Non è che chiami un pugile per stendere una lista

Chi mi segue da un bel po’ sa che un tempo (quando? Sono ere geologiche che scrivo qui sopra e ne ho perso cognizione) mi occupavo di liste in cui categorizzavo categorie di individui categorici. D’altronde, come diceva Walt Disney, Se puoi sognarlo puoi listarlo.

Oggi vorrei riprendere, partendo da una riflessione.

Non commento quasi mai sui social, perché ho sempre timore della gente che passa a leggere e a rispondere. Se fossimo tutti individui capaci di tenere una discussione argomentata e circostanziata…sai che noia! Invece il mondo è quanto mai vario e avariato e pertanto ho deciso di stilare una lista sui

Fantastici commentatori del Web

– CPC (Capitan Precisino del Cazzo): Il vendicatore della virgola fuori posto e il salvatore delle d eufoniche mal utilizzate. Quello che quando tu stai spiegando il Lemma di Ernest Steinitz sugli spazi vettoriali interviene non per dire la sua (probabilmente non ce l’ha neanche un parere in merito) ma per farti notare che non è Ernest ma Ernst. Tu ringrazi e preghi di levare quel dito dal sedere che la sua simpatia impone.

IOmino

 

– Il sumero-babilonese: Quello che risponde in un linguaggio comprensibile solo a lui e a qualche studioso di lingue morte.

– Fiumi di parole: Ammalato di logorrea da quando un Marzullo radioattivo l’ha morso, ti risponde con un trattato verboso, prolisso e soporifero degno di una tesi di dottorato in Storia del calcestruzzo armato. Per analizzare e commentare ciò che ha scritto ti ci vorrà una giornata intera, nello stesso tempo lui avrà scritto altri panegirici. Alcuni credono che in realtà dietro a quel profilo si nasconda uno staff di Bengalesi sottopagati costretti a scrivere h24 7/7 in uno scantinato.

– Il Benaltrista: Il nome dice tutto. E allora quelli che non hanno detto tutto???????.

– Lo smarrito: Quello che si è perso e interviene a caso per ordinare una 4 stagioni pensando di essere sulla pagina di una pizzeria.

– Il confuso: Parente de Lo smarrito, ma ancor più stordito, è quello che scambia la pagina della Beretta (salumi) per la Beretta (armi) e scrive indignato per protestare contro le pistole. Questo avviene nello stadio iniziale (confusione lieve). Nello stadio peggiore, è capace di scrivere un reclamo sulla pagina fb ironica Cartoni della pizza brutti per protestare sul mancato arrivo della sua 4 stagioni (uno smarrito che per indignazione diventa confuso).

– Il vincitore del Premio G.a.C.: L’interventista risolutivo che pensa di produrre chissà quale pensiero elaborato e pregnante di significato ma che in realtà sta affermando una cosa ovvia, scontata, di cui non si sentiva il bisogno e che con la quale o senza la quale tutto rimarrà tale e quale.

b-mllrvwwaacj9y

Prego, fate pure: Quelli che si fanno bellamente i cazzi loro organizzando partite di calcetto e scambi di coppia sotto la tua richiesta urgente di informazioni (vedi sotto) e mentre tu corri ogni volta a controllare le notifiche sperando che qualcuno ti abbia degnato di attenzione, loro hanno fatto ormai gruppo e tutta la community si sta unendo alla partita di calcetto mega orgia.

– L’illuso: Quello che spera di ottenere informazioni chiedendo su internet (vedi sopra).

– L’ironiomane: Rinchiusosi in un ruolo (presunto) di stand up comedian dal quale non riesce a uscire, non può fare a meno di commentare facendo del sarcasmo. Daniele Luttazzi de noantri, il più delle volte per la sua orribile comicità e il pessimo tempismo vorresti tu fare delle battute su di lui. Con dei nodosi randelli. Suo nemico giurato è Lo sveglione.

– Lo sveglione: Non capisce una battuta manco a spiegargliela e prende tutto sul serio. Anzi, se gli spieghi le cose lui si offende perché lo stai insultando. Alla battuta “Un uomo entra in un caffè e fa SPLASH” lui risponde come sia possibile che un uomo sia entrato fisicamente dentro una tazzina.

– L’esperto risponde: Commenta tutto ritenendo di parlare con cognizione di causa basandosi sulla propria personale esperienza, che quindi, in contrasto con qualsiasi logica scientifica, secondo lui è da applicare a tutto il mondo. Se lui una volta si  è sentito male mangiando la frittata di cipolle di suo cugino Piercarolambo, vuol dire che la frittata di cipolle è un cibo velenoso per l’uomo poi fate come volete lui tanto vi ha avvisato 😉 (la sua faccina preferita è quella con l’occhiolino).

– Il moralizzatore: Interviene soltanto per replicare agli altri commenti invitando a non dire certe cose, a non invocare invano gli dei, a pensare che i bambini ci osservano.

1268767045

– La mamma social: Quella che qualsiasi argomento deve declinarlo riferito alla propria prole. Es. “Scoperta partita di dildo cinesi difettosi, sequestro delle FdO”, lei: “Ah io ai miei figli non metterei mai in mano un dildo, ai miei tempi abbiamo sempre fatto con gli ortaggi e ci siamo trovati bene e ho insegnato loro a fare lo stesso 🙂 ” (la faccina preferita della mamma social è il sorriso).

Il notificatore di interesse: Deve far sapere a tutti che non gliene frega niente di ciò di cui si sta parlando. Un tempo il suo commento preferito era Estiqaatsi, poi da quando è stato dichiarato passibile di pena di morte è passato al più recente rimando alla “vastità di quanto gliene importa”.  Di questo tipo di commento ne esistono diverse varianti: i più accaniti ricercatori di queste ultime possono trasformarsi ne Il meme di vivere.

