Non è che ti serva chiedere indicazioni su come si raggiunge il piacere

Orgasmo.

Che strana parola. Sembra una patologia. Oddio ho l’orgasmo!

Oppure potrebbe essere il termine per indicare una reazione corporea tipo il vomito: Bleah, adesso sento che orgasmo.

L’orgasmo è una cosa che invidio molto nelle donne.

Questa roba ad esempio di poter continuare anche dopo non è mica giusta. La natura ha invece detto agli uomini una volta fatto vi fermate un turno ai box prima di poter riprendere. Ma perché?

L’altra cosa che trovo meravigliosa nelle donne è la varietà.

Non ho conoscenza diretta di orgasmi maschili altrui – né credo di voler approfondire – ma mi sento di dire che, grossomodo, per gli uomini sia sempre più o meno la stessa roba. Al massimo può variare l’intensità, passando da effetto “confezione dello shampoo vuota che viene spremuta e fa piiifff” alla sensazione geyser islandese.

Scatti miei – Islanda 2018

Per le donne c’è un campionario più ampio, almeno per quanto ho visto nella mia modestissima esperienza.


Sottolineo modestissima non per essere paraculo, ma è perché davvero non vorrei millantare chissà quale esperienza o prodigiose arti amatorie.


C’è l’orgasmo normale. Poco da aggiungere.
C’è l’orgasmo Trenitalia: pensavi non arrivasse più e invece.
C’è l’orgasmo con le lacrime. Lascio a sessuologi e medici le dissertazioni sul perché ci si commuova o pianga. A me piace ricordare le parole di un’amica, invece, con la quale parlavo della cosa e mi disse «Tientele strette quelle lacrime, valgono più di tante parole».
C’è l’orgasmo epilettico: convulsioni e occhi girati all’indietro che manco l’Esorcista.
C’è l’orgasmo marino: arriva a ondate e c’è sempre quell’ultima ondata che ti sorprende perché non pensavi arrivasse.
C’è l’orgasmo comizio: lungo e non sai quando finisce.
C’è l’orgasmo Muhammad Ali: stende lasciando stramazzate senza energie.

E sicuramente me ne sono persi altri ancora.

Insomma, io non posso che rimanere semplicemente affascinato da tutto ciò.

Mi sento dichiaratamente orgasmosessuale. Ne sono attratto e mi piace vederli. Al punto che, per quanto mi riguarda, il discorso che riguarda il lato mio del piacere può diventare del tutto relativo. Perché, per prima cosa, devo ammirare, vedere, conoscere, questa cosa che ogni volta mi fa un effetto che mi fa restare estasiato.

Però a me la parola continua a far ridere.

Non è che il can che abbaia non rompa le scatole

Considerazioni sparse in un mondo venusiano.

Sembra che oggi non sia più possibile avere una bici nuova senza che ti domandino “Ma è elettrica?”. No, porcoddue, è una cavolo di bici a energia umana, pedalo perché mi piace pedalare, non perché debbo spostarmi.

In città abbiamo quasi 600 candidati consigliere alle elezioni Comunali. Su 33mila aventi diritto al voto è circa l’1,7%, ma, se consideriamo il numero delle famiglie, c’è almeno un candidato per famiglia. Non mancano i casi in cui ce ne è più di uno. Magari di schieramenti avversi. A me nessuno cerca il voto, sostanzialmente perché per lo stile di vita che ho adottato – la desistenza – appartengo alla gente che non esiste. E frequento solo persone che, come me, desistono. Ogni giorno, con devozione e discernimento. Quindi nessuno ci cerca né ci cercherà mai.

Per il post dell’altro giorno ho fatto una ricerca Google per ritrovare questa immagine che avevo intravisto da qualche parte su fb e di cui ricordavo vagamente la didascalia. Fare ricerche legate a cani, leccate e buchi mi ha aperto pagine che non avrei voluto vedere, soprattutto un blog – tra l’altro ospitato su WP – dove molte donne fieramente rivendicavano l’utilità del cane per sopperire attivamente in campo sessuale – in maniera descritta come molto soddisfacente – al maschio umano. Nonostante io mi stia ripetendo che sicuramente saranno dei commenti finti, ora non riesco più a vedere un cane che annusa tra le gambe qualcuno senza provare un misto di orrore, paura e Andrea Scanzi.


