Non è che se ti penti di non aver pranzato poi ti senti i rimorsi della fame

È narrato nelle Argonautiche che l’indovino (e re) Fineo ogni volta che i servi gli preparavano da mangiare le mostruose Arpie d’improvviso planavano dal cielo sulla tavola a rubargli il cibo, insozzando ciò che ne rimaneva.

Una cosa simile mi accade quando vado a dormire. Dopo essermi lavato, preparato, coricato, aver letto, tranquillo, spengo la luce e chiudo gli occhi e all’improvviso arrivano. Le mie Arpie sono pensieri che da quel momento si mettono in moto e mi ritrovo a dover scacciare.

Eppure non avrei di che lamentarmi. Il solo pensare di farlo mi fa provare rimorso. Ma questo fa parte di un senso di colpa interiorizzato che si è incapsulato tra la bocca dello stomaco e il tormento. Appartengo alla generazione di quelli che, da famiglie, maestre e comunità educante in generale, hanno subìto la pressione psicologica del “Mangia. Pensa ai bambini dell’Africa”. Una volta quando alla scuola elementare si presentò un’associazione parrocchiale X a distribuire una scatolina in cui raccogliere spicciolini di offerta per l’Africa, donai 10mila lire, per emendarmi dei miei peccati alimentari e anche per comprarmi l’immunità di qualche capriccio.

A 8 anni già ero pratico della compravendita di indulgenze.

Non dovrei lamentarmi. Non lo faccio.

Riflettevo solo che l’attuale situazione rappresenta una sconfitta o una battuta d’arresto per chi come me ha impostato la propria vita in una modalità non stanziale e non improntata a un progetto di vita familiare. Negli ultimi 4 anni ho vissuto in 3 città diverse. Ho avuto relazioni sentimentali – valide per un’autocertificazione – in altre due città, sempre lontano regione a centinaia di km. Nulla di eccezionale o stravagante, beninteso, ma tra le persone strette che conosco, fatta eccezione per una che ha praticamente girato tutto il Medio Oriente, sono l’unico. E oggi, fermo, mi sembra di ritrovarmi con un pugno di mosche.


Che fa anche schifo, insomma, chi mai vorrebbe tenere in mano delle mosche?


Si dice che “Non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema”.

Tralasciando il fatto che slogan come questo mi fanno venire voglia di andare in giro a leccare i sostegni dei vagoni del treno, non mi è chiaro la normalità problematica da non riproporre più quale sarebbe.

Precarietà. Sfruttamento del lavoro. Le fondamentali “Esigenze di produzione”. Inquinamento (no, non significa niente che durante la chiusura sia stato avvistato l’ippopotamo blu della Lines in centrocittà). Queste cose le avremo ancora. Anche di più, ne abbiamo visto esempi. Un esercito invisibile alla retorica – tipo i corrieri in giro anche di domenica – ha continuato a lavorare mentre ci dicevamo facendoci da soli pat pat quanto eravamo bravi perché #iorestoacasa.

Quindi non mi si dicano favole, che appena si potrà tornare a bere in pubblico sennò vi piscio nei bicchieri. Andrà tutto pene.

Quindi io che da una vita cerco di esser normale ora non so in cosa dovrei riprogrammarmi.

E quindi fatico a prender sonno. Cazzi tuoi, diceva il saggio:

Non è che il tipo lussurioso in punto di morte detti le sue ultime voluttà

Nella vita ho fatto:

– test
– testa o croce
– il testardo
– testacoda  (uno solo, nel 2014, sfasciando l’auto)

Mi manca da fare testamento.

Non sto morendo, precisiamo. O meglio, tutti dobbiamo morire e siamo avviati a farlo (la vita è la prima causa di morte ma questo non ce lo dicono), però pensavo tra me e me: se mi succedesse qualcosa, ho delle istruzioni scritte da lasciare? La risposta è no.

Quindi mi accingo ora a buttare giù qualche idea.

Il primo dubbio: intendo donare il mio corpo alla medicina per studio o per donazioni di organi?
Nessuna delle due cose.

Vorrei donarlo a una necrofila. Nessuno pensa mai a loro e alle loro esigenze (o magari se qualcuno ci ha pensato non può andare in giro a raccontarlo essendo morto, chi lo sa): in nome di una buona azione, perché non farlo? È un po’ come donare il 5×1000 un po’ a caso a chi ti sembra più sfigato.


