Non è che il tennista meteorologo sia esperto in rovesci di pioggia

Nella puntata precedente avevo raccontato di uno pseudo apprezzamento ricevuto da due tizie reduci da Oxford.

Oggi sono ripassato per la stessa strada e mi sono trovato di nuovo davanti le stesse due fomentatrici di adenoidi. Quando le ho superate, una delle due mi ha fischiato un fiuu fiuu – era più o meno così, scusate ma non so fischiare – alle spalle.

In realtà non so se ce l’avesse proprio con me ma comunque ho accelerato il passo.

Ho visto che lavorano in uno studio di tatuaggi. Tatuaggi brutti e tamarri, a giudicare dalle foto esposte e dalle decorazioni corporee delle due Naiadi.

È da un po’ di tempo che camminando per strada mi sento come un clown e di attirare l’attenzione. A tratti ho l’impressione di dimenticarmi come si cammina: mi guardo i piedi chiedendomi se sto passeggiando correttamente e in quel momento inciampo. Anche su una strada liscia come un tavolo da biliardo riesco a incespicare in un ostacolo invisibile.

Ieri mentre mi avviavo verso la stazione è arrivato un temporale. È bello crescere ma riuscire ancora a farsi sorprendere dalle cose come un bambino: a me capita di farmi sorprendere dalla pioggia.

Fortuna che mi sono ricordato di avere un ombrello nascosto in fondo allo zaino.

Quando ho ripreso a camminare, ho visto una ragazza rifugiarsi al riparo sotto il primo balcone disponibile. Aveva un biglietto per la metro ben visibile in mano – non ho capito perché i biglietti della Linea 2 sono degli enormi e scomodi scontrini – e lì per lì ho pensato di offrirle un passaggio sotto l’ombrello visto che andavamo verso la stessa meta, 200 metri più avanti.

Non che io sia abituato a gesti di cavalleria con le persone sconosciute: ho sempre l’incubo che mi scambino per un maniaco e urlino e la SWAT cali dall’alto per immobilizzarmi e arrestarmi. Ma visto che ora viviamo in un buon momento storico per essere bianchi e italiani e non amare la pacchia dei balconi, ieri mi sentivo più sicuro di me.

Nel momento in cui ho pensato di avvicinarmi ho messo il piede su un chiusino. E lì ho realizzato che la struttura della suola delle Converse non le rende adatte a calpestare una superficie metallica e bagnata ma l’utilizzatore di Converse non lo sa e vola (per aria) lo stesso.

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Son slittato avanti e son rimasto in equilibro su una sola gamba con l’ombrello che mi ha per fortuna fatto da contrappeso impedendomi di cadere lungo per terra. Altro che Mary Poppins.

Il tutto sotto gli occhi della tizia, alla quale vista la mia l’esibizione non ho offerto alcun passaggio tanto la pioggia stava pure smettendo e poi con questo caldo rinfresca pure, no?

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Non è che per Don Chisciotte il resto fosse Mancia

Quella volta mi scrisse “Non vedo l’utilità di essere “amici”, “conoscenti””. Virgolette comprese intorno ad amici e conoscenti. E lì fu la pietra tombale sulla conversazione.

L’utilità.

Qual diamine persona gretta parla di utilità riferendosi agli altri individui? Non è una tariffa telefonica, non stai mica valutando cosa ti sia più utile tra 1000 minuti o 30 gb.

– Salve buongiorno, è il Sig. Gintoki? Sono Gonorrea della Voltafogne, la contatto per questa nuova offerta che le dà un conoscente in più al mese per sempre
– No grazie non ne vedo l’utilità

Non ho mai ragionato in questi termini e forse ho sbagliato. Mi sarò precluso tante occasioni nel valutare l’utile in questo o quel rapporto.

Ci ritorno su riflettendoci mentre mi allontano dalla cena per andare in bagno. Chiudo come sempre la porta tenendola tra la punta di due dita perché penso a tutta la gente che la tocca senza essersi lavata le mani.

La minzione sembra interminabile e io continuo nelle mie riflessioni. È molto bello eleggere a pensatoio un cesso delle dimensioni di un metro per un metro di una trattoria alla buona .

