Il Vocaboletano – #21 – La Janara

Siamo arrivati al ventunesimo episodio del Vocaboletano curato da me e crisalide77.

Oggi in via un po’ alternativa voglio introdurre un termine legato al folklore e all’occulto locale seppur non proprio natìo dell’area napoletana.

Janara: nella credenza popolare con questa parola si suole indicare una strega originaria delle zone rurali del Sannio. Essa si aggira di notte per le stalle e ruba cavalli per cavalcarli lungo le campagne fino allo sfinimento, abbandonandoli poi con le criniere intrecciate (è per questo che Umberto Balsamo poi doveva andare in giro a scioglierle!).

È molto pericolosa soprattutto per i bambini: li rapisce o li fa ammalare di notte per gelosia in quanto alla Janara è negata la possibilità di concepire.

Anche gli adulti devono stare in guardia da costei: sembra che ami sdraiarsi su di essi mentre dormono, per appesantirne il respiro o immobilizzarli durante il sonno.


È il comune fenomeno della paralisi del sonno che, in tempi antichi di superstizione e credenze veniva imputato alla presenza di esseri maligni per la casa.


La Janara non è soltanto dedita ad atti malvagi: per il suo legame profondo con la terra, conosce le piante, i segreti delle erbe e i modi per preparare medicamenti di erboristeria. In origine la figura non era associata col demonio ma era più assimilabile a una entità pagana: soltanto in epoche successive la Janara fu accostata al Diavolo e fiorirono leggende su riunioni infernali tra Janare tenute sotto un grande albero di noce lungo il Sabato, il fiume che bagna il Sannio.


All’albero di noce sono stati attribuiti tanti significati. Per la forma dei suoi frutti, simili a testicoli, è considerato carico di simbologia fallica. Il gheriglio interno ricorda un cervello. Inoltre il noce ha natura ambivalente: le sostanze che produce possono essere utili per rimedi medicamentosi, ma possono anche essere tossiche se mal manipolate.


Con la loro maestria nella preparazione di pozioni, le Janare sarebbero in grado di volare grazie a un unguento da spalmare sul corpo. Come la Margherita di Bulgakov (Il Maestro e Margherita) che volava dopo essersi cosparsa di una crema donatale dal demone Azazello.

Per difendersi dalla Janara un metodo molto efficace era quello di lasciare fuori l’uscio durante la notte una scopa di miglio capovolta. La strega si distrarrebbe per contarne i rametti fino al mattino, quando alle prime luci dell’alba è costretta a ritirarsi.

Un altro rimedio sarebbe quello di appendere fuori la finestra un sacchettino pieno di sale: anche in questo caso la megera si intallierebbe (ricordate che significa?) a contare i granelli evitando così di insidiare casa.

Per poterla catturare, invece, bisogna afferrarla per i capelli e rispondere alla sua domanda “Che cos’hai in mano?”.

Al che bisogna rispondere “Ferro e acciaio” per poterla bloccare. Se si risponde “Capelli”, lei scappa via!

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Etimologia – Il nome deriverebbe da Dianara, seguace o sacerdotessa di Diana, dea della caccia e anche di incantesimi notturni. Potrebbe anche essere legato a ianua, cioè porta, perché come detto la strega è dedita a insidiar l’uscio di casa.

L’altra Janara – Esiste una versione marina della Janara, quella di Conca dei Marini (Salerno). Le Janari locali sono donne normalissime, mogli e fidanzate di pescatori e marinai. Essendo la vita dell’uomo di mare spesso lontana dalla terraferma, queste donne, per solitudine prolungata, cadevano in uno stato di cupezza e malinconia che le portava a diventare streghe e a praticare malefici.

Alcune, come le Sirene di Ulisse, attiravano sugli scogli i marinai per giacere con loro e poi sacrificarli al mare.

A essere onesto, io di strega del beneventano conosco solo questo:

Il Vocaboletano – #19 – Arrevotare

Siamo arrivati all’appuntamento 19 del Vocaboletano. Il successo che ha riscosso sinora è tale che si può dire che abbiamo proprio arrevotato!

