Le parole sono importanti 3

Rubrica estemporanea a periodicità seminale.


“Stasera non scendo”

Non so quando sia accaduto che scendere sia divenuto sinonimo di uscire. Fin quando il soggetto si muove da un luogo in alto a uno più in basso ha un senso dir così: abiti in un palazzo, puoi quindi affermare che scendi da casa.

Già io che vivo a un piano rialzato non so se tecnicamente sia valido che al citofono mi dicano “scendi”. Potrebbero anche dirmi “salta”, visto che mi basterebbe scavalcare il balcone come nella miglior esperienza olio Cuore.

Ma, ecco, tu che vivi al pianterreno, anzi, in un sottoscala, in una città costruita interamente in una depressione caspica, che ragione hai per scendere di casa per scendere in piazza?

Tralasciamo poi altre aberrazioni come il “Scendo a pisciare il cane” che sono entrate nell’immaginario collettivo come allegoria della barbarie linguistica attuale ma che dubito abbiano un reale riscontro.


Si spera.


Non posso però dimenticare, e qui torno al verbo uscire, il bidello della scuola elementare che ci invitava a entrare in classe al grido di “Uscite dentro, forza”, generando una comprensibile confusione.

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Non è che il postino prenda tutto alla lettera

Mentre ero seduto ad attendere il treno, la signora di fianco a me si è avvicinata con una lettera in mano dicendomi:

– Mi scusi, mi può aiutare che non capisco tutto?…Non so leggere bene italiano e lei visto che è uomo può aiutarmi…

La signora avrà chiaramente imparato l’italiano ascoltandolo ma non leggendolo; un po’ il problema contrario che abbiamo noi italiani con l’inglese, che lo studiamo sui libri ma non lo parliamo.

L’ho aiutata volentieri. Dopo ho però riflettuto sulle sue parole.

Che vuol dire “visto che è uomo”? Perché sottolineare che io lo fossi? Pensa che io non sappia di esserlo? La signora mi stava forse facendo del mansplaining?


Cioè quando si spiega a un uomo che è un uomo.


In quanto uomo, poi, avrei avuto l’obbligo di aiutarla? Cos’è questa imposizione?

Al contrario, proprio perché uomo sono in possesso di ottime capacità logico-spaziali ma carente in abilità comunicative e linguistiche. Ed è un fatto risaputo. La signora mi stava prendendo in giro? Voleva forse umiliarmi insinuando il mio essere inferiore in quanto uomo?

O forse voleva sovvertire l’ordine delle cose mettendomi a interpretare testi? Stava facendo del gender facile? A quando un uomo che chiede informazioni stradali?

O forse, infine, la signora stava cercando di estorcere il mio aiuto tramite la via dell’adulazione della mascolinità? Non sa che io prima che un uomo sono una persona e dovrebbe trattarmi come tale e non far leva su attribuzioni di virilità?

Adesso so che tutti rideranno o prenderanno la cosa con leggerezza o si arrabbieranno perché con tutto quel che succede nel campo delle discriminazioni sessuali questo racconto suona ridicolo se non irrispettoso.

Ebbene, io chiamo tutte le persone ferite nell’orgoglio come me a uno scatto del summenzionato: quante volte vi hanno fatto aprire barattoli di sottaceti solo perché siete maschi? A me neanche piacciono i sottaceti!


Solo che non ho mai confessato questa idiosincrasia e per questo per me sono dei…sottaciuti.


Quante volte vi hanno detto “comportati da uomo” o, da ragazzini, “adesso sei un ometto”? Non è ora di smetterla con queste imposizioni di ruoli?

È il momento di Basta!

Come vedono gli uomini chi fa aprire loro controvoglia vasetti di sottaceti

Non è che Batman rida della Bat-tuta

Mi capita di incrociare quotidianamente le mandrie di liceali che transumano verso le /dalle scuole. Alcune cose – come le nuvole “d’odore d’adolescenza”* che ci si porta dietro in quell’età – noto non cambiare mai tra le generazioni, altre invece mi rendo conto che si sono modificate tanto.


* Smells like teen spirit, No?


Le mode, ad esempio. Come quella della tuta. Oggi maschi e femmine vanno in giro in tuta come se fosse un capo di tendenza e forse lo è.

Quando andavo al liceo io la tuta era giustificata solo se quel giorno c’era educazione fisica. Parliamo del solo pantalone. L’abbinamento pantalone-giacchetta tuta era considerato socialmente inaccettabile dopo la terza media.

A meno che uno non volesse essere picchiato all’ingresso e poi additato al pubblico ludibrio per tutte le cinque ore successive per essersi conciato da sfigato, s’intende.


Son gusti.