Sì ho fatto così durante la dichiarazione dei redditi, non contestatemi. L’importante è il gesto!


Il funerale. Che sia in chiesa o meno, non mi interessa. La cosa importante è che al posto della bara ci sia una tunica marrone per terra. Quando qualcuno chiederà il motivo e dove sia il mio corpo, la risposta sarà: Era un Jedi.

Un’altra cosa importante è che qualcuno dovrà farsi carico della mia lista di persone cui chiedere scusa, per cose che ho fatto o detto loro durante la mia vita. Uno potrebbe chiedersi perché non domando scusa ora che sono in vita. Che domanda sciocca: venendo a sapere della mia scomparsa le persone saranno più comprensive e inclini ad accettare le scuse.

Cose da lasciare: non è che possa vantare molte proprietà. Ho l’abbonamento in piscina: l’attualità dimostra che in situazioni di emergenza nazionale può chiudere tutto (scuole, musei, locali, concerti ecc.) ma palestre e piscine possono restare aperte. Quindi, può esser sempre un valido rifugio in caso di calamità.

Ho una collezione di Cavalieri dello Zodiaco, originali con le armature in metallo. La lascio con il vincolo di non venderli (sul mercato collezionistico hanno valore) e di non farli combattere tra di loro. La storia insegna che se due cavalieri d’oro dovessero scontrarsi ne nascerebbe uno scontro infinito.

Ho diversi libri.  Magari li lascio alle scuole, purché li utilizzino per delle classi di lettura.

Potrebbero trovarmi nel cassetto dei barattoli di vetro con dell’erba (è quella legale, commissà). Sull’etichetta della bustina quando te la vendono c’è scritto che è solo per uso ambientale, ornamentale, decorativo. Lascio il compito di capire come decorare l’ambiente con delle ceppette di erba. Forse vanno nel presepe al posto del muschio.

E poi lascerò uno scherzone, del tipo: la carta di questo testamento è stata intinta in un veleno e l’antidoto è nascosto su un’isola raggiungibile alle seguenti coordinate ecc.. Dubito che qualcuno ci cascherà, ma se qualcuno mai andasse fino in fondo alla storia troverebbe sull’isola come premio alla sua tenacia un forziere d’oro. Finto. Intinto nel veleno (veleno legale, commissà).

Direi che c’è del buon materiale per un testamento coi fiocchi!

Non è che il ferramenta s’interroghi sulla vite degli altri

C’è una poesia di Borges contenuta ne L’oro delle tigri – che conosco solo nella versione spagnola, non riesco a trovarla in italiano (online, s’intende, in cartaceo credo l’abbia pubblicato Adeplhi) – che inizia più o meno così:

Dove sarà la mia vita
quella che sarebbe potuta essere
e non è stata

Il tema dei propri diversi sé stessi e di cosa sarebbero potuti essere mi ha sempre affascinato e dato da pensare. E mi chiedo spesso dove saranno e cosa staranno facendo questi altri me stesso che ho lasciato indietro e da qualche parte stanno vivendo altre vite.

D’altro canto io stesso sento che in me hanno vissuto diverse vite e mi chiedo se sia sempre io o, nel momento in cui un’esperienza ha cessato di essere e ne è iniziata un’altra, io sia diventato un altro. E quindi io sono io solo qui, in questo preciso istante, mentre ciò che mi lascio dietro è una sequenza di cloni che non coincidono più con me e che prendono altre strade.

Ci ripensavo in questi giorni. Accantonate le Feste, questo 2020 si apre, come sapevo e messo in preventivo da tempo, con me che devo cercare – in vista dei termini di scadenza di entrambi – un nuovo lavoro e una nuova casa.

Un’altra vita, un altro ambiente, un altro soffitto sconosciuto da familiarizzare. Un nuovo me stesso, un me stesso nuovo.

Quando ci penso a tutti questi cambiamenti sinora affrontati a volte mi smarrisco. Non è che io possa vantare chissà quante e varie esperienze o chissà quale vita da globetrotter, chiariamo; sta di fatto che a volte mi fermo e mi sembra di aver fatto tanto e niente allo stesso tempo, di conoscere e di non conoscere, di essere qualcosa ed essere zero. Vorrei fermarmi e assumere una forma definita.

