Non è che la chiromante faccia le cose a mano a mano

Le mani si muovono, fendono l’aria, tracciano archi, identificano angoli, sottolineano ed enfatizzano.

Ho sempre gesticolato molto. Da bambino anche troppo. Creavo vortici in aria che da qualche altra parte del mondo avranno dato vita a un tornado.

Sono stato spesso anche ripreso, da insegnanti o da adulti in generale. Fermo con le mani, è maleducazione.

Perché mai dovrebbe esserlo? Non le sto mica usando per picchiare qualcuno. Magari vorrei farlo una volta dettami questa cosa, ma, comunque io stavo semplicemente parlando.

Negli anni diventato più sobrio nel mio gesticolare ma sono sempre molto scenico. Alla Alberto Angela, diciamo, anche se i concetti che le mie mani accompagnano non sono così istruttivi e/o didattici.

Tutta questa premessa per dire che accompagnare le parole muovendo le mani per me è una cosa naturale e assolutamente lecita.

Questo lo pensavo fino a quando non ho conosciuto la mia Capa attuale. Lei muove le mani come palette. Fende l’aria come se stesse affettando delle verdure spazzandole poi via dal tagliere. Quando parla sembra un Fruit Ninja 3D.

Non so se sia il come muove le mani che mi dà fastidio o è il suo modo di conversare in generale a urtarmi.

Si pone all’interlocutore sempre con le spalle strette, rigide, fa varie smorfie con la faccia e parla a scattini alternando le parole con dei mh mh. Avete presente quando a un bambino proponete qualcosa che non gli sconfinfera tanto e lui risponde con una smorfia facendo mmmh…? Lei fa così. Il tutto sempre accompagnando il discorso con dei fendenti con le mani. A volte al posto di tenere la mani a paletta congiunge indice e pollice di entrambe le mani come a fare un segno di Ok ma sembra che invece stia strizzando due capezzoli.

Ogni volta che teniamo una riunione arrivo a metà ora che devo cominciare a pensare ad altro perché seguire quelle sue manine che menano palettate a destra e a sinistra mi fa un effetto strano, come se qualcuno stesse strisciando le unghie sulla parte interna dell’osso frontale del mio cranio.

Questo è il suo modo di parlare mentre è seduta. Quando è in piedi, invece, ti parla tenendo le braccia conserte premute sullo stomaco, leggermente piegata, come se avesse un attacco di pancia imminente e tu la stia trattenendo con maleducazione e insensibilità.

A volte in me si risveglia qualche sentimento di umanità nei suoi confronti e penso che forse avrà qualche forma di disagio se nel suo modo di rapportarsi è così rigida e intesita come se avesse ingoiato una scopa, anzi, come se una scopa avesse ingoiato lei e assunto le sue fattezze.

Poi mi ricordo di tutte le stronzate che compie e penso allora di rivolgere la mia umanità altrove.

Gesticolando, ovviamente.

Non è che ti metti un gps addosso per trovarti bene in un posto

Quando persone che o vivono qui a Milano da tempo o sono proprio originarie di qui mi chiedono come io mi trovi e rispondo “Bene. Questa città mi piace”, le loro facce assumono un’aria perplessa come a dire Mah, se lo dici tu.

E io ho iniziato a preoccuparmi, perché stando qui da poco più di un mese, fuorviato al momento dal fascino della novità, mi aspetto che da un momento all’altro la dura realtà mi si pari davanti sotto forma di evento spiacevole connesso all’essenza tipica di questa città, che mi faccia dire “No oddio ma Milano è uno schifo!”. E ogni giorno che passa senza che questa cosa succeda accresce la mia ansia sull’aumentare della probabilità che qualcosa di brutto possa capitare.

Il fatto è che realmente sento di trovarmi bene. Intorno casa ho tanti servizi e comodità. E qualunque cosa uno cerchi, di qualunque cosa si interessi, la si trova. Mostre, rassegne di cinema, concerti, eventi: dal punto di vista culturale ogni giorno si può trovare qualcosa da fare.