Torno e cominciano ad arrivare i piatti. Io volevo solo un primo: 120 grammi di ziti al ragù napoletano. Alle 23 è meglio star leggerini. Però mi attiravano anche le polpette, sempre al ragù. Ma non ce l’avrei fatta a finirle insieme al primo piatto. La mia vicina di posto pensando probabilmente la stessa cosa allora mi aveva guardato facendomi: “Ce le dividiamo?”. Così le avevamo ordinate.

Non posso dire sia una mia amica. Non mi invita manco ai suoi compleanni. Direi quindi che sia più una conoscente.

E, improvvisamente, col piatto davanti da poter dividere permettendomi di gustare le polpette nella giusta quantità, ne ho vista l’aura di utilità nell’averla come conoscente.

Forse allora è proprio vero. Le persone sono utili. Almeno quando si tratta di cibo.

Non è che il fotografo pensi in negativo

Non odio l’umanità ma diciamo molto spesso trovo difficile conviverci.

Io lo so che è fatta di tante brave persone ma costoro sono troppo distanti da me e se è vero che un albero che cade fa più rumore di una foresta che cresce, allo stesso modo uno che spacca i maroni fa più casino di uno che evita di infrangerli.

Tra campagne di odio, campagne elettorali, campagne stampa, campagne marketing, io mi voterei alla cementificazione selvaggia per rinchiudermi in un cubo di cemento (abusivo) e isolarmi.

Vorrei provare a isolarmi da tutto ciò, spegnere tv, radio, computer. Purtroppo tutta la negatività ti raggiunge e ti circonda mentre sei sulla Circumputtanaevesuviana.

Anche al lavoro ascolti commenti di cui faresti proprio a meno a costo di forarti i timpani come Siegfried di Orion, Cavaliere di Asgard.

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Poi capita che ti chiamano da un’associazione, ti invitano a farti una passeggiata da loro. Vorrebbero qualcuno che li aiutasse a pianificare le attività, ti chiedono un confronto, senza alcun impegno.

Tu vai, anche se convinto di non essere la persona che fa al caso loro. Li ascolti, ammiri il loro impegno ed entusiasmo. Però fai presente che forse dovrebbero puntare su qualcun altro. Dici che proverai a far girare la voce tra qualcuno che potrebbe essere interessato, ti scusi per aver fatto forse perder loro tempo.

Allora uno ti risponde: “Tu sei venuto fin qua per venirci a trovare. E questo è già tanto”. E lo afferma con una tale spontaneità e solarità che sai che è sincero.

Allora un po’ ti rincuori. Puoi ancora incontrare brave persone e portar una scintilla di positività con te.

Non è che per fare un complimento l’economista studi un grafico monetario perché è un “apprezzamento”

Scena1/Esterni/Esterno di una casa
Una signora che abita in strada tutte le volte che torna dalla Sicilia porta qualcosa di tipico. Stavolta torna con del pesto di mandorle. Prima che io possa dire “Grazie” mi ficca un cucchiaio in bocca.

Poi mi fa “Non t’avevo riconosciuto, che bel giovane che ti sei fatto”.

Quindi prima mi ingozza come un’oca poi dopo mi riconosce. Va bene.

Dopo alcuni convenevoli, nel salutarla lei mi strizza la guancia e mi fa, di nuovo “Ti sei fatto proprio un bel giovane, che il signore ti benedica, che bel giovane”.

Scena2/Esterni/Marciapiede
Passo davanti a due tizie sedute su una panchina che così a naso avevano l’aria di letterate dedite alla degustazione di rutti e alle gare sportive di sputo del nocciolo di ciliegia.

– Wee, guarda questo. Wee dove vai?

Accelero il passo.

Scena3/Interni/Piscina, in acqua
– Istruttore: Allora ragazzi, 200 metri stile solo braccia e gambe incrociate
– Ragazza: E come si fa?
– I: Come sarebbe come si fa? Dai, te lo mostra lui (indicando me), guarda che bel ragazzo, guardalo guardalo.

Io ovviamente mi rifiuto e faccio andare avanti la tizia. Così almeno le guardo il sedere.