Poi c’era Bruce Lee che diceva non prendere un’unica forma, sii l’acqua, che in una teiera diventa teiera, in una bottiglia diventa bottiglia, in una tazza diventa tazza.

Sì. Ma se poi la tazza è quella del water?

Non è che pensi di vivere inchiodato a un muro perché ti senti un fissato

Posso ritenermi contento di vivere una vita tutto sommato senza preoccupazioni e, in effetti, esternamente sembro tale.

Eppure ci sono momenti, quando mi trovo da solo, che sono assalito da inquietudini varie. Vorrei delineare la classica immagine dei pensieri che arrivano quando sei a letto e spegni la luce, in realtà molto spesso dopo aver spento la luce prendo sonno e basta.

Ultimamente va detto che invece i pensieri vengono a trovarmi tra le 2 e le 3 di notte durante un risveglio notturno. Probabilmente rincasano in quel momento da chissà quale bisboccia, festino o evento e hanno ancora la scimmia addosso che svegliano me e mi tengono 1-2 ore con gli occhi spalancati.

A parte questo, le inquietudini mi prendono durante il giorno in momenti di attività ad attenzione delocalizzata.


Chiamo attività ad attenzione delocalizzata quelle in cui non c’è bisogno di profondere chissà quale concentrazione, in quanto il cervello le ha delocalizzate ad aree non a nostro diretto controllo, permettendoci di svolgerle in modalità automatica. Esempi possono essere lavarsi i denti, guidare un mezzo, lavare i piatti, ecc.


Ci sono cose che mi spaventano. Come il fatto che il tempo scorra sempre e solo in una direzione. Ammesso che il tempo esista. Chiamiamo tempo solo il fatto che vediamo le cose crescere, invecchiare, morire. In pratica identifichiamo il tempo con lo strumento che lo misura: la vita.

Penso che ogni giorno i miei genitori invecchiano e io non posso farci nulla. Penso che sono figlio unico e un giorno avranno bisogno di me e non potrò trovarmi lontano. Penso che cosa potrebbe succedere se io mi ritrovassi invece in quel momento ad aver bisogno di loro perché non ho un lavoro fisso, non ho una casa fissa, non ho un telefono fisso e sarò ancora pieno di fisse. E anche se nessuno me lo dirà io penserò che sarà colpa mia.

Penso che questi sono i problemi che si pongono tante altre persone e penso allora come si possa sopravvivere tenendosi tutto dentro di sé perché “Eh sì, mò è arrivato lui, il signorino dice di avere dei problemi!” e io non voglio sembrare Signorino anche perché non sono più Young e non ho intenzione di riempirmi di scritte in faccia.

Penso che ancora non ho capito chi sono, se sono una brutta persona o meno. Non credo di esserlo, eppure delle volte mi sembra di recitare soltanto il ruolo dell’educato e gentile e mi sento insofferente, come un attore di una serie tv prorogata all’ennesima stagione che accetta di interpretare la parte solo in cambio di un aumento del cachet.

Io mi accontenterei di un cachet, ogni tanto. In blister monouso.

Non è che il borgo sia un suino per un tizio raffreddato

Nei paesini montani o di campagna dimenticati dall’odontoiatria c’è sempre un bar, anonimo, con l’intonaco esterno che resta attaccato con lo sputo e su cui è appeso il cartellone blu (una volta) dei gelati Motta. Accostate al muro, tre sedie di plastica, rosse. Su quelle sedie trovano posto degli anziani, rinsecchiti dal rancore verso l’umanità e con una produzione salivare incontrollata che li porta a frequenti raschiate di ugola che terminano la propria corsa sul marciapiede.

Il forestiero che attraversa la strada davanti a quegli anziani sarà oggetto di sguardi indagatori e poco accoglienti che metterebbero a disagio persino il clown Pennywise. Anche svoltato l’angolo e usciti dal raggio visivo di quei vecchiacci, si avvertiranno i loro gli occhi puntati addosso.