Ma c’è un di più che apprezzo: il fatto che ci sia un livello di civiltà sociale almeno decente. Non siamo ai livelli della gente de Fuligno, dando umile e servizievole, però quantomeno se sto in prossimità delle strisce gli automobilisti non accelerano per evitare a tutti i costi di farmi passare e farmi pentire di aver anche solo osato pensare di farlo, ma rallentano e si fermano. Sembra un fatto scontato, probabilmente lo è ma solo dal Rubicone in su.

 

Se in un supermercato urto qualcuno quello mi chiede scusa prima ancora che possa farlo io.

Poi, certo, imbecilli e incivili ci sono dappertutto e in qualsiasi posto, è fisiologico.

C’è una figura in particolare che ha colpito la mia attenzione. Il coglione col macchinone.

Premetto che in quanto a spericolatezza automobilistica penso che a Napoli possiamo battere chiunque. Ma è un fenomeno trasversale alle età, alle tasche e alla cilindrata.

Qui a Milano invece ho notato che la categoria specifica del proprietario di suv – rigorosamente sempre tirato a lucido – si contraddistingue per essere formata da imbecilli strafottenti. Io di parcheggi azzardati ne ho visti parecchi, ma il suv fermato in piena curva e senso di marcia in circonvallazione, mi mancava. E ogni giorno ce ne è uno. Per non parlare di quello che blocca le rotaie del tram perché tanto se uno è così fesso e straccione da prendere il tram per spostarsi son problemi suoi. Almeno una volta a settimana capita.

Ho notato infatti che il coglione col macchinone non si pone il problema di utilizzare in città un veicolo poco adatto agli spazi cittadini: lui lo abbandona dove capita senza pensieri.

Avessi io un’auto del genere starei bene attento a dove la lascio: ma io sono uno straccione (rispetto al proprietario del mezzo) e ragiono in quanto tale. Lui probabilmente se ne può comprare altri due o tre, anzi, ce li avrà già e in questo momento sono parcheggiati in mezzo a qualche strada a bloccare il traffico.

Non è che serva essere matematici per dividere gli spazi

Dove lavoro io ci sono in maggioranza di donne. Divido poi l’ufficio con due colleghe. Il primo giorno che sono arrivato abbiamo fatto un giro di presentazione: c’è questa imbarazzante usanza di dover fare il giro di tutta la sede per presentarsi, creando imbarazzo nei nuovi ma anche nei “vecchi”, che si sentono obbligati a dover dire qualcosa di brillante ai nuovi arrivati. Infatti uno mi ha fatto “Ah! Condividere lo spazio con tutte queste donne sarà un bell’allenamento per una futura vita matrimoniale!”.

Anche una collega mi ha fatto “Povero te!” alludendo al mio rappresentare una minoranza. Oggi le due colleghe mi hanno detto la stessa cosa, parlando del fatto che nell’ufficio potrebbe arrivare una quarta persona, anch’essa donna.

Mi è capitato in passato, a dei colloqui, quando si passava a delle chiacchiere più o meno informali (dopo un’ora che ti tengono sulla sedia succede), parlando dell’ambiente di lavoro mi dicessero “Eh, siamo tutte donne!” con un tono misto tra “Non hai idea di cosa ti aspetterebbe” e “Qua è un casino”. Come se la cosa dovesse darmi poi da pensare, mentre invece pensavo solo che questa è una non-risposta perché non mi state dando l’informazione che cerco (beninteso, nessuno potrebbe spingersi a dire a un colloquio “Scappa da qui perché c’è un ambiente pessimo” anche se fosse così).

A me non è mai fregato nulla di dover condividere spazi lavorativi con uomini o con donne.

Mi frega e molto il non essere costretto a dividere spazi invece con gente che dà fastidio. E i fastidi possono esseri di varia natura: comportamentale, verbale, ascellare.

