Non è che per esser sempre Felice cambi nome all’anagrafe*

*A meno che tu non ti chiami già Felice.


Delle riflessioni dell’ysingrino sulla felicità mi hanno fatto riflettere a mia volta.

La felicità è una sfasamento ormonale.
Siam felici se c’è serotonina in circolo. Quando ne cessa la somministrazione arriva la fase di down, come se il cervello cercasse di riequilibrare lo scompenso. Un po’ come quando sei ciucco e stai bene, fino a quando non subentra il momento in cui ti senti malissimo e devi vomitare anche la coscienza – ammesso che tu ne abbia una – per ripulire il corpo e rimetterlo a posto.


È per tal motivo che bisogna bere responsabilmente: siate responsabili delle vostre chiazze di vomito e non abbandonatele dove capita.


Il problema della felicità è che quindi non è sostenibile. Non la si può mantenere a lungo. Nel momento in cui la si avverte già sta scemando. Non è di certo un bene rifugio sul quale investire: sarà per questo che ho la percezione che in termini di risorse sia più conveniente esser tristi. Viviamo con una perenne eco di sottofondo fatta di brutte notizie come se dovessimo conformarci a esser di malumore. Se uno è felice deve star attento a non renderlo noto perché attirerà l’odio altrui. La felicità rovina forse l’economia?

Stanco di questa ricerca di felicitale (felicità/capitale) esterna, ho deciso di cercarla dentro di me.

Esaurita la dimensione visibile, la cerco a livello subatomico. Sono sicuro che lì, tra un Quark e un Piero Angela, dei Quanti (e Quanti ne sono!) ci sia qualche forza elettromagnetica che muova la felicità. La chiamerò il Felicitone.

Caratteristica del Felicitone di Gintoki è che nel momento in cui lo si osserva si dissolve. Sai che esiste perché ne avverti gli effetti distorsivi ma non riesci a bloccarlo.

Sarà allora questa instabilità nucleare l’origine dell’inquietudine che mi porto dentro.

Eppure, sì, vorrei arrestare il moto di quella particella è rimaner lì a contemplarla per un Quanto basta. E realizzare che non è tutto così effimero.

Immagine presa dal web  e che non corrisponde a un vero atomo. Nessun atomo ha subito violenze per questo scatto.

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Non è che il testimone alla maturità traduca la versione dei fatti

Ho fatto l’esame di maturità quando “Dopo l’11 settembre” era un refrain sempre presente in qualsiasi discorso.
Gli aeroporti non sono più sicuri, dopo l’11 settembre.
L’economia è in flessione, dopo l’11 settembre.
Le ragazze non vogliono uscire con te, dopo l’11 settembre.


No, l’ultima cosa era vera anche prima.


Michael Schumacher era il signore assoluto della Formula 1, Lance Armstrong col suo cocktail di steroidi andava in bici come sulla motocicletta, nel mondo ancora si pensava che con un paio di bombardamenti a caso sarebbe regnata la pace, internet per molti andava ancora a 56k e quindi per scaricare la foto di una donna nuda si spendeva l’equivalente di una telefonata in Nicaragua, la tamarrodance italiana dominava ancora la scena musicale tamarra.


Chi dimentica è complice di ciò:


Insomma, a parte la Ferrari era proprio un’epoca del cazzo.

I telefonini – tra i quali regnava il Nokia 3310 – erano proibiti in aula e furono messi sotto sequestro.
Il mio compagno di banco ne aveva due, consegnò il telefono farlocco e utilizzò l’altro per inviare via sms la prima riga della versione di latino a un amico a casa. Storia vera, il complice divenne famoso su Studenti.it per essere stato il primo ad aver diffuso la traccia.

Fu un accorgimento inutile, in quanto il nostro professore – buonanima – dopo un paio d’ore ci dettò la traduzione.

La cosa strana è che pur avendo traduzioni tutte uguali i voti alla fine furono diversi.

In realtà io me l’aspettavo, immaginavo che tutta la faccenda della maturità fosse una farsa e che, con una commissione interna – fatta eccezione per il presidente – il risultato finale fosse né più né meno che una fotografia del rendimento durante gli anni di liceo.

Il primo giorno, alla prova di italiano mi presentai con tutta calma, con soltanto una penna in tasca – che decise di non scrivere più – e nient’altro. Non ho mai sentito l’esigenza di portarmi dietro un vocabolario di italiano. Conosco le coniugazioni e sono in possesso di un decente numero di vocaboli. Se per caso il significato di uno mi fosse stato ignoto – poniamo, zeotropo – la mia regola era “Non utilizzarlo!”.


Dicesi zeotropo una miscela chimica.


Anche all’esame orale mi presentai molto tranquillo e fu poco più che una chiacchierata piacevole. Fino a che non mi chiesero cosa volessi fare in futuro. Balbettai che non avevo le idee molto chiare. La professoressa di matematica mi disse, solenne come in un film d’azione anni ottanta dove c’era sempre un momento in cui qualcuno diceva qualche frase epica per galvanizzare l’eroe: “Tu puoi fare tutto”.

Questo fu molto scorretto.

Fino al giorno prima un ragazzo si sente ripetere che non può fare questo, che non deve fare quest’altro, che è un imbecille e via dicendo.


La definizione specifica data dal professore era Maccarone di semmenta, che potremmo tradurre con roba da poco, inetto.


Poi dopo ti dicono che sei speciale, che rispetto a chi ti ha preceduto hai tante nuove possibilità. Come il porno online e i deodoranti che non bucano l’ozono.