Poco più avanti, fuori la porta di una casa ci sarà sempre una vecchina seduta su una sedia semi-sfondata di una paglia grezza che una volta era gialla ma ora è ridotta a un color piccione esausto. Un vestito nero come l’infamia, delle calze 90 denari e degli zoccoli ortopedici deformati addobbano la gentil signora. Superati gli sguardi degli anziani del bar, non con un certo imbarazzo, sarà il turno di subire le sue occhiate di disprezzo, mentre con la mascella sembra ruminare un pezzo di verza rimastole in bocca dal ’74.

A differenza dei guardiani seduti fuori al bar, la megera non ti disapprova in quanto forestiero (e per questo non benvoluto) ma per il semplice fatto che tu esista e sia più giovane di lei.

È in queste occasioni che l’uomo di città si rende conto di quanto conti poco la propria boria metropolitana e tutta la prosopopea con cui si accompagna nella squallida esistenza urbana che conduce.

Io, confesso, amo prendermi una pausa dalla mia solita vita e inoltrarmi in questi contesti per il solo gusto di emendarmi.

L’anziano di paesino è lo squarcio nel velo di Maya che mostra la realtà per quale è: cioè che a prescindere di chi tu sia e cosa faccia, farai loro schifo.

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(immagine presa da internet) Riesci a sentire il disagio colarti addosso?

 

Non è che l’amanuense in una situazione di pericolo si senta come in un campo miniato

La vita è un gigantesco campo minato e l’unico posto che non è un campo minato è il posto dove fanno le mine, disse una volta Giulio Cesare tornando dalla Gallia.

Negli ultimi tempi ho la sensazione di vivere in un ambiente dove a ogni passo mi succede di far esplodere qualcosa. Finisco per dire sempre la cosa sbagliata, al momento sbagliato, alle persone sbagliate. Non riesco più a imbroccarne una. Ci vuole abilità in questo, è come fare 0 al Totocalcio: mica è semplice, anche impegnandosi.

La soluzione più logica sarebbe per me quella di prendersi un periodo di riflessione e di silenzio. Il problema è che anche tacere finisce per essere la scelta errata, la cosa sbagliata, al momento sbagliato, verso le persone sbagliate.

Comunque vada, quindi, sarà su-cesso: perché poi ti mandano a cagare.

Una simile situazione può gettare una persona normale in uno stato di perenne dubbio e ansia. Figuriamoci allora cosa può fare a uno come me!

Per risolvere il problema, sto pensando di adottare alcune contromisure mutuate dal mondo politico che, per me, è sempre fonte di grande ispirazione e potrei dire anche di sollazzo erotico avendo avuto Ilona Staller come parlamentare:

1) Incaricare qualcuno di un mandato esplorativo per verificare come potrebbero essere accolte le cose che avrei intenzione di dire;
2) Cercare un appoggio esterno su quel che sto per dire;
3) Affidare a Nando Pagnoncelli e Fabrizio Masia dei sondaggi di opinione;
4) Se il danno è stato fatto, scaricare la colpa su chi mi ha preceduto;
4 bis) Accusare qualche parente di Laura Boldrini;
4 ter) Accusare i migranti;
5) Quel che ho detto è solo una feic nius;
6) Mi assumerò le mie responsabilità, è il momento di fare un passo indietro;
7) E allora gli altri??

Come vedete il ventaglio di opzioni è un ventaglio di opzioni. Fornirò aggiornamenti su come si svilupperanno le cose che affronterò sempre con grande senso di responsabilità per il bene del Paese.

Non è che devi stare attento ai pedoni se superi i trenta

Avere trent’anni è la cosa migliore che potesse capitarmi. Consiglio a tutti di provarlo, prima o poi.

A livello fisico mi sento meglio ora che a vent’anni. Non mi danno neanche l’età che ho adesso: pensare che a 17 anni pensavano fossi fratello di mia madre, oggi mi capita di sentirmi chiedere se io abbia finito la scuola/l’università.

Sindrome di Benjamin Button a parte, l’essere umano che supera i 30 deve rendersi conto che il tempo vada contro di lui. La cosa migliore dei trent’anni è iniziare ad avere la consapevolezza di saperlo accettare. Accettare che non puoi più immaginare di diventare un medico, un avvocato, un astronauta o un fantino di giraffe.