Credo quindi che la cosa fondamentale di cui preoccuparsi sia non rompere i testicoli o le ovaie al prossimo, sia esso dotato di testicoli o di ovaie o entrambi e indipendentemente da ciò. E purtroppo – in pochi casi per fortuna – quelli che mi hanno dato fastidio sono stati sia uomini che donne.

Quindi, sì, povero me che devo dividere spazi con gli esseri umani.

Non è che affidi un cane a un vigile perché è un incrocio

Pensieri sparsi.

Gli anziani che portano a spasso il cagnetto mi fanno molta tenerezza. Quando sono in bici e ne incrocio uno di fronte a me però mi viene l’ansia. Penso sempre “Oddio, se adesso il cane facesse un movimento inconsulto e/o io perdessi il controllo della bicicletta e lo investissi, farei morire di crepacuore questa persona”. Poi li supero e tiro un sospiro di sollievo e rifletto su quanto mi facciano tenerezza gli anziani col cagnetto.

Nella cascina sede del mio lavoro ci sono dei gatti che si aggirano nei paraggi. Sono schivi e fuggenti, semi-selvatici. Si nascondono nelle siepi. Spesso mi sento osservato e, guardando fuori dalla finestra, mi accorgo che uno di essi mi sta fissando. Sono giorni che provo a far loro una foto ma quando prendo il cellulare loro si girano e se ne vanno correndo verso le siepi.

In questa cascina terremo un aperitivo. Lo scrivo lungo, aaaa-peeee-riiii-tiiii-voooo, perché sentir dire ape mi fa venire l’orticaria. Ape cosa? Ape regina? Ape operaia? Ape tito?

Per questo aperitivo mi hanno chiesto di mettere su una playlist di musica di sottofondo. Penso di aver inserito cose buone, ho ricevuto apprezzamenti dalle mie colleghe che ho utilizzato come tester. Pensavo sarebbe stato complicato raggiungere almeno un’ora di musica invece ho superato le tre ore e mi sono accorto che tante cose che avrei voluto mettere non le avevo ancora inserite. Spero che piaceranno, qui sono molto attenti all’atmosfera dell’aaaaaa-peeeee-riiii-tiiiiii-vooooo.

Oggi io e due colleghe siamo andati in giro a fare spese per l’organizzazione di questo aaaaa-peeee-riiiii-tiiiii-voooo. Hanno detto che la mia guida è un po’ troppo “meridionale”. Io non ho capito cosa volessero insinuare. Rispetto il codice, metto sempre la freccia per ogni minima svolta, lascio passare i pedoni, accelero quando esce il giallo che vuol dire “corri fai presto!”, segnalo col clacson a tutti gli automobilisti in prossimità di incroci/uscite laterali di non osare inserirsi in carreggiata, cosa c’è da contestare? Al massimo avrò esagerato facendo 30 metri in senso vietato, ma è la stradina deserta dove c’è la nostra sede e poi ho evitato loro un lungo giro, lungo ben 3 minuti.

Stando qui ho compreso finalmente cosa si intenda quando si dice che a una ragazza si vede “lo zoccolo di cammello” o cameltoe come dicono gli esperti del settore (non so quale settore ma mi sembrano esperti). Non mi era chiaro fino a che non ho visto su un tram ciò:

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Un cameltoe eccellente, da sfoggiare con fierezza!

Non è che ti metti a strofinare centri abbronzanti perché cerchi il Genio della lampada

Sono sceso giù questo fine settimana e mi è tornato il mal di stomaco. Forse è una cosa di origine nervosa. Oppure qui mangiamo veramente troppo. Ho trovato mio padre visibilmente molto ingrassato e la cosa mi ha fatto brutta impressione e dato pensiero, non lo vedevo giusto da tre settimane e mi chiedo come sia possibile aumentare così in tanto poco.

Sono sceso giù per fare un concorso, che ho smesso di preparare tre settimane fa. Pensavo di poter studiare la sera e al mattino presto come ho fatto qualche volta anni fa ma non ci sono riuscito. Forse lo trovavo troppo impegnativo o forse io non sono più quello di anni fa. Adesso dormire 4 ore una sola notte mi mette ko per le 48 ore successive. Ogni ora di sonno in meno rovina mezza giornata, è un utile calcolo da tenere in mente così so quando non devo prendere impegni.