Il meme di vivere: Forse non è in grado di scrivere, forse si annoia, forse deve solo rompere il cazzo. Commenta qualsiasi cosa postando meme. I più fastidiosi mettono sempre gli stessi, i più estrosi ne cercano sempre di nuovi e ne creano anche, sperando di diventare famosi e vincere l’ambito premio del creatore di meme: la Beneamata Ceppa. Motto: + me lo memo + vengo -. X non venir + – non me lo memo + o x lo – me lo memo di –.

date-una-medaglia-b83qra

– Fuori dal tempo: Anacronismo perpetuo, fossile vivente, è rimasto ancorato all’epoca in cui un sms era rinchiuso in un tot di caratteri e non esistevano le tariffe per sms illimitati. Scrive commenti telegrafici, conditi da abbreviazioni incomprensibili, temendo forse che per qualche battitura in più gli azzerino il credito.

– L’apriorista: Quello che senza leggere contesta a prescindere, perché è così, per il solo fatto di esistere e con l’aggravante di aver scritto tu sei passibile di contestazione da parte sua.

– Il Maniavantista: Non ho nulla contro, però…Non sono di qua né di là…Non è per criticare ma….

– Il complot…no a questo punto non ce la faccio. Mi rifiuto di commentare un simile individuo. Li conoscete, li avete visti, non parliamone che magari fingendo che non esistano forse si estinguono.

Voialtri, allora, cosa fareste su internet senza costoro? Stareste lì a commentarvi tra di voi, a lisciarvi il pelo a vicenda sempre uguali banali tranquilli e scontati. Meno male che queste persone portano un po’ di animazione e follia nel mondo della rete!

Annunci

Non è che serva un compositore per una sigla sindacale

Ho un cuscino all’aloe.

Ho un cuscino all’aloe e non lo sapevo. Me ne serviva soltanto uno che mi facesse dormire più comodo.

Ho sempre pensato che a forza di infilare aloe e ginseng ovunque come panacee di qualsiasi problema, della gastrite all’alluce valgo, alla fine ce li saremmo ritrovati anche nel letto. Ecco fatto.

Viviamo in tempi orribili. Ero a Milano e ho visto una paninoteca che serviva sandwich all’avocado e mango. Va contro ogni logica mettere frutta in panino. Ma io sono un conservatore.

Eppure quando parlo con i nostalgici dei tempi andati (che per inciso, questi bei tempi andati non sono altro che gli anni ’80-’90) penso alla fine che oggi tutto sommato non ce la passiamo mica tanto male.

Se siete tra quelli che pensano invece che questi anni per la cultura la musica il disegno tecnico siano il peggio e che tutto fosse meglio una volta, penso che ve la stiate vivendo male.


Detto da uno che i concerti che di recente ha visto sono di gruppi nati negli anni ’90 o ’80.


È ora di finirla con questo nostalgismo drammatico alimentato da vecchie sigle dei cartoni animati e mandato giù con il succo di frutta Mangiaebevi; la maggior parte delle cose che si rimpiangono erano come una cascata di prosciutto su un buffet al matrimonio del cugino Sampirisio: volgarmente kitsch e da vergognarsi di esserci.

26168996_1678378582223227_3004515198527457667_n

L’altra sera parlavo con degli amici e ricordavamo i tempi in cui avevamo un Walkman. Un altro orrore di quegli anni: la stanghetta di ferro delle cuffie ti faceva un male cane, senza contare i capelli che vi si impigliavano dentro e che ti strappava via ogni volta che la rimuovevi. Quell’affare inoltre pesava un accidente ed era scomodissimo da portare in giro: in tasca non entrava, se lo appendevi alla cintura o ti faceva cascare i pantaloni o cascava lui perché il fermaglio era una merda. Ah poi quando riavvolgevi il nastro con la BIC…Eh, che gran divertimento!

Parlando di penne, un altro incubo erano quelle a inchiostro cancellabile con la gommina presente sul tappo. Peccato che cancellassi prima tu il tutto con la mano: la cosa strana era che l’inchiostro veniva via dalla carta ma non dalla pelle, così trascorrevi l’anno scolastico di una bella tonalità blu Puffo perenne sul taglio della mano.

Gli Uniposca. Li odiavo perché non ne ho mai avuto uno, visto che costavano un botto di soldi e per quello che dovevi farci – gli scarabocchi sul banco – per i miei genitori bastava un anonimo pennarello comprato in saldo in stock da 50 all’hard discount.

Una volta, ero alle medie, la ragazzina che mi piaceva mi chiese un pennarello:
– Ma è Uniposca?
– È un pennarello…

Mi guardò perplessa. Deve avermi giudicato un pària.

I cartoni animati sono stati la più grande fonte di rincoglionimento di massa dai tempi dell’invenzione del celibato ecclesiastico. La violenza emotiva della mia generazione passò attraverso:

– Tragedie familiari (Candy Candy)
– Tragedie storiche (Lady Oscar)
– Incubi post atomici (Ken il Guerriero)
– Violenza così de botto senza senso (L’uomo Tigre)

Perché gli anime, in Giappone, sono divisi per il target di riferimento: bambini, adolescenti, adulti, maschi, femmine. Le nostre reti invece buttavano tutto insieme nel pastone pomeridiano/preserale, salvo rimaneggiare le opere con doppiaggi improponibili e censure inopportune per render il tutto fruibile agli under 14.

Non parliamo della tortura musicale delle sigle di Cristina D’Avena: testi scritti da chi il cartone ovviamente non l’aveva mai visto e con una base degna della peggio eurodance italiana riarrangiata in chiave bottiglia di minerale sfiatata perché va bene i traumi emotivi ma che almeno gli spettatori non comincino a impasticcarsi prima del liceo.

FINE PRIMA PARTE

(Il che non vuol dire che ce ne sarà per forza una seconda)

Non è che l’erba dei pascoli vada a male perché va in vacca

Negli ultimi tempi mi dedico all’esplorazione dell’entroterra italico.

Lo scorso week end sono stato in terra abruzzese, attraverso le Gole del Sagittario. Erano un po’ arrossate, forse per l’umidità.

La prima annotazione da fare è che i paesini di montagna si assomigliano un po’ tutti per contesto e sistema di sicurezza.

Lo Stato Italiano, stante la penuria di FdO sul territorio, fornisce infatti agli abitanti di tali località degli scanner biometrici con cui analizzare i forestieri in transito.

Uscendo in strada, sono stato accolto dai commenti, non tanto discreti, di due efficienti signore-guardiane:

– E questo a chi è figlio?
– Non lo so a chi appartiene…

Buonasera, ho fatto io. Poi sono scappato prima che dessero l’allarme.