La sensazione Andrea Scanzi è tipo quella che si prova, mentre si rivolta un frutto, nel sentire uno splof perché da un lato è marcio e il tuo pollice è affondato nella parte andata a male.


Ho deciso di iscrivermi di nuovo all’università.
In verità mi sono già iscritto, la settimana scorsa.
Voglio conseguire una seconda laurea, questa volta in storia. Ovviamente non intendo fare lo studente a tempo pieno, non ne ho il tempo né la voglia. Mi limiterò a sostenere gli esami, se riesco a capire come funzionano oggi gli adempimenti burocratici (in 10 anni sono cambiate un po’ di cose).

Al lavoro sembra si prospettino situazioni interessanti per me.
Almeno a parole.
Sulla carta ancora non ho nulla. È sempre curioso infatti che le parole sono sempre elargite spesso e volentieri, ma quando bisogna mettere nero su bianco non si trova mai qualcuno disponibile.

Non è che l’ecologista sia per forza contro la plastica facciale

Di questi tempi si parla tanto di coscienza ecologica. Le persone e le aziende (o forse prima le aziende e poi le persone) sono sempre più attente alle questioni ambientali.


Dal canto mio ne sono felice perché ora posso giustificare la mia pigrizia nello stirarmi i vestiti facendola passare per una scelta etica consapevole.


Sempre più spesso si vedono in giro borracce di metallo dalle forme più astruse – il design è sempre un’ottima scusa per giustificare il prezzo – per sostituire le bottiglie di plastica, ad esempio. La gente cerca di comprare prodotti con meno plastica, gli involucri di plastica vengono tassati, eccetera.

Contemporaneamente, non passa giorno senza leggere notizie su isole galleggianti di plastica che aumentano di dimensioni, plastica negli stomaci dei delfini, i vestiti che rilasciano fibre di plastica, microplastiche nella catena alimentare, addirittura ieri leggevo che la plastica sta venendo inglobata dalle rocce.

Dinanzi questo scenari tragici, ancor di più per salvare il pianeta e noi stessi è necessario darci un taglio con la plastica.

Ma sarà proprio così?

Sono dell’idea che, invece, il futuro per noi debba essere sempre più fatto di plastica. Non mi riferisco agli interventi estetici dei personaggi della tv e del cinema, ovviamente (anche se c’è qualche personaggio famoso che ha già da tempo tracciato la strada per assumere delle sembianze di plastica).

Ho preparato quindi un piccolo elenco di riflessioni a supporto del

PROGETTO PER IL PLASTICAMENTO DELL’UOMO

– La plastica mantiene giovani. Al massimo, se esposta al sole, dopo qualche tempo cambia colore in modo perenne, il che comunque renderà contenti i maniaci dell’abbronzatura.

– Non dovremo più preoccuparci delle microplastiche disperse in mare che poi vengono ingerite dai pesci che noi mangiamo, entrando a far parte del nostro organismo: un umano plasticato infatti trarrà giovamento e rinforzo dall’assunzione quotidiana di microplastica.

– Il sistema sanitario ne beneficerà. Stop alle lunghe liste d’attesa per i trapianti: basterà ordinare un modello di organo di plastica su Amazon per sostituire quello vecchio. Per gli interventi urgenti si consiglia l’abbonamento Prime.

– La plastica migliorerà le prestazioni sessuali. Niente più arrossamenti e infiammazioni nelle zone intime: gli organi genitali plasticati ne sono immuni (al massimo dopo un po’ con l’uso si consumano, ma tanto quanto sesso sperate di fare nella vita?). Per gli uomini, basta con le erezioni nulle o insoddisfacenti: un membro di plastica garantisce sempre vigore e durata. Per le donne, basta tette che scivolano giù per la gravità: la plastica non si deforma così facilmente col tempo!


A patto di stare lontani dalle fonti di calore.


– Niente più illazioni sugli interventi estetici altrui: tanto saremo tutti artificiali.

– La plastica galleggia e questo farà fallire il business dei bagnini che passano le vacanze al mare a molestare turiste con la scusa del salvamento.