Sono sceso giù prendendomi la giornata di lunedì dal lavoro, una cosa che avevo preannunciato questa estate alle risorse dis-umane – che mi avevano detto non ci fossero problemi – e che ho, con cortesia, rifatto presente il primo giorno e pare che io abbia chiesto un prestito di danaro per giocare le scommesse al Palio del papero (ho visto quest’estate dalle parti del Chianti lo striscione di una sagra paesana che preannunciava questo evento e mi è rimasto impresso). Dalla faccia che mi sono trovato di fronte sembra che io abbia chiesto una cosa sconveniente. Mi ricordo il mio insegnante di chitarra di fronte al mio imbarazzo quando mi chiedeva di improvvisare qualcosa di decente mi diceva “Gintoki, eddai, mica ti ho detto fammi vedere il pesce”. Ecco, idem, non ho mica chiesto di esibirmi i genitali. E avrei voluto aggiungere che io sono giusto un Co.co.co.dé, mi tenete qui per stare 5 mesi e poi bye e secondo voi non dovrei manco pensare al mio futuro più a lungo termine. Probabilmente non dovrei farlo in un giorno lavorativo, non c’è problema, io pago sempre i miei debiti, lo restituisco con gli interessi: prendetevi il mio tempo in cambio di quel giorno.

Poi ho visto che l’avevano già fatto, dando per scontata la mia presenza l’intero sabato successivo per un evento in cui dovrò lavorare (ma non facendo il lavoro indicato sul mio contratto). Non me l’hanno neanche chiesto, neanche per sondare se io avessi impegni: mettiamo io avessi avuto un appuntamento per lo sbiancamento anale proprio quel giorno. Però va bene così se è per essere di contributo e poi non devo fare sbiancamenti quindi mi ritengo libero.

Sono sceso giù, ho portato con me una borraccia con il logo dell’organizzazione, il ricavato aiuta anche qualcuno da qualche parte. Volevo farne un pensiero ma me l’hanno lasciata sul tappetino dell’auto. I tappetini hanno buoni pensieri. Volevo quindi gettarla in un fiume, tanto è di metallo quindi i pesci non inghiottiranno plastiche, al limite qualcuno un giorno mangerà pesce con più ferro che fa pure bene. Purtroppo qui non abbiamo fiumi, quindi ora la tengo e vorrei usarla per nascondermici, farmi piccolo come se io non mi ci sentissi già abbastanza e abitarla, come fossi un Genio. Il Genio della borraccia.

È un’idea proprio del cazzo. Quindi penso che sarò il Genio della sborraccia.

Non è che le zanzare abbondano nelle risaie perché il riso fa buon sangue

La sede dove lavoro è molto caratteristica. Praticamente, è una cascina. Milano un tempo era tutta una cascina, molto prima che i boschi cominciassero a crescere in altezza. In qualsiasi zona io mi sia trovato in queste 2 settimane scarse da quando sono qui, con qualsiasi persona io abbia parlato, mi sono sentito dire “…che poi questo quartiere non era Milano, è stato inglobato dopo…”. Ho capito che Milano un tempo era giusto lo spazio compreso tra il Duomo e Sant’Ambrogio, il resto era tutta campagna. Ecco da dove nasce il modo di dire!

Il mio ufficio si trova in un edificio che un tempo era la stalla di questa cascina. Sentendomi io spesso un asino, in genere, è la collocazione per me più adatta.

L’altra caratteristica è che in questa sede è tutto dislocato. Se vuoi scaldare le vivande per la pausa pranzo o tenerle in frigo bisogna attraversare la corte e andare in un’altra struttura della cascina. Si può pranzare all’interno di essa o nella corte, sotto gli alberi.

È tutto bello e bucolico fin quando prosegue questo fine di estate. A gennaio penso che non mi buscherò la polmonite per godere di 1 minuto di microonde.

