Non è che la fatica di trovar prodotti genuini ti faccia imprecare bio

Sagre e feste di paese sono diventate ormai infrequentabili. Da habitat storico di rozzi villici e ubriaconi ora sono la meta alternativa di cittadini annoiati che vogliono riscoprire i sapori della tradizione e provocarsi il diabete senza sensi di colpa perché tanto è tutto genuino e sano.


È difficile spiegare che pur essendo km0 la pancetta fritta nello strutto non giova comunque alle coronarie.


Alcuni indizi che dovrebbero farti capire che la tua sagra paesana non sarà un Eden di prodotti tipici ma un Inferno di gomitate nello sterno e di pestoni agli alluci:

1)  Ai lati di una statale di campagna immersa nel buio c’è una lunga fila di auto parcheggiate metà sull’asfalto metà in un canale di scolo e una transumanza di pedoni che camminano a centro strada mentre il paesino della sagra ancora non si vede in lontananza. Fiducioso provi a tirar dritto finché troverai la strada chiusa dal vigile part-time – è anche macellaio e cavadenti – del paese. Tornerai indietro e nel frattempo la fila di auto sarà aumentata di un chilometro.

2) Gli stand del cibo avranno sempre una coda che neanche il primo giorno del nuovo Iphone. Arrivato finalmente al bancone troverai un foglio scritto col pennarello con scrittura obliqua che tende a rimpicciolirsi perché lo spazio stava terminando: “Munirsi di scontrino alla cassa”. La cassa sarà due isolati più in là, con una fila lunga il doppio. Nel frattempo le cibarie che avevi adocchiato saranno terminate e dovrai accontentarti della solita salsiccia grigliata in mezzo a due fette di pane raffermo.

3) Tra i piatti proposti ce ne sono alcuni che andrebbero mangiati con forchetta e coltello ma tu sei in piedi con un bicchiere di vino in una mano e un piatto nell’altra quindi l’unica alternativa è mandar giù tutto per intero come Fantozzi con il tordo.

4) Ti trovi in una località di mare e la sagra è dedicata al tartufo e al porcino oppure in una località di montagna e la specialità è la zuppa di cozze.

5) Da Gaeta in giù in tutte le manifestazioni di questo tipo c’è qualcuno che suona musica popolare per tutto il tempo. Musica popolare vuol dire la tammorra. Tammorra vuol dire che qualcuno per ore suonerà la stessa, identica, ritmica che fa tutuntata tutuntata tà tà tà tutuntata tutuntata tà tà tà. Tralasciando che lo strumento si può suonare anche in modi diversi – se ovviamente qualcuno li conoscesse – si può anche dire che la musica popolare ha rotto il cazzo.

6) Ai bambini non frega niente di queste cose. I genitori li portano lì per farli sgroppare in piazza, correre tra le persone urtandole e rovesciando loro piatti e bicchieri, giocare a freccette con i cani randagi usando gli spiedini degli arrosticini. In genere poi socializzano e si mischiano con altri coetanei, cosicché a fine serata c’è sempre qualcuno che si porta a casa i figli di un altro.

7) L’uomo furbo che vuole bere sceglie di saltare le code chilometriche e infilarsi nel bar del paese per prendere un’economica Peroni a 1€. Peccato che prima di lui ci saranno stati altri uomini furbi che avranno fatto lo stesso svuotando il frigo e quindi il barista gli rifilerà – senza metterlo in guardia – una birra calda.

8) Le vie strette dei borghi comprimono la massa di persone cosicché ci si ritrova costretti – talvolta trascinati a forza – a seguir la fiumana giocoforza. Volevi fermarti ad acquistare un barattolo di miele e invece ti ritrovi allo stand di un artigiano del posto che realizza statuine con i gusci di noce e che ha intrapreso l’attività quel giorno stesso per comprarsi un po’ di fumo.

9) A gestire il gazebo dei prodotti solidali Peruviani barra dei Nativi Americani barra Tibetani c’è uno che sembra un Tibetano barra Nativo Americano barra Peruviano ma viene in realtà da Barra (Napoli).

10) A fine serata dirai Mai più ma il giorno dopo nel gruppo Whatsapp dove si organizzano le scampagnate qualcuno condividerà la foto del manifesto della sagra del turacciolo ubriaco con la didascalia Andiamo???? e tu accetterai rendendo palese che a quel punto non sono le feste di paese il problema ma sei tu stesso.