Certo, poi ti rammentano esempi di persone che prima dei trenta non avevano realizzato nulla nella vita e poi hanno avuto successo, tipo Joseph Conrad che il vero successo l’ha ottenuto dopo i 30 e a 20 anni non sapeva neanche parlare inglese (figuriamoci scrivere) o Jeff Bezos che ha avviato Amazon a 31, senza contare tanti altri che hanno anche superato i 40 e oltre prima di ottenere qualcosa. Il mio preferito resta il Sig. Momofuku Ando che inventò i noodles istantanei a 48 anni.

A prescindere di questi casi singoli, tu trentenne però devi fare i conti con la prospettiva che il lavoro che hai è forse la cosa migliore che potesse capitarti considerando che forse non sei affatto così speciale. E non puoi prendertela con qualcuno per avertelo fatto credere, perché magari speciale lo sei stato anche ma solo in un dato momento nel tempo e nello spazio poi conclusosi. Hai capito che non puoi dare la colpa alla maestra che ti portava in giro per le classi per farti leggere quel pensiero così creativo e intelligente che avevi scritto nel tema, cosa che ti gonfiava l’ego ma ti imbarazzava anche molto perché affrontavi gli sguardi beffardi e perfidi di altri bambini che non aspettavano altro che prenderti in giro solo perché avevi una stringa della scarpa slacciata. Per superare la tensione adottavi lo sguardo selettivo: trasformavi tutti gli altri in una macchia sfocata di colore bianco e blu e facevi finta di non vederli.

Adesso hai superato i trenta e hai compreso che non sei speciale perché avevi quel potere: ce l’hanno anche gli altri e sono in grado di farti sparire dal loro campo visivo quando vogliono per renderti invisibile.

Cacchio. Avere trent’anni è proprio brutto.

 

Non è che devi mettere la freccia per dare una svolta alla tua vita

Capita delle volte al volante di perdere di vista il tragitto esatto, oppur di doversi fermare a riflettere sulla strada da percorrere o ancora di dover invertire la rotta; al che, per non intralciare, ovviamente, le altre auto, in genere imbocco la prima stradina laterale, deserta, inesplorata, magari senza uscita o che comunque non presenti segni né di traffico veicolare né di aerobiosi o di fotosintesi clorofilliana, nella quale insomma io possa essere certo che il mio veicolo non crei intralcio.

Ed è lì che, appena effettuata la svolta, quando alzo gli occhi verso lo specchietto retrovisore mi ritrovo un’altra auto incollata al culo con l’altro automobilista che dallo specchietto vedo incrocia il mio sguardo con i suoi occhietti vispi ed è lì, proprio lì in quel momento, perché deve passare.

E io allora, a parte pensare che esista un’organizzazione di C.A.G.A.C.A.Z.Z.I. (Camion e Automobili Guidati da Autisti Che Appaiono Zelanti Zuzzurelloni Improvvidi) che mi perseguita facendomi comparire qualcuno alle spalle proprio quando vorrei fermarmi, ripenso al fatto che in generale – automobili a parte – vorrei prendermela con l’universo che mi mette ostacoli, deviazioni, interruzioni o qualcuno attaccato al posteriore, ogni qualvolta vorrei raggiungere un semplice lineare percorso nella vita da A a B senza problemi.

Eppur non ci riesco, la mia razionalità mi impedisce di pensar ciò e quindi non so proprio con chi prendermela.

Eppur si muovono (le palle che girano).

Non è che se conduci le pecore in modo polemico sei un pastore protestante

Per la serie Una cosa non divertente che spero di non fare mai più, per lavoro ho avuto un colloquio con un prete.

Mi sono recato sul luogo dove esercita, la chiesa del “Buon Pastore”. Un nome che richiama umiltà.

La chiesa è di recente costruzione, delle umili dimensioni di una cattedrale. Il sagrato si estende quanto tre campi da pallacanestro affiancati in modo umile. Ulivi secolari piantati lì dopo l’inaugurazione fanno placida mostra della loro umiltà.

A corredo, ai lati della struttura si ergono due umili statue di bronzo 1:1 che raffigurano Kareem Abdul-Jabbar e Sandra Bullock. Quando mi sono avvicinato ho visto poi che erano Padre Pio e Madre Teresa.

Su un muro perimetrale ci sono cartelli che invitano a scegliere la vita e la famiglia. E forse anche un maxitelevisore del cazzo (cit.).

Un altro cartello invece ricorda che “Il consumismo ti consuma”. Santa Bullock annuiva compiaciuta.

