Non è che devi far palestra per portare una famiglia sulle spalle

Ho un amico che l’anno prossimo ha programmato di sposarsi. Per esser sicuro ha prenotato non una ma due chiese, per due giorni diversi. Coscienzioso e pieno di rimorsi com’è mi chiedo come si sentirà poi a far dispiacere uno dei due preti dicendogli che non se ne fa più niente.

Mi chiedo anche come faccia a pianificare un simile evento e a pensare di stabilirsi qui, dato che lavora precario a 600 km da casa mentre la fidanzata è impegnata in un Erasmus+ all’estero e quando tornerà troverà pronta una beata ceppa di lavoro.

Ma penso anche che se uno ha la volontà le cose in un qualche modo s’aggiustano. I miei son i ragionamenti di quello che se ne sta lì alla finestra a guardare la gente che passa e commentare come una vecchia mai stata moglie senza mai figli senza più voglie.

Che a dir la verità io a metter su una famiglia ogni tanto è un pensiero che mi viene, ma è più come quando in un negozio di animali vedi un’iguana e pensi di volertela portare a casa, perché…beh in fondo perché non tu? Solo che un’iguana è un impegno a lungo termine, campa almeno vent’anni, devi pensarci a questo. Sei in grado di gestire un’iguana in casa quotidianamente per tutto questo tempo? Non è che puoi avercela a mezzo servizio o lasciarla lì nel suo terrario ad aspettarti.


Nota: con l’iguana non mi riferisco a una moglie ma proprio al concetto di famiglia; gestirne una è come gestire l’iguana.


È per questo che allora penso di ricorrere all’affidamento a distanza: il mio scopo è tenere i legami con un/un’ amico/a e adottarne la famiglia. Ad esempio, comprare i Lego al figlio per poterci giocare io o portar ai coniugi le birre a casa per potermele bere io.

Penso pure all’iguana convenga più così.

A proposito di iguane:

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Non è che Mrs. Doubtfire potesse essere Presidente del Consiglio solo perché governante

Ci sono che pensi a te non capitino mai. Le vedi accadere ad altri e fai spallucce come se fosse una cosa che mai potrebbe riguardarti.

Avrò un’auto intestata a me.

Quella che utilizzo compirà 20 anni a breve e, pur avendone un uso quasi esclusivo, per ragioni intuibili non è tecnicamente mia.

Quindi dovendola rottamare ora farò io il grande passo. È assurdo, è accaduto tutto così in fretta. Non sarò troppo giovane? Non sarà affrettato? Oggi mi compro l’auto, domani che accadrà, prenoto il ristorante per il matrimonio e un loculo per il cimitero?


Non necessariamente in quest’ordine: sono iscritto a un movimento per il reinserimento degli zombie in società e crediamo abbiano diritto al matrimonio come l’ha avuto Fedez che si sposa dopo essersi beccato un’influencer.


Ho vagliato un po’ di opzioni tra l’usato sicuro. Che io ho sempre pensato che l’usato sicuro fosse come una maglietta con l’alone sotto le ascelle: la vedi e pensi Beh, è usata di sicuro! Non c’è dubbio.

Ho chiesto di vedere un “usato atto di fede”, nel senso che devi compiere uno sforzo contro la ragione per credere che l’auto abbia già avuto un proprietario, per quanto invece sembri nuova. Ma le mie capacità finanziarie non mi consentono tali slanci mistici. E questa è una scusa che va bene anche coi Testimoni di Geova.

A un certo punto il tizio della concessionaria ha detto che voleva farmi vedere una Tata. Stavo per dire che non avevo figli poi son stato zitto pensando magari fosse una tizia coi capelli cotonati e in minigonna.

Ho scoperto che invece ignoravo, causa la mia ignoranza, che esistesse una marca di auto di nome Tata. Non è molto diffusa in Italia, anche perché si sono ritirati dal nostro mercato. Credo per la vergogna.

Il modello sarebbe questo qui sotto (non è la stessa, è una foto presa da internet): magari non sembra così brutta ma a me quando l’ho vista dal vivo ha causato l’impotenza. Credo che utilizzerò la sua immagine come anticoncezionale.

La carrozzeria credo fosse fatta di pelle di Micro Machines (ora sapete perché negli anni 2000 sono scomparse dal novero dei giocattoli: le hanno utilizzate per farci auto vere). Secondo me oltre i 100 km/h volava via.

Negli interni echeggiava ancora l’urlo di Leonida: infatti erano spartani.

Poi era a metano, quindi il portabagagli era inutilizzabile perché occupato dalla bombola.

Infine le riparazioni: essendo un’auto praticamente sconosciuta – anche all’ingegnere che l’ha progettata, che la disconosciuta e si è ritirato a vita privata per scrivere romanzi come Dio è amore ma io volevo solo sesso – il concessionario mi ha detto che se si rendesse necessario qualche intervento meccanico dovrei cercare su internet i pezzi di ricambio.