Come? Non sapete cosa voglia dire arrevotare? Eh ma allora bisogna proprio spiegare tutto.

In senso letterale, arrevotare, dal latino volvitare (“volgere”, con il ri- iniziale che sta a indicare “volgere dall’altro lato”) vuol dire proprio rivoltare, verso la parte opposta.

Il termine è però usato in senso figurato: è raro infatti sentir dire di aver arrevutato un oggetto. Si usa, invece, per descrivere aggiungendo enfasi un’azione che crea sconvolgimento in senso positivo, tal da suscitare ammirazione e meraviglia in chi sta intorno.

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Nel gergo giovanile è spesso diventata una spacconata, “Questa sera arrevutamm!”, immaginando una serata con donne che cadono ai propri piedi, sguardi di ammirazione e invidia da parte del popolo, divertimento e sconvolgimento assicurati.


Che poi il più delle volte si traduce nella storia dei pifferai di montagna che andarono per suonare e furono suonati.


A volte arrevutare può anche avere un’accezione negativa, nel senso di crear grande disordine. Ad esempio ricordo è un’accusa che mi è stata spesso mossa da Madre in quanto quando cerco qualcosa e non la trovo ho l’abitudine di mettere sottosopra tutto.

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Un uso più desueto di arrevotare è quello con il significato di dar vita a una rivolta. La piazza s’è arrevotata!. Non succede tutti i giorni, quindi è comprensibile scompaia dall’utilizzo comune.

Spero con questo post di aver arrevutato la vostra serata e di non aver arrevutato casa vostra.

Non è che al vulcano consigli un digestivo per non farlo eruttare

Salve, sono Gintoki, forse vi ricorderete di me per post come Non è che se un libro è un mattone allora è un libro da reggere.

Credo sia giunto il momento di presentare in maniera un po’ più chiara e approfondita il mio nuovo collega, Sam Tarly.

L’ho rinominato così innanzitutto perché tutte le persone del mondo esterno che passano per questo blog devono essere ribattezzate, come prescrive il Gattolicesimo.

In secondo luogo, l’ho fatto per la sua somiglianza estetica con il personaggio di Game of Thrones.

Avrei forse dovuto più propriamente chiamarlo Shrek, per i suoi modi. Uno Shrek poco simpatico.


Ammesso che lo Shrek cinematografico lo sia: non lo conosciamo nella vita privata, magari è una persona orribile.


Sam Tarly (o Shrek) è alquanto invadente degli spazi vitali.

Burpa di continuo. Tutto il giorno. Ogni due per tre si sente il suono di eruttazioni che muoiono nella sua bocca, con le sue guance che si gonfiano come Wile E. Coyote cui esplode un candelotto di dinamite tra le fauci.

Beninteso, è più che comprensibile e umano che una persona possa avere problemi di salute indipendenti dalla sua volontà e che magari arrechino disagio prima a lui che agli altri. Meno comprensibile che avvenga in un under 30 che potrebbe anche far qualcosa per sé stesso: sigaretta ed energy drink gassati alle 8:40 e gyros con cipolla a pranzo quasi tutti i giorni non credo possano giovare allo stomaco e ai processi digestivi.

In ogni caso, 9 ore chiuso in una stanza con Barney Gumble sono alquanto provanti.

Quando non burpa, invece, snorta come un cavallo tediato.

Quando non burpa e snorta, parla e interrompe la concentrazione.

Intendiamoci, a me piace chiacchierare in ufficio. In particolare perché questo mi permette di interrompere il lavoro e non sentirmi colpevole a farlo in quanto è l’altra persona a interrompere.

Ma quando ho bisogno di rimanere concentrato e lavorare – cosa rara ma accade anche a me – vorrei rimanere concentrato e lavorare per almeno dieci minuti consecutivi senza sentire la sua boccaccia che dà forma a parole.