Le ragazze, che sono sempre più avanti dei loro coetanei maschi, smettevano la tuta in via definitiva alle medie. Al liceo se decidevano di partecipare all’ora di educazione fisica lo facevano in jeans.

Oltre alla condanna sociale, per i maschi c’era anche una necessità pratica.

La tuta non permette di nascondere. Cosa? Beh tu chiamale se vuoi…emozioni.

Un adolescente maschio medio in normale sviluppo ormonale ha in media da 4 a 10 volte le emozioni spontanee che ha un maschio adulto. Inoltre a livello mentale è ancora incapace di gestirle come si deve. Da qui la necessità di preferire un capo come il jeans che permette di nascondere meglio le proprie…emozioni.

Oggi invece viviamo in una completa rivoluzione: da quand’è che andare in giro in tuta non è più considerato da sfigati?

E soprattutto: i maschi di oggi non hanno più paura delle proprie emozioni spontanee oppure sono incapaci di provarle?

La tuta per questo è l’inizio dell’estinzione della specie?

Carico di questi dubbi sono andato in piscina. In tuta. Ma solo il pantalone perché ho ancora paura di essere picchiato.

Le fantastiche tute in acetato anni ’80-’90 in grado di produrre elettricità libera e gratis per sfregamento ma le grandi multinazionali non vogliono che voi sappiate.

Non è che sei un poeta solo perché ti piace fare versi

Che ce frega de Elena Ferrante noi c’avemo Lira Trap!

Con questo coro sono stato accolto da un gruppo di esagitati che mi hanno fermato per strada; il fenomeno Lira Trap sta diventando virale e prendendo piede, a testimonianza del fatto che la Trap con la sua transizionalità seminale sta facendo breccia nei cuori della gente. E sappiate che non è facile, perché la gente attualmente si indigna o si commuove sull’internetto ma difficilmente si lascia brecciare.

Alcuni muscoli cardiaci son stati trafitti dalle opere che hanno letto su queste pagine e i loro proprietari mi hanno lasciato bigliettini d’amore che non so a chi recapitare, visto che la scrittrice è più schiva di Thomas Pynchon. E se non sapete chi è Thomas Pynchon è perché si è sempre nascosto molto bene.

Ma Lira Trap si nasconde ancor meglio!

E a tal proposito vorrei invitare tutti a non scrivermi, a non chiedermi informazioni, a non accusarmi di volerla tenere solo per me, perché io DI LIRA TRAP NON SO UN BEL NIENTE.

A parte poche informazioni sparse, di lei ho solo questa Polaroid rivenuta in un rotolo di carta igienica in un bagno pubblico di Oderzo (provincia di TeleVisione).

Quest’oggi ho per voi un altro scritto da proporre. Il come l’ho rinvenuto è davvero incredibile.

L’altro giorno sono andato al supermercato a comprare un pacco di carta igienica e il cassiere mentre passava il prodotto sul lettore ha detto che quello lì non andava bene, il codice era errato. Così mi ha dato un altro pacco.

Quale è stata la mia sorpresa, nello spacchettarlo, nel notare che uno dei rotoli all’interno era vergato a mano. E a mano c’era anche disegnata una verga. Una doppia vergatura.

Era un altro componimento di Lira Trap! Non so come abbia convinto il cassiere a questo scambio e come faccia a sapere quali supermercati frequento, ma comunque è arrivata a me.

Il frammento che propongo stavolta non è un racconto ma una poesia, prova della versatilità della nostra scrittrice che non teme di mettersi alla prova anche con i versi e che vuole realmente porsi come nuova colonna fecale della letteratura italiana.

Ancora una volta faccio presente che riporto in modo fedele il testo così come è scritto sulla carta.

Tu ti muovi dentro di me

Mi ai presa

sorpresa

ora giacio qui

tesa

spasmi ke provochi

mi piegano in avanti

gemo sul letto

fuggo e mi riagguanti

ti sento lungo il retto

il mio culo ha tanta fretta

grido

fin chè non finirà

a grandi spruzzate

oh maledetta

colite.

Lira Trap

Un componimento commovente. Non c’è altro da dire.

Non è che se produci fazzoletti tutti mettono il naso nei tuoi affari

facebook nel 2018 cambia algoritmi – ammesso che sia vero ma tanto basta dire algoritmo per aver detto tutto, un po’ come dire lupus se sei Doctor House -: nella bacheca degli iscritti meno notizie e più post degli amici. Il Signor Z. ha detto che Una ricerca dimostra che il rafforzamento delle nostre relazioni migliora il nostro benessere e la nostra felicità.

Come faccio a dire al Sig. Z. che sono le mie relazioni a rendermi infelice? Chi gliel’ha detto che preferisco vedere più citazioni di Coelho da parte dei miei contatti e meno approfondimenti di Focus sul perché ci mettiamo le dita nel naso e ci compiaciamo di ciò?

