Non è che un arbitro che veda falli dappertutto sia freudiano

Anche questa domenica ho compiuto la mia passeggiata a Buda.

Quando ho espresso la mia preferenza per quella parte della città e i suoi paesaggi un po’ brulli, la CR mi ha fatto: “Ah, ti ho capito, sei un tipo cui piacciono le cose malinconiche”.

Come accennavo la settimana scorsa, non capisco perché le persone parlino della malinconia o di cose a essa connesse come se si stessero riferendo a un’intolleranza al lattosio o qualche altra sindrome cronica.

Viviamo in un’epoca che si auto-diagnostica malattie e decontestualizza azioni.

Deciso quindi a ricrearmi una nuova immagine, nel mio giro sono andato in cerca di cose più leggere da riportare.

Sul tram ho notato (in realtà li avevo visti il primo giorno) gli adesivi con le avvertenze per i passeggeri.


Mi incuriosiscono sempre tali indicazioni. Ogni Paese ha le proprie.
Inutile dire che trovo quelle del Giappone le migliori in assoluto e qui sotto c’è un esempio.

“I bambini con ridicole pochette che caricano a testa bassa i vagoni faranno spaventare le porte”


Ciò che mi ha colpito qui è la predilezione per gli omini della Bialetti.

1) Gli omini Bialetti devono mettere giù le proprie supposte giganti. 2) Le bambole gonfiabili devono prestare attenzione ai borseggiatori.

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Gli omini Bialetti – sempre loro – si esibiranno per i passeggeri in numeri da saltimbanco facendo roteare oggetti stando in equilibrio su una sola gamba.

A Buda la mia attenzione è invece caduta su una fontana fallica.

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Siamo d’accordo che malizia sia negli occhi di chi guarda (o sotto le ascelle di chi se lo spruzza), ma a me sembra proprio una cippetta.

Al che ho riflettuto sul fatto che la nostra civiltà sia dominata da simboli fallici.
Torri, campanili, obelischi, grattacieli e altro ancora.

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Ovviamente, anche quest’oggi c’era la nebbia, nebbieggiante come suo nebbioso solito.

E analizzando le foto che a volte scatto ho trovato anche in me stesso questo fallocentrismo. Difatti, ho scoperto che c’è sempre un lampione – altro oggetto che simbolicamente si erge verso l’alto – che si infila di straforo nell’inquadratura e di cui realizzo la presenza soltanto in un secondo momento.

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Un percorso vittima di atti di brullismo.

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Eccolo lì l’infingardo che spunta dal muro.

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La foto non è storta. Stavo imitando un omino Bialetti mentre la scattavo.

E andando a ripescare altre foto da altri posti che ho visto in giro, qualche lampione c’è sempre.
È un oggetto di arredo urbano comune, certo.

Ma è il fatto che siano sempre lì, al margine dell’inquadratura, che mi dà da pensare.
Sono preoccupato da questi lampioni sparsi che sembrano reclamare un loro posto in primo piano.

Mi par quasi di sentirli urlare, tutti insieme, da tutti i posti che ho visto: lampioni del mondo! Lampioni del mondo! Lampioni del mondo!

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Anche l’ovvio vuole la sua parte

Sono tornato a Roma mi-costi-un-Capitale e, per non perdere le mie vecchie abitudini, ho ovviamente dimenticato delle cose a casa.

In particolare, tra l’altro, due oggetti importanti: accappatoio e pettine. E dire che quest’ultimo neanche lo uso per i capelli, visto che quando sono corti stanno fermi da soli e quando cominciano a crescere basta infilarci la mano come a voler sistemare un ciuffo inesistente.

Io il pettine lo uso per la barba e i baffi.
La gente ride quando ascolta questa cosa, quella stessa gente che mi fa i complimenti per la barba curata: forse credono che una barba si curi da sola? Magari di notte mentre dormo se ne va a passeggio come le scope di Fantasia e va a darsi una sistemata davanti lo specchio?


Quanto è bella la sequenza della danza delle scope? E dire che da bambino un po’ mi terrorizzava, un po’ per le scope che si animavano con braccia e pseudo-gambe (ma senza occhi né bocca!) e un po’ per la musica che era un crescendo di inquietudine.