Annunci

Amore ardente

Liberamente ispirato a Stick Boy and Match Girl in Love di Tim Burton. Qui il testo originale della poesia:

Stick Boy liked Match Girl,
he liked her a lot.
He liked her cute figure,
he thought she was hot.
But could a flame ever burn
for a match and a stick?
It did quite literally; 
he burned up pretty quick.

Amore ardente
L’albero cadde al suolo idealmente accolto tra le braccia della terra. L’impatto sollevò foglie morte e terriccio. Un brivido di freddo scosse il Sig. Octave, che scrollò le spalle per liberarsi dalla gelida sensazione. Sospirò. Una nuvola di condensa si materializzò mulinando nell’aria prima di svanire.
Per quella giornata il lavoro poteva dirsi concluso ed era giunta l’ora di una fumata. Le indicazioni del medico erano state ben chiare a tal proposito, ma sussiste in ogni paziente un margine di contrattazione con la propria salute che contempla il persistere di peccati giudicati di lieve entità. Il Sig. Octave estrasse quindi dal giubbetto pipa e tabacco e si apprestò a godersi il momento di pausa nel silenzio autunnale della collina. Dai calzoni trasse una piccola scatola di fiammiferi decorata con un disegno di propaganda bellica, un ricordo di tempi andati cui si era affezionato al punto da continuare a utilizzarla. Ogni volta che i fiammiferi all’interno si esaurivano, ne comprava altri da inserire nella scatola. Mentre si apprestava a sfregarlo, un fiammifero gli cadde dalle dita per volare a terra, tra il fogliame.
– “Maledetta artrite…ah!”
Tirò fuori un altro fiammifero. Dalla superficie della scatola gli occhi di un soldato in assetto da guerra lo fissarono. Spense il fiammifero e lo gettò, avendo cura di calpestarlo con la suola di gomma dello stivale prima di abbandonare il posto, per scendere a valle verso la propria casa.

ImmagineQuello che era ridotto ormai a uno stecchino combusto giaceva su un letto di foglie, indolenzito ma ancora integro dopo lo sgradevole calpestamento. Si guardò intorno e notò il fiammifero che era caduto in precedenza al Sig. Octave. Appena vide quella testa rossa si rianimò, e dal proprio capo bruciacchiato partì un filo di fumo.

– “Scusami…dico a te, rossa”
– “Parli con me?” si udì una risposta
– “A chi altra potrei rivolgermi? Trovo che tu sia bellissima”
– “Non so chi tu sia e perché mi importuni, ma non mi interessa”. La fiammifera si indispettì per l’eccesso di confidenza, ma nel cuore – o meglio, nella testa rossa – un moto di vanità la pervase per l’attenzione ricevuta.
Lo stecchino tossicchiò una nuvoletta fumosa, si schiarì la voce e riprese a parlare con voce impostata
– “Potrebbe mai una fiamma d’amore ardere tra uno stecchino bruciato qual io sono e una bella fiammifera come te? Oh, potessi prender fuoco ancora una volta, io e te insieme che bel falò faremmo”
La fiammifera si imbarazzò per le sfacciate parole e si sentì avvampare tutta, di un calore che scorreva da dentro e andava crescendo. Una fiammella dal contorno bluastro e la punta arancione si sviluppò intorno la sua testa. Lo stecchino, vedendola accendersi, le si avvicinò per condividere quel calore e lasciarsi travolgere dal fuoco.

Il Sig. Octave fu svegliato dalle grida concitate delle persone in strada. Con la mano cercò a tentoni gli occhiali sul comodino, rovesciando un bicchiere colmo d’acqua. Imprecò. Ricompose i cocci di vetro sul pavimento, indossò la vestaglia di lana e corse in strada. Gli occhi inviavano segnali contrastanti: credeva di essere saltato giù dal letto in piena notte, eppure nel cielo si avvertiva un chiarore rossastro come se stesse sopraggiungendo l’alba. Aguzzò la vista e scrutò in lontananza, dove prese forma la terribile ragione di quella luce. La collina andava a fuoco.