Oggi in treno il tizio seduto di fronte a me ha deciso di cercar le proprie radici nelle sue narici. Di solito una persona sarebbe abbastanza nauseata da questa scena e io lo ero, ma grazie ai miei approfondimenti sapevo anche che il tizio era compiaciuto della propria azione.

Un amico vi avrebbe mai erudito in merito?

Parlando di nasi, quello stesso treno dove avevo di fronte il simpatico minatore di turbinati puzzava di provola affumicata.

I treni della Circumvesuviana, che, ricordo, insegue da anni lo scudetto di peggior linea d’Italia appannaggio purtroppo sempre della Roma-Lido ma secondo me è colpa degli arbitri, hanno sempre puzze particolari.

I treni in sé, intendo, le loro parti meccaniche. Non mi riferisco all’odore di umanità che vi viaggia dentro.

Oltre alla provola affumicata, ho viaggiato spesso su treni che puzzavano di caffè troppo tostato. Un’altra fragranza particolare è quella di bistecca di manzo bruciacchiata. Ne ho distinto due varietà diverse, credo dipenda dal tipo di animale: chianina o fassona.

Un amico vi avrebbe detto tutto ciò?

Però a me uno, parlando di richiami di odori alimentari in cose e oggetti, ha detto

– Forse dovresti preoccuparti di ciò che mangi.

Capite perché sono infelice?

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“Binari?! Dove stiamo andando non c’è bisogno di binari!”

Non è che per un’indigestione generale il Sindaco proclami una giornata di rutto cittadino

Ho incontrato oggi un conoscente, vecchio compagno del liceo:

– Allora Gintoki, cosa racconti? Niente fiori d’arancio ancora per te?
– Ma quali fiori d’arancio, un altro po’ mi serviranno i crisantemi.

Dopo questo scambio di battute di esordio abbiamo conversato un po’.

Tale conoscente è un tipo che all’apparenza sembra un gentiluomo, bisogna dire a buon diritto in effetti in quanto dotato di un certo garbo, buoni modi – con i quali ammansiva le professoresse per giustificarsi di non aver studiato – e una discreta capacità di ragionamento anche arguto. Però in sé serba un che di tamarro che se opportunamente stimolato può venir fuori.

Quando si dice tamarro in genere si pensa a un’individuo rozzo, volgare, sgradevole e primitivo.

Credo questo sia l’esempio estremo, come se poi l’individuo comune fosse invece immune dalla tamarraggine, cosa che, invero, è presente in ognuno di noi e si esplicita in forme diverse.

C’era un tale che stava con una ragazza la quale, invece di sussurrargli all’orecchio parole dolci, lo deliziava talvolta con un rutto dritto verso il timpano.

Al mio tale non dispiaceva e non perché fosse un feticista dell’eruttazione né perché si compiacesse dei processi digestivi della sua bella. Era più che altro perché il gesto, per quanto si possa definir tamarro, aveva un che di personale e leggero. Il mio tale ritiene che nella seriosità a volte opprimente della vita i momenti di leggerezza in una coppia siano come nicchie di comfort in cui rifugiarsi. Il rutto della ragazza era come lo slacciarsi la cravatta a fine giornata, per quanto il mio tale non sappia farsi il nodo e l’unica volta che provò con un tutorial ne uscì un perfetto cappio da forca.

Da qualche tempo a questa parte mi son dato come progetto – perché mi capita sempre più spesso di non aver niente cui pensare – quello di creare una sorta di contatore Geiger di tamarraggine e, per farlo, come parametri di riferimento dei valori vorrei utilizzare un film degli anni ’90. Accanto a degli elementi chiave di questa pellicola ho inserito il corrispettivo valore in termini di  tamarraggine per aiutare a costruire la scala di rilevamento.

Il film è Double Team – Gioco di squadra (1997). Attenzione, da qui in poi ci saranno spoiler sul finale di questo capolavoro.

Nel film il protagonista è Jean-Claude Van Damme (tamarraggine medio-alta), l’antagonista è Mickey Rourke (tamarraggine media), con la partecipazione di Dennis Rodman (tamarraggine alta) che cambia colore di capelli a ogni inquadratura.

Sorvoliamo sullo svolgimento del film (trascurabile) citando alcuni elementi a caso: JCD che si allena con l’architrave di una porta (tamarraggine debole), valigie-mitra (tamarraggine medio-bassa) e camion che sfondano edifici (tamarraggine media). Concentriamoci sui momenti clou della seconda parte, che si svolgono a Roma. Roma vista dai film americani e nello specifico in questo film: tamarraggine bassa. Ovviamente non può mancare una vecchia 500, che sarà anche l’auto di Rodman (tamarraggine medio-bassa).