– Calpestare un mattoncino Lego a piedi nudi non sarà più un’esperienza traumatica.

– Parafrasando Shakespeare, si potrà dire “Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i Sony”.


Questa era così brutta che ho fatto testa o croce per decidere se scriverla.

 


– Quelli che stanno sempre a denunciare episodi di razzismo soltanto per qualche piccolo episodio di libera espressione di pensiero e di folklore (chi per costume e folklore infatti non ha mai insultato un ebreo o una persona di pelle nera?) non avranno più di che polemizzare: i nostri materiali corporei verranno tutti da qualche grande fabbrica delocalizzata dello stesso Paese e nessuno avrà più a disposizione materiale folkloristico, quindi. Contenti?

– Concettualmente sperimenteremo la vita eterna: l’umano di plastica non morirà ma verrà riciclato per assemblare altri umani.


Spero con queste pillole (in comodi blister monouso di plastica) di avervi convinto a pensare di intraprendere la strada del plasticamento!

Non è che serva essere matematici per dividere gli spazi

Dove lavoro io ci sono in maggioranza di donne. Divido poi l’ufficio con due colleghe. Il primo giorno che sono arrivato abbiamo fatto un giro di presentazione: c’è questa imbarazzante usanza di dover fare il giro di tutta la sede per presentarsi, creando imbarazzo nei nuovi ma anche nei “vecchi”, che si sentono obbligati a dover dire qualcosa di brillante ai nuovi arrivati. Infatti uno mi ha fatto “Ah! Condividere lo spazio con tutte queste donne sarà un bell’allenamento per una futura vita matrimoniale!”.

Anche una collega mi ha fatto “Povero te!” alludendo al mio rappresentare una minoranza. Oggi le due colleghe mi hanno detto la stessa cosa, parlando del fatto che nell’ufficio potrebbe arrivare una quarta persona, anch’essa donna.

Mi è capitato in passato, a dei colloqui, quando si passava a delle chiacchiere più o meno informali (dopo un’ora che ti tengono sulla sedia succede), parlando dell’ambiente di lavoro mi dicessero “Eh, siamo tutte donne!” con un tono misto tra “Non hai idea di cosa ti aspetterebbe” e “Qua è un casino”. Come se la cosa dovesse darmi poi da pensare, mentre invece pensavo solo che questa è una non-risposta perché non mi state dando l’informazione che cerco (beninteso, nessuno potrebbe spingersi a dire a un colloquio “Scappa da qui perché c’è un ambiente pessimo” anche se fosse così).

A me non è mai fregato nulla di dover condividere spazi lavorativi con uomini o con donne.

Mi frega e molto il non essere costretto a dividere spazi invece con gente che dà fastidio. E i fastidi possono esseri di varia natura: comportamentale, verbale, ascellare.

Credo quindi che la cosa fondamentale di cui preoccuparsi sia non rompere i testicoli o le ovaie al prossimo, sia esso dotato di testicoli o di ovaie o entrambi e indipendentemente da ciò. E purtroppo – in pochi casi per fortuna – quelli che mi hanno dato fastidio sono stati sia uomini che donne.

Quindi, sì, povero me che devo dividere spazi con gli esseri umani.

Non è che se Max Pezzali si desse alla biologia canterebbe “Sei un mitocondrio”

Oggi è stato il mio primo giorno di lavoro. La giornata sembrava esser costruita per svilupparsi per il meglio. Come primo giorno ero convocato un’ora più tardi, per le 10, con comodo. La mattinata si presentava soleggiata e dalla temperatura fresca ma non fredda. Ideale per andare al lavoro in bici.

Scendo giù le scale per andar a gettare la plastica nei bidoni in cortile e sento un fetore incredibile. Mi guardo intorno. Poi guardo a terra. Avevo calpestato delle deiezioni canine posizionate strategicamente e proditoriamente giusto lì da qualche cane di qualche condomino scappato giù.

Quello era il segnale che qualcosa sarebbe andato storto.

Al lavoro abbiamo iniziato in 5. Le mie nuove colleghe sono tutte donne. La tizia dell’eich arr, parola inglese che sta per Risorses (perché è plurale) Umane, quando ci vede, esclama:

Benvenute! Anzi, BenvenutI! Finalmente abbiamo una quota maschile!