Quando ho raccontato l’episodio a un amico locale, mi ha detto che mi è andata bene che non dicessero Questo non è ‘taliano.


Nota bene: con “non italiano” non intendono di provenienza fuori dalla penisola ma “non del nostro villaggio”.

 


L’altra particolarità dei paesini di montagna, che ho già raccontato altre volte, è la presenza di un unico bar dove si radunano tutti gli abitanti.

Quello che ho visto stavolta era particolare: gestito come una cooperativa, con un sistema di tesseramento – Maroni non aveva inventato nulla con la Tessera del Tifoso: qui già prima c’era la Tessera del Beone – e aperto fino a quando il barista ne ha voglia. In inverno lui va a svernare altrove.

Biliardino con maglie dei calciatori che non si distinguono più perché sono annerite: vero esempio di calcio Balilla.

Vecchi che si infamano a vicenda giocando a carte. Vecchi che si infamano a vicenda giocando a bocce. Bambini che assistono perché è giusto che imparino quali sono i veri valori, come il rispetto dell’avversario finché non comincia a vincere. A quel punto va infamato.

Al bancone puoi chiedere di tutto. Tanto ti daranno o birra (Moretti da 66) o Campari o cicchetti di genziana o Ratafia. Il cocktail più elaborato che può servirti il barista è un Martini con la tonica, mischiati a caso. Tanto può capitarti una gassosa aromatizzata al Martini tanto invece un coma etilico.

Presenza immancabile, la persona più originale del paese: giubbotto con bandiera a stelle e strisce e cappellino girato all’indietro, stile Jovanotti anni ’80, che nelle sue battute di caccia vanta di abbattere cinghiali, cervi e draghi come fossero mosche. Quando vede un forestiero lo aggancia perché sa di trovare una persona nuova a cui raccontare le proprie mirabolanti vere false imprese. Gli altri osservano e sogghignano pensando “Oh, ha trovato una nuova vittima, questa sera non ci stresserà”.

La vittima in questo caso sono stato io. Mi ha seguito per tutta la sera. Ho dovuto fingere di morire per tornare a casa.

Alla sera mentre mi stavo dirigendo verso l’auto ho percepito una presenza inquietante dal prato alle mie spalle.

Mi sono girato ed era una mucca che ruminava osservandomi e pensando “Questo non è ‘taliano”.

IMG_20181009_224350_642.jpg

‘taliani a casa nostra

Non è che la fatica di trovar prodotti genuini ti faccia imprecare bio

Sagre e feste di paese sono diventate ormai infrequentabili. Da habitat storico di rozzi villici e ubriaconi ora sono la meta alternativa di cittadini annoiati che vogliono riscoprire i sapori della tradizione e provocarsi il diabete senza sensi di colpa perché tanto è tutto genuino e sano.


È difficile spiegare che pur essendo km0 la pancetta fritta nello strutto non giova comunque alle coronarie.


Alcuni indizi che dovrebbero farti capire che la tua sagra paesana non sarà un Eden di prodotti tipici ma un Inferno di gomitate nello sterno e di pestoni agli alluci:

1)  Ai lati di una statale di campagna immersa nel buio c’è una lunga fila di auto parcheggiate metà sull’asfalto metà in un canale di scolo e una transumanza di pedoni che camminano a centro strada mentre il paesino della sagra ancora non si vede in lontananza. Fiducioso provi a tirar dritto finché troverai la strada chiusa dal vigile part-time – è anche macellaio e cavadenti – del paese. Tornerai indietro e nel frattempo la fila di auto sarà aumentata di un chilometro.

2) Gli stand del cibo avranno sempre una coda che neanche il primo giorno del nuovo Iphone. Arrivato finalmente al bancone troverai un foglio scritto col pennarello con scrittura obliqua che tende a rimpicciolirsi perché lo spazio stava terminando: “Munirsi di scontrino alla cassa”. La cassa sarà due isolati più in là, con una fila lunga il doppio. Nel frattempo le cibarie che avevi adocchiato saranno terminate e dovrai accontentarti della solita salsiccia grigliata in mezzo a due fette di pane raffermo.

3) Tra i piatti proposti ce ne sono alcuni che andrebbero mangiati con forchetta e coltello ma tu sei in piedi con un bicchiere di vino in una mano e un piatto nell’altra quindi l’unica alternativa è mandar giù tutto per intero come Fantozzi con il tordo.

4) Ti trovi in una località di mare e la sagra è dedicata al tartufo e al porcino oppure in una località di montagna e la specialità è la zuppa di cozze.

5) Da Gaeta in giù in tutte le manifestazioni di questo tipo c’è qualcuno che suona musica popolare per tutto il tempo. Musica popolare vuol dire la tammorra. Tammorra vuol dire che qualcuno per ore suonerà la stessa, identica, ritmica che fa tutuntata tutuntata tà tà tà tutuntata tutuntata tà tà tà. Tralasciando che lo strumento si può suonare anche in modi diversi – se ovviamente qualcuno li conoscesse – si può anche dire che la musica popolare ha rotto il cazzo.

6) Ai bambini non frega niente di queste cose. I genitori li portano lì per farli sgroppare in piazza, correre tra le persone urtandole e rovesciando loro piatti e bicchieri, giocare a freccette con i cani randagi usando gli spiedini degli arrosticini. In genere poi socializzano e si mischiano con altri coetanei, cosicché a fine serata c’è sempre qualcuno che si porta a casa i figli di un altro.

7) L’uomo furbo che vuole bere sceglie di saltare le code chilometriche e infilarsi nel bar del paese per prendere un’economica Peroni a 1€. Peccato che prima di lui ci saranno stati altri uomini furbi che avranno fatto lo stesso svuotando il frigo e quindi il barista gli rifilerà – senza metterlo in guardia – una birra calda.

8) Le vie strette dei borghi comprimono la massa di persone cosicché ci si ritrova costretti – talvolta trascinati a forza – a seguir la fiumana giocoforza. Volevi fermarti ad acquistare un barattolo di miele e invece ti ritrovi allo stand di un artigiano del posto che realizza statuine con i gusci di noce e che ha intrapreso l’attività quel giorno stesso per comprarsi un po’ di fumo.

