Non è che se ti punge una zanzara finisci in coda perché il punto va alla fine

La vita è fatta di automatismi.

Usare lo spazzolino, gestire frizione-freno-acceleratore, girare la frittata.

Nel precedente lavoro mi capitava di leggere ad alta voce – in inglese – degli indirizzi di posta più volte al giorno, per essere sicuro di averli appuntati in modo corretto.

Così mi è rimasto automatico leggere dot-com in luogo di punto-com. Roba che un italianista mi fucilerebbe all’istante. E gli fornirei io il proiettile visto che odio i briefing, i meeting, le session, il jobs act, la continuity, il binge-watching e così via.

Sembrano tag di un sito porno. Ma sarà deformazione onanistica, la mia.

Quando in ufficio ho chiesto se un indirizzo fosse esatto, mi è sfuggito il dot-com alla fine.

La collega mi ha ripreso: No, non c’è un dotcom, è solo com.

Ah. È bella sveglia costei.

Il buongiorno si vede dal puntino.

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Non è che scrivere un’enciclopedia sia un lavoro molto sentito perché ha tante voci

La collega con cui divido l’ufficio non ha una voce da ufficio.

Nel senso che la sua voce sembra invece quella di una professoressa. Non nel modo di porsi. Mi riferisco proprio al timbro vocale: molto alto e che a volte diviene stridulo. E questo senza urlare ma solo per dire “Prendo il caffè”.

A volte mi diverto a immaginare come dovrebbero collocarsi professionalmente le persone in base alla loro voce.

Nel precedente lavoro avevo un collega a Bruxelles che non ho mai incontrato di persona e col quale ho sempre interagito al telefono. La sua voce non era da collega né ritengo fosse adatta a quel lavoro. Era più da attore di Romanzo Criminale o Lo chiamavano Jeeg Robot o Non essere cattivo. Insomma credo renda l’idea.

Una volta invece mi chiamò un operatore della Wind per convincermi a passare di nuovo con loro. Sembrava uno speaker radiofonico anni ’90, quando andava di moda il tono basso e impostato.

Esiste poi una voce che può adattarsi a qualsiasi ambito o settore, a patto di averne l’effettiva titolarità e non essere solo uno squallido “wannabe”: la voce del padrone. E non è quella di Battiato anche se quando la senti qualche Gesuita ugualmente ti parte.

Non è che devi essere un fisico per renderti conto della gravità di una situazione

La piscina dove sto andando è un posto da strozzini. Doccia e phon sono a gettone. Magari è una cosa comune nelle palestre e in altre strutture, ma io saranno 15 anni che non frequento luoghi dove si praticano attività sportive e non ricordavo fossero così.

I campi di calcetto che ho calcato non contano: sono stato in posti dove per lavarsi c’era il tubo della fontana che innaffia il prato. Però era acqua (di pozzo) a volontà.

Il nuoto comunque devo dire che procede bene: avanzo a stile Gintoki. Non spiego nel dettaglio di che si tratta perché essendo una tecnica fondata su improvvisazione e scoordinamento potrebbe essere pericolosa per gente non pratica e non voglio assumermi responsabilità derivanti da un incauto utilizzo.

L’attività natatoria mi ha anche fornito due illuminazioni. La prima è che lo slogan di una nota marca di caramelle balsamiche, Sale nel naso scende nella gola, deve essere stato coniato da uno non pratico in acqua come me. Infatti ciò che fa l’acqua è esattamente salirti lungo le narici e scenderti nella gola.

La seconda illuminazione che ho avuto è che il mio approccio al nuoto è lo stesso che impiego nella vita. Si può sintetizzare nel concetto della “Fisica della Warner Bros”.

Nei cartoni, infatti, il protagonista precipita nel vuoto solo nel momento in cui guarda di sotto e si accorge di non avere nulla sotto i piedi.

Allo stesso modo, io sto a galla fintanto che non penso di stare a galla su tre metri d’acqua.


Tre metri è un po’ buttato lì, non conosco l’effettiva profondità. So solo che lì un maniaco non ci va perché sa che…non si tocca.