E le mie colleghe:

– È vero, ho sempre lavorato con donne
– Ma io infatti quando stamattina l’ho visto ho detto Un uomo?!

Sono uscito dalla stanza molto contrariato.

In base a cosa hanno pensato che io sia di maschilità uomo? Quale presunzione porta loro a etichettare con leggerezza una persona che non conoscono?

Avrei voluto alzarmi e dire Scusate, ma io sono Gender!. Ma non li leggete i telegiornali? Tutti oggi parlano dell’invasione del gender, addirittura denunciano che sia materia d’insegnamento! Ascoltate i giornali, il gender ormai è ovunque. I cibi che mangiate sono a base di gender. Il gender è il nuovo gender. Solo quelli che vivono nella preistoria non lo capiscono.

E dico preistoria non a caso. E dico che io non capiscono per un solo motivo: la mitocondrialità.

Sabato sera conversavo con due mitocondriologi milanesi, i quali mi hanno fatto aprire gli occhi. Come si sa, i mitocondri si ereditano solo per via materna. Una storia che parte dalla notte dei tempi, da quando le cellule hanno inglobato questi organelli e li hanno fatti propri.

Essendo le uniche a garantirne l’ereditarietà (tal da far parlare di “Eva mitocondriale” – riferendosi non a una sola donna, ovviamente – come origine della specie umana) le donne si può dire che detengono l’esplosivo potere mitocondriale. E vogliono tenerselo!

Per questo non riconoscono (o non vogliono) riconoscere un gender quando ne vedono uno, a mio avviso.

Per questo intendo stabilire regole chiare al lavoro: sono di uominità maschile ma solo perché l’ho deciso io, non perché mi ci avete etichettato voi!

Non è che se ti ritiri da solo a Foligno tu sia umbratile

Le settimana scorsa ero a Perugia per l’Umbria Jazz, concerto dei King Crimson. Combinazione, negli stessi giorni degli amici umbri dei miei erano a Napoli.

Ritornando da giri vari nelle terre umbre, in luoghi in cui ho trascorso per anni le vacanze da ragazzino, mi sono chiesto come sia l’impatto per chi, originario di luoghi come questi, aerosi e statici e acusticamente ovattati, si trova di fronte la chiassosa e confusa realtà partenopea.

Il mio pensiero è che per me sarebbe uno shock. Già a volte in genere ne ho uno quando ritorno da luoghi ameni, in cui mi sono mentalmente sintonizzato sull’equilibrio acustico e urbano dell’ambiente, dopo pochi giorni di assenza da casa. Chissà allora come potrebbe essere per chi ci è sempre vissuto in tali luoghi ameni e si confronta con una realtà totalmente opposta la sua.

D’altro canto sento dire che la vivacità di Napoli è in fondo ciò che la rende fascinosa. Comprendo che in fondo trattasi di una sorta di attrazione per l’esotico e inusitato, laddove per chi ci vive non è altri che la banale normalità.

Il turista nativo di luoghi ameni si giovi allora di queste pillole sulla realtà napoletana che fornisco di seguito, senza anticipare troppo ma per renderlo comunque più coinvolto e consapevole di quel che si troverà di fronte.

Innanzitutto si sappia che molte donne dei quartieri di Napoli a partire dalla pubertà sviluppano l’enfisema vulgaris, altresì dicasi voce sfiatata, ovvero una voce roca e gutturale degna di uno che ha passato la serata a cantare in una cover band di un gruppo brutal metal. L’enfisema vulgaris è permanente, ma ciò non impedisce al soggetto di urlare di continuo le proprie comunicazioni per strada o dal balcone.

L’urlofono è l’immediato mezzo di comunicazione nelle strade, più pratico del telefono e più efficace di un intimo giudiziario.

Per attraversare la strada si fa come i gatti. Ci si lancia tra le auto correndo velocemente verso il lato opposto.

I parcheggiatori chiedono sempre qualcosa a piacere. È sottinteso che però deve trattarsi del piacere suo.

Prestando attenzione alle voci di strada, si noterà che una frase ogni tre è un’imprecazione alla Madonna.