9) A gestire il gazebo dei prodotti solidali Peruviani barra dei Nativi Americani barra Tibetani c’è uno che sembra un Tibetano barra Nativo Americano barra Peruviano ma viene in realtà da Barra (Napoli).

10) A fine serata dirai Mai più ma il giorno dopo nel gruppo Whatsapp dove si organizzano le scampagnate qualcuno condividerà la foto del manifesto della sagra del turacciolo ubriaco con la didascalia Andiamo???? e tu accetterai rendendo palese che a quel punto non sono le feste di paese il problema ma sei tu stesso.

Non è che devi stare attento ai pedoni se superi i trenta

Avere trent’anni è la cosa migliore che potesse capitarmi. Consiglio a tutti di provarlo, prima o poi.

A livello fisico mi sento meglio ora che a vent’anni. Non mi danno neanche l’età che ho adesso: pensare che a 17 anni pensavano fossi fratello di mia madre, oggi mi capita di sentirmi chiedere se io abbia finito la scuola/l’università.

Sindrome di Benjamin Button a parte, l’essere umano che supera i 30 deve rendersi conto che il tempo vada contro di lui. La cosa migliore dei trent’anni è iniziare ad avere la consapevolezza di saperlo accettare. Accettare che non puoi più immaginare di diventare un medico, un avvocato, un astronauta o un fantino di giraffe.

Certo, poi ti rammentano esempi di persone che prima dei trenta non avevano realizzato nulla nella vita e poi hanno avuto successo, tipo Joseph Conrad che il vero successo l’ha ottenuto dopo i 30 e a 20 anni non sapeva neanche parlare inglese (figuriamoci scrivere) o Jeff Bezos che ha avviato Amazon a 31, senza contare tanti altri che hanno anche superato i 40 e oltre prima di ottenere qualcosa. Il mio preferito resta il Sig. Momofuku Ando che inventò i noodles istantanei a 48 anni.

A prescindere di questi casi singoli, tu trentenne però devi fare i conti con la prospettiva che il lavoro che hai è forse la cosa migliore che potesse capitarti considerando che forse non sei affatto così speciale. E non puoi prendertela con qualcuno per avertelo fatto credere, perché magari speciale lo sei stato anche ma solo in un dato momento nel tempo e nello spazio poi conclusosi. Hai capito che non puoi dare la colpa alla maestra che ti portava in giro per le classi per farti leggere quel pensiero così creativo e intelligente che avevi scritto nel tema, cosa che ti gonfiava l’ego ma ti imbarazzava anche molto perché affrontavi gli sguardi beffardi e perfidi di altri bambini che non aspettavano altro che prenderti in giro solo perché avevi una stringa della scarpa slacciata. Per superare la tensione adottavi lo sguardo selettivo: trasformavi tutti gli altri in una macchia sfocata di colore bianco e blu e facevi finta di non vederli.

Adesso hai superato i trenta e hai compreso che non sei speciale perché avevi quel potere: ce l’hanno anche gli altri e sono in grado di farti sparire dal loro campo visivo quando vogliono per renderti invisibile.

Cacchio. Avere trent’anni è proprio brutto.

 

Non è che il tennista lavori in un pub per fare il servizio

Non ho più memoria della prima volta che ho messo piede in quel che da anni è il posto di ritrovo post serale solito nella mia città.

Si è così consolidato in una piccola piega del tessuto urbano-sociale da avere assunto connotati da cliché. Basterebbe guardare il contenitore portadolci accanto la cassa per rendersene conto: pasticcini impastati dalle mani della moglie del proprietario, che stazionano lì per anni come semplici oggetti ornamentali, stile Luisona di Benni.

12715791_556390591190289_3594606569399796647_n

Lo spezzatino avanzato dal ragù della domenica può essere infilato in un panino. Foglia di alloro compresa. Uno dei tanti esempi culinari del ritrovo tipico.

Ricordi inoltre non ho di quando abbiamo cominciato ad avere un rapporto complicato con le cameriere. Complicato forse è un po’ troppo, diciamo che ci sentiamo sempre guardati un po’ male quando osiamo alzare il dito per chiedere, accolti con un grugno che sembra dire Se cercate guai li avete trovati.

La vita da cameriera in un pub è un inferno. Avanti e indietro, ordini che arrivano, ordini che non arrivano, clienti da tenere a bada.

Capisco che spesso ci sia poco da esser gioviali.

D’altro canto – e non lo dico perché sono la parte in causa – credo di appartenere alla schiera di clienti meno complicati del mondo. Sono anni che io e il mio compare ci accomodiamo chiedendo la stessa identica cosa: due Bass Scotch medie. Al massimo, un posacenere di contorno. Non sporchiamo, non strepitiamo, non chiediamo variazioni strane dei menù come panini alla segale cornuta ma senza la cornuta e senza il panino.

Non pretendiamo il posto a sedere: se non c’è beviamo in piedi fuori.

Ci scansiamo come Neo quando le vediamo passare cariche di piatti di trigliceridi esausti.

12799431_563306530498695_2203305827925117465_n

Se è porno, cavoli vostri.

Il problema forse risiede proprio nella nostra discrezione e invisibilità: non abbiamo mai creato un rapporto umano con loro. Siamo forse gli avventori anomali, rispetto ad altri che ho visto scambiar qualche battuta con le cameriere e, addirittura, averle fatte sorridere.

Non che io non ci abbia provato a porre le basi di un minimo di contatto civile. Ammetto però tutta la mia incapacità per riuscire a portar a casa un successo.

Ricordo un’estate di due anni fa, in cui – in maniera improvvisa e inspiegabile – il pub divenne fino alle 22-23 di sera meta preferita di famigliole con bambini al seguito che correvano tra i tavoli, si lanciavano cibo, correvano tra il cibo e si lanciavano tavoli.

Sconcertato da tutto ciò, mentre la cameriera puliva il nostro tavolo decorato dai bambini da spruzzi di maionese e ketchup che ricreavano motivi di Pollock, per esser simpatico esclamai

– Certo però che questo una volta era un posto per adulti
– Eh.

Fine della nostra conversazione.

Lo riconosco, la socialità non è arte mia. Un piccolo aiuto dall’altra parte però sarebbe richiesto.