Immagino a scrivere su Google cose tipo “Minigonne per Tata”, “Tata bella carrozzeria”, “Catene per Tata” e, infine, “Tata pompa”.

Mi sa che quella Tata rimarrà ospite del concessionario per un bel po’.

Non è che uno specchio sia stupido se non riflette bene

Non parlo quasi mai di politica qui, anche perché, a prescindere di come la pensano gli altri, a prescindere non mi piace sapere come la pensano gli altri.

Ci sono però delle volte alcune cose che mi offrono spunti di riflessione.

Un politico italiano, ad esempio, ha scritto questo su facebook:

La cosa mi ha fatto parecchio riflettere. E ho riflettuto su tutte le cose che mi fanno parecchio riflettere e così le ho messe in una lista perché non si sa mai se qualcun altro potrebbe parecchio riflettere sulle mie riflessioni.

10. Bruxelles/Strasburgo: nelle stesse città il Parlamento Europeo e politici italiani che ricevono lo stipendio pur non presenziando mai. La cosa fa parecchio riflettere.

9. Norvegia: nello stesso Paese il primato nella produzione di salmone d’allevamento e il killer di Oslo. La cosa fa parecchio riflettere.

8. Groenlandia: nello stesso Paese gli inuit e un alto tasso di suicidi. La cosa fa parecchio riflettere.

7. Toscana: nella stessa Regione i natali di Dante Alighieri e del Mostro di Firenze. La cosa fa parecchio riflettere.

6. Perugia: nella stessa città l’Eurochocolate e Amanda Knox&Raffaele Sollecito. La cosa fa parecchio riflettere.

5. 1985: nello stesso anno sono nato io e una clamorosa ondata di gelo ha travolto l’Italia. La cosa fa parecchio riflettere.

4. USA: nello stesso Paese Scarlett Johansson e l’incontrollata diffusione di armi. La cosa fa parecchio riflettere.

3. Estremo Oriente: nella stessa area geografica il sushi e un tizio con un taglio di capelli orribile che gioca con razzi di cartapesta. La cosa fa parecchio riflettere.

2. Uretra maschile: nello stesso condotto il passaggio dell’urina e dei cromosomi trasmessi ai figli. La cosa fa parecchio riflettere.

1. Internet: nella stessa rete la presenza di vastissime fonti di informazione e la presenza di tanti minchioni. La cosa fa parecchio riflettere.

Potrebbe andare avanti a piacimento ripartendo da capo, ma mi fermo qui. La cosa fa parecchio riflettere.

Non è che chi fabbrica imballaggi non veda l’ora di togliersi dalle scatole

Non ho scelto io di essere un gatto. Ma ricordo quando è stato il momento in cui lo sono diventato.

Fin da piccolo sono stato circondato dai felini. I miei genitori mi avevano insegnato che ci si lava le mani dopo aver toccato un gatto e io avevo sviluppato una sorta di fobia igienista. Dopo aver toccato un micio non accostavo le mani a nient’altro prima di averle lavate, pensando che ci fosse un qualche effetto collaterale legato al pelo.

Una sera, dopo aver giocato con un gatto, feci merenda senza lavarmi le mani. Il mio spuntino consisteva in un paio di fette di pane col pomodoro. Ancora oggi considero del pane col pomodoro, un po’ d’aglio, origano e olio, il miglior spezzafame di questo mondo. Con buona pace dei mulini non colorati.

Mi resi conto a metà del pasto che non mi ero lavato le mani. Ormai il danno era fatto, così continuai a mangiare. Mi aspettai però, in seguito, terribili conseguenze per aver maneggiato del cibo seppur io fossi contaminato dal contatto con l’animale.

E, difatti, mi sono in breve tempo trasformato in un felino anche io.

Una delle cose che condivido con loro è l’esigenza di sentirsi contenuti. Al gatto piace stare nelle scatole. Perché è un animale predatore e un contenitore è un ottimo posto dove acquattarsi in vista di un agguato. Ma è anche perché le scatole offrono un rifugio sicuro e riparato dove sentirsi tranquilli. Il gatto è un animale che soffre molto lo stress e ha bisogno di zone comfort (si veda anche: Perché ai gatti piacciono tanto le scatole? ).

Anche a me piace ritagliarmi bolle di sicurezza così rigide da essere solide come degli scatoloni.

L’altra sera cercavo un posto dove guardare la partita di calcio. Sono andato in una pizzeria di Király utca dove ero già stato, in cui il capo/pizzaiolo è un algerino che ha imparato il mestiere a Napoli. Se gli dici “sasicce e friarielli” lui capisce al volo e ti batte il cinque.

