Non è che chiami i Ghostbusters per trovare lo spirito del gruppo

Siamo tutti potenzialmente dei bulli, chi più chi meno.
Nel momento in cui troviamo qualcuno ridicolo e condividiamo questo pensiero con altri, diffondendo la maldicenza (che batte la lingua sul tamburo?), stiamo compiendo un atto di bullismo.

Sono giunto a tale conclusione dopo aver visto tante persone, anche miei amici, diffondere – a volte con commenti che sottolineavano l’ilarità della cosa – il video degli impiegati di banca (che non riporterò qui) che partecipano a un contest interno, diventato celebre in questi giorni.

A me non fa ridere. Dietro tutto ciò vi trovo cose per me aberranti, come “lo spirito di gruppo”, “fare squadra”, “il senso di appartenenza”, “l’essere una grande famiglia”. Cose orrende perché giocoforza bisogna sottomettercisi, come fossero la Coppa Cobram.

Alla base di questi imperativi morali c’è l’azienda che spersonalizza il lavoratore rendendolo un qualcosa di sua proprietà che va modellato come il Didò.

Non esiste.
Sul lavoro io do sempre il meglio e mi impegno al massimo, per senso di responsabilità e dovere. E perché ovviamente ci tengo al mio posto di lavoro. Ma il fatturato dell’azienda non è il mio, il marchio dell’azienda non è il mio perché non ne ho uno addosso e non lo voglio avere. Voglio mantenere una mia identità anche all’interno dell’azienda e non sciogliermi nel mare di quest’ultima: ma sapete quanta gente facendo finta di nulla e sorridendo ci piscia dentro?

Anche perché si fa gruppo in maniera autonoma e personale, non perché qualcuno decide di mettere tutti insieme a camminare sui carboni ardenti credendo che dopo si diventi amici fraterni avendo i piedi ustionati.


Quando faccio questo discorso mi danno del comunista.
Allora per stare in pace con gli altri faccio come tutti e dico che in fondo tutto va male per colpa degli immigrati e allora la gente si rasserena.


Ho vissuto anche io degli eventi di animazione aziendale. Una volta dovetti prendere parte a un gioco di ruolo. C’era anche la colonna sonora (rubata al Signore degli Anelli) e un cappello da mago a disposizione. Io volevo quest’ultimo ma invece mi diedero il ruolo dell’acrobata. Il gioco alla fine fallì miseramente perché non portammo a termine la missione.


Ho visto giochi di ruolo con maghi, stregoni, elfi, cavalieri, ladri, assassini ma l’acrobata giuro che mi mancava.


Dopo il gdr c’era poi il momento confessionale e il momento di scrittura di pensierini su una lavagna. Una cosa imbarazzante.

Un’altra azienda invece spese qualcosa come 10mila euro per organizzare una giornata con un noto coach motivazionale. Uno di quelli che vive vendendo libri e dvd del tipo Diventa manager di te stesso o Sii il cambiamento che vuoi vedere in azienda o ancora Falla godere con un dito.


No, forse quest’ultimo è un altro tipo di coach.


La giornata era inoltre prevista di domenica. Quindi, oltre a lavorare 6 giorni su 7 anche il giorno di riposo andava consacrato all’azienda.

Credo di essere stato l’unico a non andarci.

Gli altri sembravano tutti entusiasti, perché poi il coach ha fatto spaccare loro delle tavolette come Karate Kid e ha fatto fare il gioco del Cadi all’indietro che tanto ti prendono gli altri. Io odio il contatto fisico a meno che non sia io a cercarlo, quindi figuriamoci se avrei mai potuto accettare una cosa simile.

Anche l’anno scorso ho avuto un momento formativo di gruppo aziendale. La cena di Natale era preceduta da un gioco aperitivo a sorpresa: una escape room. È una cosa divertente, in genere.

Non è divertente quando invece sei costretto a farla tuo malgrado con colleghi e capi. È stato agghiacciante. E non solo perché le sale erano gelide e umide.

Quindi non mi fanno ridere le performance dei dipendenti che devono sacrificare la propria dignità per dimostrarsi “motivati”.

Certo, poi la motivazione è importante e conta saperla trasmettere. Come quel dirigente che, in un discorso accalorato, ricordava ai dipendenti di come Napoleone, pur dato per fatto e finito, a Waterloo fece il suo capolavoro (cit.)!

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Non è che con l’infanzia in un tag ti blogghi la crescita

Prima che internet mi abbandonasse, il buon Giacani e sua Olimpicità Zeus mi avevano invitato in questa catena: l’infanzia in un tag.

Pensavo fosse l’invito a giocare al laser tag, invece bisogna descrivere 5 giochi/giocattoli che hanno segnato la propria infanzia.

La bicicletta mi ha segnato sicuramente molto: ho ancora una cicatrice sull’interno coscia di quando fui investito a 12 anni mentre ero sulla mia mountain bike griffata Marzano (un produttore locale): c’è mancato poco diventassi un San Marzano. Diciamo che andare contromano con le mani dietro la testa non è proprio un’attività salutare. Al massimo vieni salutato come coglione.

Prima di passare alle mountain bike la mia prima bici fu una Graziella. Devo a lei la scoliosi che mi venne gli anni successivi. L’ortopedico disse “Hai una bici? Graziella? Grazie al ca…!”.