Scena4/Interni/Piscina, docce
Un signore, che già una volta quando gli avevo porto il doccino che serve prima di entrare in vasca mi aveva spruzzato d’acqua dicendo “Eh, altro che barba, ti devi sciacquare pure in petto”, mentre ero sotto la doccia mi guarda dalla testa ai piedi e poi mi fa: “Eh barba capelli ti dei lavare sotto sopra dappertutto, ti ci vorrebbe un autolavaggio”.

Rido. Poi penso che forse voglia il mio sedere e rido di meno.

Scena5/Interni/Piscina, spogliatoi
Rientro, un tale mi accoglie così:
– Wee, maschione.

Faccio un cenno con la mano e vado via.

Abbiamo trasmesso il Presa per il culo day 2018.

Oddio, la signora forse era sincera nel suo apprezzamento. Ma si sa come sono le signore di una certa età, dicono Come ti sei fatto bello, Come sei cresciuto, anche al cactus curvo e ingiallito nell’aiuola di fronte.

Non so perché oggi si siano radunate tutte queste attenzioni verso la mia persona.

Non è che chi prepara conserve stia sempre a pensare al passato

Ho incontrato una persona che non vedevo da anni e che ricordavo come persona brutta e antipatica. La bruttezza non la intendo riferita all’aspetto esteriore ma proprio alla personalità.

Si sa che la mente può portare su percorsi fuorvianti e adattare anche i ricordi, facendo apparire più bello ciò che così bello non era e più brutto ciò che così brutto non era. Essendo io uno che plasma di continuo il proprio passato come l’esperto in materia mi ha insegnato*, mi capita spesso di interrogarmi su quanto le mie convinzioni odierne su eventi e persone di tempi trascorsi siano aderenti alla realtà.


* E se non sapete chi, peste!


Una delle specialiste più note e riconosciute al mondo, storia vera, è la Dottoressa Elizabeth F. Loftus, psicologa esperta nella memoria e sui meccanismi che la regolano. I suoi studi hanno dimostrato che eventi, idee, condizionamenti e qualsiasi altro intervento successivo alla data del nostro ricordo possono modificare quest’ultimo convincendoci che siano vere cose che non lo sono affatto.

Orbene, i miei ricordi di un tempo possono quindi essere fallaci, ma la mia capacità di plasmare il passato ha fatto sì che oggi questa persona si presentasse brutta e antipatica così come io credevo di ricordare.

Vorrei quindi lanciare una speranza a tutti coloro che hanno dubbi e ripensamenti sui propri trascorsi: impegnatevi a fondo perché potete renderli anche peggio di come ricordavate, in barba a tutti i tuttologi fessoscopici di questo mondo.

 

Non è che il pastore faccia solo battute pecorecce

– Posso entrare oggi, per recuperare domani che è chiuso?
– Guarda che domani è rosso sul calendario, non si recupera. Non si entra quando ci sono i giorni rossi. Noi vi facciamo recuperare i turni quando non potete venire per un problema vostro, questa volta ormai sei qua e va be’ ti faccio entrare ma di solito non si può
– Grazie.

Tu abbozzi e ringrazi con tanta umiltà perché ti sta facendo un favore dall’alto della sua magnanimità. Che non sai manco dirlo senza incartarti. Magnanimità. Vorresti chiedergli se fa tali questioni anche a quelli che sono conoscenti suoi che delle volte vedi passare senza manco passare la tessera sul lettore. Tutti sono clienti ma alcuni sono più clienti degli altri, è evidente. Ma tu devi abbozzare e ringraziare perché ti sta facendo un favore.

Vorresti fargli notare che si può entrare lo stesso anche nei giorni rossi, magari meglio mettere un asciugamano prima e lavarsi bene dopo, ma lui c’ha sempre l’aria funerea di uno cui è morto il rosmarino sul balcone – tra l’altro solo con te, perché puoi giurare di averlo visto ridere – e quindi qualsiasi battuta pecoreccia per rompere il ghiaccio sarebbe fiato sottratto all’attività aerobica.

