi. Ai tifosi di calcio invece no.

Tornai il mattino dopo, da solo, per acquistare quella spilla.

Non sono mai stato avvezzo ai regali, né a farli né a riceverli. In famiglia sono anni che nelle feste comandate non ce li scambiamo. Salvo poi celebrare i genetliaci con un pranzo fuori porta. Il che, dal mio punto di vista, è un’attività molto più gratificante, sia per il festeggiato che per i festeggianti.

Al contrario, quando ho attenzione particolare verso qualcuna tendo a far regali anche al di fuori di date precise. Soprattutto quando sono in viaggio, ho piacer nel portar con me al ritorno un segno tangibile del fatto che, dovunque io mi trovi, qualcosa lì sul posto mi ha fatto ricordare quella persona.

È un atteggiamento che può risultar forse eccessivo. A me viene spontaneo e naturale.

La spilla pensavo di tenerla da parte e aggiungerla al regalo di Natale, visto che mancava non molto. Al momento di congedarci – in mezzo a una nebbia che pareva David Copperfield e faceva scomparire un intero aeroporto – io non riuscii però a resistere e le consegnai il gufo. Quell’oggetto in fondo non era mio, aveva il suo nome sopra. Nel momento in cui lo avevo acquistato io ne ero solo il tramite incaricato per la consegna alla persona cui era destinata.

Forse il gufo, tempo dopo, mi gufò.

Abbiamo tutti una vocazione, ne son convinto. La mia sarebbe stata quella di fare il postino o il corriere. Avrei potuto soddisfare i miei bisogni di far consegne senza però lo stress di coinvolgimenti emotivi.

Non è che serva un piromane per fare partenze brucianti

Una volta García Lorca scrisse: “Gli amori bruciano ma le frizioni ancor di più”.

Io mi ci rivedo molto in questa frase.

Ieri mattina, dopo due settimane di dis-onorato servizio, la macchina aziendale ha un buco nella gomma ha bruciato la frizione. Tenderei a escludere mie responsabilità, visto che qui giù ci inviano macchine sottratte all’eutanasia.

Ammetto sì di essere un tipo molto free alla guida, ma ho guidato anni e anni la mia auto personale su salite impervie, anche in retromarcia, senza bruciare nulla a parte i semafori.


Non fatelo a casa anche perché non so in che casa abitiate per avere dei semafori all’interno. Comunque è risaputo che il Giallo voglia dire “Accelera prima che scatti il rosso”.


La frizione aveva un vago odore di grigliata di costolette. Mi chiedo io che costolette abbia mangiato.

Dove scopro di aver sempre chiamato la frizione nel modo sbagliato e che in realtà è la frEzione.

Dato che ero in missione per conto di dio, che ho nominato spesso lungo la strada, ho proseguito con mezzi alternativi tra cui il baratto di prestazioni sessuali in cambio di un passaggio.

I centri commerciali sembrano posti orribili.

Le persone che lo frequentano sono nervose e stressate. Lo stolto si chiede (e io me lo sono chiesto): se devono stressarsi e innervosirsi in questa maniera, perché vi si recano? La risposta è che forse il non andarci li renderebbe ancor più stressati e nervosi. I centri commerciali sono il fusibile del sistema sociale. Proteggono dal sovraccarico di stress e nervosismo che il non andare al centro commerciale causerebbe alle persone.

Il centro commerciale esiste affinché il centro commerciale esista.

Dato che la popolazione mondiale aumenta a causa degli extraterrestri che sbarcano sul nostro Pianeta, c’è sempre bisogno di costruire nuovi e più grandi centri commerciali.

Hanno detto:

“L’unico modo per liberarsi di una tentazione è andare al centro commerciale” (Oscar Wilde)

La vita è troppo breve per non andare al centro commerciale” (Andy Warhol)

“+++ Si vede la patonza +++” (Libero online)

C’è un’umanità disparata e disperata all’interno dei negozi. Bambini, ragazzini, adulti, donne, uomini, uomini col borsello (alcuni in finto bue altri di vero budello) che adocchiano presunte – in quanto il loro stesso borsello li fa presumere che le donne siano interessate al loro borsello – ammiratrici dei loro borselli, famiglie con cani, donne con cani freudiani.

Il cane freudiano, molto banalmente, è il cosiddetto succedaneo fallico. La donna col cane esibisce con fierezza il proprio pseudo-pene laddove la donna col gatto non può.

La donna col gatto in realtà non ha bisogno di un pene. All’occorrenza infatti se lo procura.