Ieri sera, evento eccezionale, una cameriera mentre riordinava i tavoli fuori in vista della chiusura ci ha rivolto la parola.

Poverina, è nuova: non ha capito o forse non le hanno spiegato che siamo dei paria.

Ci ha chiesto aiuto su come dovesse fare per bloccare scheda e cellulare, visto che nel pomeriggio aveva subito una rapina.

È simpatica. Sarà ancor più doloroso il momento in cui comincerà a lanciarci occhiate di rancoroso disprezzo come le altre sue colleghe.

Non è che non hai un gatto delle nevi perché sei allergico al pelo

Di sicuro, forse, sarà giunto all’orecchio altrui di nevicate al Sud, eventi eccezionali che non si ripetevano da quando l’uomo inventò il cavallo.

C’è da riconoscere che non siamo preparati a simili accadimenti, quando ho visto dalla finestra tutto imbiancato ho pensato Oddio e ora che si fa, devo spalare il vialetto? Andrà bene la paletta della scopa o meglio quella della lettiera?.

share_temporary-1.jpg

Fortuna ha voluto che in tarda mattinata iniziasse a sciogliersi il tutto permettendomi di uscire. Non avevo mai realizzato che il rumore della neve che si scioglie è come lo sgocciolio sul finire di una minzione. Ci ho messo un po’ per ignorare questo pensiero: mi sembrava di camminare in un enorme bagno di un Autogrill.

Ho smarrito la mia tessera elettorale. Sono andato dalla Municipale per la denuncia, ma all’interno sembrava non esserci nessuno.

– È permesso?
– Prego, prego

Da dietro al bancone è emerso un omino smarrito. Forse stava dormendo.

– Dovrei denunciare lo smarrimento della tessera elettorale
– Ehr…Deve chiedere al Comune
– In verità, in verità le dico che al Comune dicono che io debba fare prima la denuncia e poi andare da loro per la richiesta di una nuova tessera
– Ah. E allora deve andare dai Carabinieri…io qui non so…non credo di potere…
– Va bene.

Ho evitato di polemizzare perché l’omino mi sembrava già molto in polemica col suo cervello e non volevo aggiungergli altre difficoltà.

Per strada la gente non parlava d’altro che della neve. Molti non sono andati al lavoro. Volti sorridenti. Addirittura. Una commessa fuori dal suo negozio dava forma a un pupazzo di neve. Scuole chiuse e bambini che raccolgono la neve superstite dalle auto in sosta per lanciarsela contro.

Incredibile, non avevo mai visto la mia città così. Devo dire che mi siete quasi simpatici. Adesso basta, smettetela, vi prego, che devo tornare a odiarvi.

Al Comune:

– Devo fare richiesta per la tessera…
– Serve la denun-
– Eccola
– Ah già ce l’hai. Non potevi venire direttamente sabato, l’ufficio è aperto è c’è la Municipale presente, facevi direttamente?
– Non so se sabato posso (e non mi va poi di fare la fila con tutti quelli che si sono ricordati soltanto il giorno prima di cercare la tessera)
– Eh ma ora non so vedi se te la fa la collega…

Mentre sono lì passa Padre con la sua solita falcata alla John Wayne. L’impiegata lo saluta, poi mi fa

– Ah ma tu sei il figlio di Padre? Non t’avevo riconosciuto proprio. Entra, dai, facciamo la tessera.

Ora potrebbe sembrare che Padre sia chissà quale personalità, Sua Eccellenza, Monsignore, o che altro. Nulla di tutto ciò, posso garantire.

Da questa esperienza ho capito che io in situazioni normali devo aver l’aria di chi porta lavoro da scansare e quindi vada rimbalzato all’ingresso.

Mi verrà un esaurimento nevoso.

Non è che serva un piromane per fare partenze brucianti

Una volta García Lorca scrisse: “Gli amori bruciano ma le frizioni ancor di più”.

Io mi ci rivedo molto in questa frase.

Ieri mattina, dopo due settimane di dis-onorato servizio, la macchina aziendale ha un buco nella gomma ha bruciato la frizione. Tenderei a escludere mie responsabilità, visto che qui giù ci inviano macchine sottratte all’eutanasia.

Ammetto sì di essere un tipo molto free alla guida, ma ho guidato anni e anni la mia auto personale su salite impervie, anche in retromarcia, senza bruciare nulla a parte i semafori.


Non fatelo a casa anche perché non so in che casa abitiate per avere dei semafori all’interno. Comunque è risaputo che il Giallo voglia dire “Accelera prima che scatti il rosso”.


La frizione aveva un vago odore di grigliata di costolette. Mi chiedo io che costolette abbia mangiato.

Dove scopro di aver sempre chiamato la frizione nel modo sbagliato e che in realtà è la frEzione.

Dato che ero in missione per conto di dio, che ho nominato spesso lungo la strada, ho proseguito con mezzi alternativi tra cui il baratto di prestazioni sessuali in cambio di un passaggio.

I centri commerciali sembrano posti orribili.

Le persone che lo frequentano sono nervose e stressate. Lo stolto si chiede (e io me lo sono chiesto): se devono stressarsi e innervosirsi in questa maniera, perché vi si recano? La risposta è che forse il non andarci li renderebbe ancor più stressati e nervosi. I centri commerciali sono il fusibile del sistema sociale. Proteggono dal sovraccarico di stress e nervosismo che il non andare al centro commerciale causerebbe alle persone.

Il centro commerciale esiste affinché il centro commerciale esista.

Dato che la popolazione mondiale aumenta a causa degli extraterrestri che sbarcano sul nostro Pianeta, c’è sempre bisogno di costruire nuovi e più grandi centri commerciali.

Hanno detto:

“L’unico modo per liberarsi di una tentazione è andare al centro commerciale” (Oscar Wilde)

La vita è troppo breve per non andare al centro commerciale” (Andy Warhol)

“+++ Si vede la patonza +++” (Libero online)

C’è un’umanità disparata e disperata all’interno dei negozi. Bambini, ragazzini, adulti, donne, uomini, uomini col borsello (alcuni in finto bue altri di vero budello) che adocchiano presunte – in quanto il loro stesso borsello li fa presumere che le donne siano interessate al loro borsello – ammiratrici dei loro borselli, famiglie con cani, donne con cani freudiani.