C’era una pubblicità su Topolino che diceva “Se lo fissi intensamente…sentirai il vicino bestemmiare”

Il pallone era un’altra attività all’aperto che aveva un posto speciale.
Sull’albero di albicocche di fianco o nel roseto: quello era il posto dove finiva.
Diciamo che non essendo mai stato un fine dicitore del pallone molte sfere sono state sacrificate durante la mia infanzia. E prima ancora dei Super Santos o dei Super Tele ho avuto palloni ancor più scarsi. Mi ricordo quello che vinsi nel 1994 trovando “il biglietto vincente” in una busta delle patatine (patatine che furono gettate in quanto mi interessava solo la sorpresa e/o il premio): un pallone celebrativo USA ’94. Era così leggero che con gli amici dovemmo inventarci una regola: non vale soffiare per spingere il pallone in gol.

A proposito di calcio, ho giocato anche a Subbuteo.
Un’ora per preparare il tutto, 5 minuti di partita. Il campo faceva così tanto le pieghe che ogni volta che si stendeva sul tavolo occorreva tirarlo sempre più per renderlo perfettamente liscio.
Le aree di rigore divennero alla fine lunette di pallacanestro.

Prima degli omini del Subbuteo ci sono stati i soldatini di plastica, venduti in bustoni dall’edicolante a un tanto al kg. Credo di non aver mai impostato una guerra in modo serio, con loro: dopo averli piazzati mi inventavo che una bomba causasse la morte istantanea e totale. Oppure organizzavo tornei di calcetto tra opposti schieramenti, un revival della Tregua del Natale ’14 tra Tedeschi e Francesi in quel delle Fiandre. I soldati col bazooka erano quelli più forti, essendo dei…cannonieri.

Molti soldati hanno riportato traumi da schiacciamento per suole delle scarpe e una lapide nella mia stanza ne ricorda il sacrificio.

Ai soldatini di plastica alternavo ogni tanto i dinosauri di plastica, anch’essi comprati a un tanto la tonnellata in edicola. A volte inventavo scenari post apocalittici con soldati del ’44 impegnati a fronteggiare uno stegosauro.

Il Lego è stato qualcos’altro che mi ha segnato. Le piante dei piedi sono infatti segnate da tutti i mattoncini pestati. Non mi piacevano i Lego normali, io impazzivo per il Lego Technic, con tutti quegli ingranaggi e i pistoncini da far muovere. Una cosa che però ho sempre desiderato e cui ho sempre sbavato dietro senza mai averla avuta era il Lego Technic Control Center.

Con questo pannello a prova di idiota (ha una freccia direzionale, dei tasti play, stop, record e program per registrare i movimenti da eseguire) secondo la pubblicità eri in grado di animare quel che volevi, costruire braccia meccaniche cui far disegnare progetti…

Anni dopo ho visto dei video su YouTube e in genere il massimo che si poteva ottenere era fargli disegnare un quadrato storto in un quarto d’ora. Però, ehi, vuoi mettere la soddisfazione di averlo fatto disegnare a un braccio di mattoncini?

Adesso dovrei taggare qualcuno ma io dico: prendetene e taggatevi tutti.

Non è che la morfina sia senza speranze perché è spacciata

Si dice che, visto da vicino, nessuno è normale.

È per questo che mi tengo a distanza dalle persone.

Esistono due categorie di individui strani. Quelli come me che cercano di conservare una parvenza di rispettabilità per stare in società e quelli che non se ne curano per niente.

Venerdì sera ho incontrato una persona della seconda categoria e vi ho quasi concluso un affare. Un gattino in cambio di un paio di fiale di morfina.

Costei, un’amica di un amico di amici, aveva la memoria del cellulare piena di foto dei suoi gatti. Io ho una teoria su chi ha foto monotematiche: bisogna stargli alla larga perché potrebbe essere pericoloso.

Anche io ho foto dei miei gatti e su facebook ogni tanto ne pubblico qualcuna: una sola per soggetto. Non mi interessa fotografare il gatto mentre sbadiglia, il gatto mentre beve, il gatto mentre è stato vestito – controvoglia – da sirenetto, il gatto mentre si lecca il pene.


Gli animali domestici per costoro sono un surrogato del neonato-trofeo. Capire se un neonato sia un neonato-trofeo, è semplice: se la mamma ci terrà a mostrare anche foto che dovrebbero essere private, come il primo vasino, il neonato è un neonato-trofeo.


Esauriti i racconti felini, tra cui l’emozionante e strappalacrime racconto della prima volta nella lettiera per un trovatello (vedasi sopra: il neonato-trofeo), ci ha raccontato della sua attività di anestesista. E di come sarebbe facile trafugar fiale di morfina dal policlinico, se solo volesse. Ma non lo fa perché la morfina È roba da vecchi. Serve ad abbattersi: che gusto c’è a farlo?.

Non lo so, pensavo, ma avrei avuto gusto a vedere lei abbattuta.

È possibile fosse una mitomane, ma ho preferito non contraddirla: non era priva di una certa arguzia, come quando sosteneva di notare, tra i graffiti con cui era decorata la camicia che indossavo, il profilo di un gatto.

– Non c’è
– Mi sembrava di averlo visto
– Se ci credi veramente allora c’è
– Questa cosa si dice ai malati di mente, lo sai?

Non la si poteva beffare, astuta come un cervo!

Dove l’avesse visto un gatto, non so. Poi lo strano sono io!