La donna col gatto ha bisogno della figura dietro al pene e per questo prende un gatto. Affettuoso e coccolante ma anche scoglionato e indolente e distributore di peli ad libitum. Col vantaggio inoltre di non sgocciolare.


A meno di non avere un gatto come il mio che ha inventato la pisciata acrobatica ponendosi di volta in volta in equilibrio con le zampe sul bordo della lettiera. Ho posto una tavoletta di plastica contro il muro e delle volte disegna dei ghirigori ipnotici. Sto pensando di sostituirla con delle tele e venderle come “Piscio d’artista”.


Queste considerazioni peniene nascono da un pensiero che prendeva forma nella mia mente e rimbalzava tra l’osso frontale e quello occipitale del mio cranio.

“Ma io, qui, cosa cazzo ci faccio?”.

Essendo tipo molto free sono giunto a una conclusione produttiva: devo prendermi un cane come sostituto del mio di pene, da inviare poi in giro a lavorare al posto mio. A cazzo di cane.

Non è che per la cozza dispersa ci sia il monumento al Mitile Ignoto

Di recente sto avendo disavventure con le donne, come ho raccontato qui e qui. Entrambe le brutte esperienze si sono verificate tra i boschi. Ho così deciso, questa domenica, di passeggiare verso il mare, con la speranza che il pelago mi tenesse lontano dai guai.

Mentre osservavo due pesci gemelli (i dentici) deridere un pesce sega perché invece di trovarsi uno straccio di compagna è sempre dedito a piaceri solitari, mi sono distratto udendo il parlottare di una ragazza.

Mi sono voltato e ho visto una marinaia. Come mi sono reso conto che fosse una marinaia? Dal fatto che facesse promesse a tutti i passanti. Anche quelli delle cinture.

Ehi tu! Ti amerò per sempre! diceva rivolta a un ragazzo. Signore, mi presta del denaro? Glielo renderò di sicuro! e così via.

Incuriosito, mi sono avvicinato.

– Scusami, posso chiederti perché fai tutto ciò?
– Non trovavo lavoro e allora un giorno un’amica mi ha suggerito di intraprendere questa attività.
– Anche la tua amica fa promesse da marinaia?
– No, lei fa la parrucchiera. Che c’entra?
– E allora perché ti ha dato questa idea?
– Perché lei ti mette cose strane in testa.
– Ah.
– E comunque mi piace quel che faccio. È in linea con i miei ideali. Sai, io sono luogocomunista.
– Ma dai. Esistono ancora i luogocomunisti?
– Se esistono? Ma dove vivi? Siamo dappertutto. Partiti, tv, radio, giornali, pizzicagnoli. Per strada. Basta che ascolti la gente parlare e capisci quanti ce ne sono. Di’, mi stai ascoltando?
– Ah sì sì. Tutto vero.

Non la stavo ascoltando. La mia attenzione era attratta dal suo vistoso attaccapanni. Potrei sembrare una persona superficiale e forse lo sono, ma non si vede tutti i giorni una marinaia con davanti due bei chiodi così.

– Senti bello, per tagliare corto visto che le tue storie stanno diventando noiose, perché non mi inviti a pranzo? Prometto che lavo io i piatti.

Mi ha detto un po’ brusca.

Com’è come non è, è venuta con me a casa. Lei e anche uno scoglio che mi sono portato via come souvenir. I cittadini del villaggio sul mare dove ho incontrato la marinaia erano molto generosi, mentre mi allontanavo veloce con lo scoglio preso dal loro mare mi lanciavano addosso altri rocciosi souvenir. Li ho ringraziati ma non avevo spazio per portarli via.

Ecco dunque la mia squisita ricetta degli spaghetti allo scoglio!

1) La prima cosa da fare è pulire per bene i frutti di mare. Io avevo anche delle freschissime arance colte da un albero sulla scogliera e qualche limone di Costiera. I migliori frutti di mare che avessi visto.

2) Mettete delle vongole e delle cozze a mollo a spurgare. Aggiungete qualche goccia di Guttalax così siete sicuri che si spurghino bene e in fretta. Gettatele in un tegame con dell’olio ben caldo e coprire con un coperchio. Questo dovrebbe far aprir loro le vulve. Tenete lontani i bambini anche se all’età loro ormai al giorno d’oggi chissà quante ne avranno viste.

3) Fate insaporire in una padella dell’olio insieme a dell’aglio spremuto per bene da uno strozzino. Quando il tutto è ben caldo unite dei calamari. Io ne avevo di toscani: erano alamari, così freschi che erano ancora attaccati alla giubba.