La mia vita funziona allo stesso modo. Mi mantengo in equilibrio nelle situazioni finché non guardo di sotto. In fondo Basta che funzioni, diceva Boris Yellnikoff.

Se guardo di sotto invece cado. Precipito. Mi sfracello.

Delle volte va anche bene non guardare lo strapiombo. Delle altre, a meno di non voler vivere come degli ignari/ignavi, un po’ meno.

Come diceva un noto aforisma di un subacqueo, Se guardi troppo a lungo nell’abisso poi l’abisso ti dirà Che cazzo hai da guardare?.

Il Vocaboletano #33 La vrenzola

Viaggio al termine della notte

Chiedo scusa innanzitutto per aver saltato il nostro appuntamento col corso di vocaboletano la scorsa settimana, ma son quì per rimediare.

Questa settimana ho ricevuto un grande regalo per realizzare questo post, ossia la collaborazione di Tiz, che ci tengo a ringraziare infinitamente per aver dato voce, forma e colore alla parola che ho scelto per voi, la  vrenzola!

Con il termine vrenzola, si puo’ indicare  un brandello di stoffa, un cencio (qualcosa ridotto male, non in buone condizioni) con tutto il riferimento alla simbolica poverta’ che rappresenta,  e può originariamente riferirsi a persona ridotta in pessimo stato, ad un povero,  uno straccione, che indossa quindi un brandello, ossia una vrenzola. Si puo’ altresi’ indicare con tale vocabolo, un genere di donna che Tiz ha saputo spiegare benissimo delineando in maniera esemplare il vrenzola style. 

Per quanto riguarda l’etimologia del termine, non ci sono dati certi, ma potrebbe derivare…

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Non è che l’erede al trono nuoti solo con lo stile Delfino

Devo avere un problema con gli addetti alla reception per le attività sportive. Li trovo tutti dotati di uno strano senso di ovvietà.

Mi successe ad aprile quando andai a chiedere informazioni in una palestra di Budapest.

Mi è accaduto di nuovo stamattina, quando sono andato a chiedere informazioni in piscina.

Ho deciso infatti di praticare nuoto. Non so per quale insano motivo. Sarà che nelle ultime settimane nell’acqua di rubinetto comunale hanno aumentato la concentrazione di cloro e ne sento il richiamo. Il cloro è stata una buona cosa, ha coperto quel sapore di terra che quell’acqua aveva negli ultimi mesi. Spero facciano qualcosa anche per le blatte che sbucano dai tubi: un mio conoscente se ne è trovata in casa una così grossa che non sapeva se fosse un insetto o Gregor Samsa trasformato.

Quando sono entrato nella reception della piscina mi ha accolto una zaffata di aria al cloro. Per riflesso condizionato mi è venuta sete e volevo il mio rubinetto di casa.

Al tizio che mi accolto ho detto:

– Buongiorno, volevo delle informazioni sulle iscrizioni…
– Prego, qui abbiamo corsi di nuoto

Ma non mi dire. Stavo per replicare Peccato, io cercavo corsi di tamburello!

Mi ha messo davanti una brochure indicando un riquadro:

– Questi sono gli orari.

Ha detto, mostrandosi sempre più sorprendente. Aspettavo mi dicesse che entrando in acqua ci si bagna.

– Come vedi sono indicati gli orari di inizio e fine…inizia un corso e poi finisce…

La sua spiegazione mi ha lasciato un po’ perplesso: in base al suo ragionamento, se quelli nel riquadro sono gli orari di inizio e anche di termine, il martedì e il giovedì per esempio c’è quindi un corso che inizia alle 13:30 e dura 5 ore.

– Scusami, quindi alle 20 inizia un corso o è solo l’orario di fine lezioni?

Chiedo, per metterlo in difficoltà.

– No, alle 20 finisce. Credo. No aspetta ci dovrebbe essere. Non ne sono sicuro.

L’ho mandato in tilt. Magari a quest’ora sta ancora pensando al corso delle 20.

Mi ha poi mostrato la vasca. Abbiamo incrociato una istruttrice. Lei mi ha guardato e ha esclamato Tu mica vieni quando ci sono io?.