L’apostata del cuore

Mi sono chiesto cosa mancasse al mio blog e quali campi io potessi ancora esplorare. E sono giunto alla conclusione: ci vuole una posta del cuore! Non ho però a disposizione esperti o professori per fornire consulenze, quindi mi adopero io in prima persona. Tanto ho imparato su Google tutto il necessario.

Appena ho pensato di iniziare questa rubrica sono arrivate già le prime lettere. Alcune erano finite per sbaglio nella posta di altre poste del cuore: che distratti!


Caro Gintoki,
il mio fidanzato è diventato gay. Mi ha lasciata, svicolando sui motivi e poi sparendo. Poi un giorno riaccompagno un amico che ha un coinquilino gay a casa e lì sotto trovo lui, il mio ex, col coinquilino, in atteggiamenti piuttosto confidenziali. Era gay e io non l’avevo mai capito, mai sospettato. Siamo stati insieme due anni, mica due mesi. Facevamo sesso, ovviamente, e solo ora mi sembra di notare certe sue stranezze, come quando mi chiedeva di non far la ceretta ai baffi o di schiaffeggiarlo col mio clitoride (ho un clitoride di 10 cm e questo mi ha sempre creato qualche imbarazzo). E da conoscenze comuni mi hanno confermato che si sta vedendo con quel ragazzo. Mi chiedo che cosa ho per aver attratto questa persona bugiarda che è diventata gay e si è presa gioco di me.
Gioia Maina, Chepalle (SO)

Cara Gioia,
io eviterei di correre a conclusioni affrettate e giudizi severi. Magari il tuo ex è un amante dei baffi. Se vuoi riconquistarlo, lascia perdere la ceretta e comprati una buona cera per baffi e un pettinino per prendertene cura. Suggerisco di adottare lo stile Fu Manchu, quest’estate va molto.
Riguardo il tuo clitoride, comprendo che 10 centimetri possano creare qualche imbarazzo sotto la doccia in palestra. Però ti rammento che dicono che le dimensioni non contano ma basta saperlo usare. Un caro saluto.

Ciao Gintoki, ho 24 anni e ho un problema…credo proprio di aver trovato il ragazzo perfetto…intelligente, laureato, ottima famiglia, lavora, è affidabile è religioso, credente e praticante come me. L’unico problema è che lui crede nell’importanza del matrimonio e non vuole saperne di rapporti. Io gli ho proposto in alternativa l’anal, in modo da mantenermi illibata per la prima notte, ma lui dice che vuol conservare la purezza del suo cero (e così che chiama il suo membro, da quella volta che ci conoscemmo nel coro della chiesa e io gli dissi Hai un cero in tasca o sei solo contento di vedermi?). Che devo fare?
Devota Cappella, Piove di Sotto (PD)

Cara Devota,
credo ci sia un fraintendimento. Probabilmente col mantenere la purezza del cero il tuo ragazzo si riferisce ad altro. La prossima volta che gli proponi un anal usa prima un microclisma o un clisterino per la pulizia del retto. Fammi sapere.

Caro Gintoki: vengo al dunque. Io la amo. E lei dice di amarmi. Solo che mi accusa di essere soffocante. Dice che sono opprimente, che il mio amore è assillante, assillante, assillante. Ok, forse debbo mettermi nei suoi panni. Ma nei miei chi ci si mette? Mi domando perché se è libera la sera non ha voglia di vedermi, perché devo insistere e insistere e poi quando ci vediamo sta bene. Perché devo insistere per portarla fuori per un weekend, lei dice che non ama viaggiare, poi la volta che ci riesco, mi sembra sia felice. Ma allora, perché fa tante storie? Perché devo essere io a insistere per cenare insieme, poi viene da me, e si gode la serata… Non capisco perché tante storie, perché quando è libera non sempre ha voglia di vedermi… è così sfuggente che a volte penso abbia un altro.
Sonoro Acufene, Trebbiano nella Botte (PE)

Caro Sonoro, vengo al dunque: sei un vero cagacazzi. E ha ragione lei a dire che sei fastidioso. Ripeti le stesse cose, hai scritto tre volte di fila assillante e a me la gente che ripete quello che dice dà ai nervi. Hai capito? Hai capito? Hai capito?
Son certo che lei veda un altro uomo: lo psicoterapeuta che la ha in cura per lo stress.

Gin, ho una questione molto semplice da porti. Sono andata a letto con quasi tutti i miei migliori amici e non me ne pento per niente. Solo che ora ho un fidanzato che ha una visione del mondo un po’ meno liberale della mia. Che cosa dovrò dirgli quando dovrò presentarglieli?
Malvasia del Salento, Bucchinasco (MI)

Cara Malvasia,
credo tu abbia preso alla lettera il concetto di “farsi degli amici”. Non fatico inoltre a credere che, andandoci a letto, tu sia la loro migliore amica.
Venendo alla tua questione, io credo che una relazione debba basarsi su sincerità ed equilibrio tra le parti. Quindi per pareggiare i conti il tuo fidanzato deve fare sesso con i tuoi migliori amici.