Ho chiesto a una delle cameriere se ci fosse un posto libero per quella sera. Ho spiegato che avevo provato a contattarli tramite il sito ma non sapevo se avessero mai ricevuto la richiesta.

– Per quante persone?
– Solo io
– Oh

L’ho accennato in passato. Una delle particolarità degli ungheresi è quella del Oh, accompagnato da un’espressione del viso mista tra stupore e apprensione. Come se tu dicessi “Oddio mi sento male e sto per vomitare”. Oh.

Chiedi di spiegarti in inglese quel che ti hanno detto. Oh.

Chiedi di poter restituire un oggetto. Oh.

Chiedi di poter vedere la partita. Oh.

Dopo aver oheggiato, la cameriera mi ha risposto dicendo di dover chiedere al capo conferma sulla partita. Piccolo particolare: ogni santissima partita del Napoli viene trasmessa in quel locale, dato che il capo è un Azzurro convinto e le pareti sono decorate da bandieroni e sciarpe. E la cameriera non può non saperlo, visto che è un anno almeno che lavora lì.

Ma un’altra particolarità degli ungheresi è quella di rendere tutto sempre farraginoso e schematico, come se fosse una richiesta di visura catastale.

Alla fine la partita comunque l’ho vista, seduto a un tavolino laterale attaccato al bancone, che mi sovrastava in altezza. Mi sentivo protetto e a mio agio e fuori dalla vista altrui. Di solito sono abituato a far cose da solo ma non mi sono mai abituato all’idea di essere osservato. Non mi piace, anche se magari nessuno mi sta osservando, in realtà. È il cosiddetto “effetto riflettore”,  che già avevo accennato qui. Ho bisogno quindi di una mia “scatola” da dove poter guardare il mondo.

Ho poi scambiato qualche commento con un distinto signore bolognese, seduto al tavolo di fianco. Senza che io gli avessi chiesto nulla, dal calcio è passato a raccontarmi di sua figlia 13enne nata qui a Budapest che, da buona nativa digitale, lo sovrasta nella tecnologia, anche se poi ha un nipote che è laureato in informatica e fa assistenza IT per le Poste, ci ha messo poco a laurearsi non come un altro suo figlio che a trent’anni se la prende comoda anche se sta studiando Economia che è difficile.

Oh.
Ho fatto io.

Devo aver toccato un ungherese che mi ha trasmesso l’Ohite.


E comunque ai vostri figli fate toccare liberamente i gatti.


Non è che racconti di quando ti piaceva uscire a bere iniziando con “C’era una vodka…”

Uno dei grandi limiti della democrazia è che tutti si sentono legittimati a far sentire con forza la propria opinione, anche chi democratico non è ma ritiene comunque di poter usufruire dei diritti della democrazia perché, altrimenti, Che democrazia è allora? Quindi fa bene uno a non credere nella democrazia, se questa si rivela una farsa!.

C’è sempre poi chi è lesto nel citare Voltaire, il quale, se fosse tra noi, citerebbe a sua volta volentieri per danni chi lo nomina a vanvera, visto che non ha mai enunciato l’aforisma sulla libertà di opinione che gli si attribuisce.

Facevo queste considerazioni mentre leggevo la notizia del licenziamento di un’insegnante che si era espressa in termini “un po’ accesi” (il gioco di parole non è involontario) contro gli immigrati. In parole povere, secondo lei dovrebbero svolgere un utile servizio come diavolina accendifuoco. Pare che l’ex insegnante voglia ora ricorrere al TAR, non mi è chiaro se per riavere il posto o per far gettare immigrati nei caminetti.

Questo è un caso di opinioni incompatibili con l’esercizio della propria professione. Si può berciare quanto si vuole appellandosi alla libertà di opinione e al diritto di esercitarla nel proprio privato: nel privato, per l’appunto. Se una cosa viene resa nota anche solo a un’altra persona, non è più privata.

Sapendo cosa costei pensa e dice pubblicamente, le fareste educare i vostri figli?


O comprereste un’auto da lei (cit.)?


Metti che poi tornano a casa e cominciano a chiedervi benzina e accendino per un progetto scolastico.

Sul rapporto tra espressioni private e immagine pubblica mi torna in mente un aneddoto di quando, qualche anno fa, ho frequentato un corso in risorse umane. O disumane, visti i partecipanti.

Il docente, un giorno, spiegava che, nel mondo di oggi, bisogna stare attenti a cosa si pubblica online. Se si sta cercando lavoro, non è bene avere come immagine del profilo pubblica su facebook una foto in cui state tra le gambe di un/a modello/a a suggere vodka pura fatta scorrere sul suo torace. Un selezionatore HR che cercherà informazioni su di voi online potrebbe rimanere colpito in modo negativo.


O riconoscersi nel modello.