Lo scontro risolutivo del film avviene nel Colosseo (tamarraggine media), tra JCD e MR e con la partecipazione speciale di mine a caso e una tigre (tamarraggine medio-alta).

Il film si conclude con una grande esplosione: succede, quando usi delle mine a caso. JCV e il Rodman che gli fa da aiutante, fuggendo nei cunicoli dell’arena, trovano provvidenziale riparo dall’ondata di fiamme dietro un distributore di Coca-Cola che passava di lì per caso, evidentemente (tamarraggine alta). I nostri eroi riescono poi a scappar via e il film si conclude con Rodman che osserva il Colosseo in fiamme (tamarraggine estrema).

 Tabella riepilogativa:

Tabella

Qualcuno potrebbe dire: ma di che utilità mi è questa tabella se non ha riferimenti reali? Mica tutti i giorni si incontrano dei Mickey Rourke che ti sfidano a duello? Certo che no, ma il tutto va preso come riferimento astratto. Ad esempio un tizio con una Golf con i led blu sotto, cose a caso appese allo specchietto e l’ultimo mix di Provenzano DJ a palla nello stereo è quantomeno a livello di una tigre nel Colosseo minato.

Provate a fare questo esercizio: trovatevi degli abbinamenti reali con la mia scala.

Non è che l’iracondo nel deserto tema le tempeste di rabbia

Tempo fa avevo cercato notorietà nel campo del giornalismo intervistando un tunnel.

Stupito che qualche grande testata non mi avesse poi contattato, ho lavorato questi mesi per riuscire a realizzare un grande colpo intervistando un personaggio famoso ma molto schivo. E oggi posso finalmente pubblicare l’intervista che mi ha rilasciato niente di meno che l’Odio in persona.

Spero che sia un’intervista abbastanza odiosa perché vorrà dire che avrò fatto bene il mio lavoro.