La collaboratrice che era con me, del posto, mi ha raccontato che tale umile prete è una celebrità: lo invitano in giro perché dove va lui si crea pubblico e quindi lui funge da richiamo come guest star per manifestazioni politiche, sociali, religiose.

Per parlare con lui c’era una lunga fila. Quando finalmente stava per arrivare il nostro turno, due donne che eran dietro di noi hanno chiesto di passare avanti. Ho spiegato che la mia fosse una missione – non per conto di dio – di tre minuti cronometrabili, davvero.

Non sembravano convinte.

Una delle due ha poi chiesto, rivolta a entrambi:

– Ma voi siete madre e figlio?
– No…anche se potrebbe essere, lui – indicando me – ha l’età di mio figlio
– Ma siete comunque parenti?

Ero tentato, purtroppo non ero così in confidenza con la persona che era con me da farla prestare al mio gioco, di replicare con umiltà

– No, io sono il suo toy boy e ora vogliamo la benedizione per la nostra unione prima di scappare insieme a Santo Domingo.

Il prete ci ha accolti nel suo ufficio, umile quanto lo Studio Ovale della Casa Bianca.

Il nostro colloquio è durato realmente tre minuti – mantengo le mie promesse -, nei quali ho dovuto vincere la sua resistenza iniziale in quanto, a detta sua, “Non abbiamo mai ricevuto un supporto da voi”. Ci è voluta tutta la mia umiltà per convincerlo a darmi ascolto e portare a casa il risultato che mi ero posto.

Spero questa breve parabola possa illuminare la via per l’umiltà a quanti mi leggono.

Non è che a tenere un corso chiami un allenatore perché deve fare la formazione

Quelli per cui lavoro amano spendere danaro. Settimana prossima devo andare in trasferta presso la sede centrale per un corso di formazione di 2 ore, 2 ore e 30 massimo se vogliamo tenerci larghi se qualcuno ha domande dai no per favore così andiamo tutti via prima.

Quindi mi pagano 100 euro di treno (a me ed altri da altre zone d’Italia) per una cosa che poteva essere organizzata via Skype.

A ciò va aggiunto che secondo loro avrei poi dovuto farmi 4 ore di viaggio, andare al corso, terminare e correre in stazione a rifarmi 4 ore di viaggio nello stesso giorno. Ho detto per cortesia, lasciatemi partire il giorno dopo. Mi pago io da dormire, ma lasciatemi tranquillo.

A dire il vero trattandosi in ogni caso di una trasferta di lavoro avrei potuto chieder loro di provvedere anche all’alloggio. Non me la son sentita. Anche perché trattandosi di un ente no profit mi fa scrupolo sottrar loro denaro. Hanno apprezzato (e ci credo).

Non sono ancora entrato nella mentalità di quelli che Mi faccio rimborsare pure le Mental per profumarmi l’alito. E ce ne sono anche dove lavoro di persone con questo modo di pensare.

Nella vita invece bisogna pretendere. Me ne sto rendendo conto soltanto ora come se adesso fossi entrato nella maggiore età e stessi scoprendo il mondo. L’umiltà non paga, in realtà non lo fa neanche la presunzione sfacciata: il segreto a mio avviso è essere presuntuosi facendo finta di essere umili.

Guardate in Todo Modo (qui un estratto) il Presidente di Volonté come è così umile, un’anima penitente, nella sua ambiziosa e smodata sete di potere!

Abbiate sete!

Non è che devi essere un fisico per renderti conto della gravità di una situazione

La piscina dove sto andando è un posto da strozzini. Doccia e phon sono a gettone. Magari è una cosa comune nelle palestre e in altre strutture, ma io saranno 15 anni che non frequento luoghi dove si praticano attività sportive e non ricordavo fossero così.

I campi di calcetto che ho calcato non contano: sono stato in posti dove per lavarsi c’era il tubo della fontana che innaffia il prato. Però era acqua (di pozzo) a volontà.

Il nuoto comunque devo dire che procede bene: avanzo a stile Gintoki. Non spiego nel dettaglio di che si tratta perché essendo una tecnica fondata su improvvisazione e scoordinamento potrebbe essere pericolosa per gente non pratica e non voglio assumermi responsabilità derivanti da un incauto utilizzo.