Udendo ciò, si alzò nella classe una grande mente (o gran demente) e chiese: Ma io non capisco, saranno fatti miei se il sabato sera mi voglio sfondare di vodka?!.

Sì. Ma sarebbe bene non farlo sapere in giro.

Lei non si convinse.

Voi andreste ancora dal vostro commercialista se lo vedeste mentre si accende sigari col denaro (magari quello della vostra parcella) e sniffa coca dallo sfintere di una escort?


Di 3 ore di film di Scorsese ricordo solo:
– DiCaprio e il sorriso al contrario
– DiCaprio che si carica come Braccio di Ferro ma con la coca
– DiCaprio che sniffa dall’ano della escort.
E poi ci si chiede perché quel film non abbia vinto l’Oscar!


È bene quindi che delle cose non vengano mai fuori.

Ad esempio il mio vicino di casa in Terra Stantia pensa che io sia una persona sgradevole, probabilmente. O un imbecille. Comunque, quando mi vede si volta dall’altra parte a volte con torsioni del collo che neanche nell’Esorcista.

Io a mia volta penso che il mio vicino di casa sia una persona sgradevole e un imbecille. Quando lo vedo non mi volto, mi basta tenerlo fuori dal campo visivo guardando fisso un punto lontano.

Non ci siamo mai detti quanto ci troviamo sgradevoli.

Questa è la vera democrazia!

Non è che fare protesi dentarie non convenga perché sono lavori per-denti

Uno degli effetti collaterali – se vogliamo definirlo così – del tornare a casa è il rapportarsi di nuovo con i propri connazionali.

Non che io in Ungheria non lo faccia, anzi frequento soltanto italiani.
Si tratta, però, in genere, di frequentazioni volontarie e selezionate.

Tornare in patria invece reintroduce l’interazione occasionale e, in certi casi, obbligata. Nel senso che non vi si può sfuggire.

Capita così che, sull’aereo che mi riportava a Napoli dopo uno scalo a Roma, il mio vicino di posto fosse alquanto ciarliero.

Anche troppo.

Dopo alcuni convenevoli e commenti sul viaggio, da me incentivati in quanto tendo sempre a fornire un’impressione di me rispettabile e affabile, ha iniziato a raccontarmi la propria vita.

Lì è stato chiaro che quest’uomo, un odontotecnico napoletano ma trapiantato da vent’anni ad Alicante dove ha messo su famiglia, avesse un disperato bisogno di parlare.

Non fin quando mi ha parlato del clima di Alicante, secco e meno umido del nostro (che gli causava invece cefalee e sinusiti).
Non fin quando mi ha raccontato dei suoi ricordi d’infanzia.
Non fin quando mi ha raccontato di quanto i suoi figli siano svegli con computer e tablet.

Ma quando ha iniziato a parlar dell’odontotecnica.

Vedevo che durante questo discorso iniziava a infervorarsi. Sudava, tanto era preso dall’argomento, si sporgeva verso di me e si vedeva che il bracciolo gli era d’intralcio. Lui ormai era un fiume in piena e quella diga lo costringeva.

A un certo punto ho smesso anche di inserire intercalari come , Certo, Capisco, tanto lui andava avanti in automatico.

Mi limitavo ad annuire col capo, anche se in realtà erano colpi di sonno che mi sorprendevano.

Sono rimasto toccato quando lui, con un po’ di amaro in bocca e un principio di alitosi, ha parlato dei progressi dell’odontotecnica, che fa ormai uso di stampanti 3D e computer, laddove lui e pochi altri sono ancora degli artigiani che lavorano a mano, come residui di epoche passate. Degli odontosauri.

È lì, infine, forse ho colto il disperato bisogno di costui di raccontare del proprio campo, del mondo della protesi dentaria, di lasciare una testimonianza di sé, di…e poi siamo atterrati e la gioia è stata tale in me che ho smesso di seguirlo.

Alla fine si è scusato per la sua prolissità e verbosità, giustificandosi dicendo Sono poche le persone con cui parlare e che ascoltano…, certo, avrei aggiunto io, soprattutto se sono bloccate su un aereo dal lato del finestrino.

Sono però giunto alla conclusione che tutto ciò sia vero.

Viviamo in un’epoca di overdose comunicativa dove nessuno ascolta, in realtà.

È come avere più gente che scrive che gente che legge.
Più dj che frequentatori di locali.
Più musicisti che pubblico.

Le persone vivono in una solitudine comunicativa autoreferenziale.
Non so cosa voglia dire ma mi sembra abbia senso.

E allora, forse, la mia propensione all’ascolto è una merce rara.

Dunque io decido da oggi di metter a disposizione questo mio dono.
Parlate: io vi ascolterò.

A pagamento, con tariffa oraria a scatti di quarti d’ora.

No ore pasti e sonno, no volgarità, no politica, no religione. Tenere lontano dalla portata dei bambini.