Ho anche provato a tenere su le cuffie per far capire “Sono concentrato”. Non funziona. Oggi ho impiegato mezz’ora per riuscire a finire di ascoltare Fell on black days – qualcuno capirà perché – a forza di pause.

Conversazioni profonde con lui, inoltre, non è che se ne possano fare: oltre le notizie su Cicciolina, la moglie di Macron che non ha più le mestruazioni e il tizio che ha vinto il pollo fritto per un anno, la cosa più interessante che gli ho sentito raccontare riguarda uno spot di McDonald’s in cui un bambino mangia nello stesso fast food in cui era solito mangiare il padre, morto (forse a causa proprio del McQualcosa che ingurgitava: non mi sembra marketing molto intelligente!).

Quando non burpa, snorta e ciancia, deambula per le stanze mostrando il portabiciclette posteriore che sbuca dai calzoni. Ho dovuto fermare S. dal parcheggiargli il monopattino – qui si usa molto come mezzo di locomozione – nel deretano.

Quando non burpa, snorta, ciancia, deambula, mangia grufolando e spalancando le fauci come i vampiri infetti di Blade 2.

Inoltre è ignorante come una capra ignorante.


Bisogna finirla di considerare capra come sinonimo di ignorante. Le capre non sono ignoranti. Le capre ignoranti – come un famoso film di Özpetek – sono invece, sì, ignoranti. Ma solo le capre ignoranti, per l’appunto.


Beninteso, per il lavoro che facciamo non è richiesta chissà quale cultura, ma almeno un minimo di geografia potrebbe essere utile. Se arriva un progetto da Barbados non puoi contattare, in qualità di esperto da inviare lì, un tizio in Pakistan chiedendo poi “Andrà bene come costo di viaggio aereo? È lontano?”.

Detto tutto ciò, a volte penso di essere io a esagerare e di molto.

Si sa che noi gatti facciamo molte difficoltà sugli esseri umani.

Va anche considerato che ho sempre lavorato fianco a fianco solo con donne e mi sono abituato forse a un tipo diverso di relazione lavorativa e di rispetto reciproco.

A oggi, come ho raccontato qualche volta in passato, preferisco lavorare accanto a una donna. Poi c’è chi potrà dire che sia peggio, invece, che magari ha esempi più negativi di uno Shrek da ufficio o che magari ha una collega che 5 giorni al mese non si fa la doccia perché pensa che muoiano le piante o qualcosa del genere.

Il mondo è bario, come disse il chimico.

Non è che i Norvegesi abbiano i nervi a fiordi pelle

Ho approfittato del weekend lungo per soddisfare un desiderio che avevo da tanto.

Vedere un po’ di Norvegia, come si può dedurre dalla foto qui sotto:

Queste qui sopra sono proprio delle bandiere norvegesi: e mi sono informato prima di andarci, solo in Norvegia ce l’hanno quindi non poteva trattarsi di un altro posto. Altri Paesi Scandinavi ne hanno di simili ma con colori diversi.

La base del mio viaggio era a Bergen. È una città divisa in una parte alta e una bassa, che gli autoctoni, i berganaschi, chiamano rispettivamente Bergen de hura e Bergen de hota.

Bergen di sopra e Bergen di sotto

Il costo della vita in Norvegia è altissimo. Anche la più banale sciocchezza costa un occhio della testa, come ben sa Odino che l’ha scoperto a proprie spese:

Odino non offendere se non vuoi che ti odino.

La Norvegia è nota per tre cose:

  • il salmone
  • il True Norwegian Black Metal
  • i fiordi.

Il salmone sa di salmone come in ogni parte del mondo ma non è stopposo una volta cotto come quello che ho trovato altrove. Forse gli danno da mangiare additivi diversi. Del TNBM avevo dei timori reverenziali.

Il terzo punto della lista era il mio obiettivo.

Fjord è una parola norvegese che vuol dire “posto dove vi entra l’acqua e non a causa del lavello che perde”, da cui deriva la parola italiana fiordo che vuol dire “parola che in norvegese indica un fiordo”.