Le restanti due frasi sono discorsi sul calcio.


È ormai diventato un luogo comune banale quello della famiglia intera sul motorino, padre alla guida, madre e figli piccoli dietro. Oggigiorno è il figlio piccolo a guidare e il resto della famiglia dietro.

Se il cibo non ha almeno una di queste caratteristiche, grasso, frittura, sugo, vi trovate in un’altra città e questa lista non fa per voi.

Il babà, la pizza, la sfogliatella. Prodotti tipici che in qualsiasi luogo andrete a mangiare ci sarà qualcuno che, sentendo ciò, dirà che state sbagliando perché il vero babà, la vera pizza, la vera sfogliatella si mangia solo da…


Saluto Foligno e la sua servizievole accoglienza:


Non è che ti porti in gita uno sbruffone perché serve un pallone gonfiato per giocare

Che si tratti di gita fuori porta, vacanza, escursione di relax al mare o in montagna, se c’è un gruppo di napoletani nei paraggi farà la sua comparsa, a un certo punto, lui.

Il Super Santos.

Non è giornata e non è divertimento se per l’uscita non c’è un pallone da prendere a calci.

Il bisogno di calciare è antico. Pare che quando fu inventata la ruota, qualcuno, vedendola tondeggiante, provò ad assestarle un destro di collo pieno. La ruota però era di pietra e l’improvvisato calciatore iniziò a rotolarsi per terra, rantolando dal dolore e alzando il braccio per chiedere un rigore all’arbitro. Che però purtroppo per lui non era stato ancora inventato.

Il Super Santos gode di vita propria. Prova ne è il fatto che va un po’ dove vuole seguendo l’istinto. Un istinto difettoso, visto che si dirige spesso o verso una testa altrui o la cima di un albero o un roseto.

Se ci sono donne nel gruppo, si gioca di solito al Sette si schiaccia. Il gioco serve in realtà come coadiuvante dell’approccio con finalità di accoppiamento: il maschio gaudente gitarolo, difatti, cercherà di colpire col pallone la femmina gaudente gitarola di suo interesse. Se al giro successivo la femmina cercherà di colpire lo stesso maschio, vuol dire che si è instaurato un collegamento e l’approccio può proseguire. Il rituale di accoppiamento del Super Santos può coinvolgere anche un’ignara femmina che si trova in zona per fatti propri: il maschio gaudente la colpirà con una pallonata dietro la testa di proposito e poi correrà a scusarsi, invitandola a partecipare alla partita per discolparsi.

Che è un po’ come pestare il piede a qualcuno e invitarlo poi a fare un giro con le proprie scarpe, così, per rimettere le cose in pari. Ma le strategie riproduttive degli animali, si sa, sono sempre particolari e apparentemente prive di logica per gli esseri umani.

Così come vive al limite, così la sua vita ha limite: il Super Santos dura in genere il tempo di una scampagnata, perché poi o finisce perduto o bucato o dimenticato e così ne verrà ricomprato per strada uno nuovo la volta successiva.

Da qualche parte esisterà un paradiso dei Super Santos perduti.

Non è che visto che le patate hanno gli occhi puoi ipnotizzarle

Conosco un tale che pratica ipnoterapia. Non ne so abbastanza in materia, quindi non mi lancio in alcun giudizio di merito, sia chiaro.

Oggi mi raccontava che ha una tecnica per far crescere le tette alle donne tramite ipnosi. E afferma che le sue pazienti sono rimaste soddisfatte.

Non ho chiesto come funzioni in dettaglio, perché nel caso di persone che praticano attività inusuali temo che fare domande possa farli sentire autorizzati a riversare sull’interlocutore un torrente di chiacchiere. In genere si tratta di individui che magari non hanno modo di parlare dei loro interessi in discorsi quotidiani, quindi attendono sempre l’occasione buona per farlo. E questo tizio che conosco, che frequenta la libreria dove vado di solito (e che è diventata un ritrovo di personaggi eccentrici, tra cui mi ascrivo anche io) appartiene alla categoria.