Ti chiedi cosa tu gli abbia fatto per stargli così sul cazzo da non rispondere manco a un Buonasera ma probabilmente lo scoprirai solo tra diverse stagioni quando ti rivelerà che ti odia perché hai fatto cadere un penny bloccando le porte*.


* Se non capite la citazione problemi vostri.

 


Non è vero, sono buono e rivelo la soluzione.


Quindi puoi solo ricordare quel vecchio adagio che recita: Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia: e qualcuno la sta combattendo contro di te.

Non è che se alzi il pollice sull’erba stai facendo OK su prato.

Ho fatto un colloquio di lavoro via Skype, ieri. Non sto pensando di cambiare ma se capitasse qualcosa di migliore perché no.

Non era purtroppo questa l’occasione giusta, per quanto la città da dove veniva la proposta offra molte opportunità.

C’era una cosa in una delle due intervistatrici che mi infastidiva molto. Era una delle classiche persone da “piuttosto che” usato in modo improprio. Non sono un maniaco della corretta grammatica, negli anni mi sono abbastanza ammorbidito. Diciamo che dopo aver rischiato il linciaggio per aver corretto, per l’ennesima volta con conseguente rottura di maglioni, l’uso del pronome maschile per riferirsi a una donna, ho cominciato a mordermi la lingua.

Se non che, dopo aver ignorato i primi 2-3 “piuttosto che” fuori posto, costei ne ha infilata una combo in sequenza che mi ha fatto partire un tic all’occhio.

Non c’è nulla da fare, resto un insofferente viscerale.

Ad esempio una delle cose che mi dà più fastidio è quando, utilizzando i moderni strumenti di rimbambim…comunicazione, tu scrivi o registri un articolato messaggio e ti rispondono con l’emoticon del pollicione alzato.

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E nient’altro.

Attenzione: ci sono due tipi di pollicione. Ho notato che gli amici maschi rispondono in modo genuino col pollicione. Questo perché la comunicazione maschile, retaggio credo del Neolitico, segue schemi essenziali e primitivi. Cibo! Birra? Cazzo proprio stasera che c’è la partita?. In genere così sono le conversazioni con i miei amici. Il pollicione quindi non è indifferenza, è semplicemente un “Non sono in grado di esprimere altro”.

Le donne, invece, ho notato che quando rispondono col pollicione in genere sarebbero in grado di esprimere altro ma semplicemente non vogliono. Perché in quel momento ce l’hanno con te e quindi ti riservano assoluta sufficienza e indifferenza in quanto qualcosa in ciò che hai detto/scritto le ha urtate ma non ti diranno cosa.

In entrambi i casi, a me che mi sono sprecato a intavolare un discorso parte il tic all’occhio e quindi rispondo con un dito medio.

La terza cosa che mi causa insofferenza è quando qualcuno si ostina a entrare in dettagli clinici personali di cui farei a meno. Beninteso, non sono un insensibile e se una persona vuole condividere con me io sono sempre disponibile. Forse anche troppo.

C’è però il mio responsabile, uomo over50, che ogni volta che lo vedo deve aggiornarmi riguardo lo stato della sua prostata e delle sue minzioni. E per fortuna che lo vedo una volta al mese al massimo.

Oggi mi ha detto che c’è un farmaco che non vuole prendere perché ha scoperto gli causa disfunzione erettile. Non che io debba farci qualcosa con quello…, ha tenuto a precisare.

Ecco, tra scoperta e precisazione non so cosa più mi abbia fatto venire un altro tic.

Quasi quasi ricontatto la tizia del “piuttosto che”.

Non è che tu debba aprir la porta per fare un’uscita a vuoto

Negli ultimi tempi non ho molta voglia di uscire e fare cose, a meno che non si tratti di mangiare. La conversazione riempie la mente ma il cibo riempie molto meglio dice un antico proverbio ticinese.

Giacché però mi conosco e so che anche quando non ho voglia di far qualcosa poi la faccio e scopro di divertirmi, mi son fatto trascinare a una serata diversa dalle altre.

C’è questo tale che, in cambio di una cifra simbolica, apre le porte (e soprattutto la cantina) della propria villa per ospitare serate di musica e cibo da dita e degustazioni di vino.