G: Devo dire che sono un po’ sorpreso. Non vorrei sembrarle impertinente, ma mi avevano descritto lei come molto brutto e spaventoso. Invece davanti a me trovo una persona elegante, di bell’aspetto, dal fisico atletico. Sono colpito.
O: Mio caro, chi sarebbe più vicino a provocarle rodimenti d’invidia? Un vecchio decrepito tristo e allampanato o un novello Adone modello di vigore giovanile che le ricorda quanto il suo di fisico invece lasci molto a desiderare?
G: Beh il secondo senza dubbio.
O: Per l’appunto. Mi compiaccio di prendermi cura di me per fomentar odio.
G: Veniamo appunto all’odio che circola in società. Credo siano bei tempi per lei, con tutto il livore che circola tra noi, o sbaglio?
O: Le dirò – e la prego di concedermi un po’ di credito di saggezza mentre lo faccio – che questa storia che viviamo in tempi di odio è per l’appunto una storia, una favola per marmocchi, una fanfaluca, una panzana insomma, che vi siete creati voi radical chic per giustificare i vostri panetti di tofu e le vostre foto dei gattini. La realtà – e se mi è rimasto ancor del credito da consumare la prego di lasciarmelo per questo picciolo investimento di saggezza fondamento dell’insegnamento che le sto impartendo – è che viviamo nell’epoca dell’odio di facile consumo, un odio fast fudus direste voialtri, che arde e si spegne nel tempo di un cerino acceso per avviare il tabacco d’una pipa. Il volgo si infiamma per due bustine di plastica ma tempo due giorni volge la sua indignazione ad altro. E io non posso correr dietro a tutte queste minutaglie – dal valore nutrizionale di una galletta di segale – come un bracco che trascorre le proprie giornate saltando dall’inseguimento di una carrozza a un’altra.
G: Quindi secondo lei c’è poco odio di questi tempi?
O: Au contraire, ne circola molto ma di fattura grossolana, di valore risibile. È parcellizzato. Viviamo in uno scontro continuato tra volgari tribù che si aggregano e si disaggregano intorno a valori fluidi e tale moto perpetuo rende il mio operato molto più dispersivo. Ma essendo io in rapporto privilegiato con quella nobildonna che chiamano Fortuna, posso dirle che ho avuto buon gioco e sorte da quando ho avuto l’idea di avere dalla mia una Boldrini.
G: Scusi, in che senso?
O: Credevo ragazzo mio che lei fosse più sagace e meno sprovveduto e non fosse a digiuno di informazioni basilari come il fatto che la Boldrini l’abbia creata io. Nel moto perpetuo di confusione generale giova al mio operato qualcuno che raccolga un po’ di odio come un imbuto che lo travasa in una botticella e piuttosto che assumere qualcuno a bottega – coi tempi che corrono capirà occorre esser diffidenti – e doverlo anche pagare preferisco produrmelo da solo. Certo non sempre la ciambella riesce col buco e dal buco si cava un ragno, come quando ebbi l’idea di crearmi uno Sgarbi. Pensavo sarebbe stato soggetto ideale e congeniale invece ho scoperto che personaggi di natura tanto aggressiva e bipolare non attiran odio come i Boldrini oggi ma riscuotono invece il favore del pubblico. Va’ a capire come nelle vostre testoline in che senso girino le rotelle ma io do alla moda dell’odio ciò di che abbisogna.
G: Ma come crea questi personaggi?
O: Seguo Mastro Geppetto.
G: Cioè?
O: Lui si assicurò un discendente con una sega. Ah ah ah! Vede, so anche cimentarmi nel motteggio.
G: Andiamo avanti. Lei non ha ogni tanto dei ripensamenti? Non si sente in colpa per ciò che fa?
O: Affé mia non saprei di che colpa farmi carico ma se esiste una corte autorevole in grado di giudicare mi sia notificato seduta stante da cosa io dovrei esser chiamato a difendermi siccome lo ignoro. Giacché io svolgo una funzione sociale, senza qualcuno o qualcosa da odiare come fareste a trovar forza per aprir gli occhi al mattino? Immagini svegliarsi e non poter puntare il dito contro niente e nessuno per trovar distrazione dalla nullità congenita che lei rappresenta. Che altro le resterebbe se non rivolger alla sua testa un’arma – avendo cura di mirar dritto per non spirare dopo faticosa agonia come il Werther – e tirar il grilletto per un colpo risolutivo? Sarebbe l’estinzione della razza umana per suicidio di massa. Dal mio punto di vista, invece, più umani, più lavoro. Assolutamente pro life, la vita è una cosa sacra.
G: Adesso parla come un cattolico…
O: Senza falsa modestia, le religioni sono la mia più grande invenzione. Perfezionarle ha richiesto tempo come un artigiano del legno che lavora di lima per sgrezzar dalle scaglie, ma sono soddisfatto del lavoro svolto. Il monoteismo è stata un’intuizione spettacolare. A volte mi domando perché io non ci abbia pensato sin da subito.
G: Scusi ma non capisco. Le religioni veicolano messaggi di amore, lei è l’Odio. Cosa fa, va contro i suoi interessi?
O: I migliori a odiare sono quelli che predicano amore. E mi sembra che abbiano svolto il loro lavoro in modo egregio. Devo comunque, per non esser superato dai tempi che corrono – e chissà dove corrono – pensare a qualcosa di nuovo.
G: Ha già qualche progetto per il futuro?
O: Pensavo di acquistare la Apple. Credo non sia lontano il realizzarsi di uno dei mondi più abietti che possa esserci e cioè quello in cui l’aver letto – o quantomeno conservare nel cassetto del comodino giacché non leggete più – la biografia di Steve Jobs possa far differenza tra l’aver salva la vita e perderla in una guerra di religione.
G: A proposito di lavori – ah ah faccio anche io battute, visto? -, lei come si rilassa dal suo?
O: Nel tempo libero mi diletto impiegandomi come commercialista. Non sa che piacere dir alla gente che deve pagare. L’Agenzia delle Entrate è un’altra creazione di cui vado fiero.
G: Mi sembra di capire che le piaccia molto crear cose per dar fastidio.
O: Sa, quando si è dotati di vivace intelligenza e guizzo creativo come me è una cosa normale. Reco con me sempre la valigia col campionario – a volte mi scambiano per un commesso viaggiatore -: suocere, ausiliari del traffico, solleciti di pagamento, malesseri femminei…tutte mie invenzioni. Gradirebbe dei crampi da mestruo un’ora prima di un appuntamento? Sono gratis.
G: Scusi, ma io sarei un uomo…
O: Per l’appunto. L’inconveniente ovarico è destinato alla povera giovinetta con cui ha fissato l’incontro. Quest’ultima avrà da lanciar Madonne per i dolori mentre lei, mio caro, nel suo limitato cervellino di cinghiale da copula, le lancerà per una serata andata in fumo una volta tanto che si era concesso il lusso di mondarsi il corpo con un salutare lavacro altresì noto come doccia.
G: Ma lei sa che è proprio antipatico?
O: Oh, non mi aduli, la prego.

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Le parole sono importanti 2

Rubrica casuale a periodicità pleonastica.


“Io sono una persona vera”

Mi lascia sempre perplesso sentir qualcuno definirsi in questo modo. So cosa intendono mentre lo dicono, quel che mi suonerà sempre male è la locuzione che utilizzano.

In che senso una persona è vera? Ha un riconoscimento di Denominazione di Origine Controllata e Garantita?

Ci sono dei parametri per stabilire quando una persona possa essere certificata come vera? Contiene massimo il 20% di plastica? È totalmente riciclabile? Non è Made in China? E i cinesi che ne pensano: non si ritengono loro forse a buon diritto veri?