Confesso che avrei voluto però capirne di più sulla pratica. Ipnotizza le clienti facendo loro credere che la taglia di reggiseno è aumentata? Oppure le ipnotizza convincendole a ritenersi soddisfatte anche se non è accaduto nulla? Vale anche per gli uomini ed è reversibile? Magari uno vuol farsi una giornata di relax a pastrugnarsi un paio di tette.

Ha detto che ha appreso anche la tecnica per ingrandire il pene. Ma non ha ancora richieste e quindi gli mancano pazienti su cui testarla.

Io nella mia testa pensavo che chi richiede un simile trattamento deve specificare bene cosa vuole: il rischio secondo me è essere fraintesi è finire come quello della barzelletta che si ritrova un pazzo di 30 cm*.


* Un tale entra in un bar stringendo tra le mani un sacco dove all’interno c’è qualcosa che si agita furiosamente.
Si siede al bancone e ordina da bere.
Il barista, perplesso, chiede cosa ci sia nel sacco.
«Guarda, lascia stare che è meglio» gli risponde il tale.
Il barista insiste e fa per aprire il sacco. Ne salta fuori un omino minuscolo che inizia a correre per il locale, imprecare e buttare cose per aria.
Con fatica lo richiudono nel sacco.
Il barista, stupito, chiede che diavolo sia quel che ha visto. Il tale spiega che è frutto dell’opera del genio della lampada il quale esaudisce ogni desiderio.
Il barista chiede se e’ possibile invocare il genio.
Il tale, mostrando la lampada, gli risponde di sì, spiegando che basta sfregarla per bene.
Il genio, evocato dal barista, appare in tutta la sua magnificenza dicendo:
«Quale desiderio posso esaudire?»
Il barista ci pensa un po’ e poi dice:
«Voglio un miliardo!»
Il genio, dopo essersi ben concentrato, fa apparire un bellissimo biliardo e poi sparisce di nuovo nella lampada.
Il barista, deluso, protesta:
«Ma io avevo chiesto un miliardo»
E il tale:
«Perché secondo te io avrei chiesto un pazzo di 30 cm?».


Non è che puoi utilizzare lo Scottex durante le mestruazioni solo perché è carta assorbente

In questi giorni si è tornato a parlare della questione dell’iva sugli assorbenti. Vorrei prendere spunto dal tema per parlare di un argomento correlato: la corsa da parte degli uomini nel dare indicazioni alle donne sul tema mestruazioni e prodotti alternativi da utilizzare. L’ho notata nei dibattiti televisivi, mi è rimbalzata davanti nei commenti online, insomma c’è tanta voglia – come sempre – di dare consigli alle donne su cosa debbano fare con i propri corpi.

Su questo devo denunciare una grande ingiustizia.

Le donne, lasciatemelo dire, non sanno proprio cosa voglia dire essere grate e ricambiare.

Almeno io personalmente, ma i miei amici maschi potrebbero dire lo stesso, non ho mai ricevuto da parte delle donne alcun consiglio, indicazione, raccomandazione o direttiva su cosa fare del mio corpo.

Certo, Madre mi diceva come vestirmi, di non mettere le dita nel naso, di non grattarmi le orecchie con l’alluce. Ma si trattava di normali indicazioni che dà una madre al figlio.

Anche qualche ragazza con cui sono stato mi avrà detto qualche volta non metterti quelle scarpe, lascia a casa la maglietta con la pezzatura da mucca, eccetera, ma, anche qui, si trattava di un rapporto strettamente confidenziale e personale in cui le indicazioni al massimo riguardavano l’abbigliamento.

In generale, nei discorsi delle donne, non è mai emersa alcuna direttiva su come utilizzare, per esempio, le mie gonadi o il mio seme.

Tutto ciò è profondamente ingiusto.

Forse capita solo a me, ma io credo che sia una cosa comune e generale.

Uno si prodiga tanto per dire alle donne come essere donne, come trattare le proprie pelvi, come gestire il proprio apparato riproduttivo e da loro neanche un grazie o un consiglio allo stesso modo.

Che mondo ingiusto!

Non è che l’evasore non abbia finestre perché non ama le imposte

Avrete forse sentito parlare – e se non ne avete sentito parlare ve ne parlerò io – di alcune particolarità della legge di bilancio 2019 che hanno fatto discutere, come l’aver reperito risorse per il dimezzamento dell’iva sul tartufo mentre invece per proposte che sarebbero più civili come la riduzione dell’iva sugli assorbenti non se ne siano trovate.