Ebbene sì, anche questa mattina mi ritrovo a fissare il telefono in attesa di un messaggio da lui. Lui che è affascinante ma sposato. Forse per questo ai miei occhi affascinante. Lui che con classe e ironia è riuscito a trascinarmi in un vortice di passione e felicità, ma che ancora non chiama. Sono una quarantenne bella e disinibita ma sempre sola. Scappano tutti, sposati e no. Anche se confido nel grande amore… Uffa, sempre da sola non ce la faccio più. Help.
P.S. Scusa la punteggiatura inadeguata, ma sono una patita dell’Ulisse di Joyce.
Sevizia Bonazzi, Ratto delle Sabine (VT)

Cara Sevizia,
scusa se ti rispondo in blu ma sono un patito del primo Picasso. Se parli come scrivi non fatico a credere che scappino.

Caro Dottor Gintoki,
so che lei si occupa di cuore ma mi chiedo se fosse anche esperto di medicina generale. Volevo chiedere un parere su una cosa che mi vergogno un po’ a raccontare. In pratica, quando ingerisco alcuni alimenti noto che dopo un po’ la mia urina ha lo stesso odore di ciò che ho mangiato! E non mi succede solo con gli asparagi, che come saprà hanno questo effetto collaterale. Mi succede anche con i funghi, la pizza, l’ananas, il pesce e i mufloni grigliati. Cosa dovrei fare?
Candida Albicans, Sega Adduemani (VE)

Cara Candida,
è vero, mi occupo di cuore, ma solo perché, rimasto privo di connessione internet, non ho avuto modo di specializzarmi in altro. Ti consiglio di sfruttare la tua condizione per un’attività di pissing gourmet. Ti auguro di diventare mistress stellata.


Alla prossima settimana (forse) con altre lettere del (o dal o per o in con su per tra fra) cuore!

Non è che tu ti vesta in modo scontato perché anche l’ovvio vuole la sua parte

L’anno scorso, durante le pulizie decennali, misi in vendita alcuni manga. Un tizio che prese contatto con me, dopo aver concordato la transazione, mi scrisse poi

– Spero che tu non sia un truffatore :/

Faccia triste compresa. Al che ero molto tentato di rispondergli

– Oh no! Pensavo di essere riuscito a gabbarti, invece sei troppo furbo per me!.

Mi ricorda quelle signore che dal salumiere o dal macellaio dicono

– Mi dia un etto di…Ma è buono?

E io vorrei che un commerciante, in nome di tutti gli operatori alimentari che se lo sentono chiedere, rispondesse, per una volta:

– Guardi signora, è proprio una merda, speravo di sbolognarglielo.

Ho un rapporto ostile con le ovvietà, le domande retoriche e/o banali. Il sarcasmo becero è la prima reazione istintiva che provo.

Mi ricordo poi quando mi avviavo verso la porta di casa, abbigliato non certo in modo casalingo, e Madre chiedeva

– Esci?
– No, Madre, questa è la mia tenuta da giardinaggio. Dicono che alle piante bisogna parlare, ma credo sia necessario anche un abbigliamento adeguato, non trovi?

Che dire di quelli che, quando su un treno a lunga percorrenza in prossimità della tua fermata tu ti alzi e ti avvicini alla porta, ti arrivano da dietro chiedendo

– Scende?
– No, guardi, mi piace contemplare la porta che si apre e si chiude. Mi ricorda la caducità dell’esistenza.

Ma l’esperienza in realtà insegna che non bisogna mai, mai porre limiti con le persone.

L’esempio che porterò sempre con me è quello fornito da un aneddoto che, a distanza di anni, ancora raccontano i miei e i loro amici, riguardante un loro amico noto per esser astuto come un cervo.

Una sera, incontrandosi in piazza come sempre, costui chiese ai miei:

– E il piccolo Gintoki (allora avevo 3 anni) dove lo avete lasciato?

Padre, per far lo spiritoso, disse

– L’abbiamo mandato al cinema
– Ah, c’era qualche film della Disney?

E allora mi ricorderò sempre di non dar mai per scontato fin dove possano spingersi le domande altrui.

Il Vocaboletano – #11 – Ammuccarsi

Se qualcuno vi dicesse che questa è l’ultima puntata del Vocaboletano e voi gli deste credito, beh, vi sareste ammuccati una bufala!

Il Vocaboletano portato avanti da me e crisalide invece cresce con nuovi termini e prosegue (le puntate precedenti sono disponibili qui), con una novità: oggi tento l’esperimento di inserire anche l’audio, per far comprendere meglio l’uso dei vocaboli.

Oggi parliamo di ammuccare (o ammoccare), molto più spesso utilizzato nella forma riflessiva ammuccarsi.

Non ha nulla a che fare con le mucche: viene dal latino ad+bucca, dove poi la d e la b sono diventate delle m. Ha lo stesso significato dell’italiano imboccare, ma nell’uso dialettale ha assunto un senso figurato, riferito al mettere in bocca le parole agli altri.

Bisogna fare però attenzione! Chi si ammucca qualsiasi cosa gli venga detta è considerato un ingenuo, un credulone. Ammuccarsi, infatti, significa prestar fede alle fandonie altrui.

Il senso metaforico è chiaro: è riferito all’atteggiamento del sempliciotto che, restando a bocca aperta di fronte alle ciance altrui, si “pappa” senza fiatare ciò che gli viene servito.

Ascolta l’audio

Ad esempio la mia collega, CR, è una che se legge su internet che i semi di pompelmo aiutano a sgonfiare il girovita – non mi è ben chiaro come vadano assunti, se ingeriti interi, sniffati in polvere o inseriti per via rettale – lei si ammocca la cosa senza considerare se siano indicati nel suo caso e senza alcun tipo di esame che non sia l’autodiagnosi tramite Google.