Devo aver dimenticato di lavarmi la faccia stamattina e togliere dalla fronte la scritta TOTALMENTE INABILE ALL’ATTIVITÀ NATATORIA.


Ho una fronte spaziosa.


In ogni caso non mi faccio scoraggiare e andrò a fondo della vicenda.
O a fondo della vasca.

Non è che un veicolo così perfetto che si presenta da solo sia un’auto referenziale

Sono tornato sano e salvo dalla trasferta,dalla quale ho ricevuto alcune conferme.

La prima è che i miei superpoteri sono ancora attivi. Per chi non lo sapesse, io ho il potere di rompere qualcosa soltanto toccandola. È per questo che il mio alter ego supereroistico l’ho denominato Deathtouch: sto pensando di cedere i diritti alla Marvel per un Cinepolpettone.

Ero in albergo, dopo aver fatto lo shampoo prendo il phon dal muro. Vuuu Vuuu. Lo ripongo. Lo riprendo. Clic. Muto. Riclic. Rimuto. Che ti è preso (esclamo)?. PEM! e fa una scintilla e muore.

La seconda conferma è che le persone ci tengono tanto a raccontarti cosa fanno, in maniera così esasperata da perdersi nell’autoreferenzialità. Tu magari volevi sapere dove fosse il distributore dell’acqua e loro ti raccontano di quando hanno condotto un progetto per distribuire ghiaccioli agli Inuit pigri.

Ieri io e Analfa, la mia collega, abbiamo rischiato di perdere il treno causa un meeting mattutino che si è protratto fino a 10 minuti prima della partenza.

Quando Analfa ha chiesto Ma quindi quale è la Regione che ha prodotto più risultati? io col pensiero le ho inviato un messaggio che diceva pressappoco Che cazzo fai? Non vuoi andartene da qui? ma mi ha guardato strano senza recepire.

Lo Straziatore, il nostro referente logorroico che ti strazia con le sue chiacchiere, ha parlato per un quarto d’ora rispondendo alla sua domanda in 5 secondi e per il resto del tempo raccontandoci di vertenze col Garante della Privacy e di quanto in questo Paese siano salate le multe.

Se ne incontrate uno, fuggite, sciocchi!

Non è che se ti rimborsano tutto ma sei a disagio allora sei sp(a)esato

Il bello di fare nuove esperienze è fare nuove esperienze, disse una volta un saggio.

Non avevo mai avuto il piacere di fare una trasferta tutta spesata e, citando DFW, è una cosa divertente che non farò mai più.

Le persone che incontro sono tutte gentili e disponibili. Anche troppo. Ho la sensazione di essere in ostaggio. Il mio referente, l’uomo che parla al telefono anche se la persona all’altro capo non è in linea (vedasi post precedente), non ci – io e una collega – lascia un secondo. Me lo sono trovato pure che mi attendeva fuori dal bagno.

È il secondo pomeriggio consecutivo che insiste chiedendo se abbiamo bisogno di compagnia per la sera. È la seconda sera che decliniamo gentilmente con mille inchini e genuflessioni sperando di esser lasciati liberi.

Ho stretto così tante mani che ho la tendinite e quando tornerò a casa penseranno io abbia ripetutamente omaggiato la memoria di Onan in albergo.

Ricordo un nome ogni 5 mani, il che è una buona media, solo che il conto non torna perché a qualcuno ho stretto la mano più di una volta e il nome che avevo imparato l’ho dimenticato alla stretta successiva.

Ogni persona di ogni reparto/ufficio che incontro mi dà depliant, brochure, cartelle, riviste. Non è impietosito dalla pila di materiale che ho sottobraccio e me ne rifila altro.

Una tizia ci ha messo davanti due scatole piene di penne. Pensavo fosse l’invito a prenderne una a testa, cosa che abbiamo fatto.

Lei ci ha guardati e ha spinto le scatoline in avanti. Era chiaramente un’intimidazione e un “invito” a prendere le scatole intere. La mia l’ho portata in giro sotto l’ascella e ora le penne non scrivono più perché inzuppate di sudore.