La terza caratteristica, corollario della precedente, è che, per effetto delle dislocazioni logistiche degli edifici, la mia stalla, pardon, l’edificio del mio ufficio, non ha il bagno. Bisogna attraversare la famosa corte di cui sopra e poi scegliere tra due strutture, entrambe dotati dei servizi igienici.

Sarà un po’ scomodo in inverno mettere e togliere il cappotto giusto per andare al bagno. Credo che qui i dipendenti si siano abituati all’introversione. Al tenersi tutto dentro. Non vedo mai nessuno uscire dall’edificio durante le ore di lavoro, anche in questi giorni di bel tempo.

Sarà perché, in fin dei conti, sono nordici, son fatti così!

C’è una cosa infatti che ho notato qui. Quando si lavora, si lavora, punto. Tutti zitti, la testa fissa sullo schermo.

È una cosa ovvia.

Però mica tanto. Mi sono sempre trovato, giù, in ambienti lavorativi dove ogni tanto una battuta, uno scherzo, un po’ di caciara, veniva sempre fuori. Persino a Budapest era così: lasciando stare la mia collega (la famosa CR) che era delle mie parti, anche BB (non Brigitte Bardot) e Aranka Mekkanica, ungheresi D.O.C., si producevano in qualche momento di svago. Ancora mi sveglio di notte con gli infarti rimembrando la sonora risata di BB che frantumava il silenzio facendomi sobbalzare dalla sedia.

Un’amica monzese mi ha detto che qui a Milàn è così, si ride dopo il lavoro, all’aperitivo, mentre invece quando si lavora si lavora.

Che gente strana! Da quand’è che il lavoro è una cosa seria?!

Non è che il barbiere mangi in bianco perché evita i pelati

Una delle principali preoccupazioni quando si cambia città, è una delle principali preoccupazioni di alcune persone.

Mi riferisco a trovare un barbiere di fiducia.

Non è facile cambiar barbiere come si cambia banco salumeria. Stiamo parlando del farsi mettere le mani in testa da un estraneo.

Ho usato un metodo scientifico. Ne ho cercato uno su Google Maps nella mia zona. Ne ho trovato uno dal nome internazionale, che mi richiamava alla mente una catena di barberia che avevo trovato a Budapest. Con Budapest non aveva niente a che fare, ma mi dava l’idea di poter essere adatto a uno come me, a qualunque tipologia io appartenga per definirmi uno come me.

Il prezzario di questo saloncino recitava: Taglio 25€, Rasato 15€. E poi via via con le altre opzioni per farsi radere o rifinire barba e baffi.

Ero conscio di trovarmi a Milano e non a casa mia dove il mio barbiere mi fa 8 euro e 50 per doppio shampoo, taglio e rifiniture, ma 25 mi sembrava un po’ troppo. Potevo risparmiare 10 euro rasandomi a zero, ma anche quella cifra per uscire niente più che pelato non mi entusiasmava.

Quindi ne ho cercato un altro. Ho lasciato perdere i nomi internazionali e sono andato da “Mario”. Il salone credo che la cosa più internazionale che avesse visto era la Terza Internazionale.

Mobilia anni ’70, tutta laccata marrone. Poltroncine di pelle. Lo spruzzino con la pompetta, che mi era familiare: era lo stesso spruzzino che aveva il barbiere da cui mi portava mio nonno quando ero piccolo. Nota: aveva 80 anni e il suo salone era rimasto agli anni ’50.

Questa atmosfera familiare mi ha convinto. Anche Mario: è una persona affabile e che ti mette a tuo agio.

La macchinetta che usa ha due sole modalità: non taglia, oppure taglia solo le punte. Lo sfumato rasato non sa cosa sia.

Gli ho chiesto se poteva tagliarmi la riga – visto che di solito porto la riga di lato rasata – e lui mi ha pettinato i capelli da un lato. Non ho insistito perché credo quindi che non sia pratico della cosa e ho pensato fosse meglio non fare esperimenti.

Ho pagato comunque 15€ ma almeno non sono uscito pelato (tranne che nel portafogli, forse)!