E dire che sino a questa mattina ho continuato a mettere in valigia sino all’ultimo momento cose che ricordavo di aver dimenticato. E mentre infilavo dentro anche il mio fido borsello mi sono ricordato troppo tardi che avevo dimenticato di togliere dall’interno i confetti che mi aveva dato M.. È stata a un matrimonio, i confetti non le piacciono e quindi quando ci siamo visti lunedì me li ha rifilati. Dato che non piacevano neanche a me, li ho dimenticati nel borsello. Non è stato bello quando nel prenderlo sono rotolati giù sul pavimento, col gatto che giocava a fare il calciatore e con la zampa a cucchiaio (al grido di “mo te faccio er cucchiaio”) li infilava sotto il letto.

Il mio ritorno è stato contrassegnato, nel regionale da Termini a Stazione-prossima-a-Casa-Romana, da uno spettacolo teatrale. Nel vagone precedente il mio quattro passeggeri (o persone che sembravano tali prima di rivelarsi attori – probabilmente squattrinati – che cercano di farsi conoscere), hanno cominciato a dar vita a una rappresentazione tra i sedili, sotto lo sguardo curioso, un po’ perplesso, a tratti distaccato e accompagnato da qualche ventata di alitosi, degli altri passeggeri.

Quando mi sono alzato per scendere ho assistito all’atto finale e mi ha colpito ciò che ha detto uno degli attori: “il viaggio è il viaggiatore”. Gli altri tre hanno iniziato a ripetere la stessa cosa come un mantra: “il viaggio è il viaggiatore”. Forse mettevano in scena Pessoa o forse l’hanno soltanto citato, non lo so.

Mi sono interrogato su cosa potesse significare e sono giunto alla conclusione che è una di quelle cose ovvie cui non pensi mai, ma che quando realizzi pensi “certo, è così!”. È un po’ come quando in un giallo avete avuto il colpevole sotto gli occhi sin dall’inizio ma non avete mai puntato il dito contro di lui: quando viene rivelato, voi esclamate: “Ma certo, era lui!”.

In fondo, il viaggio siamo noi stessi. Non è detto che due persone che si spostano da un punto A a un punto B vivano le stesse esperienze, provino le stesse sensazioni, ricevano allo stesso modo gli input dall’esterno. Da persone diverse, viaggi diversi.

Inebriato da questa mia scoperta e sentendomi ispirato, ho provato a ri-scoprire altre cose ovvie. Come ad esempio scoprire il detto mai fidarsi delle apparenze: entrato in casa e non vedendo in giro la coinquilina cinese, né notando nel frigo la sua solita provvista di bibite gassate di ogni sapore, colore, colorante ed emulsionante, ho sperato che avesse levato le tende.

Pia illusione: dormiva. Alle ore 13 si è alzata dal letto e ha iniziato a fare i suoi vocalizzi lirici.


Riassunto delle puntate precedenti per chi non c’era e se lo fosse perso e per chi c’era ma non gliene fregava niente e anche se lo riscrivo non so se gliene fregherà: a Casa Romana c’è una cinese, astro nascente della lirica, che è qui per specializzarsi come soprano.


Vorrei concludere questo post con una nota di colore. Ho appreso soltanto oggi che qualche giorno fa il Papa si fosse recato da un ottico per cambiare gli occhiali, destando curiosità e stupore nei cittadini.


Non capisco le reazioni: un Papa non usa occhiali? E se li usa, dovrebbe mica fabbricarseli da solo?!


Ho provato anche io grande curiosità e stupore nel rendermi conto che l’ottico era lo stesso cui mi ero recato io per far sistemare i miei occhiali, quello simpatico e sovrabbondante di lettere ‘a’.

Ora, non so se nel negozio Sua Santità abbia incontrato lo stesso tizio con cui ho avuto a che fare io, ma ho provato a immaginare la scena:

PF: Mi scusi fratelo…sono aquì porqué coi miei occiali non vedo bene…
O: ‘a Francé: ma chi t’aaaa dato ‘ste lenti? Pure ‘na talpa ce vede mejo, mò t’aaaa dò io ‘na lente seria.
PF: Grassie…

Sì, più o meno sarà andata così.


ERRATA CORRIGE
Purtroppo non è lo stesso. Il mio era all’inizio di via del Corso (partendo da Piazza del Popolo), il Papa è andato in quello nella parallela, a via del Babuino.

E so anche il motivo: PF deve aver letto il mio post e deciso che quello dove sono stato non gli piaceva.