Penne all’ascellana, una ricetta di mia invenzione (non posso mostrar direttamente le penne perché sennò qualcuno potrebbe dalla foto copiarmi la ricetta!)

La mia collega sembra una persona a posto. A parte che quando ci sentiamo su whatsupp sembra un’analfabeta funzionale.

Esempio di conversazione:

(in viaggio)
Lei: Ti va un caffè?
Gintoki: Certo
G: In che carrozza sei? (eravamo saliti in città diverse)
L: Ci vediamo al vagone dove c’è il bar
G: Ok
L: 5
G: Ah l’ho appena superata
L: Ho una camicia blu (non ci si doveva vedere al vagone-bar?…Ok torniamo indietro…)
G: Arrivo
G: Fatti vedere
L: Sono seduta e ho una camicia blu (non mi sembra corrispondente al “fatti vedere”)
G: Ma sei nella 5?
G: Vediamoci direttamente al bar, non ti vedo
L: Ok
G: Scusa ma su che treno sei?
G: Io sto sul 9616. Mi fai venire il dubbio che siamo in treni diversi
L: 9518
L: Che dubbio? (ma come che dubbio! L’ho appena scritto! E ti ho dato il numero del treno)
G: Siamo su treni diversi
L: Infatti (ma infatti cosa! L’ho detto io prima!)

Ho ancora un giorno e mezzo di tutto ciò avanti a me e comincio a temere di non poterne uscire. Se sparirò ricordatemi come un gatto di pace.

Non è che al pugliese piacciano oggetti di una particolare Foggia

Tra le cose che mi sono capitate ad agosto, c’è quella di aver appreso di un tizio che è stato esiliato a Foggia.

Costui è un classico figlio di papà.


Qualunque cosa voglia significare questa definizione. Vorrei dire, siamo tutti figli dei nostri padri a meno che non ci sia qualcuno prodotto per partogenesi senza intervento maschile.


Il tale viveva a Roma, dove si godeva la grande bellezza romana dando un esame a ogni Olimpiade.

Stando così le cose, i genitori, invece di indicargli la nobile via della disciplina della zappa, l’hanno spedito a studiare a Foggia.

Ho chiesto a un Foggiologo (un esperto di Foggia), ovvero il primo pugliese di passaggio, se Foggia fosse così terribile. Mi ha detto Sì, è un incubo.

Ai Foggiani diritto di replica, la mia casella di posta è sempre aperta (sarà per questo che mi rubano sempre la posta).

A proposito di persone in località improbabili, quando sono andato in visita alla Grotta Gigante fuori Trieste mi sono trovato in compagnia di un gruppo di suore straniere di non so quale ordine.


La Grotta Gigante si chiama così in quanto grotta e gigante: si tratta di una singola cavità e in quanto tale è la più grande del mondo. Mi sono informato, non è semplice essere sia grotta che gigante.


Durante il viaggio in autobus, quando il mezzo ha raggiunto la cima del Monte Grisa, si è intravisto lo splendido Golfo triestino. Una delle suore ha esclamato È l’Atlantico!. Un’altra ha fatto eco Sì, è l’oceano.

A quel punto è intervenuta quella che era evidentemente la scienziata del gruppo, che ha detto Sì, deve essere l’oceano perché è grande.

Non ho commentato.

Uno scorcio dell’Oceano che bagna la costa friulana. Aguzzando lo sguardo si intravede in lontananza la Florida.

All’interno della grotta era tutto umido e bagnaticcio: col 95% di umidità è comprensibile.

Una delle suore invece non comprendeva e si chiedeva Ma perché è tutto così bagnato per terra?.

La scienziata del gruppo, sempre la stessa, è intervenuta dicendo Ci deve essere dell’acqua che scorre di notte che tengono controllata di giorno.

Avrei quasi desiderato intervenire, ma chi sono io per contestare le convinzioni altrui?

Proprio una grotta del Carso

Viviamo in un mondo di persone che contestano, mentre invece, delle volte, bisognerebbe solo lasciar scorrere. Come l’acqua che usano per bagnare le grotte.