Non è che il palestrato va in biblioteca per cercare dei libri da reggere

Mi ritengo un buon lettore. Non riesco a leggere tutto quel che vorrei, però riesco a scoprire di frequente tante cose nuove. Leggo 20-25 libri all’anno e mi sembrano troppo pochi.

Ogni tanto mi capita davanti il mio incubo. Il libro che non se ne scende giù, come una quinoa alle verdure che in realtà è piena di cipolle.

Spero sempre di averlo scampato, e, di solito, mi riesce. Arrivato ad agosto, quando metà anno ormai era scavallato, pensavo che sarei riuscito a farla franca per questa annata.

Poi, proprio pochi giorni dall’inizio di agosto, mi hanno prestato un libro. Chi me l’ha dato ci teneva anche a consegnarmelo. Lo aveva appena finito di leggere mentre attendeva il treno prima di vederci e, mentre me lo raccontava, ha esclamato “Sai che c’è? Te lo presto”.

Quindi alla lettura si aggiunge anche il peso emotivo di sapere di una persona che ti ha prestato il libro che ci tiene probabilmente al tuo parere e al sapere se ti è piaciuto.

Il libro, a dire il vero, è scritto bene. E oggettivamente è credo sia un buon libro.

Solo che io l’ho trovato pesante e poco scorrevole. Ho veramente faticato ad andare avanti. A un certo punto leggevo le pagine senza che del filo del discorso mi rimanesse nulla, anche perché il filo lo perdevo di vista in mezzo alle digressioni mentali che si aprivano da una pagina all’altra.

L’ho terminato per senso del dovere. Detesto non concludere un libro. E odio ancor di più dover deludere le attese di qualcuno.

D’altro canto questa cosa mi ha spinto a una riflessione. In questi giorni sto tornando a casa tardi e mi resta poco tempo per dedicarmi ad altro e, quel poco, l’ho impiegato per terminare il libro.

Facciamo un sacco di cose nella vita che ci portano solo via tempo ma che portiamo avanti per obbligo. Tralasciando cose di cui non si può fare a meno, io vorrei dare un taglio col fare cose che non mi scendono giù. Come mangiare quinoa dichiarata alle verdure ma in realtà piena di cipolle (che è stato il mio pranzo odierno).

Quindi la prossima volta che mi propongono un libro, o farò il difficile nell’accettare o, al limite, sarò onesto e dirò Guarda non ce l’ho fatta a terminarlo.

Il che vorrebbe dire combattere contro un altro mio lato caratteriale, cioè la sensazione di fastidio di fronte alle cose incomplete, non terminate o fuori posto.

Ma facciamo che ho spazio per risolvere un sol buon proposito alla volta.

Non è che se Max Pezzali si desse alla biologia canterebbe “Sei un mitocondrio”

Oggi è stato il mio primo giorno di lavoro. La giornata sembrava esser costruita per svilupparsi per il meglio. Come primo giorno ero convocato un’ora più tardi, per le 10, con comodo. La mattinata si presentava soleggiata e dalla temperatura fresca ma non fredda. Ideale per andare al lavoro in bici.

Scendo giù le scale per andar a gettare la plastica nei bidoni in cortile e sento un fetore incredibile. Mi guardo intorno. Poi guardo a terra. Avevo calpestato delle deiezioni canine posizionate strategicamente e proditoriamente giusto lì da qualche cane di qualche condomino scappato giù.

Quello era il segnale che qualcosa sarebbe andato storto.

Al lavoro abbiamo iniziato in 5. Le mie nuove colleghe sono tutte donne. La tizia dell’eich arr, parola inglese che sta per Risorses (perché è plurale) Umane, quando ci vede, esclama:

Benvenute! Anzi, BenvenutI! Finalmente abbiamo una quota maschile!

E le mie colleghe:

– È vero, ho sempre lavorato con donne
– Ma io infatti quando stamattina l’ho visto ho detto Un uomo?!

Sono uscito dalla stanza molto contrariato.