Esiste però un altro significato che lo slang giovanile ha dato al verbo ammuccarsi.

In senso stretto indica infatti l’atto del baciare. Ma può anche intendere l’appartarsi per pomiciare: se, durante una festa, non vedete più un paio di persone e chiedete in giro che fine abbiano fatto, qualcuno vi risponderà che “Si sono ammuccati/Sono andati ad ammuccarsi”.

Ascolta l’audio

In senso ancor più esteso può riferirsi al concludere con successo una corte serrata. Un gruppo si amici potrebbe chiedere al soggetto in questione “Allora, alla fine ti sei ammuccato con quella?”, per la cui traduzione mi affido agli Elio e le Storie Tese: Allora come è andata con la tipa? Hai pucciato il biscotto o almeno hai limonato?.

Ascolta l’audio

Il soggetto potrebbe anche raccontar una balla e gli amici finirebbero per ammuccarsi una storia di ammuccamento.

Alla prossima puntata e non vi ammuccate bufale!

Il Vocaboletano – #5 – Fareniello

Ridendo e scherzando siamo arrivati alla quinta puntata del corso di napoletano facile, tenuto da me e crisalide77. Vi ricordiamo che la versione che trovate in edicola è priva di olio di palma, di glutine, di grassi insaturi, di glutammato e di proteine animali. Però è radioattiva perché stampata su fogli di amianto.


Ieri era San Valentino per chi non se ne fosse accorto: spero che, durante la giornata, nessuna fanciulla sia stata importunata da chi sperava di far conquiste amorose con modi stucchevoli. In una sola parola: da un fareniello.

Si definisce in questo modo il bellimbusto che si profonde in smancerie, fa mille pose e moine per apparir simpatico a tutti i costi, ottenendo al contrario di risultar sgradevole. Cascamorto lezioso e untuoso, il fareniello crede di essere intrigante e supera ogni limite di decenza. Interessato solo ad apparire, si piace e si compiace unicamente di sé stesso.

Origini
La storia dietro il termine risale al Teatro di prosa del ‘700.

Nelle rappresentazioni teatrali tra le figure più comuni in scena c’era quella dell’amatore, del seduttore brillante, del Don Giovanni di turno. Tale ruolo era affidato a giovani di bell’aspetto e intraprendenti. Considerando però che la carriera di un attore non si esaurisce nella giovinezza, per continuare a calcare le scene in quel ruolo c’era chi si truccava per non mostrare i segni del tempo.

Dato che i laboratori Collistar non erano ancora aperti a quel tempo, per apparire giovane l’attore si spalmava in faccia un impiastro casalingo a base di farina. Una farinata. Più passava il tempo e più farina occorreva gettar in faccia con la cazzuola, esasperando anche gli atteggiamenti per sembrar giovanili. Il risultato era caricaturale e ridicolo, tipico di una persona che vuol apparire e sembrare ciò che non è.

Proprio come fa un fareniello di oggi.

Nel linguaggio comune ci si è spostati dai palchi alla strada, dove i moderni damerini continuano a mettere in scena le mosse del fareniello. Non è raro inoltre essere bonariamente canzonati dagli amici quando ci si appresta ad approcciare una donna, al suon di “vai a fare un po’ il fareniello?”.

Perché il fareniello, da buon attore, abbisogna sempre di un pubblico.


Un piccolo aneddoto: anno 2005, tra i banchi dell’università ricordo uno studente che amava mettersi in mostra e che voleva sembrare acculturato snocciolando curiosità storiche. Era alto un metro e sessanta ma quando si esibiva nelle sue smanciose pose sembrava crescere di venti centimetri in altezza. A un certo punto ha raccontato, alla ragazza con cui faceva il brillante, le origini del termine fareniello. Lì ho temuto si stesse per aprire un paradosso spazio-temporale e che un buco nero ci avrebbe risucchiati: un fareniello che racconta del fareniello è un vero corto circuito.

Non è che alle casseforti piacciano gli incontri per combinazione

Tra i torti che si possono fare al prossimo c’è il “Ti presento qualcuno”, per robe di accoppiamenti come rimedio alla singoltanza.

Parlo di torto nella fattispecie di un incontro combinato senza una richiesta esplicita da parte del soggetto coinvolto.

Ricordo una uscita a quattro a mia insaputa del lontano 2005 o 2006.

Il mio amico mi propose di uscire un sabato sera, lui, la fidanzata con cui da poco stava insieme e “amici di lei”. Ricordo benissimo che parlò al plurale.

E invece eravamo in quattro. I novelli amanti, io e Renata (nome di fantasia che indica però un nome maschile poco comune declinato al femminile).

È evidente che la fidanzata del mio amico, sentendosi in colpa per aver rotto il ciclo di zitellanza nel gruppo – composto da tre ragazze -, si fosse caricata del compito di ripulirsi il karma sistemando anche le amiche. Cosa che non mi sarebbe dispiaciuta se avessero coinvolto non Renata ma l’altra del gruppo, cioè Giorgiona (nome di fantasia che cela nome di pittore affine declinato al femminile), che aveva un che di intrigante e robe di piercing e tatuaggio. Purtroppo Giorgiona provvedeva da sé ai propri bisogni fisici e non gradiva interferenze, senza contare una lunga storia di prendimenti e lasciamenti e robe di ungulati cornuti con un ex ragazzo storico.