Humans are 100% recyclable.

 

 

Non è che se sbagli i congiuntivi ti senti in pericolo perché la situazione è grammatica

Alle scuole elementari ero un vero asso nelle gare di coniugazione verbi. Bisogna dire che non mi ci applicavo neanche. Per me era una questione di tonalità. “Se io avessi saputo” ha una tonalità gradevole rispetto a “Se io avrei saputo”, che suona come delle unghie su una lavagna. Era tutto qui. Non mi sforzavo a ricordare le regole grammaticali. A dire il vero non sono mai stato neanche uno studente sgobbone.

Le gare di coniugazione, però, alla fine le perdevo sempre. Erano gare a squadre e sia che io stessi nella squadra dei maschi, sia nella squadra del lato est (o ovest) dell’aula, mi trovavo sempre nella parte più scarsa e a nulla serviva la mia prestazione sopra la media.

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È tutta la vita che mi sembra di ritrovarmi sempre dal lato sbagliato. Di quelli che hanno compiuto un errore di collocazione.

E pensare che c’è gente che, masticando aforismi e defecando stronzate, si sente fiera di dirsi seduta dal lato del torto. A me in tutta sincerità non farebbe specie star dalla parte della ragione. O quanto meno di quella dei ragionevoli, ma sono testardo e anche questo non mi giova.

Non è che gli acari sarebbero pessimi pugili solo perché vanno sempre al tappeto

Visto il buon successo che la scorsa settimana ha avuto la pubblicazione del racconto della scrittrice transizionale Lira Trap, mi sono messo alla ricerca di altre sue opere.

Ricordo che l’artista scrive solo su rotoli di carta igienica che abbandona nei bagni pubblici. Ho girato quindi i peggiori bagni di Terracina, che vi assicuro sono proprio i peggiori, ho visto cose che neanche Mark Renton in crisi d’astinenza avrebbe voluto vedere, senza costrutto.

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Pensavo che Lira Trap avesse abbandonato l’attività letteraria.

Poi invece nella mia buca delle lettere ho trovato un fagottino di carta igienica. Non so come lei abbia recuperato il mio indirizzo, in ogni caso sulla carta c’era un ringraziamento per me e dei complimenti per il blog. Ha detto che andrebbe benissimo per pulirsi il sedere. In allegato c’era il racconto che vado ora a condividere con voi e una presentazione scritta in terza persona (o forse da una terza persona, visto lo stile stranamente senza errori):

Lira Trap venera la penetrazione rettale elevata al rango definitivo di nuova penetrazione vaginale; nello stesso tempo è impegnata a raggiungere per via chirurgica e omeopatica uno stadio che trascende genere, identità e biologia uomo-donna per poter compiere un atto di auto-penetrazione pene-vagina-retto, relegando il sesso interpersonale alla dimensione di semplice forma onanistica e porre fine al dibattito omo-etero-bisex-pansex.

Lira Trap ci sta forse prendendo in giro? Che cosa vuole dimostrare: che quella che credevamo fosse masturbazione era in realtà sesso completo e che quello che crediamo sesso, cioè i rapporti con le altre persone, è una masturbazione?

Non sta forse andando troppo oltre? Ai postumi della sbronza l’ardua sentenza. Io faccio solo da portavoce visto che sembra io ora sia stato riconosciuto come tale. A voi l’opera:

Homo homini anus

Il direttore quella mattina mi aveva convocata. Ero emozzionata, da un pò di tempo avevo puntato su di lui i miei occhi. Non era tanto belloccio, 50 anni, un pò di pancetta, pelato e coi baffoni. Non era un modello però era direttore e io volevo essere sottomessiata da un direttore perché a me mi mancava nella mia collezzione.

– Posso?
– Venghi, Trap. E chiuda la porta.

Il suo tono gelido e severo già mi rendeva umidiccia nell’intimo.

– Trap, il suo rendimento peggiora di giorno in giorno. Guardi questo report: è incomprensibile. Numeri a caso, grafici senza riferimenti…ma dove ha la testa?

E mentre lo dice sbatte i fogli sulla scrivania e alquni volano per terra.

Mi chino a raccoglierli facendo a posta a dargli le spalle mostrandogli il mio sedere tondo. Avevo proprio quel giorno una minigonna stretta e perdevo tempo coi fogli per mostrargli lo spettacolo sperando gli venisse duro. Però lui non dava reazzioni. Mi giro e lo trovo distratto a guardare il computer. Mi incazzo. Non faccio mica gli spettacolini per essere ignorata.