L’altro giorno mi ha telefonato il coordinatore del mio lavoro mentre ero in treno. Durante l’emozionante racconto in cui mi parlava di una riunione del 13 in cui darmi un imprimatur, il treno è entrato in galleria e per una 40ina di secondi l’audio è andato via, pur restando in linea la telefonata.


Non so a cosa si riferisse con questo imprimatur, inizialmente avevo capito darmi un primate e io volevo ringraziare ma rifiutare in quanto ho troppi gatti da gestire ci manca solo una scimmia, a meno che con Primate non intendesse un Vescovo e anche in quel caso dovrei rifiutare perché non saprei proprio come accudirlo.


Usciti dalla galleria, con me pronto a scusarmi per l’interruzione, ho ritrovato il mio interlocutore che stava continuando a parlare come se niente fosse.

Perché le sue parole scorrono e formano un grande oceano. Le suore su questo mi han indicato la via (ma non quella di Foggia).

Non è che con l’infanzia in un tag ti blogghi la crescita

Prima che internet mi abbandonasse, il buon Giacani e sua Olimpicità Zeus mi avevano invitato in questa catena: l’infanzia in un tag.

Pensavo fosse l’invito a giocare al laser tag, invece bisogna descrivere 5 giochi/giocattoli che hanno segnato la propria infanzia.

La bicicletta mi ha segnato sicuramente molto: ho ancora una cicatrice sull’interno coscia di quando fui investito a 12 anni mentre ero sulla mia mountain bike griffata Marzano (un produttore locale): c’è mancato poco diventassi un San Marzano. Diciamo che andare contromano con le mani dietro la testa non è proprio un’attività salutare. Al massimo vieni salutato come coglione.

Prima di passare alle mountain bike la mia prima bici fu una Graziella. Devo a lei la scoliosi che mi venne gli anni successivi. L’ortopedico disse “Hai una bici? Graziella? Grazie al ca…!”.

C’era una pubblicità su Topolino che diceva “Se lo fissi intensamente…sentirai il vicino bestemmiare”

Il pallone era un’altra attività all’aperto che aveva un posto speciale.
Sull’albero di albicocche di fianco o nel roseto: quello era il posto dove finiva.
Diciamo che non essendo mai stato un fine dicitore del pallone molte sfere sono state sacrificate durante la mia infanzia. E prima ancora dei Super Santos o dei Super Tele ho avuto palloni ancor più scarsi. Mi ricordo quello che vinsi nel 1994 trovando “il biglietto vincente” in una busta delle patatine (patatine che furono gettate in quanto mi interessava solo la sorpresa e/o il premio): un pallone celebrativo USA ’94. Era così leggero che con gli amici dovemmo inventarci una regola: non vale soffiare per spingere il pallone in gol.

A proposito di calcio, ho giocato anche a Subbuteo.
Un’ora per preparare il tutto, 5 minuti di partita. Il campo faceva così tanto le pieghe che ogni volta che si stendeva sul tavolo occorreva tirarlo sempre più per renderlo perfettamente liscio.
Le aree di rigore divennero alla fine lunette di pallacanestro.

Prima degli omini del Subbuteo ci sono stati i soldatini di plastica, venduti in bustoni dall’edicolante a un tanto al kg. Credo di non aver mai impostato una guerra in modo serio, con loro: dopo averli piazzati mi inventavo che una bomba causasse la morte istantanea e totale. Oppure organizzavo tornei di calcetto tra opposti schieramenti, un revival della Tregua del Natale ’14 tra Tedeschi e Francesi in quel delle Fiandre. I soldati col bazooka erano quelli più forti, essendo dei…cannonieri.

Molti soldati hanno riportato traumi da schiacciamento per suole delle scarpe e una lapide nella mia stanza ne ricorda il sacrificio.

Ai soldatini di plastica alternavo ogni tanto i dinosauri di plastica, anch’essi comprati a un tanto la tonnellata in edicola. A volte inventavo scenari post apocalittici con soldati del ’44 impegnati a fronteggiare uno stegosauro.