Fine Parte I
(vai in bagno, preparati un caffè, rispondi agli scocciatori su Whatsapp…)

(Fatto? Ok)
Parte II

L’autopompa dei pompieri, guidata dal sindaco, non era sufficiente. Gli altri abitanti del villaggio aiutavano come potevano. Uomini con i trattori, donne con secchi, bambini con bottiglie d’acqua e persino un cane che portava legato sul dorso un bacile da riempire e svuotare. Eppure non c’era nulla da fare, a ogni intervento le fiamme parevano dapprima ritirarsi e ripiegare su sé stesse, per poi prorompere con nuovo impeto e aggredire una porzione maggiore di territorio. Qualcuno avrebbe giudicato fossero vive, tal era intelligente il loro comportamento.

“È opera dei Viola, ne son certo!” il Sig. Octave tuonò attirando l’attenzione delle persone intorno. Quando vide che le proprie parole avevano avuto l’effetto desiderato, come un oratore che dopo aver guardato soddisfatto la platea prende nuovo slancio per il proprio discorso, proseguì
“Da sempre in quel partito sono invidiosi della prosperità della nostra comunità e oggi alle minacce politiche hanno fatto seguito i fatti! Questo è un secondo ben più grave attentato, dopo che il mese scorso le galline ovaiole di Monsieur Bernard sono state fatte sparire!”
Il povero Monsieur Bernard che era lì presente, sentendosi chiamato in causa provò con timidezza a replicare
“Ma, veramente, caro Octave, poi le ho ritrovate. Fu colpa mia, non avevo chiuso bene il recinto ed erano scappate”.
“Grazie Bernard della tua conferma! No, è lì che si nota l’astuzia del nemico, far credere che ogni atto di sabotaggio sia sempre frutto di un incidente! Credetemi, voi non lo potete sapere, ma in guerra ne ho viste tante e so di cosa parlo”
A dire il vero in paese ogni maschio adulto sopra i 40 anni aveva fatto la guerra e voci più autorevoli in proposito ce ne sarebbero state, ma non ci fu tempo di rifletterci che una lingua di fuoco, avventuratasi solitaria lungo delle sterpaglie, arrivò indisturbata fin sotto la vestaglia del Sig. Octave, che cominciò ad avvertire uno strano calore provenire dalle parti del proprio fondoschiena. Quando lo avvertirono che le fiamme stavano bruciando la vestaglia, da vero eroe di guerra che non fugge dal pericolo il Sig. Octave invece di spogliarsene cominciò a saltellare sul posto, urlando. Una provvidenziale secchiata d’acqua gli evitò guai peggiori.

Qualsiasi tentativo di domare l’incendio si rivelò infruttuoso, nulla era in grado di arginare quel crescendo di fiamme che turbinavano intorno agli scheletri secchi degli alberi, dividendosi e ricongiungendosi in una continua danza dalle tonalità rosso-arancio.
Solo un provvidenziale temporale, preceduto da fragorosi tuoni sempre più ravvicinati, come i tamburi che preannunciano l’arrivo di un esercito, mise fine all’inferno. Dopo aver osservato il fuoco morire lentamente, gli abitanti del villaggio fecero ritorno alle proprie dimore per trovar rifugio dal violento scroscio di pioggia.

L’indomani, in un mucchietto informe di cenere e fango uno stecchino bruciacchiato e sul punto di sfaldarsi fremette.
– “Sei ancora qui con me?” chiese quella che era stata la fiammifera, tremante.
– “Forse” rispose un puntino annerito.
La fredda replica inquietò la fiammifera, che tacque a lungo prima di riprendere a parlare
– “Che cosa siamo ora, noi?”
– “Siamo ciò che rimane dopo l’amore”.

Un refolo di vento spazzò via la cenere portandosi via ciò che restava dei due amanti.

Esemplari social che ti rendono asocial

La bellezza (o la bruttezza) di Fb è che ti fa scoprire cose sulle persone che conosci di cui non avevi alcun sentore o sospetto. Il che ti lascia con la domanda: ma davvero ho questi personaggi tra le mie cerchie?
Mi sono addentrato nel loro habitat naturale a rischio della mia incolumità per cercare di carpirne i segreti.