In base a cosa hanno pensato che io sia di maschilità uomo? Quale presunzione porta loro a etichettare con leggerezza una persona che non conoscono?

Avrei voluto alzarmi e dire Scusate, ma io sono Gender!. Ma non li leggete i telegiornali? Tutti oggi parlano dell’invasione del gender, addirittura denunciano che sia materia d’insegnamento! Ascoltate i giornali, il gender ormai è ovunque. I cibi che mangiate sono a base di gender. Il gender è il nuovo gender. Solo quelli che vivono nella preistoria non lo capiscono.

E dico preistoria non a caso. E dico che io non capiscono per un solo motivo: la mitocondrialità.

Sabato sera conversavo con due mitocondriologi milanesi, i quali mi hanno fatto aprire gli occhi. Come si sa, i mitocondri si ereditano solo per via materna. Una storia che parte dalla notte dei tempi, da quando le cellule hanno inglobato questi organelli e li hanno fatti propri.

Essendo le uniche a garantirne l’ereditarietà (tal da far parlare di “Eva mitocondriale” – riferendosi non a una sola donna, ovviamente – come origine della specie umana) le donne si può dire che detengono l’esplosivo potere mitocondriale. E vogliono tenerselo!

Per questo non riconoscono (o non vogliono) riconoscere un gender quando ne vedono uno, a mio avviso.

Per questo intendo stabilire regole chiare al lavoro: sono di uominità maschile ma solo perché l’ho deciso io, non perché mi ci avete etichettato voi!

Non è che Milano sia una città a misura Duomo

Mi sono finalmente trasferito. L’emigrante con la valigia, non di cartone ma quasi. Il trolley mi ha trollato, anzi, trolleyato: le ruote si sono bloccate e ho dovuto trascinare strusciando l’asfalto 30 kg.

La mia stanza si affaccia su tanto verde: il cortile interno del condominio praticamente è un parco. Il mio coinquilino, nonché padrone di casa, un eccentrico professore delle medie, è amante delle piante. Ce ne sono persino in bagno: un rampicante fa da cornice allo specchio.

Forse la cosa è un po’ inquietante.

C’è anche un gatto:

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Non è del proprietario: è di una sua amica che gliel’ha affidato in custodia per 15 giorni mentre lei è in ferie.

Questo è ciò che lui mi disse il 26 luglio, quando venni a vedere la stanza.

Quindi o l’amica ha deciso di farsi più di un mese di vacanza e a questo punto vorrei conoscere una persona che può permetterselo oppure il gatto si è trovato così bene che non vuole più tornare a casa propria. Oppure l’amica non esiste, in realtà il gatto è del professore ma non vuole ammetterlo e si è inventato questa storia.

Il gatto ha subito legato con me, me lo ritrovo sempre nella stanza. O forse è legato alla stanza e io sono solo un ingombro per lui. Mi viene il dubbio quando me lo ritrovo sulla mia sedia. Sulla custodia del portatile. Sul portatile. Gli ho riservato una sedia e un cuscino. Cerco di fargli capire che se vuole stare si può far bastare quel posto. Finge di aver capito.

Sono andato in cerca di una piscina. Nel quartiere dove vivo ce ne sono diverse e mi sono preso un paio d’ore per visitarle e capire quale mi convenisse. Una di queste è all’interno di un centro fitness-wellness-benesseress-tifacciamofess. Non quello della catena multinazionale dell’altra volta. Il principio di funzionamento però è lo stesso. Se alla reception chiedi informazioni, ti mandano da un’assistente personale piazzata in un loculo tipo consulente bancario. Mi ha spiegato come funziona il centro. Alla parola “ti verrà assegnato un life coach” ho finto di aver dimenticato il pollo nel forno e sono scappato, al grido di “Magari ci penso e ritorno”.