Il cane freudiano, molto banalmente, è il cosiddetto succedaneo fallico. La donna col cane esibisce con fierezza il proprio pseudo-pene laddove la donna col gatto non può.

La donna col gatto in realtà non ha bisogno di un pene. All’occorrenza infatti se lo procura.

La donna col gatto ha bisogno della figura dietro al pene e per questo prende un gatto. Affettuoso e coccolante ma anche scoglionato e indolente e distributore di peli ad libitum. Col vantaggio inoltre di non sgocciolare.


A meno di non avere un gatto come il mio che ha inventato la pisciata acrobatica ponendosi di volta in volta in equilibrio con le zampe sul bordo della lettiera. Ho posto una tavoletta di plastica contro il muro e delle volte disegna dei ghirigori ipnotici. Sto pensando di sostituirla con delle tele e venderle come “Piscio d’artista”.


Queste considerazioni peniene nascono da un pensiero che prendeva forma nella mia mente e rimbalzava tra l’osso frontale e quello occipitale del mio cranio.

“Ma io, qui, cosa cazzo ci faccio?”.

Essendo tipo molto free sono giunto a una conclusione produttiva: devo prendermi un cane come sostituto del mio di pene, da inviare poi in giro a lavorare al posto mio. A cazzo di cane.

Non è che per far cessare il riscaldamento globale basti non pagar più le bollette

C’è un clima strano.

Fino a oggi così caldo e siccità da far sembrare November Rain una canzone di fantascienza. Gli alberi hanno ancora le foglie. Dev’esserci in corso una operazione della lobby che vuol convincere dell’esistenza del riscaldamento globale che nottetempo riattacca le foglie agli alberi appunto per convincerci dell’esistenza del riscaldamento globale.

Io soffro invece di raffreddamento generalizzato. Congelo emozioni e sensazioni fresche. Come i pisellini primavera. Forse congelerò anche il mio di pisellino. Spero di spegnere i malesseri che mi sento dentro. Gli impacchi ghiacciati curano molte cose. Per tutto il resto, ci sono gli acquisti incauti.

Ho comprato una nuova cuffia da nuoto. Non che ne avessi bisogno, ma questa qui è particolare.


È particolare è quel che dicono tutti i sofferenti di acquisti incauti per giustificare il proprio acquisto incauto perché in cuor loro sanno di avere una dipendenza da acquisto incauto ma non vogliono ammetterlo apertamente.


È una cuffia con sopra disegnate delle cuffie (da musica) che vanno da un orecchio all’altro. Per uno che vive di giochi di parole come me, la cuffia con le cuffie non poteva mancare.

Adesso ci vorrebbe un costume con un costume (di Carnevale) disegnato sopra.

Se nessuno si è mai scandalizzato per delle camicie coi baffi, non vedo perché non possa andar bene il mio costume col costume.

I giochi di parole mi riescono ancora bene.

Quando parlo seriamente, negli ultimi tempi ottengo risposte non in linea con quanto stavo dicendo. Anzi delle volte credo di aver a che fare con degli stitici cronici, visto che non cagano per niente quel che stavo dicendo.

Forse sono io a non farmi capire. Forse i contenuti nella mia mente non coincidono con i significati delle parole che esprimo mentre io invece sono convinto di esprimere esattamente ciò che sto pensando.

Chi ha deciso i significati delle parole? Chi ha deciso che “parola” significa parola, cioè complesso di fonemi, cioè di suoni articolati, o anche singolo fonema (e la relativa trascrizione in segni grafici), mediante i quali l’uomo esprime una nozione generica, che si precisa e determina nel contesto di una frase [Treccani]?

Le parole sono importanti, diceva quel tale. Ed è stato necessario accordarsi sui significati delle parole per poter comunicare.

Non è vero che sia necessario accordarsi.

Quando ero piccolo – 8 anni al massimo – ricordo si trasferì di fronte casa mia una famiglia inglese: padre, madre e figlio, ancor più piccolo di me d’età. Rimasero tutta l’estate, perché il padre, ingegnere, era stato convocato per un progetto nella Grande Fabbrica. Restarono il tempo necessario per svuotare le riserve di Peroni nei supermercati di zona.

Feci amicizia col piccolo suddito di Sua Maestà. Giocavamo spesso insieme. Io gli parlavo ma lui non aveva idea di cosa io dicessi. Lui mi parlava ma io non avevo idea di cosa mi dicesse.


Anche perché, figuriamoci, a inizio anni ’90 per un bambino italiano l’inglese era roba sconosciuta. Adesso nell’asilo nido dove lavora Madre arrivano Madri che chiedono il bilinguismo. E tra parentesi c’è: napoletano e italiano. Che pretendono di più?


Eppure ricordo facevamo conversazione e ci divertivamo nel farlo.

Erano giochi. Di parole.

L’apostata del cuore – 20/07/2017

Dopo una pausa, rieccoci con nuove richieste di soccorso sentimentale! SoS Gintoki è qui 24 h su 24, a parte ore pasti, sonno, altre attività.

Vi lascio con questo aforisma  di Hermann Hesse Ohesse

“Amore viene prima del cervello, sul vocabolario. Ma non in quello inglese, dove è il contrario”.


Caro Gintoki,
hai presente Guido Catalano? C’è una sua frase che dice “Se tu fossi il sole, cazzo che freddo.” Ecco io sto così. Ho lasciato un uomo così, che c’era e non c’era e adesso sono persa, non so che giorno viene dopo.
Vulva Irritata, Sessa Pessi (SA)

Cara Vulva,
non ho presente la persona che citi. Fa il meteorologo? Mi ricorda una citazione di un poeta anonimo: “Se tu fossi il sole potresti giustificare con l’esposizione ai raggi l’herpes che mi hai causato”. Per il tuo problema ti consiglio di comprarti un calendario.