Questo è un fiordo (la bandiera serve per ricordarsi di essere in Norvegia e di diffidare dalle imitazioni):

Si chiama Aurlandsfjorden ma potete anche evitare di chiamarlo tanto sta sempre lì e non va via.

Lungo i fiordi, nell’antichità, sorgevano insediamenti vichinghi. Un luogo comune vuole che questi popoli portassero elmi con le corna. Si tratta soltanto di una leggenda popolare.

I vichinghi avevano fama di essere sanguinari e violenti: è comprensibile, chiunque lo sarebbe se venisse definito cornuto.

La Norvegia è un Paese molto sicuro. Magari non per le balene, che qui vengono servite come hamburger.

Pensate che una sola balena sarebbe in grado di soddisfare il fabbisogno di carne di un McDonald’s del Midwest per una mezz’ora buona. Sorprendente.

Per le persone, dicevo, la Norvegia è un posto con un alto livello di sicurezza. Ad esempio una donna può girare tranquilla per le strade anche a tarda ora. Questo ha dato vita al celebre fenomeno delle donne “sole di mezzanotte”.

Un aneddoto storico vero – non che le altre cose qui dette non fossero vere perbacco – è che Bergen ha a guardia del proprio porto una fortezza che è stata sempre inoperosa, essendo la città neutrale. L’unica volta che ha ingaggiato un combattimento è stato nel ‘600 per bombardare una nave inglese che intendeva abbordare una nave olandese carica di merci preziose dalle Indie e che faceva scalo proprio a Bergen.

Piccolo particolare: inglesi e norvegesi si erano accordati per spartirsi il bottino ma a Bergen la notizia non era arrivata in tempo.

Da qui il detto popolare in Norvegia: quando piove, a Bergen sono gli ultimi ad accorgersene.

Curiosità antropologica: gli uomini non sono mica tutti come Ragnar Lothbrok o come il Thor dei film Marvel, anche perché entrambi gli attori sono australiani.

Anche le donne non sono mica tutte come Lagertha, anche perché l’attrice è canadese.

Credo quindi sia la stessa delusione che provano gli americani quando non trovano italiani – donne comprese – coi baffi.

Spero che queste piccole pillole di Norvegia abbiano fatto venire a voi la stessa voglia di andar giù nello Scandinavio come ho io di tornarci e scoprire altre curiosità su questo interessante Paese fatto di terra, acqua e neve candida che tutti insieme formano i famosi fiordi latte.

Non è che l’economista sia un maniaco perché gli piace il trucco de “la mano invisibile”

I più attenti avranno notato che ieri fosse 8 marzo, Giornata internazionale della donna.

Si dice che certe tematiche andrebbero celebrate tutto l’anno e non solo in un giorno. Un po’ come dovrebbe essere sempre il giorno dell’amore o quello della salvaguardia dei diritti dei lavoratori o Natale per essere sempre buoni e così via.

È sicuramente un nobile proposito. Io vorrei però mettere in guardia da questi intenti (positivi, sulla carta) a causa delle loro possibili conseguenze nefaste.

Estendere le celebrazioni di queste giornate a tutti i 365 giorni dell’anno avrebbe all’inizio l’effetto di stimolare i consumi. Basti pensare a quanti regali in più si farebbero. L’aumento dei consumi porterebbe a una crescita dell’economia e all’innesco di un circolo virtuoso, perché le imprese assumerebbero di più, aumenterebbe l’occupazione che farebbe aumentare il reddito che stimolerebbe i consumi e così via.

Purtroppo questo è vero soltanto nel breve periodo. Nel lungo periodo, senza entrare troppo nel dettaglio di dissertazioni d’economia politica, il sistema entrerebbe in fase di stagnazione o peggio di recessione.

Il grafico sopra rappresenta il pene di un uomo costretto a comprare sempre regali. Da un certo punto in poi si scogliona e si abbatte.

Inoltre, non tutti potrebbero permettersi di fare acquisti di continuo.