Il Dagospia – Il contestatore, il “Vergogna!”, quello che “Chissà cosa c’è dietro”, l’uomo del “Quanto hanno speso?”. Solitamente si interessa all’attualità, spaziando tra politica ed economia. A volte commenta la cronaca nera per dire la sua versione che non coinciderà ovviamente con quella degli inquirenti. Non definitelo giornalista mancato, perché odia i giornalisti. Quando è stanco utilizza la tecnica del “Show, don’t tell” e diventa contestatore silenzioso: non scrive alcun commento per le cose che pubblica ma si limita a condividere articoli, immagini, video scomodi o provocatori per dimostrare qualcosa. Romanziere.

mistero-adam-kadmon-anticipazioni

Quello delle verità nascoste – L’unico scopo della sua presenza su Facebook è quello di rivelare a voi comuni mortali la presenza di basi militari segrete sotto le vostre cantine, esperimenti per creare ibridi uomo-Borghezio, tunnel sotterranei creati da un popolo mitico per evitare i caselli autostradali. La sua distribuzione di bufale supera quella di un caseificio di Agropoli, trovando anche consenso tra qualche suo contatto che condivide perché “non si sa mai, magari è vero”. Coincidenza? Io non credo.

Il buon pastore – Non passa giorno che non ricordi ai suoi contatti la grandezza di Dio, citando qualche passo del Vangelo o pubblicando immagini di Angeli e Gesù. Sostanzialmente innocuo, può diventare rancoroso e feroce in presenza di temi scottanti e molto sentiti. Può occasionalmente entrare in contrasto con Quello delle verità nascoste quando si ritrovano in territori di interesse comune: il Vaticano, la Bibbia, i miracoli e così via.

Il ninja – Non aggiorna il proprio profilo da quando si è iscritto, non pubblica nulla dal 2008. Qualcuno pensa che sia estinto, qualcun altro ha dimenticato anche di averlo tra gli amici. In realtà la sua caratteristica principale è quella di essere invisibile ma presente. Quando lo incontri per strada ti dirà cose del tipo “Ehi, ti ho visto in foto con quella tizia, quella che frequenta il corso di accordatura di violino ed è stata a Orgiate di Sopra, è la tua ragazza?” e tu cerchi di ricordare a cosa diavolo si stia riferendo e perché sappia più cose lui di te. Inquietante.

La Volina – Quella che passa le proprie giornate a condividere immagini artistiche di un uomo e una donna abbracciati/che si tengono per mano/che si baciano, magari nudi in penombra, con accanto scritte del tipo “L’amore vero è quello che bussa alla porta e ti prende e ti porta via e la vita è un mazzolino di speranze nell’angoscia della notte”. Il suo guru è Fabio Volo, del quale oltre a condividerne estratti dei libri comincia a imitare lo stile, scrivendo perle di saggezza del tipo “Se non hai emozioni non ti emozioni”, “Se non ami non stai amando”, “Se non hai chiuso il gas occhio che ti scoppia la casa”. Si consiglia di assumere Brunello Robertetti.

La bocciofila – Quella che cambia immagine del profilo due-tre volte al giorno, rigorosamente mettendo in primo piano le sue generose ghiandole mammarie. Il commento tipico alle sue foto (proveniente dal pubblico maschile) è “Come sei bella!”. I più originali tentano di sviare dall’oggetto delle loro attenzioni scrivendo “Che bel sorriso!” o “Che begli occhi!”. I più arditi si lanciano in un “Bellissima, sei un amore”. In realtà stanno pensando tutti a una cosa sola e non è la squadra del Fantacalcio da schierare domenica. Il nemico tipico di questa donna è Il Dagospia, che nella sua veste di moralizzatore e contestatore pubblico le farà notare con tono pungente l’uso e abuso delle bocce. Al che la nostra eroina reagirà rivendicando la libertà di una donna di esibire quanto le pare le proprie mammelle e aggiungendo che se uno si focalizza solo su quelle è evidente che sia un cosiddetto morto di f. e così via, perpetuando uno scontro che va avanti dai tempi di Adamo ed Eva (che mostrò le sue grazie al serpente tramite Whatsapp).