Andammo in un locale con musica chill e jazz e luci spente. Un posto così oscuro che per leggere il menù usai l’accendino, accorgendomi di star sfogliando il catalogo delle canzoni del karaoke. Mi fermai prima di ordinare un Balla al gusto Umberto Balsamo.

Durante quella sera mi comportai da perfetto cafone. Quando mi accorsi che si trattava di un’uscita combinata decisi di boicottare l’intera serata. Non ordinai da bere, non rivolsi mai la parola alla povera Renata né alla fidanzata del mio amico. Con quest’ultimo mi intrattenni a parlare di calcio.

Usciti dal locale, dopo essersi consultata con Renata, la fidanzata propose di far due passi. Lei e il mio amico procedevano davanti, lasciando noialtri indietro, forse sperando di stimolare una qualche conversazione. Io persistetti nel mio silenzioso dissenso.

Fu un comportamento orribile. Non è per discolparmi, ma io un tempo non ero affatto civilizzato e adatto a stare in società. Col tempo giuro di essere migliorato. Oggi so anche stare a tavola senza grufolare nel piatto.

Non fui più invitato a uscite di questo tipo da parte loro. Renata non si vide più nel gruppo. Venni a sapere che aveva trovato un ragazzo e non frequentava più le amiche. Per egocentrismo mi sento responsabile, perché immagino che sarà rimasta così scottata dalla sgradevole esperienza da aver ripudiato la sorellanza.

Ogni volta che leggo di donne che lamentano uscite orribili con individui improponibili mi sento chiamato in causa, perché io stesso sono stato un improponibile.

Quindi chiedo scusa al mondo femminile e anche a quello maschile per la pessima figura. Ma qualcuno doveva pur sobbarcarsi il peso della croce del dissenso in risposta agli incontri combinati.


A qualcuno potrebbe saltar l’uzzolo di domandare come si presentasse esteticamente Renata. Non lo ricordo. Nella mia immagine aveva questa massa di capelli che le pioveva davanti il viso lasciando scoperti solo naso e bocca. È probabile fosse meno capellona di così ma nel corso degli anni i ricordi si riscrivono e ora è affetta da iperespansione tricotica.


Non è che per la moglie dell’astrofisico contino le dimensioni parallele

Durante un tranquillo spettegolare con un’amica si è finiti a trattare il discorso delle dimensioni.

Lo spunto era stato il commentare una coppia di amici suoi, in cui lui, pur dopo aver lasciato l’amica della mia amica, continua a mandarle sue foto molto intime. La mia amica ha intravisto una di queste foto in cui la beneamata verga era immortalata in primissimo piano.


La questione è un po’ più complessa di così: lui ha lasciato lei, lei scrive ancora a lui, lui le manda foto porno, lei chiede di poter toccare con mano la questione, lui rifiuta.


– Ho visto solo per un attimo ma non sembrava messo male! Ho capito perché lui le manca!…Comunque – ha aggiunto – non sono una che sta a guardare, però un minimo di sostanza ci vuole
– Conta saperlo usare! – dico io, nella più scontata delle battute
– Sì va be’ ma uno standard minimo almeno ci deve essere
– Va be’, poi non è che ci vuol molto a riempire – replico dopo qualche istante di riflessione – La lunghezza è 7 centimetri – riferendomi alle dimensioni della Signora Gina
– 7 centimetri? – mi risponde perplessa
– Beh 7-10…quella è insomma la dimensione – dico mostrando anche la misura formando una C con indice e pollice
– 7 centimetri, veramente? – mi chiede con un’aria perplessa e abbassando la voce
– Sì, poi la vagina è ripiegata su sé stessa, insomma, come un ombrello

E lì sono andato avanti con ginecologia spicciola imparata su Focus.

Mentre tornava a casa, mi è venuto un dubbio ripensando alla conversazione e alla sua aria perplessa: non è che quando parlavo dei 7 centimetri avrà pensato mi stessi riferendo a me? La cosa mi ha causato un brivido freddo lungo la schiena.

Con questa persona, essendo in rapporto amicale, non ho alcuna velleità di tipo erotico-sessuale. Mi turba però l’idea che possa avere un’idea sbagliata su di me in particolare su questioni di portata così intima e personale. Idea che, per la natura appunto del nostro rapporto, non potrei farle cambiare!

Vorrei chiarire l’equivoco, semmai ce ne sia uno, ma non saprei come fare. Chiedere direttamente “Ehi, ma quando parlavo di 7 centimetri di lunghezza pensavi alludessi a me stesso?” mi sembra poco cortese oltre a lasciar capire che sono vittima di pensieri ossessivo compulsivi, cosa in assoluto non vera!

Potrei magari, durante una leggera conversazione, buttar lì una innocente vanteria sulle mie dimensioni. Del tipo: “Ehi, oggi mi stavo lavando, avevo il sapone negli occhi e stavo cercando il tubo della doccia, pensavo di averlo preso invece ah ah ah avevo preso il mio ah ah ah beh hai capito, mi sono confuso! Che roba!”

Però la cosa potrebbe anche esser scambiata per una goliardata spaccona e lasciata cadere nel vuoto.

Per tagliare la testa al toro forse potrei, la prossima volta che mi troverò a casa sua, approfittare di un suo momento di distrazione per denudarmi nel suo salotto e mostrare la realtà dei fatti, con una scusa del tipo “Scusami, mi era entrato un insetto nei vestiti e avevo paura mi mordesse”, oppure “Scusa, ma credevo che i miei vestiti stessero andando a fuoco per combustione spontanea”, o ancora “Scusami, ma dovevo mostrarti il mio pene”.