Caro Gin,
ho 44 anni, da 3 anni sto con una donna che vive a Parigi. Entrambi benestanti non abbiamo fatto fatica a vederci e a goderci la relazione, poi lei ha mollato tutto ed è venuta a Milano. Dopo tre mesi, lei in crisi personale piena è tornata a Parigi. Ora siamo di nuovo su e giù da aerei e dentro e fuori hotel. Se le dico che mi trasferisco nicchia, se le dico vieni tu piange. Però dice che non può fare a meno di me. A volte penso che non possa fare a meno soltanto della mia salsiccia. Dovrei chiudere? Il limbo non mi piace.
Fungo Atomico, Starnuto sul Naviglio (MI)

Caro Fungo,
incontratevi a metà strada. Dicono che a Digione facciano un’ottima mostarda. Può essere un buon condimento per la tua saucisse.

Caro Gintoki,
esco con un uomo da qualche mese, niente di serio fino ad ora, ma per me le cose stanno cambiando e vorrei dirgli:” o dentro o fuori”.
Ho però fatto l’errore, a inizio relazione, di dirgli: “Sentiti libero di vedere altre persone”…Ora sono preoccupata. Aiutami, questo mi piace…
Serba Rancore, Colite in Bagno (LE)

Cara Serba,
non comprendo la questione che poni. Lui ti ha capita e sta quindi facendo dentro e fuori con altre donne.

Caro Gintoki, le scrivo perché ho bisogno di parlare di quello che mi sta succedendo. Ho 42 anni, un lavoro e un marito. Poiché mi è difficile dire quello che mi sta capitando, soprattutto argomentarlo, lo dico e basta: mi sono innamorata di un’amica. E tutto da quel momento mi sta precipitando addosso. Mio marito ha letto alcuni messaggini che ci siamo scambiate e ha capito. Io ho negato, ma lui mi ha minacciato: «Lo dico a tutti». Io ho negato anche se sono certa di essermi innamorata, perché quando penso a lei mi batte il cuore e quando stiamo insieme e mi sfiora il cuore batte come mai prima. Ma è possibile scoprirsi lesbiche alla mia età? È come se la vita mi avesse messo davanti a una porta chiedendomi di scegliere. Aprirla significa rinnegare tutto il mio passato, mettere un’ipoteca sulla serenità futura, distruggere un matrimonio. Non aprirla però significa condannarmi all’infelicità, alla menzogna, alla negazione di me stessa. Io so che mio marito sarebbe capace di sputtanarmi con tutti i nostri amici. «Moglie indegna», mi ha detto l’altro giorno quando ancora ha tirato fuori la storia dei messaggini. Pretende che io smetta di vedere la mia amica e che vada da uno psicologo. Non so che fare.
Pippa Forte, Bagno di Sangue (LU)

Cara Pippa, io comincerei col dire a tutti che tuo marito è un imbecille.

Caro Gintoki,
mi sento brutta ogni volta che mi piace un uomo, a ogni primo appuntamento. Se poi quello che mi piace è oggettivamente bello, capita poco ma capita, mi sento inadatta in tutto e per tutto. Vengo rimproverata per quella che da tutti è considerata solo una sciocca insicurezza.
Come ne esco? Perché mi piace uno e, purtroppo, è anche bello.
Trovata Percaso, Vado Ligure Torno Piemontese (SV)

Cara Trovata,
conosco delle persone affidabili e discrete che per un compenso ragionevole possono sfregiare il tuo uomo e imbruttirtelo quanto basta. Fammi sapere.

Due anni fa, avevo 42 anni, un amico mi costrinse ad andare con lui al circolo a provare una lezione di paddle e da quel momento vivo nel tormento, estraneo a me stesso e a tutte le persone che mi hanno circondato fino a quel momento. E’ bastato guardarlo per capire che era una parte di me, un colpo di fulmine, chiamalo come vuoi. Qualcosa che fino a quel momento non avevo mai provato e che comunque avrei pensato di provare. Con mia moglie era stata una storia diversa, cresciuta sui banchi di scuola, la mia confidente, la mia sensuale compagna di letto, la mamma dei miei meravigliosi bambini. Tutto perfetto, fino a quella maledetta lezione di paddle, al giorno dopo quando siamo andati a bere un aperitivo, e a quello dopo ancora quando…. Sono un bugiardo, un vigliacco, un debole che non ha la forza di scegliere e di dire la verità. Lui minaccia di lasciarmi se non mi decido a stare con lui, mia moglie soffre perché mi vede distante e anche sgarbato. Non riesco a guardare in faccia i miei bambini e penso che se la vicenda diventasse nota loro ne soffrirebbero.
Salvo Ripensamenti, Francamente Meninfischio (PE)

Caro Salvo,
in effetti ammettere di giocare a paddle e trovarlo anche piacevole può far provare molta vergogna. Non potevi darti al calcetto?

Il Vocaboletano – #21 – La Janara

Siamo arrivati al ventunesimo episodio del Vocaboletano curato da me e crisalide77.

Oggi in via un po’ alternativa voglio introdurre un termine legato al folklore e all’occulto locale seppur non proprio natìo dell’area napoletana.

Janara: nella credenza popolare con questa parola si suole indicare una strega originaria delle zone rurali del Sannio. Essa si aggira di notte per le stalle e ruba cavalli per cavalcarli lungo le campagne fino allo sfinimento, abbandonandoli poi con le criniere intrecciate (è per questo che Umberto Balsamo poi doveva andare in giro a scioglierle!).

È molto pericolosa soprattutto per i bambini: li rapisce o li fa ammalare di notte per gelosia in quanto alla Janara è negata la possibilità di concepire.

Anche gli adulti devono stare in guardia da costei: sembra che ami sdraiarsi su di essi mentre dormono, per appesantirne il respiro o immobilizzarli durante il sonno.


È il comune fenomeno della paralisi del sonno che, in tempi antichi di superstizione e credenze veniva imputato alla presenza di esseri maligni per la casa.


La Janara non è soltanto dedita ad atti malvagi: per il suo legame profondo con la terra, conosce le piante, i segreti delle erbe e i modi per preparare medicamenti di erboristeria. In origine la figura non era associata col demonio ma era più assimilabile a una entità pagana: soltanto in epoche successive la Janara fu accostata al Diavolo e fiorirono leggende su riunioni infernali tra Janare tenute sotto un grande albero di noce lungo il Sabato, il fiume che bagna il Sannio.