Il collezionista Per lui Facebook dovrebbe chiamarsi Fuckbook, da bambino collezionava le figu, ora da adulto colleziona le fighe; l’elenco degli amici è in realtà un catalogo IKEA dove andare a pescare i pezzi più convenienti tra un vasto assortimento. Cacciatore instancabile, la sua tecnica si basa sulla quantità: più contatti uguale più possibilità. La sua preda preferita è La Volina, da lui ritenuta ingenua e desiderosa di attenzioni e perciò cedevole. Il suo nemico naturale è La donna cornuta, per questo motivo la specie del collezionista non gode di un’elevata longevità. Non è inusuale, infatti, che un esemplare finisca spesso pubblicamente sputtanato da un’amante tradita o raggirata. Ho visto account craccati dove donne furiose rivelavano tutte le trame di questo individuo. Ma come l’araba fenice, Il collezionista è in grado di risorgere dopo un periodo di oscurità sotto le spoglie di un altro account. Per ricominciare imperterrito.

Il PR – Appena dopo che l’hai aggiunto dovrai immediatamente bloccarlo, perché comincerà a inondarti di notifiche. Il PR si nutre di eventi, da lui organizzati o pubblicizzati da altri. La sua tecnica è la raffica di inviti. L’habitat naturale è costituito da un divano e un tavolino basso. Presente in migliaia di foto sempre con un sorriso a 64 denti come un politico in campagna elettorale, ha il suo alleato principale nella Fashion Victim che partecipa alle sopracitate serate, quella che non va in discoteca ma va “nel locale”, perché discoteca è un termine antico. La F. V. pubblica regolarmente reportage fotografici dei suoi fine settimana, passati sotto una decina di filtri Instagram che, aggiunti agli strati di trucco – pardon, di make up – del soggetto, le donano l’aspetto del clown del McDonald’s.

L’aquila – È responsabile dei maggiori traumi da craniate sul muro, perché quando vedi una persona che non è in grado di afferrare concetti elementari o di cogliere l’ironia, l’unica reazione possibile è una testata contro il cemento per dimenticare. Vive in simbiosi con Quello delle verità nascoste, come il pesce pilota per lo squalo o l’uccello-guardiano per il rinoceronte: per la sua boccalonaggine è infatti il primo a cibarsi delle baggianate del sopracitato individuo.

ScroogeWebEbenezer Scrooge – Quello che passa il tempo a contestare tutte le mode e le tendenze della rete, a denunciare futilità e consumismo delle feste comandate, a etichettare tutto come una fandonia, una bubbola. Ovviamente odia tutte le categorie presentate qui sopra.

E adesso provate a indovinare che tipologia sia io 😀

Sai, la gente è strana

Uno dei motivi per cui potrei ritenermi un disadattato è che fatico ad abituarmi ai comportamenti umani. Elencherò una seria di esempi per dare l’idea di ciò che intendo.

I miei vicini di casa, una coppia sposata che non ci saluta mai e quando ci incontrano o si girano dall’altra parte o cambiano percorso, al funerale di mia nonna si presentano e si avvicinano a darmi le condoglianze. Si potrebbe dire che fare le condoglianze sia un atto di umanità da non negare a nessuno, ma se dal giorno dopo riprendi a cambiare strada quando mi incroci, di quale umanità ti ammanti?

PTETS_-_Goku_uses_Instant_TransmissionHo apprezzato di più la coerenza di un’altra vicina, che praticamente quando mi vede fugge. Proprio così. Sta stendendo il bucato oppure potando delle rose, vede scendere in giardino me o mio padre e puff! scompare più veloce di Goku col suo teletrasporto. Al funerale si è presentata, ha salutato solo mia madre e poi puff! è svanita. Qualcuno potrebbe giustamente chiedersi cosa io le abbia fatto per traumatizzarla, se la spiassi col binocolo o le rubassi la biancheria*; la risposta è no, non le ho mai fatto nulla. Però sono tentato di cominciare a farlo, così, giusto perché sono un sadico.
* Che poi figuriamoci, è una zitella over 40: fosse stata una procace ventenne, allora sì! Ehm ehm