Con questo post vorrei fare un po’ di chiarezza e spiegare perché, invece, nel futuro conviene investire sul tartufo e non sulle mestruazioni.

1) Il tartufo è una eccellenza italiana. Il ciclo mestruale ce l’hanno invece tutte le donne del Mondo. A meno di non riuscire un giorno a produrre mestruazioni di qualità nel nostro Paese, non è un prodotto con cui fare la differenza.

2) Con il tartufo ci condisci la pasta. Col sangue, no.

3) I tartufi sono un bene che fa girare l’economia. Le mestruazioni a detta di chi le ha a volte fanno girare le scatole.

4) “Tartufo” è un modo per indicare il naso dei cani. E i cani in genere sono simpaticoni e giocosi. Il ciclo mestruale invece non è giocherellone. In alcuni casi fa il birbante e si nasconde facendo venire ansia ma non è simpatico.

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5) I tartufi li trovi nei boschi e passeggiare nei boschi è un’attività salutare. Gli assorbenti si trovano nei supermercati e per arrivarci devi trovare parcheggio, fare la coda alla cassa, insomma uno stress inaudito e lo stress fa male.

6) A corollario di quanto detto sopra, “andare a tartufi” è un’attività che praticano molte persone, anche per farsi una scampagnata. Nessuno invece “va a mestruo” per svagarsi.

7) I tartufi possono essere bianchi o neri e sono colori che vanno bene un po’ su/per tutto. Il rosso invece mica è facile abbinarlo sempre.

8) Le pubblicità degli assorbenti interrompono i bei films in televisione. Le pubblicità dei tartufi invece no anche perché non ce ne sono.

9) Il tartufo low cost è il primo passo verso la completa abolizione della povertà.

Con queste motivazioni spero di aver dissipato dei dubbi e aver fatto capire perché invece di mestruazioni e assorbenti convenga di più darsi ai tartufi!


Le motivazioni dovevano essere 10 ma sono state tagliate perché mancavano le risorse.

 


Non è che serva un osteopata per curare l’indice di ascolto

Ci sono momenti in cui la testa mi va in black out, come se andasse via la corrente e gli omini che lavorano nel cervello – dalle sembianze degli esserini di Esplorando il corpo umano – non possono far altro che fermarsi e incrociare le braccia.

Ad esempio sabato mattina ho avuto due interruzioni di corrente, ravvicinate.

Vado in posta a ritirare un pacco in giacenza. C’è un sacco di gente in fila per bollette e operazioni finanziarie. Il direttore mi vede con lo scontrino e visto che sono il solo a dover ritirare mi fa Dammi qua. Controlla lo scontrino, va da una collega allo sportello di fianco e poi se ne va facendo Vieni vieni. Io lo seguo, nello smarrimento della collega allo sportello e di un paio di persone che assistono alla scena: il “Vieni vieni” era da intendersi “Vieni allo sportello” non “Vieni dietro di me”.

Scena successiva, in piscina. Leggo un avviso che avvisa (che avviso sarebbe altrimenti se non avvisasse?) che da luglio cambiano i turni e si accede solo lun-mer-giov.

Mi rivolgo al tizio della reception:

– Scusi, oggi non si entra quindi? Ho visto l’avviso…
– I turni cambiano da luglio
– Eh, oggi è 1° luglio
– Oggi è 30 giugno
– Ah

Va tutto bene, mi dico. Una volta entrato in acqua posso non pensare a niente per 45 minuti e uscirne rigenerato.

Pronti-via e do un violento calcione al cordolo di plastica della corsia. Col mignolo. Ho passato il resto del sabato a zoppicare. Decisamente non era giornata.