La differenza tra il degustare e conciarsi di merda sta tutta nel modo in cui tieni il bicchiere in mano. Il risultato però è il medesimo: il giorno dopo non ricordi come ti abbiano riportato a casa.

A questi eventi si presenta molta gente strana.

Mentre parlavo con due amici, un tale ci si è seduto di fronte:

– È libera?
– Certo…
– Ma ci sono persone del posto, qui? Non ne ho ancora incontrata una…
– Non saprei…lei è autoctono?
– No no io vengo da (non capisco dove). Voi di dove siete?
– Io e lui (indico il mio amico) da Terra Stantìa. Lei (indico la mia amica) da Località-di-mare.
– Ah va be’ lei quindi è bagnata.

L’abbiamo ignorato mostrandogli il gelo emanato dalle nostre spalle.

Nel corso della serata è tornato più volte tra noi tentando di attaccar bottone ma ha avuto poco successo.

Conosco bene la paura di far una gaffe o un’uscita a vuoto, per fortuna ho un forte istinto di autoconservazione che mi porta a mordermi la lingua prima di dir cose irreparabili, sacrificando l’organo per un fine superiore, cioè mantenere la dignità.

È importante mantenere sempre la disinvoltura.

Mi sono presentato a uno che pensavo fosse il proprietario. Apriva bottiglie, mesceva vino, intratteneva persone.

Non era il proprietario ma un tizio che passava di lì. Ma sono stato disinvolto fingendomi una persona cordiale e socievole.

Una signora si è girata verso di me dicendo qualcosa mentre scendevo le scale. L’ho fissata con uno sguardo inquisitorio come a dire Chi sei e cosa vuoi?. Mi ha guardato quasi spaventata esclamando un ciao interrogativo. In realtà prima si stava rivolgendo alla sua amica dietro di me. Quando me ne sono accorto ho finto di aver sentito un rumore in un’altra stanza e sono scappato via. Sempre disinvolto.

Mentre ormai il vino cominciava a mietere le prime vittime, un tale con una camicia più brutta delle mie ci si è avvicinato battendo le mani – fuori tempo – e mimando mosse di danza, credo per invitarci a unirci a un ballo cui lui era l’unico partecipante perché tutte le persone erano a morire stravaccate da qualche parte.

L’ho ignorato fingendo di essermi ricordato di un mio commilitone durante la Prima Guerra Mondiale. Sempre con disinvoltura ma con un livello di difficoltà esponenzialmente aumentato dai gradi alcolici.

Siamo andati via dal luogo relativamente presto. Direi prima che la situazione si trasformasse in Eyes Wide Shut.

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Non è che il pizzaiolo nervoso abbia una diavola per capello

Stasera in piscina mentre ravanavo l’acqua cercando la famosa “presa” – che non trovo mai; lo scopo dell’atto natatorio sarebbe quella di “prendere” l’acqua ma a me sembra sempre di prendere ‘sta ceppa e una volta mi è successo anche di attaccarmi alla verga di un signore che mi ha attraversato la corsia – mi si è impigliato tra le dita un lungo capello.

Ho continuato a frullare le braccia seppur avvertivo il fastidio di una cosa tra le dita, col pensiero del contatto indesiderato con un altro essere umano, cosa paradossale perché in fondo tu lì stai condividendo la stessa acqua con altre persone e coi loro batteri e fluidi corporei.

Mi son chiesto a chi appartenesse: alla simpatica culona? Simpatica non so se lo sia, ma già il fatto che mi lasci passare avanti per paura di intralciarmi – unica – la rende personcina a modo. Culona è un appellativo affettuoso, anzi, complimenti per la sua steatopigìa che in vasca le consente un baricentro più spostato in avanti e una linea di galleggiamento migliore.

Purtroppo questa società così gender non è pronta per simili apprezzamenti sportivi, anzi, il gender fa credere alle donne che esser culone sia qualcosa da nascondere, evitare, guarire. E allora il governo precedente??????? #iostoconleculone


#sempredettoinmodoaffettuoso


#ancheparaculo

 


Forse il capello apparteneva alla scassapalle? È una tizia che sembra venga a farsi il bagnetto, ride, si ferma, intralcia, scherza col fidanzato che le fa il solletico sott’acqua.