No odontotecnici.

Non è che una cosa vecchia vada all’inferno solo perché d’annata

Questa seconda parte del 2016 ci ha regalato due tra le peggiori campagne politiche che io ricordi. Mi riferisco alle presidenziali statunitensi e il referendum del 4 dicembre.

Mettendo un attimo da parte le politiche a stelle e strisce – quelle che tira Trump -, la campagna referendaria, comunque la si pensi, ha raggiunto toni grotteschi.

Le ultime notizie dicono che il No è un voto contro l’olio di palma, mentre in caso di vittoria del torneranno i favolosi anni ’60!

 

Una tipica famigliola italiana che si sta chiedendo come cazzo faranno a entrare tutti quanti in auto

Una tipica famigliola italiana che si sta chiedendo chi dovrà farsela a piedi per permettere agli altri di entrare in auto

 

Ai concorsi di bellezza c'era la gara a chi tratteneva di più la pipì

Ai concorsi di bellezza c’era la gara a chi tratteneva di più la pipì

 

Gianni Morandi aveva la faccia da selfie prima che inventassero i selfie

Gianni Morandi aveva la faccia da selfie prima che inventassero i selfie

Che di favoloso, mi dice spesso Padre, non è che avessero molto.

Io non posso saperlo e, d’altro canto, Padre non è un campione rappresentativo e autorevole. Non posta nemmeno su internet le sue teorie, figuriamoci.

Non è mica come quelle che non si lavano la pucchiacca contro la dittatura delle multinazionali del Chilly perché mia cugina non usa manco l’acqua fresca e vive benissimo senza e, se Tantum mi dà Tantum, ci stanno quindi ingannando facendoci credere che la pucchiacca vada pulita. Condividi!

Com’è come non è, la tv italiana, in particolare la rete RAI, che, volente o nolente mi trovo delle volte a osservare o in maniera indiretta a esserne aggiornato sui contenuti, mi sembra infarcita di nostalgismo su quegli anni. E anche quelli precedenti o quelli successivi.

Saranno stati veramente d’oro gli anni passati?
Certo, potessi io essere quello che dà le denominazioni ai decenni, tra I favolosi, I fantastici, I ruggenti, a questi attuali anni ’10 darei il titolo di I merdosi.

D’altro canto, il nostalgismo della tv nazionale è dovuto anche al fatto che secondo me è costruita dai vecchi. Non “persone di una certa età”, ma proprio “vecchi”. Dentro e fuori. Figli (o forse sarebbe più corretto dire padri) di quel conservatorismo italiano che vuol che tutto cambi purché non si cambi nulla.

Di quelli che ripetono che “i giovani sono il futuro”, come mi ha detto qualche giorno fa un lontano parente, dandomi una pacca sulla spalla e incoraggiandomi a fare cose buone.

Io tra poco avrò l’età del Cristo quando finì sulla croce.
Io Cristo non sono, purtroppo. A lui è andata bene: un giorno sulla croce, un week-end all’Inferno, e poi gli alleluja degli angeli per tutto il resto dell’Eternità, come disse Papa Francesco durante un Angelus.

In ogni caso, è una vita che mi parlano di futuro.

Sarebbe gradito un po’ di presente. Facciamo solo io e te, per una sera almeno?

O dovrò prima invecchiare?
Sperando che l’olio di palma non mi uccida prima.

Non è che avere conversazioni intime significhi parlare agli uccelli

Quando si trascorrono molte ore nello stesso ambiente con la stessa persona è normale si sviluppi un rapporto più intimo e personale. Con la mia collega, la ormai nota su queste pagine CR, sono molto amico. Credo anzi di far le veci di un’amica, visto che l’altro giorno tenne a informarmi che il suo ciclo, sempre stato di 24 giorni, attualmente si è stabilizzato sui 29. Stavo per risponderle che anche il mio fosse un po’ sballato, essendomi compenetrato nel ruolo.

Al di là di tali informazioni di servizio, i suoi argomenti di conversazione sono però alquanto “gigginocentrici”.
Giggino è il fidanzato.


A Napoli abbiamo l’abitudine di trasformare i Luigi in Giggini, indifferentemente da età, familiarità e quant’altro. Il sindaco Luigi de Magistris è, infatti, il Primo Giggino.