Si potrebbe ovviare con dei gesti gentili. Basta il pensiero, si dice. Ma a lungo andare non ci si accontenterebbe di bei pensieri e questo creerebbe soltanto del malumore nelle persone, oltre ad aumentare l’insoddisfazione generale nella società a causa delle aspettative disilluse.

Senza contare che essere sempre buoni, bravi, gentili, affettuosi, premurosi, rispettosi, comporterebbe uno sforzo mentale ed emotivo non indifferente.

Chi potrebbe mai reggere tale pressione? Se già durante le giornate in cui si ricordano i grandi temi (Olocausto, diritti dei lavoratori, donne, eccetera) c’è chi non riesce a trattenersi dal polemizzare, figuriamoci cosa accadrebbe se tali giornate fossero estese a tutto l’anno.

Lo dico io: ci sarebbe un aumento esponenziale e indiscriminato di esplosioni di rabbia, dovuti alla lunga repressione dei propri sentimenti negativi (perché ci si deve dimostrare sempre buoni, gentili, eccetera). È vero che anche oggi ci sono casi di violenza, ma corriamo il rischio che possano diventare molti di più.

Pertanto, tornando a ieri: sì alla Giornata delle donne, ma che sia appunto una e una sola giornata in cui si compie lo sforzo di emendarsi.

Riguardo il resto dell’anno, lasciamo invece le persone libere di esprimere i propri sentimenti negativi, di continuare a discriminare e odiare, perbacco!

Non è che contro le notizie improvvise ti compri uno scaldabagno per evitare docce fredde

Non ho avuto acqua calda per sette giorni.

Mercoledì della settimana scorsa, una volta rientrato, ho constatato il problema. L’ho segnalato al padrone di casa che mi ha detto

– Domani non posso passare, verrò venerdì mattina

Venerdì si è presentato a casa e ha dovuto ammettere che, beh, sì, in effetti non funziona il boiler. Ha promesso che avrebbe chiamato un tecnico.

Il tecnico è venuto il sabato pomeriggio e ha detto che, beh, sì, in effetti non funziona il boiler e va sostituito.

Se tre indizi fanno una prova, voleva dire che il boiler non funzionava più.

Martedì pomeriggio finalmente sono venuti a installarne uno nuovo. Gli addetti hanno rimosso il vecchio boiler, sottolineando che, beh, sì, in effetti non funziona.

Dato che il boiler si ricarica di notte, soltanto questo mercoledì mattina ho riavuto l’acqua calda. A forza di docce fredde avevo ormai la libido di un Adinolfi.

Le parti intime sono delicate. E inoltre io credo che il benessere mentale di una persona passi per il benessere di quelle zone.

Purtroppo per noi uomini è difficile parlarne. Al limite i discorsi sul pene riguardano battute da caserma e nient’altro, in cui ci si schernisce a vicenda. Un grande gioco delle parti (le parti intime per l’appunto) dove però si sta molto attenti a non sforare il limite dell’area personale.

Le donne invece sono molto più libere su certi argomenti. Anche troppo. Ricordo un aneddoto di una mia amica, cui una volta un’altra amica mise sotto il naso la mano dopo essersela infilata tra le cosce, al grido di “Ma dimmi la verità, secondo te mi puzza?”.

La mia amica stessa è molto aperta nel condividere informazioni sulla sua salute intima, quali infiammazioni o afrori mensili.


Qualcuno potrebbe inorridire e chiedersi se ormai grazia e femminilità siano morte. Io dico che sono vive e vegete, soltanto più attente alla propria bagiana.


Puzze a parte, quel che mi è successo con il boiler è soltanto l’ultimo di una lunga serie di sfortunati eventi che mi coinvolgono da quando sono tornato qui a Budapest. Nulla di grave, intendiamoci. Ci sono sciagure peggiori, come l’uscita del nuovo disco di Vasco Brondi.


E se non avete idea di chi sia, potreste sempre informarvi affinché io poi possa dire Beh, sì, in effetti ve l’avevo detto.