L’attività natatoria mi ha anche fornito due illuminazioni. La prima è che lo slogan di una nota marca di caramelle balsamiche, Sale nel naso scende nella gola, deve essere stato coniato da uno non pratico in acqua come me. Infatti ciò che fa l’acqua è esattamente salirti lungo le narici e scenderti nella gola.

La seconda illuminazione che ho avuto è che il mio approccio al nuoto è lo stesso che impiego nella vita. Si può sintetizzare nel concetto della “Fisica della Warner Bros”.

Nei cartoni, infatti, il protagonista precipita nel vuoto solo nel momento in cui guarda di sotto e si accorge di non avere nulla sotto i piedi.

Allo stesso modo, io sto a galla fintanto che non penso di stare a galla su tre metri d’acqua.


Tre metri è un po’ buttato lì, non conosco l’effettiva profondità. So solo che lì un maniaco non ci va perché sa che…non si tocca.


La mia vita funziona allo stesso modo. Mi mantengo in equilibrio nelle situazioni finché non guardo di sotto. In fondo Basta che funzioni, diceva Boris Yellnikoff.

Se guardo di sotto invece cado. Precipito. Mi sfracello.

Delle volte va anche bene non guardare lo strapiombo. Delle altre, a meno di non voler vivere come degli ignari/ignavi, un po’ meno.

Come diceva un noto aforisma di un subacqueo, Se guardi troppo a lungo nell’abisso poi l’abisso ti dirà Che cazzo hai da guardare?.

Non è che ti serva un artigiano per avere un bagaglio “a mano”

Sono riuscito a impacchettare tutto per il mio ritorno in Italia. Un grazie lo devo anche a Hajdeby: ci abbiamo veramente dato dentro insieme.

All’inizio ho avuto qualche difficoltà: il mio tubo era troppo grosso e non riuscivo a farlo stare perfettamente in posizione. Il risucchio comunque è andato poi che un piacere.

Hajdeby è la linea di sacchetti per sottovuoto IKEA.

Ora ho un intero armadio diviso tra valigia, zaino e borsa portacomputer.

Chiudere la valigia mi ha dato qualche problema. Uno dei vecchi sacchetti che avevo ha ceduto all’aria e ho temuto esplodesse lanciando i miei vestiti per la casa. Mi sono visto al rallentatore danzante tra boxer e t-shirt volanti come fiocchi di neve.

Fortunatamente non è volato nulla, a parte qualche invocazione ad Anubi perché dovevo ricominciare da capo.

Chiudere la valigia è come una guerra di posizione. Ogni millimetro di cerniera guadagnato costa sudore e sangue (dalle dita) e fatica. E sai che non devi mollare mai la presa perché rischi di dover tornare indietro e perdere più del doppio del terreno che avevi guadagnato.

Oggi ho avuto altri segnali che fosse veramente ora di levare le tende da questa città.

1) Ho perso l’abbonamento dei mezzi.

2) A casa poi ha bussato il postino che cercava il mio padrone di casa. Ho provato a dare spiegazioni ma non riuscivamo a capirci. Poi mi ha fatto:
– Sister?
– Eh?
E se ne è andato agitando le braccia. Probabilmente mi ha detto tu’ sorella.

3) Questo pomeriggio ero a un bar di Jaszai – Maródi Cukrászda, se ci passate. Ha delle buone torte – e un tizio al tavolino di fronte per un’ora buona ha tenuto in mano un piede della propria ragazza. Un piede attaccato al corpo, s’intende.

Bevevano il proprio shakerato, giocavano a un gioco con dadi colorati, chiacchieravano. E nel frattempo lei teneva il piede sinistro sulla mano sinistra di lui.

All’inizio pensavo lei fosse vittima di un infortunio e non potesse poggiare il piede a terra. Ma quando si sono alzati e lei ha infilato le ballerine, camminava normalmente.

Questo episodio di podofilia mi ha fatto capire di aver ormai visto e vissuto abbastanza qui e che fosse ora di andarsene, soddisfatto per il pieno di esperienze fatte. Quindi sono tornato a casa a terminare la guerra di trincea con la valigia di cui accennavo sopra.

Fa sempre strano chiudere la vita in un bagaglio.

A parte che suona anche macabro dire di avere la vita in un bagaglio. Per sicurezza, sul mio ho fatto un paio di buchi per farla respirare.