Per fare un esempio, ieri mi ha chiesto cosa avessi per pranzo:

– Pasta e lenticchie (mia nonna ne sarebbe contenta)
– Ah ieri Giggino incredibilmente una volta tanto ha cucinato lui e ha fatto pasta al pesto e pomodorini

Oppure, l’altro giorno, commentando una mia sicurezza nella pronuncia di una frase ungherese:

– Ti vedo pratico! Hai una buona pronuncia, sai?
– Io faccio come gli uccelli che imitano i suoni, nulla più
– Giggino si sta cimentando con l’ungherese, non ti dico che risate…

 Oppure, quando mi chiese come a casa accogliessero, di solito, una fanciulla:

– Beh sono in realtà molto riservato anche con i miei…
– Sai Giggino subito è stato preso a benvolere da mio padre, cosa strana perché con gli altri ragazzi era sempre stato gelosissimo


Riservato forse non rende l’idea. Sono essenziale, è diverso. Della serie “Vi basti sapere che non è minorenne, non ha problemi con la legge e non mi introdurrà ad alcool e droghe perché è più probabile il contrario”.


CR non è l’unica a essere così. Ci sono persone che, da un certo punto in poi della vita, cominciano a parlare soltanto dei propri figli, fidanzati, animali domestici.


Le categorie sono sovrapponibili. Un figlio piccolo ha i bisogni di un cucciolo. Un fidanzato può puzzare, lasciare sporco e seminare peli come un animale. Un acquario può avere lo stesso afrore di certe zone del corpo e così via.


Quindi alla fine la vita è solo un grande giardino zoologico.


Immagine rubata da internet

Immagine rubata da internet

Purtroppo non mi sono mai trovato ad avere a che fare a lungo con tali persone. Ecco perché la lunga esperienza attuale mi è molto utile per mettere a punto e tarare un sistema di misurazione del Divegocentrismo (divagare+egocentrismo) da parte degli altri. Lo chiamerò il Gigginometro, in onore dell’inconsapevole ispiratore.

Per chiarire, quanti Giggini può valere (inteso, quanti aneddoti sul soggetto dovrai poi sentire o quanto a lungo può durare il singolo aneddoto) una tua singola informazione trasmessa all’interlocutore?


Perché magari un singolo Giggino può anche essere sezionato: un aneddoto di 10 minuti non vale un solo Giggino come uno di 5.


Spero mi varrà un Nobel.


Che poi non andrò a ritirare perché sono riservato.


Non è che una pellicola al Monte di Pietà sia un film impegnato

Peggio di un adolescente con uno smartphone c’è un anziano con lo smartphone.

Mia zia, all’età di 70 anni, è passata alle nuove tecnologie e ha effettuato il passaggio verso una componente fondamentale della modernità: le foto su whatsupp.

Oggi durante il pranzo domenicale mi ha mostrato le foto che le mandano i suoi amici, o i figli dei suoi amici.
Tutte foto di neonati. Ha la memoria piena di progenie altrui. Se qualcuno trovasse quel cellulare penserebbe che sia di un pedofilo.

Gliele mandano per condividere i nuovi arrivi. Poi è cominciata una condivisione non richiesta: adesso prima ancora che il bimbo nasca lei si trova inserita già in un gruppo whatsupp per la futura condivisione delle foto del nascituro. Immagino sia una sorta di prelazione, per dire “In caso di nascite concomitanti io ho la precedenza perché ho creato il gruppo prima”.


Sorvolo sull’esistenza di scambi di foto di ecografie. Il dibattito teologico odierno è: la foto del bambino comincia solo al momento della nascita o è da considerarsi tale già nell’ecografia? C’è la scuola di pensiero conservatrice che sostiene che il diritto alla foto nasca al concepimento, il che spiegherebbe l’esistenza di gruppi whatsupp – in cui io non mi trovo inserito, purtroppo – in cui vengono scambiate foto di vulve.


Capisco che la gente faccia ciò perché orgogliosa di mostrare agli altri la bellezza della propria prole, al grido di “Questo l’ho fatto io”. Però qualcuno dovrebbe far presente che i bambini non sono tutti belli. Alcuni son bruttini. Lo so che sembra una cosa orribile da dire, ma è la realtà. E posso ancora dirlo perché non ho prole (credo). Poi diventerò genitore anche io – forse – e comincerò a dire che i bambini sono tutti belli e a mandare foto non richieste.

Poi “bruttino” è relativo, magari è questione di punti di vista oppure è una fase. Nella vita si cambia, si cresce, si attraversano varie trasformazioni.


Io, ad esempio, ero un bel bambino. Ora sono un adulto medio, medianamente tollerabile esteticamente dalla media della popolazione. Da ragazzino invece la pubertà mi fece diventare rachitico e ingobbito e dai tratti vagamente mediorientali, cosa che mi attirò un po’ di bullismo verbale fintoxenofobo durante il periodo dell’ascesa del terrorismo internazionale.


Non essendo realmente mediorientale, non potevo in realtà lamentarmi: quindi peggio di essere vittima di xenofobia c’è il non essere vittima di xenofobia ma sentirsi tale lo stesso.