Se non mi sono ancora rotto completamente le scatole nonostante il lavoro stia diventando sempre più logorante è per due motivi.

Il primo è perché sono pagato per stare qui. E non è poco. E la cosa più importante è che non vengo pagato in visibilità: anzi, delle volte riesco anche a ritagliarmi delle parentesi di invisibilità.

La seconda è il beneficio di viver solo, con i vantaggi del caso. Come per esempio quello di scaldarsi col phon, comodamente riversi sul divano e in mutande, dopo una doccia fredda. Senza dover rendere conto a nessuno.


E ora Vasco Brondi:


Non è che la moglie di Giuda indossasse calze 30 denari

La settimana scorsa ero seduto accanto al capo nella sala riunioni. A un certo punto, prima di parlare, ha schioccato la lingua.

L’ho guardato con ammirazione e sorpresa per il gesto. Lui avrà pensato che apprezzavo la bontà del discorso. In realtà non me ne importava né tanto né poco dei suoi vaniloqui.

Mi ritengo un buon lettore. Medio. Diciamo un tipo. Non brutto lettore ma simpatico.
Leggo molti libri all’anno, anche se mi secca non aver letto fino ad ora tutto ciò che avrei voluto leggere. Ci sono poi cose che forse avrei dovuto leggere ma non mi riesce perché non vi trovo interesse.

Nel romanzese*, schioccare la lingua è tra i cliché più comuni.


*Cioè la lingua dei romanzi.


Sembra infatti che dopo che ha aperto bocca sia necessario precisare che il personaggio abbia schioccato. Come se fosse una sorta di certificato di qualità dell’affermazione appena fatta. Se c’è schiocco non c’è inganno.

Nel momento in cui il nostro ha proferito verbo, inoltre, nessun altro personaggio presente risponderà: nei romanzi, infatti, tutti “replicano”, “ribattono”, “esclamano”, “contestano”.

Poi, quando nessuno se l’aspetta, fa la sua comparsa Lei. La donna con “le gambe fasciate dalle calze”. È tra i luoghi comuni più diffusi, che prolifera spesso tra le produzioni amatoriali di scrittori wannabe.

Io una così me la figuro sempre con le cosce ferite e scorticate e delle vistose fasciature intorno come medicazione.

Lo so che “fasciato” in senso esteso può riferirsi anche a dell’abbigliamento che avvolge in modo stretto.


Dizionario De Mauro.


È più forte di me, la trovo una forzatura. Le gambe fasciate non riescono ad avere credibilità letteraria per me.

E quel che mi sfugge è perché mai debba sempre comparire una donna con queste “gambe fasciate dalle calze”. Magari potrebbe indossare dei pantaloni, invece. Certo, poi molte donne indossano lo stesso delle calze al di sotto dei pantaloni. Ma di questo il narratore non potrebbe esserne a conoscenza per esibirsi nel proprio virtuosismo retorico fasciante. A meno che non sia un subdolo maniaco che spia all’interno dei pantaloni delle donne.

E mi domando: le donne con le calze si sentono fasciate? Gli uomini che vedono donne con le calze le considerano fasciate?

La mia unica esperienza con una calzamaglia risale a quando da piccolo volli vestirmi da supereroe a Carnevale. Desistetti quando realizzai che le mutande stanno meglio sotto che sopra.

Non mi sentivo fasciato quanto piuttosto imbecille.

Ecco, nel romanzese che vorrei dovrebbero esserci declinati più imbecilli. Sarebbe più vicino al cosiddetto Paese reale.


Che, se vogliamo, il concetto di Paese reale è anch’esso un cliché. Cos’è un Paese reale? Una monarchia? Un Paese concreto? Non ho mai messo piede in molti Paesi, questo non li rende reali? Siamo tutti reali ma alcuni sono più reali degli altri? Questo concetto potrebbe essere pericoloso e per tanto non lo declino in romanzese per evitare che qualcuno ne faccia un uso non congruo.