In tema di atteggiamenti irritanti, chi mi legge avrà notato la mia idiosincrasia per le domande inutili. Fin quando le pongono a un colloquio si fa buon viso a cattivo gioco, ma se arriva un conoscente noto per il suo essere impiccione a fartele, è dura mantenere un atteggiamento zen.
Nel caso specifico, una persona che conosco perché vi ho lavorato insieme in passato mi contattò su Facebook mentre ero in Giappone. Mi fa:
O japponé
Ma ogni tanto te ne vai
Così
Avrei dovuto già evitare di rispondere perché sapevo a cosa andavo incontro, ma per educazione replico in maniera generica e distaccata:
Ogni tanto ci vuole
Mi piace vedere, conoscere
Lui
Te la fai con la gente coi soldi (eh?)
Bravo
Comunque per il lavoro non è buono il Giappone (doppio “eh?”)
Brasile, India, Cina, queste
Il prossimo anno ti consiglio il Brasile
Nella mia testa ringrazio per il consiglio non richiesto, chiedendomi cosa mai gli faccia pensare che stia lì per lavoro. Non pago, insiste:
Ma così all’improvviso, te ne vai in Giappone
Io qua avrei dovuto chiudere la conversazione con un bel silenzio, invece provo a troncare con un commento lapidario:

Si vive una volta sola, bisogna cogliere le occasioni
Lui:
Perché colte, sai di morire
Ho smesso di rispondere.
Non contento, appena sono tornato mi contatta scrivendomi
Allora quando riparti x una nuova avventura?
Nn ce nessuno che va da qualche parte…cosi ti aggreghi?
La vita e breve
Mi son fatto una grattata, ho pregato per la grammatica estinta e ho chiuso la pagina senza rispondere.

Parlando di socialità digitale, un pensiero lo voglio dedicare agli haters. Non parlo di quelli che passano il tempo a insultare le ragazzine sotto i video di Justin Bieber: per quanto li comprenda benissimo, mi chiedo perché non si trovino altro da fare. Io odio con tutto il cuore la musica di Lady Gaga (per quanto debbo ammettere che non so per quale motivo lei mi fa sesso, ma proprio da unghiate sulla schiena) e semplicemente salto a piè pari i suggerimenti su Spotify e Youtube, non mi metto certo a commentare per dire quanto mi faccia schifo.
Vorrei concentrarmi, invece, su un’altra categoria, che comprende i commentatori delle notizie dei quotidiani online. Quelli che replicano a un articolo su una donna stuprata con un “Ben le sta”, “La prossima volta impara”, “Se le è andata a cercare”; quelli che, di fronte a dei finanziamenti per una categoria di disoccupati, rispondono con un “Perché dovrei pagare questi fannulloni”, “Si cercassero un lavoro da soli”; quelli che augurano la morte a Bersani. Che, vorrei dire, neanche a me sta politicamente simpatico, ma che la sua vita abbia meno valore di quella di uno stupratore nella testa di tali individui, me lo devono spiegare.

Quando li leggo mi viene da chiedermi se la gente sia così stupida anche nel mondo reale oppure se sia internet a innalzare il livello di stupidità globale. Oppure, ancora, se è un modo per farsi notare con un atteggiamento di dubbia originalità e provocatorietà. E in quest’ultimo caso, a che pro, mi chiedo.

Per concludere l’excursus sul virtuale, una menzione va ai nostalgici. Quelli che sentono il bisogno di condividere quanto fosse bello dire a una ragazza carina “mi dai il tuo numero?” invece di “ti posso aggiungere su Facebook?”, sentirsi per telefono invece che su WhatsApp, uscire per una passeggiata invece che stare davanti al computer, a tavola parlare con i presenti invece di smanettare con lo smartphone e così via. Mio giovane e ingenuo amico, posso farti notare che potresti fare benissimo anche oggi queste cose? Alza il telefono e racconta a qualcuno quanto sei nostalgico invece di scriverlo su Facebook, genialoide.

A proposito di nostalgia, credo che la mia generazione stia invecchiando più velocemente del previsto. Passi per i nostri genitori, che ci raccontano che loro facevano merenda con il pane olio e zucchero, che mangiavano la frutta cogliendola dall’albero e senza lavarla, che si tuffavano nei ruscelletti senza problemi e così via. Ma non posso tollerare invece un mio coetaneo che ricorda con gli occhioni lucidi che 10-15 anni fa si ballava con gli Eiffel 65 e Gigi d’Agostino e oggi le nuove generazioni invece ballano con Pitbull. No, vi prego. Non fatelo.

Ciao, sono Pitbull e sono famoso per la mia sobrietà ed eleganza