In una pausa da mia zia e dalle sue foto, ho dovuto spiegare a Padre, che commentava i risultati della Mostra del Cinema di Venezia, perché mai uno che fa film di 4 ore in bianco e nero debba essere idolatrato come artista. Io ho fatto presente che ci sono anche artisti da 90 minuti a colori, un film d’autore non è tale solo per durata o effetto sulla pellicola.

“Allora perché ha vinto a Venezia quello lì?”

Non ho saputo replicare. Mi sono giustificato dicendo di non essere un critico cinematografico e allora mi ha spento affermando “Allora neanche tu sai perché quello lì deve essere considerato un artista” e mi sono dovuto arrendere alla sua logica.

Durante tutti questi siparietti, Madre sullo sfondo invece faceva facce. Del tipo “Che palle” o “Basta” o “Vuoi dire a tua zia che poteva risparmiarsi di portare un 1kg di paste perché nessuno le mangerà?” e io replicavo con l’occhiata de “Diglielo tu perché siete voi due che non vi mangiate un cazzo che c’avete i gusti raffinati e la crema la volete se fatta con le uova bio di una gallina bio che prima di farle uscire le passano la vaselina (bio) nel culo, con la scorza di limone di Sorrento inumidita dall’ultimo alito di fiato prima di spirare dal vecchietto che lo coltivava ancora come gli aveva insegnato suo nonno”.


È un’occhiata che ho messo anni a perfezionare. Dovrei vincere io un premio a Venezia, purtroppo non ho ancora trovato un regista che sappia valorizzarmi.


E alla fine sono giunto a conclusione che siamo noi adulti a essere pessimi, i bambini son molto meglio.

Non è che ti serva un tribunale per giudicare le apparenze

Una dottoressa doveva presentarsi a casa, per mio nonno, in un orario non ben precisato durante la mattinata. Doveva piazzargli sul torace un apparecchietto per un ECG dinamico, o Holter cardiaco.

Ore 13
Eeeergh! (il citofono)


Il citofono di casa suona come un falco cui stanno strappando le penne.


Mi affaccio. C’è una donna con la coda di cavallo alta.


La precisazione sulla coda non è rilevante ai fini della narrazione, ma mi è saltata all’occhio e mi ha fatto riflettere. C’è una distinzione tra la coda di cavallo moscia e bassa e quella alta ma non ne ho colto ancora tutte le connotazioni.


Ha una maglia bianca con lo scollo ombelicale e un paio di shorts di cotone a fiorellini. Ai piedi ha un paio di sandali con la zeppa di dieci centimetri.

– C’è Nonno Gintoki?
– Scusi, non ci serve nulla
– Ma…Io sono la dottoressa, per la misurazione
– Ah ehm oh eh sì certo scusi mi avevano detto eh sì eh di là altro cancello eh mi scusi

E poi ho continuato a balbettare tra me e me per l’imbarazzo della brutta figura.


Adesso mi piacerebbe introdurre una parte in cui la dottoressa ha reagito dicendo Oh ma non imbarazzarti così, può succedere…Oh ma ti vedo tutto rosso…Ti senti bene? Vuoi che visiti anche te? e via in un climax dall’indubbio fascino erotico, purtroppo non è andata così.


Non sono purtroppo immune dal giudicare dalla prima impressione. E mi vergogno di ciò.

Mi successe una cosa simile anni e anni fa, in un negozio. All’interno c’erano due donne: una spingeva un passeggino ed era in abbigliamento piuttosto informale, l’altra, seduta, in abiti più smart casual qualunque cosa voglia dire questa definizione.

Mi rivolsi alla donna seduta chiedendo il prodotto che cercavo.
Lei mi indicò l’altra donna, sottolineando che fosse la proprietaria. La donna smart casual poi riprese il passeggino, salutò e andò via.

Non avevo colto quindi che si fossero scambiate di posto per delle prove di spinta col passeggino.


È una cosa che ha senso. Prima di avere un figlio credo chiederò a qualcuno di farmi esercitare, così nel caso commettessi errori almeno li farei con figli altrui e non con il mio.


E un’altra volta, sempre in un negozio, mi capitò un altro equivoco.

Entro in una cartoleria. Dietro al bancone ci sono tre persone: un ragazzo, seduto, sulle cui ginocchia si dondola una ragazza. Un altro ragazzo, in piedi e con un braccio poggiato sul bancone, che parla coi due. I primi due hanno l’aria piuttosto spensierata, il terzo sembra serioso e autorevole.

Dopo un’occhiata veloce a tutti e tre, chiedo al tizio in piedi. Il quale mi indica di rivolgermi al tizio che dondola la ragazza.

Questi tre esempi mostrano quanto io sia uno che si fa influenzare dalle apparenze senza riflettere.

Non mi consola che gli equivoci accadano a chiunque, anzi mi deprime: il pensiero di essere stato vittima di false impressioni a mia volta mi getta nello sconforto. E io so che è successo ma non posso farci nulla.