Terrò aggiornamenti su questa penosa questione.


Quella riguardante la coppia descritta nell’incipit.


Non è che serva un ascensore per mandare giù un bicchiere

Non sapendo nuotare e non amando neanche molto tale attività, come ho già raccontato in passato, mi muovo in acqua col passo del Dr. Zoidberg: a gambe arcuate spostandomi lateralmente.

A volte penso dovrei iscrivermi in piscina almeno per imparare.
Ho sempre rifiutato l’idea anche per mancanza di tempo e danaro. Il primo è una scusa, in quanto il tempo, se si vuole, si trova. Volendo, inoltre, con quello che spendo in birre nei week-end potrei pagare mensilmente la quota di iscrizione. Ne guadagnerei in salute, probabilmente.

Mi sono chiesto quando fosse stata l’ultima volta che sono uscito e non ho avuto un bicchiere in mano.
Non la ricordo.

E poi mi sono chiesto quando ho visto l’ultima volta i miei amici senza un bicchiere nelle loro mani.
Non ricordo neanche questo.

E tutte le persone che vedo in giro.
Anche gli astemi hanno bicchieri in mano.

L’invenzione più importante dell’umanità non è la ruota ma il bicchiere.
Immagino la scena quando non esistevano, nel Paleolitico o giù di lì:

– Grumbolz, stasera andiamo a bere qualcosa?
– Sì, dai, Brugloz. Avrei proprio voglia di latte di mammut fermentato
– Anche io. Certo se avessimo i bicchieri…
– Già, infatti.
– Va be’, sarà per la prossima volta se mai li inventeranno.

Il bicchiere è il vero collante sociale.

E offre anche argomenti di conversazione: ricordo al liceo mi raccontarono la storia di una tizia conoscente di amici di conoscenti che si infilava un bicchiere proprio lì, nell’origine del mondo.

Sì sa come vanno questo racconti. La storia sarà stata romanzata sicuramente. Io credo che in realtà sia frutto di un equivoco e sarà andata così:

– Ehi, ti va un bicchiere?
– Non lo so…Fammi provare!…Gnnn…Ah! Sì sì, guarda, mi va perfettamente!
– …

Non è che forse “figli di buona famiglia” vada inteso come “figli di buona donna”?

È notizia di ieri che sono state arrestate 5 bestie per aver violentato una ragazza.

I commenti al fatto di cronaca erano che fossero “Cinque ragazzi normali”.


Un po’ vaga e lacunosa come definizione. Andrebbe spiegato come invece violenta una donna un ragazzo anormale. I media avrebbero il dovere di informare riguardo ciò, cosicché si possa poi riconoscere un anormale a prima vista.


Il TG Regionale si è spinto oltre, definendoli “Insospettabili” e “Di famiglie bene”.

Mi interrogo sempre su cosa sia una famiglia bene. Ho chiesto a Madre:

– Madre, noi siamo una famiglia bene?
– Tuo padre bestemmia da quando apre gli occhi fino alla sera quando li chiude, secondo te?

Il Sindaco del Comune dove è avvenuto il fatto, intervistato, ha detto di essere scioccato, la loro “È una comunità bene”.

Qui le cose cominciano a complicarsi: non è ben chiaro come qualificare una comunità bene e se per caso esista una sorta di Denominazione di Origine Controllata per distinguerle dalle finte comunità bene Made in China.

Per fortuna il Primo Cittadino ha poi aggiunto che “[È una comunità] di gente che lavora”, che è invece una esauriente specificazione.

Sono passato quindi a farmi un piccolo esame di coscienza: non ero neanche preparato, quindi sono andato giusto a tentarlo.

È da tempo che io infatti vorrei commettere un reato.


Credo che ognuno nel proprio bagaglio di esperienze debba averne uno, per vantarsi con gli amici al pub o per usarlo come arma politica invocando una persecuzione giudiziaria.


Non sono orientato su cose turpi e/o aberranti e/o violente.
Penso più a un qualcosa di artistico, come una rapina in banca o in appartamento degna di Lupin o Diabolik.

Ma prima di fare questo passo, devo pormi una domanda: avrei i requisiti giusti per non essere poi etichettato come un criminale della peggior specie, bensì come “Un ragazzo normale”, “Un insospettabile”, “Uno come tanti che vuol bene alla mamma e sognava di fare l’astronauta il calciatore”?


Credo gli astronauti come popolarità siano un po’ in ribasso, basti guardare gli insulti su internet a Samantha Cristoforetti, il fatto che andare nello spazio costa soldi quando invece potremmo investirli in tangenti sulla Terra, o le questioni sul fatto che il Mondo sia piatto e il cielo una cupola chiusa.


1) Innanzitutto c’è il problema di ottenere il riconoscimento di “famiglia bene”. Dovrò informarmi se c’è un ente preposto a tale scopo.

2) C’è la questione del salutare i vicini tutti i giorni, che sembra sia importante. Io rispetto l’obbligo in parte: c’è una famiglia, che abita nel palazzo di fronte casa, con cui ci si ignora in modo freddo come tra blocchi geopolitici sotto Cortina di ferro. C’è poi la vicina nella casa di fianco, che semplicemente se ti vede fugge via.
Costoro potrebbero costituire un problema e danneggiare la mia immagine nel caso venissero intervistati dalle telecamere di Barbara D’Urso.