Ho fatto l’abbonamento al bike sharing di Mobike. In due giorni secondo l’app ho percorso 25km solo girando il centro. Una quindicina di questi 25 km sono stati giri inutili perché avevo sbagliato strada. Ho un buon senso dell’orientamento, nel senso che se prendo un punto di riferimento so poi direzionarmi tra i punti cardinali. Ma sono anche il tipo che vede una strada che sembra promettente e dice “Andiamo, tanto sbucherà da qualche parte”. Poi apri Google Maps e scopri che ti sei allontanato di 2km dalla tua meta.

Ma anche questo è un modo per conoscere una città.

Una città in cui, tradizione voleva, i palazzi non devono essere più alti della madonnina del Duomo. Poi hanno iniziato a costruire i grattacieli e, per rispettare la tradizione, hanno cominciato a porre delle madonne sulla cima di questi palazzi. O è sempre la stessa statua che passano da uno all’altro, non ho compreso.

Comunque fu così che Milano non fu più a misura…Duomo.

Non è che il medico appassionato di musica esclami “Dica 33 giri”

In radio passano per la 62364237esima volta Heroes di David Bowie. Ci sono delle stazioni radio che trasmettono grandi classici del rock e della musica in generale ma programmano sempre le stesse canzoni.

Meglio questo, ovviamente, che qualche tormentone contemporaneo.

Ripensavo a quando da ragazzino ho scoperto per la prima volta questi grandi classici della musica. La sopracitata Heroes, The sound of Silence, (I cant’ get no) Satisfaction, The passenger, Like a Rolling Stone e altre ancora. A quell’epoca fu per me come conoscere una ragazza e innamorarmi di lei.

Alcune di queste canzoni facevano da colonna sonora a degli spot pubblicitari. Aspettavo quelle réclame per poter sentire quelle canzoni (no, non c’erano YouTube né Spotify). Avevo anche capito gli abbinamenti dei blocchi pubblicitari a seconda delle trasmissioni, quindi sapevo che durante un determinato film/programma, sarebbe arrivato quello spot che aspettavo per quella determinata canzone.

Altre ero riuscito a registrarle sulla cassettina. Le registrazioni erano tutte sporcate dagli interventi degli speaker, che devono sempre parlare sugli intro/outro delle canzoni per far vedere quanto sono bravi. Consumavo quelle cassettine a forza di riascolti, facendo spesso rew-play per riascoltare uno specifico verso.

Tra i vinili di mio padre di sicuro c’erano ma mi vergognavo un po’ a chiedergli “Mi metti per favore questa?”. Più che vergogna era una sorta di gelosia. Era stata una “mia” scoperta e non desideravo condividerla. Doveva restare un fatto intimo e privato.

A volte mi chiedo se mi ricapiterà di riprovare simili sensazioni.

Ascolto tantissima musica, oggigiorno, molta più di quanta ne ascoltavo in passato. E ascolto tante belle cose, di qualità (almeno secondo me!) e ne scopro di continuo di nuove. Ascolto cose che mi emozionano, mi prendono, dischi che consumo.

Però il piacere emotivo di quella scoperta che mi diedero quelle canzoni non l’ho più ritrovato. Beninteso, parliamo di grandi classici della musica, pezzi che di continuo vengono inseriti nella “lista delle 100 canzoni di tutti i tempi” che qualcuno si ostina ancora a stilare. È anche normale non aspettarsi che compaia di nuovo una Yesterday, adesso.

Però io non credo sia solo un discorso di qualità musicale e di ammirazione per dei mostri sacri del rock. Anche perché, all’epoca, mi erano del tutto ignoti gli artisti dietro questi pezzi. Era più un discorso legato al piacere adolescenziale della “prima volta”, della scoperta di qualcosa di nuovo in assoluto. Il mio riferimento musicale prima di allora potevano essere massimo le Spice Girls e gli Articolo 31.

Una prima volta che non si può rivivere. Poi nella vita ci sono tante altre occasioni per vivere qualcosa di emozionante, e non mi lamento di certo della mia vita attuale.

Però quel piacere lì, di quella emozione viscerale nel chiedersi per la prima volta “Ma cos’è questa canzone?” non ci sarà più.

Ma quanto è brutto crescere?