Il Lego è stato qualcos’altro che mi ha segnato. Le piante dei piedi sono infatti segnate da tutti i mattoncini pestati. Non mi piacevano i Lego normali, io impazzivo per il Lego Technic, con tutti quegli ingranaggi e i pistoncini da far muovere. Una cosa che però ho sempre desiderato e cui ho sempre sbavato dietro senza mai averla avuta era il Lego Technic Control Center.

Con questo pannello a prova di idiota (ha una freccia direzionale, dei tasti play, stop, record e program per registrare i movimenti da eseguire) secondo la pubblicità eri in grado di animare quel che volevi, costruire braccia meccaniche cui far disegnare progetti…

Anni dopo ho visto dei video su YouTube e in genere il massimo che si poteva ottenere era fargli disegnare un quadrato storto in un quarto d’ora. Però, ehi, vuoi mettere la soddisfazione di averlo fatto disegnare a un braccio di mattoncini?

Adesso dovrei taggare qualcuno ma io dico: prendetene e taggatevi tutti.

Il Vocaboletano – #32 – Il rattuso

L’estate sta finendo ma il caldo perdura e bisogna star più leggeri possibile col vestiario. Ma fate attenzione a non incontrare gli sguardi di un rattuso!

Riconoscerlo è facile. È colui che osserva con fare malizioso e libidinoso e non si fa scappare nessuna ragazza che entra nel suo campo visivo. Non è un semplice voyeur: pur potendo anche tramutarsi in un guardone, il rattuso non è interessato a spiare le attività sessuali altrui. A lui basta anche una apertura tra due bottoni di una camicetta per lanciare il suo sguardo telescopico da camaleonte e “godere della vista”.

Molto spesso al termine rattuso viene accostato l’aggettivo vecchio, perché molto spesso i rattusi sono uomini dai 50 in su che gettano un occhio sulle ragazze giovani. Non è inusitato però dare del rattuso anche a chi frequenta una ragazza più giovane, ad esempio un 30enne con una 18enne, sottolineando la differenza di età e gli intenti dell’interessato come fossero quelli di un vecchio maniaco.

Un comune vecchio rattuso colto nella sua occhiata da rattuso

Il rattuso è anche colui purtroppo che nell’autobus con il pretesto del poco spazio tocca dove non dovrebbe ed è stato ben descritto da Tony Tammaro (sulle note di Edoardo Vianello):

noi siamo quelli che nel votta votta
vuttammo’e mmane pè coppa e pè sotta

trad.
Noi siamo quelli che nella calca
infiliamo le mani dappertutto

Etimologia – Secondo una ipotesi etimologica, rattuso sarebbe una fusione tra rattare e uso, dove rattare in napoletano vuol dire grattare ma anche toccare, quindi il rattuso sarebbe colui dedito a toccare.

Se ne incontrate uno, rendetelo dedito a ricevere schiaffoni.

Vocaboletano #31 ‘ntussecà

Agosto sta finendo ma…non vi intossicate per questo!

Viaggio al termine della notte

Eccoci ritrovati al consueto appuntamento con il corso intensivo di napoletano. La parola che è scelto per voi questa settimana è un verbo ‘NTUSSECA’,  che vuol dire letteralmente avvelenare, amareggiare, arrabbiare,  ma che essendo riflessivo diventa ‘ntussecarsi, ossia avvelenarsi,  quindi amareggiarsi, arrabbiarsi. Colui che che si avvelena è o’ ‘ntussecato, ma il risultato essendo un avvelenamento è o’ ‘ntussecamiento. Poi c’è un’ulteriore sfumatura che è:  o’ ‘ntussecuso : letteralmente è chi è facilmente irascibile, aspro nei modi e nelle maniere, sdegnoso, quando non velenoso. L’etimologia di ‘ntussecà può essere trovata nel latino in-toxicare che è formato da un in illativo + il sostantivo toxicum, di cui troviamo l’ evoluzione della x in ss; il basso latino toxicum(forgiato su un greco toxikòn)= veleno, ma pure rabbia, sdegno che è divenuto in napoletano tuosseco, ossia veleno. Una frase della cultura popolare del luogo in cui vivo è: ‘o…

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