– Direttore! O lei mi incula o la denuncio dicendo che mi ha inculata!
– Ma cosa dice, Trap? È impazzita?
– Sono seria. Guardi, questo è il numero del mio sindacalista. E né lui né il sindacato intero si è mai rifiutato di incularmi. Che faccio, lo chiamo per denunciarla?

E mi giro sollevando la gonna e abbasando il perizzoma mostrandogli il mio buchetto già lubrificato. La mattina non esco di casa se non l’ho cremato bene perchè non si sa mai, metti che ti arriva qualche sodommia a sorpresa meglio farsi trovare pronte.

– Allora, direttore…che cosa dice?
Gli dico voglittiosa mentre gli dimeno davanti il fondoschiena.

Lui allora non resiste e mi prende da dietro perchè in fondo gli uomini li conosco e a un buco non sanno mai dire no. Sentivo che aveva proprio un bel fallo mentre mi prendeva. Volevo gridare di piacere ma non potevo farmi sentire dal resto dei dipendenti fuori e allora buttavo la faccia sul tappeto mordendolo per trattenermi. Solo che il tappeto era parecchio sporco e una palla di polvere mi ha fatto tossire fino a che ho vomitato mentre lui mi stava ancora sottomizzando.

– Ma che schifo!
– Direttore, la prego…non smetta…voglio che mi farcisca del suo piacere cremoso…BLUOARGGGH
– Dio santo…ma che ha mangiato?…Si ricomponghi e se ne vadi!

E dopo averlo detto il suo volto si era corrucciato mentre si guardava in basso. L’ho guardato anche io: il suo glande si era fatto tutto rosso e pulsante e lui diceva che gli bruciava forte.

Istintivamente prendo dalla borsetta una bottiglina per versargliela sopra e aiutarlo ma lui urla e gli scappa una bestemmia. Pensavo che l’acetone funzionasse come disinfettante ma forse non è così.

Il grido richiama dei dipendenti che entrano nell’ufficio e trovano il direttore col coso in mano che li guarda rosso in viso. Loro poi notano me che nel frattempo mi ero risistemata e poi notano la chiazza del mio vomito. Io faccio spalline come a dire di non saper niente e poi scappo via a casa perché non ce la facevo più, mi dovevo masturbare selvaggia come una mangusta pensando che gli altri avevano visto una cosa intima come il mio vomito. Poi il pensiero del direttore che mi inculava e il suo cazzo pulsante sul quale ora ci saranno i miei batteri che lo stanno ancora facendo bruciare dal dolore mi inebriava ancora di più. E proprio pensando al dolore ho acceso youtube e mi sono guardata quando Fantozzi sale sulla bici senza sellino e proprio lì ho scuirtato come sempre immaginando di essere posseduta da una bicicletta coi baffoni come il direttore. Perchè è bello andare in bici sul bagnato specialmente se il bagnato è scuirt.

Alla prossima, monellacci
La vostra Lira Trap

Due note a margine: la prima è che Lira Trap sembra porsi come scrittrice indipendente da qualsiasi opera creata sinora ma poi ama gli omaggi e le strizzate d’occhio. Questa avventura – non sappiamo se vera o meno – si rifà evidentemente a Paolo Villaggio.

La seconda annotazione è che Lira Trap è una scrittrice politica. Quello che abbiamo letto è chiaramente un racconto politico e io mi chiedo se sia l’inizio di un nuovo filone narrativo – l’eros politico – nella sua storia letteraria o sia anche questa una strizzata d’occhio. Magari per adescare qualche giovane pseudo attivista iscritto a Scienze Politiche attratto da facili avventure socialmente impegnate.

Non è che il cantante bugiardo dichiari il falsetto

Essendo poco avvezzo a frequentare i centri commerciali mi capita di prendere abbagli come quello di oggi.

Sono passato davanti a un negozio che aveva “sport” nel nome: Tizio Sport.

Ho pensato vendesse materiale da sportivisti e quindi sono entrato. Poteva scapparci qualche incauto acquisto, magari un costume da nuoto con una pinna di squalo, tanto per.

Invece all’interno ho scoperto che vendeva solo volgare abbigliamento casual,  di quello tanto volgare che senza mostrare qualche oscena banconota da 100 non puoi acquistarlo.

Perché allora mettere “Sport” nel nome? Per attirare i gonzi (come me)?

Viviamo in un mondo di falsità.

Ho frequentato ristoranti che hanno ceduto alla moda di propinare il sale dell’Himalaya accanto alla bistecca. Anche se ho sempre creduto che chi mette il sale sulla carne sia una brutta persona, qualche volta ho ceduto, attratto dalle decantate meraviglie di questi granelli di salgemma che viaggiavano per migliaia di km fino ad arrivare a tavola.

Finché un giorno ho scoperto che tale sale non viene affatto dall’Himalaya e non ha niente di particolare. Semplice salgemma con ossidi di ferro. Ruggine per noi gonzi.