O forse almeno potrei almeno gettare dal guardaroba maglie come questa che indubbiamente mi qualificano come un serio professionista, cosa che io non sono e quindi vorrei evitare:

Non è che il barista che si arrangia sia uno che tira a Campari

Uno dei motivi per me di rammarico per il fatto di non comprendere l’ungherese è il perdermi tutto il florilegio di particolarità ed eccentricità che sicuramente la capitale magiara offre.

È per questo che ogni volta che torno in Terra Natìa (o Terra Stantìa) per me arriva una ventata di aria fresca, potendo godere di un vasto campionario di astrusità.

La giornata di venerdì è iniziata dal barbiere, dove un simpatico cliente appena entrato, nel vedermi, mi ha additato come “Signore dell’ISIS”, alludendo al mio aspetto barbuto. Di tutt’altro avviso è stato il mio vicino di casa, uno che se ti vede si volta dall’altro lato ma che quando ti incontra dal barbiere saluta e scambia con te formali chiacchiere di circostanza. Il vicino mi ha elogiato per la “Bella barba da monaco”. Non so se fosse un complimento o meno e non ho voluto approfondire.

Più tardi, mentre attendevo la metropolitana, tra la gente si è presentato un venditore di calzini.
A Napoli esiste un mercato di vendita per strada di indumenti per piedi, i cui venditori sono quasi tutti ex frequentatori di patrie galere o tossicodipendenti.


Mi sono sempre chiesto per qual motivo proporre proprio calzini e perché mai tutti costoro si siano specializzati in tale indumento.


Uno di questi una volta mi fermò e io non capii se fosse per chiedere soldi o intervistarmi. Esordì infatti dicendo

– Ciao, io sono di Scampia. Che cosa ne pensi di noi ragazzi

E sul “ragazzi” io inarcai un sopracciglio,


Quello sinistro, perché purtroppo non riesco a inarcare quello destro, se non contemporaneamente al sinistro. Credo sia una predisposizione genetica, come saper arrotolare la lingua¹.


¹ Cosa che invece so fare.


perché il “ragazzo” aveva minimo 40 anni.

– Che cosa ne pensi di noi ragazzi di Scampia – disse – che stiamo cercando di vivere in modo onesto mantenere una famiglia, dei figli, nonostante un mondo difficile, il lavoro non si trova ed è veramente difficile. Non è che ci vorresti aiutare?

Avete tutta la mia solidarietà e il mio supporto morale.
È quello che avrei voluto dirgli, ma non credo avesse senso dell’umorismo. Quindi mi limitai a un “Non posso, mi spiace”.

La logorrea è un problema di tutti quelli che a Napoli chiedono denaro. Come se il luogo comune sull’arrangiarsi costringesse tutti a cercare di essere creativi per rimediare qualcosa.

Come quel tossicodipendente che una volta mi agganciò iniziando un discorso filosoficamente confuso che era più o meno così:

– Ciao, tu si vede che sei uno che sa campare, perché uno che sa campare lo sa quello che è giusto fare e sa come funziona il mondo di oggi perché se sai campare

E nel frattempo dovetti tirarlo via dalla strada prima che venisse steso, perché lui, il tizio che riconosce la gente che sa campare, non sa come si campa quando si attraversa.

Dicevo del venditore di calzini di venerdì.
Aveva fermato una signora alla mia destra. Lei gli aveva detto no, lui quindi è andato da altre persone alla mia sinistra. Ignorando me. Non sono stato degnato di uno sguardo né ha tentato di avvicinarsi.

Mi sono sentito offeso e avrei quasi voluto richiamare la sua attenzione per mostrare il mio disappunto.

Più tardi ancora, mentre attendevo le classiche due ore per mangiare una pizza


Non è un’esagerazione. Dopo le 13, mettete in conto due ore della vostra vita da spendere in fila, quindi presentatevi già spuntinati per quietare lo stomaco.


ho sentito una voce alle mie spalle:

– Scusa, ma poi cresce?

Mi sono voltato.
Un tizio ben oltre la quarantina, con un cappello a cilindro, una giacca color argento metallizzato che alla luce del sole rifletteva come una palla da discoteca anni ’80 e una chitarra in spalla, era dinanzi a me.

– Eh?
– La barba, poi cresce come la tua?

Diceva questo indicando il suo mento, dove cresceva una barbetta incolta a ciuffi sparsi come le zolle di gramigna in un campo da calcio di periferia.

– Beh, sì, va curata.
Ho risposto per non disilluderlo.
– E non va tagliata, giusto?
– No, all’inizio no…
– E poi bisogna lavarla?
– Sì…
Se non vuoi puzzare come una capra, volevo aggiungere.
– E poi cresce, si rinfoltisce?
– Sì, se le dai tempo…
– Ti ringrazio! Grazie mille!

E poi è volato via.