È questo il problema della mia generazione: ci è stato detto di essere speciali, il che riflettendoci è una cosa che non ha senso: “speciale” è chi si differenzia dagli altri. Se tutti sono speciali, la differenziazione non c’è, ergo nessuno è speciale.

La realtà è che non siamo speciali e sarebbe stato meglio se avessero continuato a trattarci da maccaroni, forse.

Cà nisciuno è fisso

Vorrei linkare questo post che ho trovato per caso girovagando in rete:
Perchè la nostra generazione è infelice

Il post traduce un articolo comparso su un blog USA che analizza la cosiddetta Generazione Y (detta anche GYPSY, cioè Gen Y protagonists & special Yuppies)e spiega perché è eternamente insoddisfatta e aneli sempre a qualcosa di più grande e non ben definito.

Premetto che non farò una sintesi dell’articolo, perché credo vada letto tutto. Pertanto, le mie riflessioni che seguono qui presumono la lettura preliminare.

Ho trovato l’articolo molto interessante e condivisibile. Insomma, ho esempi davanti agli occhi tutti i giorni e anche se non volessi riferirmi ai miei coetanei, mi basta guardare me stesso allo specchio. Sono insoddisfatto e pure gatto. Pertanto, sono narcisista e megalomane e ho sempre l’ambizione di volere qualcosa, o di essere destinato a fare o avere qualcosa.

Ma mettendo un attimo da parte questo narcisismo interiore, io credo che chi ci ha preceduto non abbia il sedere tanto pulito, scusate.

Prendiamo come esempio il mondo del lavoro. Attenzione, sono generalizzazioni, entrando nello specifico ci sarà sempre il caso particolare che è diverso, però io voglio fare una considerazione.

La generazione precedente – ripeto, con le dovute eccezioni particolari – è cresciuta con il posto fisso.

Oggi questa generazione mi dice che io non debbo pensare al posto fisso, perché i tempi son cambiati, perché l’economia è cambiata, perché il mercato è in crisi.
Siamo d’accordo che i tempi siano cambiati, ma permettete che, comunque, mi roda il deretano?

Anche perché sarebbe bello analizzare i motivi di questo cambiamento dei tempi. Siamo sicuri che non sia anche colpa di chi ci ha preceduto? Oggi un’azienda deve farsi 100 conti prima di assumere qualcuno in pianta stabile e, in certi casi, non posso dar loro tutti i torti. È un investimento non da poco tenersi qualcuno 30 e più anni sul groppone.

Voglio condividere un aneddoto.
Un giorno, nella precedente azienda in cui lavoravo, stavamo facendo una specie di corso di formazione psicologica di gruppo. Dovevamo fare un esercizio in cui scrivevamo su un post it anonimo cosa auspicassimo dall’azienda per il futuro. Qualcuno scrisse “più stabilizzazioni“. Proprio in quel momento entrò il capo, non il capo assoluto perché quello è Transalpino (dannati franshesi!), ma il capo della sede di qui. In ogni caso, quando fece il suo ingresso mi sembrò di sentire in testa la Marcia Imperiale

Il capo chiese spiegazioni su cosa intendessimo col chiedere una cosa simile. E poi disse:
“Io dico ben vengano i DET (determinati), perché lavorano di più. Se io chiedessi a Pinca Pallina (un’indeterminata) di spostarsi su un’altra mansione, direbbe Noo, Chi, io?
Allora ben vengano invece i DET. Ringraziate i vostri colleghi”

Fu un gran bastardo. Ma aveva tutti i torti? Insomma, io vedevo i colleghi IND com’erano: molto rilassati, ogni ora la sigarettina, qualcuna andava a farsi la spesa pure…mentre i DET sgobbavano come muli, perché la sedia bruciava loro sotto al sedere, sperando di mettersi in buona luce per avere un altro contratto.
L’IND si difenderà, dirà Io ai miei tempi ho già sgobbato come un mulo, ora tocca agli altri. È un ragionamento giusto? Non lo so. Fatto sta che, in tempi di crisi economica in cui le entrate calano, un’azienda dirà: ben vengano i DET, perché lavorano di più.

E allora torniamo a quello che dicevo sopra: permettete che mi roda il deretano?

Per la serie: dal sognare il posto fisso a sognare il Fissan in quel posto per trovar sollievo.

Sulle aspettative: io attualmente lavoro 40 ore a settimana per poche centinaia di euro, faccio un lavoro ripetitivo tutti i giorni, la prospettiva, quando mi scadrà il contratto e se decideranno di riconfermarmi, è di vivere per un bel po’ in massima precarietà con contratti a progetto reiterati con artifici legali. È lecito che io voglia aspettarmi di più?

Sì, ma per avere di più bisogna fare sacrifici. Siamo d’accordo. Ma questi sacrifici portano realmente a qualcosa? E, soprattutto, chi dall’alto mi viene a dire che bisogna “sporcarsi le mani” (quanto odio questa frase, io me le sporcherei del sangue di chi me la dice), che sacrifici ha fatto (qualcuno ha detto Fornero?)?

E come me siamo tantissimi altri in queste condizioni. Riconosco di vivere in una generazione di viziati e arroganti, con lo smartphone e la Playstation e l’eterna noia esistenziale che se ne sta come un gufo appollaiato sulla spalla. Ma analizziamo anche le cause che hanno portato a ciò. Ci hanno fatto credere magari di poter diventare Qualcuno con la Q, siamo d’accordo che siamo troppi per essere tutti Qualcuno a livello mondiale o nazionale, ma almeno posso sognare di essere il Qualcuno della strada in cui vivo? O per essere felici non bisogna più coltivare aspettative?

Non lo so.

(a proposito di Gypsy, come non mettere questa canzone? O questa o i Gypsy Kings)