3) Il lavoro è il vero nodo spinoso. Nel mio curriculum ci sono dei buchi temporali tra le varie esperienze. Potrei dare la colpa alla congiuntura economica, al governo, alle scie chimiche, a tante cose: ma il messaggio che passerà all’opinione pubblica – e io l’opinione pubblica la osservo bene e so come ragiona – sarà che io non ero un gran lavoratore perché non lavoravo sempre.
Dovrei forse mentire sul cv, allungare qualche esperienza, aggiungerne un’altra qua e là.

4) È necessario assumere un’aria rispettabile ed eliminare qualsiasi oggetto personale che possa essere utilizzato per fornire interpretazioni sulla propria personalità a qualche opinionista: come ad esempio le mie fantastiche camicie che, come dimostra il seguente reperto fotografico, vengono anche copiate:


Io son quello di destra e la risposta è no, io e l’altro tizio non ci eravamo messi d’accordo.


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Mi sono quindi reso conto che è veramente difficile oggigiorno riuscire a passare per un criminale insospettabile. Quindi almeno per il momento il crimine dovrà fare a meno di me.

Tanto sembra che in giro ci siano tanti ragazzi perbene pronti a prendere il mio posto.

Non è che per uno schiaffo il maiale porga l’altro guanciale

Come accennavo nel precedente post, CR è tornata ad avere paturnie sentimentali. Questa è la conversazione che abbiamo avuto venerdì.

G: Ciao!
CR: Ciao Gintoki!
G: Allora, l’Ingrugnito ha trovato finalmente casa, eh?
CR: Lasciamo stare, sono due giorni che non ci parliamo.


(nel frattempo, all’interno della mia testa)
COMANDO 1 A SQUADRA ALPHA: RITIRARSI, È UNA TRAPPOLA! RIPETO, RITIRARSI!


G: Congratulazioni! Avete trovato il segreto per una coppia felice. Ora non vi resta che non parlarvi per i prossimi 30 anni almeno e starete benissimo insieme come tante coppie sposate.


COMANDO 1 A SQUADRA ALPHA: OTTIMA MANOVRA DIVERSIVA


G: Comunque, come mai? Cosa è successo?


SQUADRA ALPHA! NON IN QUELLA DIREZIONE! RISPONDETE!


CR: Lui mi fa innervorsire. Va bene io sono fatta in un certo modo e sono pure cagacazzo, ma non è possibile che…


COMANDANTE, LA SQUADRA ALPHA È CADUTA NELL’IMBOSCATA


CR: …ogni volta debba sempre dirgli cosa fare o cosa non fare. Non capisco perché gli uomini debbano essere così immaturi.
G: Beh, ma non siamo tutti così, dai. Ti invito a correggere quest’affermazione o ti terrò il muso tutto il giorno.
CR: Per esempio, è mai possibile che finalmente trova una casa che gli va a genio e la prima cosa che fa è chiamare gli amici per farli venire a vedere? Stavamo ancora parlando con la proprietaria, manco aveva messo piede che deve chiamare i compagni suoi? Ti pare?
G: Molto scortese. Poteva almeno organizzarsi prima per accoglierli con bibite e qualche salatino invece che a mani vuote.
CR: E poi uno dei due amici viene col cane. E lui senza problemi fa: Sì sì entra, entra.
G: Mah, a casa mia se mi garantisce che è pulito e non sporca, il cane può anche lasciar entrar dentro l’amico per non lasciarlo fuori.
CR: E poi quando finalmente gli amici hanno detto che la casa è un buon affare, lui si è convinto. Quando lo dicevo io sembrava che non mi ascoltasse nemmeno. Ti pare giusto che uno non ti dia retta quando parli?
G: Scusa ero distratto a togliermi del cerume dall’orecchio e non ti stavo seguendo.
CR: Ma poi non è solo questo, io mi sono scocciata di dover stare sempre a riprenderlo, come con un bambino. Non voglio trovarmi, se avremo un figlio, a doverne poi gestire due.
G: Vedila così, se avrete un figlio avrai già un buon allenamento alle spalle. Sai quanta ansia da madre e quanto Xanax potresti risparmiarti?
CR: E poi un’altra cosa che mi irrita è che si giri sempre a guardare le altre. Sai che dice lui? Eh ma noi maschi siamo bestie, che ci vuoi fare. Non so più come farglielo capire che mi dà fastidio. Ho provato a fare finta di niente, a prenderla sul ridere, ad arrabbiarmi.
L’ho preso pure a schiaffi!
G: No, questo non va bene. Potrebbe crearti problemi con la Protezione Animali.
CR: Pure domenica scorsa, stavamo a pranzo dai miei parenti e lui che commentava mia nipote di 19 anni.
G: Ha un futuro da Presidente del Consiglio.
CR: Sai cosa mi preoccupa? In lui vedo gli stessi atteggiamenti di mio padre.
G: C’era uno psicanalista austriaco che ti avrebbe trovata interessante.
CR: E comunque io sono stanca.
G: Sapessi io.
CR: Come dici?
G: Che comprendo la tua frustrazione e il tuo scoramento.
CR: Comunque, tu come stai?
G: Ho la colite. Mi piglia sempre quando sto nervoso.
CR: Eh sta girando questa influenza.
G: Già, è veramente brutto quando parli e non ti ascoltano.