Ci sono: forse erano della ragazzina insicura: al termine di ogni 25 metri dimentica sempre che serie di vasche bisogna fare e chiede conferma per sicurezza.

No, ho capito.
Era del tizio della grande verità, quello de “Il nuoto è uno sport completo”, che ha una massa di capelli che manco Antonio Razzi giovane.

Nello spogliatoio, dopo, mi ha fatto: “Quando sei proprio carico…hai bisogno di scaricarti”.

È un grande. Dev’essere allievo anche lui del Prof. Durbans, dell’Università di Scarborough. Il Prof. in questo frangente avrebbe replicato: “Quando ti senti scarico hai bisogno di ricaricarti”.


Ultimamente sono monotematico, non voglio far di questo spazio un blog acquatico – anche perché gatti e acqua non van d’accordo – ma è che ultimamente la mia allegria è in ferie a tempo indeterminato e ciò mi rende poco creativo.


Non è che l’auto elettrica se perde il controllo faccia un Teslacoda

48 vasche, boccheggio.
L’istruttore: Ancora troppo poco, non ci siamo
Io: Questo è il massimo che posso.
Che ti devo dire, ti auguro di migliorare, aggiunge lui con un velo di rassegnazione. Sì in effetti non ci siamo, non ho efficienza idrodinamica e per fare più strada acqua devo spendere il triplo di energie con uno spreco enorme. Come una vecchia lampadina a incandescenza che per illuminare un ripostiglio consumava i MegaWatt di un’odierna auto Tesla.

A pensarci è ciò che mi succede anche nella vita. Brucio tanta energia per un risultato minimo.

Quando cammino lungo strade che non conosco mi capita sempre di finire a fare il tragitto più lungo verso il posto dove devo andare. Quando me ne accorgo allora comincio a tagliare seguendo svolte e controsvolte che credo non facciano altro che allungare ancora il percorso.

Se ho un appuntamento, di qualsiasi tipo esso sia, comincio a prepararmi da un’ora a due ore prima a seconda dell’importanza dell’occasione. Per fortuna che non sono una ragazza: non devo truccarmi, depilarmi, fare le sopracciglia, scegliere cosa si abbina con i lacci delle scarpe e l’elastico delle mutande. Mi basta una doccia e al massimo una spazzolata alla barba per togliere qualche rondine che c’ha fatto il nido. Potrebbe sembrare che così io mi prenda le cose con tanta calma, in realtà è solo una fonte di stress ulteriore. Più è ampia la finestra di tempo del pre-appuntamento più mi stanco. Mi rendono felice le persone che mi dicono “Tra 10 minuti scendi”. Non mi danno il tempo di mettermi in moto e sprecare energie.

Faccio tabelle su Word se devo fare comparazioni. Case, viaggi, acquisti. In realtà è una pratica vantaggiosa per aver sott’occhio la situazione, ma delle volte basterebbe anche solo seguir l’istinto senza perdere due ore a raccogliere i dati utili e metterli in colonna.

All’università trovai un metodo di studio a me congeniale quando iniziai ad approfondire gli argomenti di un libro. Facevo ricerche, mi stampavo altre cose a casa, mettevo note e digressioni ai capitoli. In pratica, per studiare un libro ne dovevo imparare un altro.

Cucinare mi brucia tantissime calorie (se non altro è una cucina dietetica!). Mi servono 2 pentole, 3 fornelli, un mestolo, un piatto fondo, un piatto piano, un cucchiaio, una cucchiara, tre piani di appoggio e un’ora…per una frittata.

Facciamo che almeno per stasera scaldo in forno dei bastoncini Findus, va’.

Non è che se i tuoi amici hanno reazioni esagerate allora sono una compagnia teatrale

Sono momenti particolari alla Spurghi&Clisteri SpA dove io lavoro.