All’albero di noce sono stati attribuiti tanti significati. Per la forma dei suoi frutti, simili a testicoli, è considerato carico di simbologia fallica. Il gheriglio interno ricorda un cervello. Inoltre il noce ha natura ambivalente: le sostanze che produce possono essere utili per rimedi medicamentosi, ma possono anche essere tossiche se mal manipolate.


Con la loro maestria nella preparazione di pozioni, le Janare sarebbero in grado di volare grazie a un unguento da spalmare sul corpo. Come la Margherita di Bulgakov (Il Maestro e Margherita) che volava dopo essersi cosparsa di una crema donatale dal demone Azazello.

Per difendersi dalla Janara un metodo molto efficace era quello di lasciare fuori l’uscio durante la notte una scopa di miglio capovolta. La strega si distrarrebbe per contarne i rametti fino al mattino, quando alle prime luci dell’alba è costretta a ritirarsi.

Un altro rimedio sarebbe quello di appendere fuori la finestra un sacchettino pieno di sale: anche in questo caso la megera si intallierebbe (ricordate che significa?) a contare i granelli evitando così di insidiare casa.

Per poterla catturare, invece, bisogna afferrarla per i capelli e rispondere alla sua domanda “Che cos’hai in mano?”.

Al che bisogna rispondere “Ferro e acciaio” per poterla bloccare. Se si risponde “Capelli”, lei scappa via!

Ascolta l’audio

Etimologia – Il nome deriverebbe da Dianara, seguace o sacerdotessa di Diana, dea della caccia e anche di incantesimi notturni. Potrebbe anche essere legato a ianua, cioè porta, perché come detto la strega è dedita a insidiar l’uscio di casa.

L’altra Janara – Esiste una versione marina della Janara, quella di Conca dei Marini (Salerno). Le Janari locali sono donne normalissime, mogli e fidanzate di pescatori e marinai. Essendo la vita dell’uomo di mare spesso lontana dalla terraferma, queste donne, per solitudine prolungata, cadevano in uno stato di cupezza e malinconia che le portava a diventare streghe e a praticare malefici.

Alcune, come le Sirene di Ulisse, attiravano sugli scogli i marinai per giacere con loro e poi sacrificarli al mare.

A essere onesto, io di strega del beneventano conosco solo questo:

Non è che il tipo morigerato dopo una corsa si asciughi il pudore

Una volta, più di 10 anni fa ma meno di 15, quando chimica era ancora la fame e non la scia, mi trovavo seduto in compagnia di una ragazza sotto un’estremità del porticato dell’emiciclo di Piazza Plebiscito, in una serena giornata di primavera con poche nuvole sparse che disegnavano genitali nel cielo.

Ci si scambiava dei baci, anche se forse scambiare non è il verbo adatto, giacché lo scambio presuppone che uno dia e l’altro riceva e a sua volta poi dia, mentre lì sembrava difficile discernere consegna e ricezione, diciamo che forse più che uno scambio era una condivisione del bacio anche se poi a questo punto bisognerebbe capire a chi appartenesse realmente il bacio che veniva compartito.

In ogni caso, era una semplice questione di protrusione di labbra con allontanamento graduale dei corpi dal collo sino al bacino, giacché ogni tentativo da parte mia verso un ulteriore contatto esplorativo si risolveva come in un noto film di kung-fu: Cinque dita di violenza. Direttamente sul mio volto.

A un certo punto si avvicinò un uomo di mezza età, aveva l’aria di un addetto di qualcosa e indossava quel che sembrava un abbigliamento da sorvegliante o custode e in effetti il suo atteggiamento paternalista sembrava proprio da custode anche se non mi era chiaro cosa custodisse, se la piazza, l’emiciclo o la basilica o se fosse soltanto un mitomane giacché non mi è mai stato noto che la zona fosse sotto custodia. Sbucò lateralmente rispetto a noi dicendo Ragazzi qui non potete stare, ci sono dei bambini e noi ci guardammo in faccia un po’ perplessi ma ci alzammo e ci allontanammo in virtù di quella che era una rispettosa obbedienza verso gli adulti che a entrambi era stata inculcata come educazione.

In effetti poco lontano al centro della piazza c’erano dei fanciulli, impegnati nel bambinare con biciclettine e palloni.

Forse era stato giusto il richiamo del custode, anche se per me no in quanto stazionando lateralmente e in ombra sotto i portici avevamo avuto il buon senso di non esporci troppo alla vista, inoltre io, fossi stato bambino, avrei avuto il buon senso a mia volta di pensare ai fatti miei. Tra i valori inculcatimi dai genitori c’era infatti un certo pudore e rispetto verso l’intimità altrui, laddove tale intimità non si presentava ovviamente come invadente e oscena.

Al di là di questo insignificante episodio, mi sono trovato spesso negli anni a riflettere su quanti si comportino da custodi di morale usando l’infanzia come pretesto per barricate contro a o contro chi. Dimenticando – forse in maniera dolosa – che i bambini sono spugne e assorbono chissà quanti comportamenti nocivi – di odio, discriminazione e quant’altro – messi in atto da tali custodi.

E ho ripensato a tutto ciò ieri, seduto in un ristorante giapponese di quelli con il nastro trasportatore, mentre attendevo impaziente che arrivasse verso di me un solitario roll al tonno che avevo adocchiato da lontano. Dall’altro lato del nastro, alla mia destra, c’era una famigliola composta da padre, madre e una bambina all’incirca di 7-8 anni. Quando il roll aveva già oltrepassato la famiglia e stava finalmente percorrendo la curva che l’avrebbe condotto verso il mio insaziabile appetito, la bimba si è sporta per prenderlo. Il padre è intervenuto bloccandola: No, rispetta lo spazio altrui e non invadere. La bimba ha quindi arrestato il proprio gesto ed è tornata al proprio posto.

Ho avuto il mio roll e avrei voluto ringraziare quel padre per avermi restituito un po’ di fiducia nell’umanità con quel suo comandamento. Rispettare lo spazio altrui penso sia tra i migliori e più semplici insegnamenti che si possano impartire eppure chissà perché sembra tanto difficile da condividere.

Io per esempio a volte non riesco ad aver rispetto degli spazi e ancora oggi finisce a kung-fu in faccia.