E so che alla fine tutti staranno pensando al quel che è il più grande inganno dei nostri tempi e cioè il push up, ma io dopo aver toccato con mano la questione sono giunto alla conclusione che è una falsa falsità. Trattasi infatti non di inganno ma di abbellimento e cura del sé. È come mettersi il deodorante. Rende più piacevoli. Soprattutto in un treno affollato alle 7 di mattina. Nessuno mi verrebbe a dire che sto ingannando qualcuno perché la mia ascella in realtà non sa veramente di tetracloributani atropici che fingono di essere muschio selvaggio delle foreste norvegesi.

È questo semmai il vero inganno, perché nessuno si metterebbe mai del vero muschio sotto le ascelle: che ipocrisia!

Non è che la sarta ubriacona alzi il gomitolo

La maggior parte delle persone che frequento con regolarità potrei definirle conoscenti. Gli amici, dando a questa parola una connotazione restrittiva e profonda, sono in realtà pochissimi. Quanti ce ne starebbero sulle dita di una mano che ha tenuto troppo un petardo.

Quando però mi trovo a parlar a terzi delle persone con cui ho dei rapporti, tendo a semplificare dicendo sempre un mio amico, una mia amica. Pur sempre con un vago disagio perché mi sembra di abusare di una qualifica che non avrei diritto a prendermi in quanto io non faccio niente per espandere e coltivare amicizie.

Uno di questi amici che in realtà sono conoscenti ha un serio problema di alcolismo.

Da che io lo conosco è sempre stato eccessivo nel bere in alcune serate, ma credo ora abbia imboccato la via di un problema cronico da almeno due-tre anni. Ricordo che prima di partire per l’Ungheria lo incontrai una sera e mi offrì da bere del whisky che aveva in una fiaschetta d’argento dentro la giacca. Sul momento non vi diedi molto peso. Anzi rimasi ammirato dalla fiaschetta. Simile oggettistica d’antan incontra sempre la mia attenzione. Per un periodo sono andato in giro con un orologio a cipolla con tanto di catenella.

Soltanto che un orologio a cipolla non è proprio la stessa cosa di una scorta di alcool disponibile sempre e comunque con sé.

Ora non gira più con la fiaschetta. Però arriva agli appuntamenti che ha già bevuto mezzo litro di birra o di vino. Se non ha bevuto invece è taciturno e ombroso come un cavallo finché non beve.

Ha la capacità, se di capacità si può parlare, di non risentire degli effetti dell’ubriachezza. La quantità di alcool che stenderebbe sul pavimento in uno pseudo-coma un maschio adulto di 70 kg come me, su uno di 60 kg come lui ha l’effetto di una leggera euforia. Credo sia in quella fase in cui trae sazietà calorica giornaliera dall’alcool che manda giù. È in grado di non cibarsi per due giorni interi. Almeno 5 giorni a settimana esce per bere, tanto conosce molte persone quindi qualcuno di disponibile a turno lo trova.

C’è chi lo invita a cena a casa almeno una volta a settimana per assicurarsi che faccia un pasto decente. È poco utile se però lui si presenta con il vino e dopo porta via ciò che ne resta.

Ricordo quando presi la patente l’istruttore di scuola guida durante la mia prima pratica su strada mi disse una cosa.

Io ero salito in auto senza mai aver fatto una pratica seria. Pensavo che saper come funziona una macchina, come giocare con la frizione senza farla spegnere, sapere come funziona un controsterzo e avendo vinto fior di campionati di Formula 1 sulla PlayStation fosse sufficiente.


A 18 anni ero ancor più testardo e superbo e presuntuoso di adesso. Il metodo educativo nella mia famiglia in questi casi era Fa’ pure come credi e sbattici contro la testa.


Mi accorsi che non era proprio così, soprattutto con altre auto che ti vengono addosso. L’istruttore mi disse:

– Ora che prendi la patente, per i primi giorni non girare in macchina con gli amici. Sali con qualcuno che ci tiene veramente a te. Gli amici ti fanno fare stronzate, senti a me. Non ti fidare degli amici.

Tornando al mio conoscente, agli amici, i suoi intendo, che poi sarebbero anche i miei ma li chiamo conoscenti a parte una, non ho mai visto togliergli la bottiglia di mano. Né rifiutarsi di bere in sua compagnia, salvo poi fermarsi anzitempo perché ovviamente nessuno regge il confronto con lui, che continuerà fino a portarsi come al solito gli avanzi a casa.

Io, che amico suo non posso definirmi, questo tipo di affetto e attenzione non so dimostrarglielo. Quindi posso solo augurargli che una sera una volante lo colga in flagranza e gli faccia il culo a tocchi.

Sperando che gli sia d’aiuto.