4) Fate sgocciolare dei pelati. Assicuratevi che non sgocciolino fuori dalla tazza come fanno invece tutti i maschi.

5) Aggiungete po’ di scampi puliti e un che dio ce ne scampi! che è di buon augurio per la riuscita del piatto.

6) A questo punto avevo perso di vista il procedimento, ma sono quasi certo che bisognasse unire tutto tanto alla fine tutto nel piatto deve finire: frutti, pelati, vulve, olii, aglii, alamari, che dio ce ne scampi.

7) Regolatevi a piacer vostro con sale, pepe e peperoncino. Poi se berrete come cammelli tutta la notte son fatti vostri.

8) Unite lo scoglio che avevate messo da parte. Se non entra nel tegame sbozzatelo con uno scalpello. Conservate quel che avanza in luogo fresco e asciutto, sennò finisce che va a mare.

9) Scottate la pasta. Se fa ahia è al punto giusto.

10) Unite la pasta al tegame con tutto il resto. Aggiungete il liquido di cottura delle vongole e delle cozze che avevate messo da parte in precedenza. Non l’avevo detto prima perché l’avevo dimenticato. Quindi sono andato in un ristorante di pesce a farmene dare un po’. Mi hanno detto che era come nuovo, ha girato solo una settimana in cucina.

11) Saltate la pasta. Ventrale o alla Fosbury, scegliete voi. Ricordate solo che dopo 3 errori siete squalificati.

12) Dovreste decorare con del prezzemolo. Io lo odio ma me lo son ritrovato davanti lo stesso. La luogocomunista ha annuito compiaciuta.

12) Servite.

Alla fine la marinaia luogocomunista ha gradito. Il sesso, intendo. La mia ricetta non l’ha manco guardata di striscio. I piatti poi ovviamente non li ha lavati. Che altro c’era da aspettarsi.

Però mi ha lasciato il suo attaccapanni.

Proprio dei bei chiodi. Dite, ma voi mica pensavate a dei capezzoli? Certo che siete dei pervertiti.

Non è che il boscaiolo sia un tipo depresso perché ha dei momenti di abbattimento

Approfittando della festività e della bella giornata, mercoledì sono tornato a passeggiare nel bosco dopo la disavventura con la cacciatora che avevo incontrato proprio da queste parti e che, molto scortese, se ne era andata da casa mia senza assaggiare la mia ricetta.

Mentre cercavo del muschio angioino per decorare il mio presepe napoletano, mi sono imbattuto in una boscaiola intenta ad affettare alberi.

Stavo per girare i tacchi e andarmene ma mentre retrocedevo ho pestato un rametto che ha fatto “crack”. E ho urtato un cacciatore bergamasco – non so cosa facesse da quelle parti – che ha sparato un colpo a vuoto che con suo sommo disappunto ha fatto scappare uno stormo di cinghiali starnazzanti cui stava puntando (si veda foto allegata); se ne è quindi andato via urlando cose indecifrabili ma di sicuro poco carine verso i miei antenati. Anche il suo cane credo mi stesse latrando contro qualche bestemmia.

Nonostante tutto questo casino, l’udito sensibile della boscaiola ha avvertito il suono del rametto spezzato, accorgendosi della mia presenza. Formidabile.

– Salve!
ha esclamato cordiale la boscaiola dopo avermi visto.
– Salve!
ho risposto cordiale dopo averla vista.

Come ogni boscaiola che si rispetti, indossava una camicia a quadri. Ho riconosciuto dei Monet e dei Renoir. Impressionante.

Era di fisico esile ma con invece due braccia enormi che sembravano le cosce di un rugbista. E su un braccio infatti aveva tatuata la bandiera neozelandese e la scritta GO ALL BLACKS mentre sull’altro c’era una vistosa impronta dei tacchetti di uno scarpino da gioco. Non ho fatto domande.

L’altra cosa che mi ha colpito in lei era il suo evidente zoccolo di cammello. Notando che lo fissavo, lei ha detto:

– È il mio portafortuna. C’è chi porta una zampa di coniglio, io ho uno zoccolo di cammello.

Mi è parso sensato. Ho fatto un po’ conversazione con lei, che mi ha raccontato di essere una terrapiattista e di abbattere alberi per liberare l’orizzonte in modo che così si possa vedere in modo evidente che la Terra è piatta. Inoltre, senza alberi non c’è niente da incendiare, con somma delusione per i criminali che appiccano incendi e notevole risparmio di risorse per combatterli. Una lodevole iniziativa, senza dubbio.

Me ne sarei andato via per conto mio ma lei si è autoinvitata a casa. Me l’ha chiesto in modo così gentile, avvicinando con delicatezza la sua ascia alla mia testa, che non ho potuto dir di no.


È assurdo che uno passi tutta la vita cercando di farsi accettare e poi alla fine si tira indietro al momento dell’accettazione.


Dato che le mie possibilità manducatorie sono sempre limitate, come al solito mi sono trovato a dover improvvisare un piatto con un po’ di fantasia. Ecco quindi la ricetta delle penne che ho servito alla boscaiola.

Ricetta penne alla boscaiola
Ingredienti: 
1 boscaiola, 1 penne (biro o a sfera a piacere), vari funghi porcili, vari chiodini non arrugginiti (se graditi), 1 trattoria lercia, 1 burro sensibile, 1 cipolla, 1 scalogna, 1 sfiga,  1 sale, 1 qualcosa di sadomaso, 1 acqua che bolle, 1 paura, 1 formaggio, 1 vino sfumato

1) Innanzitutto servirebbero dei funghi, freschi e puliti. Ma nella mia versione rivisitata ho usato quelli che avevo, sozzi e puzzolenti: erano dei funghi porcili. Prima che finiscano di andare a male, tagliuzzateli con rapidità: affrettateli. Per rendere la ricetta più gustosa, ho aggiunto anche dei chiodini che avevo in casa. È bastato pulire lo strato di ruggine superficiale e scartare quelli storti.

2) Preparate un trito di cipolla e scalogna. Io ho usato una punta di sfiga per insaporire meglio con quel suo retrogusto un po’ amaro.

3) In un tegame, fate sciogliere il burro con qualche parolina dolce. Non esagerate sennò si monta a neve.

4) Versate nel burro il trito.

5) Anche per questa ricetta per renderla più saporita servirebbe un po’ di pancetta. Ho cenato quindi per una settimana tutte le sere nella trattoria di Giggino l’Untone e ne ho messa su un bel po’.

6) Unite i funghi affrettati e i chiodini.

7) Salate. Aggiungete anche un po’ di pepe al tutto con qualche giochino erotico.

8) Servirebbe aggiungere del vino agli ingredienti nel tegame: io pensavo di averlo in casa ma non era così. L’effetto finale comunque l’ho raggiunto: il vino infatti è sfumato.

9) A parte preparate le penne calandole in una acqua che bolle quanto basta. Prima di calarle, assicuratevi di togliere dalle penne l’inchiostro. Potrete conservarlo e utilizzarlo la prossima volta per uno squisito risotto al nero di seppia fatto con nero di penna.

10) Quando la penna è ardente potete scolare. Versate le penne scolate nel tegame con il resto. Fate saltare dalla paura il tutto.

11) Impiattate fino a che non vi dicono “stop”: la quantità giusta è infatti Quando “basta”. Se volete, grattate il formaggio: se fa le fusa è ok.

Come vino di accompagnamento – per chi ce l’ha – suggerirei del bianco timido: con un complimento diventa rosso, per chi lo preferisce così.

Purtroppo anche la boscaiola si è stufata di attendere ed è andata via prima di gustare il mio piatto. Le donne di oggi veramente non sanno proprio più cosa sia la pazienza. Dopo avermi mostrato da vicino il suo zoccolo di cammello, anche costei ha preteso del sesso fatto in casa da me per poi congedarsi.

Un bellissimo zoccolo, va detto


Nessun cammello è stato realmente utilizzato per le finalità sessuali descritte in questo post.

Non è che ai Triestini non gliene freghi un Carso

Mi sono ritagliato 6 giorni – è stato molto difficile, ci vogliono forbici grandi – zaino in spalla itinerando tra Friuli e Veneto. Non è stato molto difficile, visto che sono in vacanza fino al 1° settembre quando poi inizierò a fare altro, ma non è di questo che voglio parlare. E non voglio parlare neanche delle mie vacanze, ma di quella volta che a Trieste ho intervistato una galleria perché non avevo altro da fare.

Trieste, Galleria di Montuzza o della Fornace o Sandrinelli, olio su smartphone.

Gintoki: Buonasera.
Galleria: Buonasera a lei.
Gi: Come va?
Ga: Eh, ho un po’ di acciacchi…sa, l’età…ho la sindrome del tunnel carpale!
Gi: Come va il lavoro?
Ga: Sempre uguale…il solito tram tram. Un va’ e vieni continuo e gente che passa e non saluta neanche.
Gi: E i rapporti sociali?
Ga: Così così. Dicono che qualsiasi cosa mi riferiscano da una parte mi entri e dall’altra mi esca.
Gi: Posso chiederle come mai ha scelto questa professione?
Ga: Questioni di famiglia. Sa, mio padre e mio nonno erano del mestiere. Io invece volevo lavorare all’acquedotto, ma si sa come vanno le cose in Italia, se non conosci qualcuno nel settore non puoi far niente. Mio padre conosceva invece l’ingegnere a capo dei lavori sotto questo colle e quindi…
Gi: Scusi mi sta dicendo quindi che lei è raccomandata?
Ga: Macché raccomandazione, è stata una onesta transazione amichevole. L’ingegnere mi ha dato il lavoro e a lui io ho dato…il mio buco.
Gi: Ah. Preferisco non approfondire. Com’è la vita di voi gallerie? Vi sentite apprezzate per la vostra attività?
Ga: Insomma. A noi, scusi il termine, non ci incula nessuno. L’unico momento di notorietà l’abbiamo avuto quando Caparezza cantava Fuori dal tunnel. All’epoca stormi di imbecilli fuori le gallerie cantavano Siamo fuori dal tunnel-l-l-l-l. A quel tempo li odiavo – e non c’erano neanche i selfie e i social sennò sai che casino – ma oggi li rimpiango.
Gi: Cosa si potrebbe fare per rivalutare la vostra immagine?
Ga: Si potrebbe cominciare a non utilizzare espressioni discriminatorie. Per esempio, perché quando una persona è in un brutto periodo dice di trovarsi “in un tunnel senza via di uscita”? Non ha senso, se non c’è uscita non è un tunnel! È scorretto, qualcuno dovrebbe far qualcosa e lanciare questo messaggio!
Gi: A proposito di messaggi, ha lei qualcosa da dire ai giovani?
Ga: Sì: smettete di lanciar salami nelle gallerie per far battute sulle donne!
Gi: Lo trova sessista, non è vero?
Ga: Macché! È che sono vegana! Lanciate dei panetti di tofu, piuttosto!
Gi: Arrivederci.

L’apostata del cuore – 20/07/2017

Dopo una pausa, rieccoci con nuove richieste di soccorso sentimentale! SoS Gintoki è qui 24 h su 24, a parte ore pasti, sonno, altre attività.

Vi lascio con questo aforisma  di Hermann Hesse Ohesse

“Amore viene prima del cervello, sul vocabolario. Ma non in quello inglese, dove è il contrario”.


Caro Gintoki,
hai presente Guido Catalano? C’è una sua frase che dice “Se tu fossi il sole, cazzo che freddo.” Ecco io sto così. Ho lasciato un uomo così, che c’era e non c’era e adesso sono persa, non so che giorno viene dopo.
Vulva Irritata, Sessa Pessi (SA)

Cara Vulva,
non ho presente la persona che citi. Fa il meteorologo? Mi ricorda una citazione di un poeta anonimo: “Se tu fossi il sole potresti giustificare con l’esposizione ai raggi l’herpes che mi hai causato”. Per il tuo problema ti consiglio di comprarti un calendario.

Caro Gin,
ho 44 anni, da 3 anni sto con una donna che vive a Parigi. Entrambi benestanti non abbiamo fatto fatica a vederci e a goderci la relazione, poi lei ha mollato tutto ed è venuta a Milano. Dopo tre mesi, lei in crisi personale piena è tornata a Parigi. Ora siamo di nuovo su e giù da aerei e dentro e fuori hotel. Se le dico che mi trasferisco nicchia, se le dico vieni tu piange. Però dice che non può fare a meno di me. A volte penso che non possa fare a meno soltanto della mia salsiccia. Dovrei chiudere? Il limbo non mi piace.
Fungo Atomico, Starnuto sul Naviglio (MI)

Caro Fungo,
incontratevi a metà strada. Dicono che a Digione facciano un’ottima mostarda. Può essere un buon condimento per la tua saucisse.

Caro Gintoki,
esco con un uomo da qualche mese, niente di serio fino ad ora, ma per me le cose stanno cambiando e vorrei dirgli:” o dentro o fuori”.
Ho però fatto l’errore, a inizio relazione, di dirgli: “Sentiti libero di vedere altre persone”…Ora sono preoccupata. Aiutami, questo mi piace…
Serba Rancore, Colite in Bagno (LE)

Cara Serba,
non comprendo la questione che poni. Lui ti ha capita e sta quindi facendo dentro e fuori con altre donne.

Caro Gintoki, le scrivo perché ho bisogno di parlare di quello che mi sta succedendo. Ho 42 anni, un lavoro e un marito. Poiché mi è difficile dire quello che mi sta capitando, soprattutto argomentarlo, lo dico e basta: mi sono innamorata di un’amica. E tutto da quel momento mi sta precipitando addosso. Mio marito ha letto alcuni messaggini che ci siamo scambiate e ha capito. Io ho negato, ma lui mi ha minacciato: «Lo dico a tutti». Io ho negato anche se sono certa di essermi innamorata, perché quando penso a lei mi batte il cuore e quando stiamo insieme e mi sfiora il cuore batte come mai prima. Ma è possibile scoprirsi lesbiche alla mia età? È come se la vita mi avesse messo davanti a una porta chiedendomi di scegliere. Aprirla significa rinnegare tutto il mio passato, mettere un’ipoteca sulla serenità futura, distruggere un matrimonio. Non aprirla però significa condannarmi all’infelicità, alla menzogna, alla negazione di me stessa. Io so che mio marito sarebbe capace di sputtanarmi con tutti i nostri amici. «Moglie indegna», mi ha detto l’altro giorno quando ancora ha tirato fuori la storia dei messaggini. Pretende che io smetta di vedere la mia amica e che vada da uno psicologo. Non so che fare.
Pippa Forte, Bagno di Sangue (LU)

Cara Pippa, io comincerei col dire a tutti che tuo marito è un imbecille.

Caro Gintoki,
mi sento brutta ogni volta che mi piace un uomo, a ogni primo appuntamento. Se poi quello che mi piace è oggettivamente bello, capita poco ma capita, mi sento inadatta in tutto e per tutto. Vengo rimproverata per quella che da tutti è considerata solo una sciocca insicurezza.
Come ne esco? Perché mi piace uno e, purtroppo, è anche bello.
Trovata Percaso, Vado Ligure Torno Piemontese (SV)

Cara Trovata,
conosco delle persone affidabili e discrete che per un compenso ragionevole possono sfregiare il tuo uomo e imbruttirtelo quanto basta. Fammi sapere.

Due anni fa, avevo 42 anni, un amico mi costrinse ad andare con lui al circolo a provare una lezione di paddle e da quel momento vivo nel tormento, estraneo a me stesso e a tutte le persone che mi hanno circondato fino a quel momento. E’ bastato guardarlo per capire che era una parte di me, un colpo di fulmine, chiamalo come vuoi. Qualcosa che fino a quel momento non avevo mai provato e che comunque avrei pensato di provare. Con mia moglie era stata una storia diversa, cresciuta sui banchi di scuola, la mia confidente, la mia sensuale compagna di letto, la mamma dei miei meravigliosi bambini. Tutto perfetto, fino a quella maledetta lezione di paddle, al giorno dopo quando siamo andati a bere un aperitivo, e a quello dopo ancora quando…. Sono un bugiardo, un vigliacco, un debole che non ha la forza di scegliere e di dire la verità. Lui minaccia di lasciarmi se non mi decido a stare con lui, mia moglie soffre perché mi vede distante e anche sgarbato. Non riesco a guardare in faccia i miei bambini e penso che se la vicenda diventasse nota loro ne soffrirebbero.
Salvo Ripensamenti, Francamente Meninfischio (PE)

Caro Salvo,
in effetti ammettere di giocare a paddle e trovarlo anche piacevole può far provare molta vergogna. Non potevi darti al calcetto?

Il Vocaboletano – #21 – La Janara

Siamo arrivati al ventunesimo episodio del Vocaboletano curato da me e crisalide77.

Oggi in via un po’ alternativa voglio introdurre un termine legato al folklore e all’occulto locale seppur non proprio natìo dell’area napoletana.

Janara: nella credenza popolare con questa parola si suole indicare una strega originaria delle zone rurali del Sannio. Essa si aggira di notte per le stalle e ruba cavalli per cavalcarli lungo le campagne fino allo sfinimento, abbandonandoli poi con le criniere intrecciate (è per questo che Umberto Balsamo poi doveva andare in giro a scioglierle!).

È molto pericolosa soprattutto per i bambini: li rapisce o li fa ammalare di notte per gelosia in quanto alla Janara è negata la possibilità di concepire.

Anche gli adulti devono stare in guardia da costei: sembra che ami sdraiarsi su di essi mentre dormono, per appesantirne il respiro o immobilizzarli durante il sonno.


È il comune fenomeno della paralisi del sonno che, in tempi antichi di superstizione e credenze veniva imputato alla presenza di esseri maligni per la casa.


La Janara non è soltanto dedita ad atti malvagi: per il suo legame profondo con la terra, conosce le piante, i segreti delle erbe e i modi per preparare medicamenti di erboristeria. In origine la figura non era associata col demonio ma era più assimilabile a una entità pagana: soltanto in epoche successive la Janara fu accostata al Diavolo e fiorirono leggende su riunioni infernali tra Janare tenute sotto un grande albero di noce lungo il Sabato, il fiume che bagna il Sannio.


All’albero di noce sono stati attribuiti tanti significati. Per la forma dei suoi frutti, simili a testicoli, è considerato carico di simbologia fallica. Il gheriglio interno ricorda un cervello. Inoltre il noce ha natura ambivalente: le sostanze che produce possono essere utili per rimedi medicamentosi, ma possono anche essere tossiche se mal manipolate.


Con la loro maestria nella preparazione di pozioni, le Janare sarebbero in grado di volare grazie a un unguento da spalmare sul corpo. Come la Margherita di Bulgakov (Il Maestro e Margherita) che volava dopo essersi cosparsa di una crema donatale dal demone Azazello.

Per difendersi dalla Janara un metodo molto efficace era quello di lasciare fuori l’uscio durante la notte una scopa di miglio capovolta. La strega si distrarrebbe per contarne i rametti fino al mattino, quando alle prime luci dell’alba è costretta a ritirarsi.

Un altro rimedio sarebbe quello di appendere fuori la finestra un sacchettino pieno di sale: anche in questo caso la megera si intallierebbe (ricordate che significa?) a contare i granelli evitando così di insidiare casa.

Per poterla catturare, invece, bisogna afferrarla per i capelli e rispondere alla sua domanda “Che cos’hai in mano?”.

Al che bisogna rispondere “Ferro e acciaio” per poterla bloccare. Se si risponde “Capelli”, lei scappa via!

Ascolta l’audio

Etimologia – Il nome deriverebbe da Dianara, seguace o sacerdotessa di Diana, dea della caccia e anche di incantesimi notturni. Potrebbe anche essere legato a ianua, cioè porta, perché come detto la strega è dedita a insidiar l’uscio di casa.

L’altra Janara – Esiste una versione marina della Janara, quella di Conca dei Marini (Salerno). Le Janari locali sono donne normalissime, mogli e fidanzate di pescatori e marinai. Essendo la vita dell’uomo di mare spesso lontana dalla terraferma, queste donne, per solitudine prolungata, cadevano in uno stato di cupezza e malinconia che le portava a diventare streghe e a praticare malefici.

Alcune, come le Sirene di Ulisse, attiravano sugli scogli i marinai per giacere con loro e poi sacrificarli al mare.

A essere onesto, io di strega del beneventano conosco solo questo:

Il Vocaboletano – #19 – Arrevotare

Siamo arrivati all’appuntamento 19 del Vocaboletano. Il successo che ha riscosso sinora è tale che si può dire che abbiamo proprio arrevotato!

Come? Non sapete cosa voglia dire arrevotare? Eh ma allora bisogna proprio spiegare tutto.

In senso letterale, arrevotare, dal latino volvitare (“volgere”, con il ri- iniziale che sta a indicare “volgere dall’altro lato”) vuol dire proprio rivoltare, verso la parte opposta.

Il termine è però usato in senso figurato: è raro infatti sentir dire di aver arrevutato un oggetto. Si usa, invece, per descrivere aggiungendo enfasi un’azione che crea sconvolgimento in senso positivo, tal da suscitare ammirazione e meraviglia in chi sta intorno.

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Nel gergo giovanile è spesso diventata una spacconata, “Questa sera arrevutamm!”, immaginando una serata con donne che cadono ai propri piedi, sguardi di ammirazione e invidia da parte del popolo, divertimento e sconvolgimento assicurati.


Che poi il più delle volte si traduce nella storia dei pifferai di montagna che andarono per suonare e furono suonati.


A volte arrevutare può anche avere un’accezione negativa, nel senso di crear grande disordine. Ad esempio ricordo è un’accusa che mi è stata spesso mossa da Madre in quanto quando cerco qualcosa e non la trovo ho l’abitudine di mettere sottosopra tutto.

Ascolta l’audio

Un uso più desueto di arrevotare è quello con il significato di dar vita a una rivolta. La piazza s’è arrevotata!. Non succede tutti i giorni, quindi è comprensibile scompaia dall’utilizzo comune.

Spero con questo post di aver arrevutato la vostra serata e di non aver arrevutato casa vostra.

Non è che al vulcano consigli un digestivo per non farlo eruttare

Salve, sono Gintoki, forse vi ricorderete di me per post come Non è che se un libro è un mattone allora è un libro da reggere.

Credo sia giunto il momento di presentare in maniera un po’ più chiara e approfondita il mio nuovo collega, Sam Tarly.

L’ho rinominato così innanzitutto perché tutte le persone del mondo esterno che passano per questo blog devono essere ribattezzate, come prescrive il Gattolicesimo.

In secondo luogo, l’ho fatto per la sua somiglianza estetica con il personaggio di Game of Thrones.

Avrei forse dovuto più propriamente chiamarlo Shrek, per i suoi modi. Uno Shrek poco simpatico.


Ammesso che lo Shrek cinematografico lo sia: non lo conosciamo nella vita privata, magari è una persona orribile.


Sam Tarly (o Shrek) è alquanto invadente degli spazi vitali.

Burpa di continuo. Tutto il giorno. Ogni due per tre si sente il suono di eruttazioni che muoiono nella sua bocca, con le sue guance che si gonfiano come Wile E. Coyote cui esplode un candelotto di dinamite tra le fauci.

Beninteso, è più che comprensibile e umano che una persona possa avere problemi di salute indipendenti dalla sua volontà e che magari arrechino disagio prima a lui che agli altri. Meno comprensibile che avvenga in un under 30 che potrebbe anche far qualcosa per sé stesso: sigaretta ed energy drink gassati alle 8:40 e gyros con cipolla a pranzo quasi tutti i giorni non credo possano giovare allo stomaco e ai processi digestivi.

In ogni caso, 9 ore chiuso in una stanza con Barney Gumble sono alquanto provanti.

Quando non burpa, invece, snorta come un cavallo tediato.

Quando non burpa e snorta, parla e interrompe la concentrazione.

Intendiamoci, a me piace chiacchierare in ufficio. In particolare perché questo mi permette di interrompere il lavoro e non sentirmi colpevole a farlo in quanto è l’altra persona a interrompere.

Ma quando ho bisogno di rimanere concentrato e lavorare – cosa rara ma accade anche a me – vorrei rimanere concentrato e lavorare per almeno dieci minuti consecutivi senza sentire la sua boccaccia che dà forma a parole.

Ho anche provato a tenere su le cuffie per far capire “Sono concentrato”. Non funziona. Oggi ho impiegato mezz’ora per riuscire a finire di ascoltare Fell on black days – qualcuno capirà perché – a forza di pause.

Conversazioni profonde con lui, inoltre, non è che se ne possano fare: oltre le notizie su Cicciolina, la moglie di Macron che non ha più le mestruazioni e il tizio che ha vinto il pollo fritto per un anno, la cosa più interessante che gli ho sentito raccontare riguarda uno spot di McDonald’s in cui un bambino mangia nello stesso fast food in cui era solito mangiare il padre, morto (forse a causa proprio del McQualcosa che ingurgitava: non mi sembra marketing molto intelligente!).

Quando non burpa, snorta e ciancia, deambula per le stanze mostrando il portabiciclette posteriore che sbuca dai calzoni. Ho dovuto fermare S. dal parcheggiargli il monopattino – qui si usa molto come mezzo di locomozione – nel deretano.

Quando non burpa, snorta, ciancia, deambula, mangia grufolando e spalancando le fauci come i vampiri infetti di Blade 2.

Inoltre è ignorante come una capra ignorante.


Bisogna finirla di considerare capra come sinonimo di ignorante. Le capre non sono ignoranti. Le capre ignoranti – come un famoso film di Özpetek – sono invece, sì, ignoranti. Ma solo le capre ignoranti, per l’appunto.


Beninteso, per il lavoro che facciamo non è richiesta chissà quale cultura, ma almeno un minimo di geografia potrebbe essere utile. Se arriva un progetto da Barbados non puoi contattare, in qualità di esperto da inviare lì, un tizio in Pakistan chiedendo poi “Andrà bene come costo di viaggio aereo? È lontano?”.

Detto tutto ciò, a volte penso di essere io a esagerare e di molto.

Si sa che noi gatti facciamo molte difficoltà sugli esseri umani.

Va anche considerato che ho sempre lavorato fianco a fianco solo con donne e mi sono abituato forse a un tipo diverso di relazione lavorativa e di rispetto reciproco.

A oggi, come ho raccontato qualche volta in passato, preferisco lavorare accanto a una donna. Poi c’è chi potrà dire che sia peggio, invece, che magari ha esempi più negativi di uno Shrek da ufficio o che magari ha una collega che 5 giorni al mese non si fa la doccia perché pensa che muoiano le piante o qualcosa del genere.

Il mondo è bario, come disse il chimico.