Approfittando del forzato riposo pomeridiano ho però fatto una riflessione, ispirata da un tormentone dei mesi scorsi che ho sentito ritrasmettere in radio. La canzone, di Francesca Michielin (o Michela Franceschin), nel ritornello recita:

Queste cose vorrei dirtele all’orecchio
Mentre urlano e mi spingono a un concerto
Gridarle dentro a un bosco nel vento
Per vedere se mi stai ascoltando
Queste cose vorrei dirtele sopra la tecno
[…] Voglio vedere se mi stai ascoltando

Io mi sono chiesto: che sfizio del piffero è parlare quando non ti posso sentire perché “Voglio vedere se mi stai ascoltando”? È come se io spegnessi la luce e comunicassi a gesti perché “Voglio vedere se mi stai guardando”. È come se ti scrivessi un biglietto e poi gli dessi fuoco perché “Voglio vedere se mi stai leggendo”.

Eppure, c’è tanta gente che a volte si esprime in modo poco comprensibile e si offende anche se non viene capita. Questa cosa mi è capitata con le donne. Si offendono quando pensano che tu non le stia ascoltando, come dice Micesca Franchielin nella canzone. Magari non ho sentito semplicemente perché c’è troppo rumore o perché parli a voce bassa, non perché non voglio prestarti attenzione, cara Micesca!

A volte ho avuto il dubbio di star perdendo l’udito, peccato che l’otorino abbia detto il contrario.

Ma forse non ho capito bene cosa mi abbia detto perché non stavo ascoltando.

Non è che se alzi il pollice sull’erba stai facendo OK su prato.

Ho fatto un colloquio di lavoro via Skype, ieri. Non sto pensando di cambiare ma se capitasse qualcosa di migliore perché no.

Non era purtroppo questa l’occasione giusta, per quanto la città da dove veniva la proposta offra molte opportunità.

C’era una cosa in una delle due intervistatrici che mi infastidiva molto. Era una delle classiche persone da “piuttosto che” usato in modo improprio. Non sono un maniaco della corretta grammatica, negli anni mi sono abbastanza ammorbidito. Diciamo che dopo aver rischiato il linciaggio per aver corretto, per l’ennesima volta con conseguente rottura di maglioni, l’uso del pronome maschile per riferirsi a una donna, ho cominciato a mordermi la lingua.

Se non che, dopo aver ignorato i primi 2-3 “piuttosto che” fuori posto, costei ne ha infilata una combo in sequenza che mi ha fatto partire un tic all’occhio.

Non c’è nulla da fare, resto un insofferente viscerale.

Ad esempio una delle cose che mi dà più fastidio è quando, utilizzando i moderni strumenti di rimbambim…comunicazione, tu scrivi o registri un articolato messaggio e ti rispondono con l’emoticon del pollicione alzato.

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E nient’altro.

Attenzione: ci sono due tipi di pollicione. Ho notato che gli amici maschi rispondono in modo genuino col pollicione. Questo perché la comunicazione maschile, retaggio credo del Neolitico, segue schemi essenziali e primitivi. Cibo! Birra? Cazzo proprio stasera che c’è la partita?. In genere così sono le conversazioni con i miei amici. Il pollicione quindi non è indifferenza, è semplicemente un “Non sono in grado di esprimere altro”.

Le donne, invece, ho notato che quando rispondono col pollicione in genere sarebbero in grado di esprimere altro ma semplicemente non vogliono. Perché in quel momento ce l’hanno con te e quindi ti riservano assoluta sufficienza e indifferenza in quanto qualcosa in ciò che hai detto/scritto le ha urtate ma non ti diranno cosa.

In entrambi i casi, a me che mi sono sprecato a intavolare un discorso parte il tic all’occhio e quindi rispondo con un dito medio.

La terza cosa che mi causa insofferenza è quando qualcuno si ostina a entrare in dettagli clinici personali di cui farei a meno. Beninteso, non sono un insensibile e se una persona vuole condividere con me io sono sempre disponibile. Forse anche troppo.

C’è però il mio responsabile, uomo over50, che ogni volta che lo vedo deve aggiornarmi riguardo lo stato della sua prostata e delle sue minzioni. E per fortuna che lo vedo una volta al mese al massimo.

Oggi mi ha detto che c’è un farmaco che non vuole prendere perché ha scoperto gli causa disfunzione erettile. Non che io debba farci qualcosa con quello…, ha tenuto a precisare.

Ecco, tra scoperta e precisazione non so cosa più mi abbia fatto venire un altro tic.

Quasi quasi ricontatto la tizia del “piuttosto che”.