Per dire, c’è uno che impiega il tempo libero con il teatro e la recitazione ma in concreto si comporta come se fosse il lavoro a essere il suo hobby. Comparirà anche in una particina in una popolare soap. Sono ansioso di vederlo perché dicono sia bravo. Al che forse penso di capire, magari sta soltanto recitando di lavorare con noi.

Ci sono poi momenti di paranoia inconsulti, come quando, scherzando, ho detto alla ragazza del Servizio Civile chi glielo fa fare di presentarsi, se ne stesse pure a casa. Dopo, con apprensione, sono stato ripreso perché “Non bisogna dire ai ragazzi del SC che se ne possono stare a casa, loro poi ci credono e se qui viene un controllo poi ci tolgono la convenzione…”.

Io da quando sto qua l’unico controllo che ho visto è quello effettuato dalla tizia della macchinetta del caffè in comodato d’uso che viene a controllare che le versiamo la quota mensile.

Poi avverto ogni tanto la sensazione di un controllo della prostata non richiesto quando ti sbolognano all’ultimo momento cose sgradevoli ma questa è un’altra storia.

Necessiteremmo invece di una visita di un qualche ispettore della sicurezza sul lavoro, viste le condizioni in cui versa la sede. Se non altro per il livello di umidità che trasuda dalle pareti – siam al di sotto del livello del mare che è lì a 200 metri, ho chiesto di diventar enclave dei Paesi Bassi – e che mi ha causato diversi malanni in tutti questi mesi. Non voglio accampar scuse, sono sempre stato di salute cagionevole e irragionevole ma credo qui si sia superata la soglia di ragionevolezza.

Se chiedi su (e con su intendo sempre dirigenzialmente e geograficamente) ti rispondono di cercartene una nuovo, loro senza problemi provvederebbero a prenderla in affitto. Purché rispetti tutti i requisiti di sicurezza e abbia l’accesso per disabili e i bagni a norma  (tre bagni e non uno solo come ora) e l’impianto di aerazione e deve essere visibile fronte strada, insomma tutte le cose che qui attualmente non ci sono.

Riassumendo:

– Abbiamo una sede non a norma
– Per averne una nuova debbo cercarmela io
– Deve soddisfare tutti i requisiti e anche più sennò niente

Ho capito perché il tizio di cui sopra recita: siamo nel teatro dell’assurdo.

Non è che devi far palestra per portare una famiglia sulle spalle

Ho un amico che l’anno prossimo ha programmato di sposarsi. Per esser sicuro ha prenotato non una ma due chiese, per due giorni diversi. Coscienzioso e pieno di rimorsi com’è mi chiedo come si sentirà poi a far dispiacere uno dei due preti dicendogli che non se ne fa più niente.

Mi chiedo anche come faccia a pianificare un simile evento e a pensare di stabilirsi qui, dato che lavora precario a 600 km da casa mentre la fidanzata è impegnata in un Erasmus+ all’estero e quando tornerà troverà pronta una beata ceppa di lavoro.

Ma penso anche che se uno ha la volontà le cose in un qualche modo s’aggiustano. I miei son i ragionamenti di quello che se ne sta lì alla finestra a guardare la gente che passa e commentare come una vecchia mai stata moglie senza mai figli senza più voglie.

Che a dir la verità io a metter su una famiglia ogni tanto è un pensiero che mi viene, ma è più come quando in un negozio di animali vedi un’iguana e pensi di volertela portare a casa, perché…beh in fondo perché non tu? Solo che un’iguana è un impegno a lungo termine, campa almeno vent’anni, devi pensarci a questo. Sei in grado di gestire un’iguana in casa quotidianamente per tutto questo tempo? Non è che puoi avercela a mezzo servizio o lasciarla lì nel suo terrario ad aspettarti.


Nota: con l’iguana non mi riferisco a una moglie ma proprio al concetto di famiglia; gestirne una è come gestire l’iguana.


È per questo che allora penso di ricorrere all’affidamento a distanza: il mio scopo è tenere i legami con un/un’ amico/a e adottarne la famiglia. Ad esempio, comprare i Lego al figlio per poterci giocare io o portar ai coniugi le birre a casa per potermele bere io.

Penso pure all’iguana convenga più così.

A proposito di iguane: