Non è che se al mercato trovi un piccolo ortaggio allora quella è una rapina

Ieri ho guardato American Animals: il film racconta la storia (vera) di quattro studenti che nel 2004 decisero di rubare dei libri rari dalla biblioteca dell’università. Il film è intervallato dai commenti dei veri protagonisti della vicenda.

Ciò che traspare dalla storia è che la motivazione alla base di un simile gesto è legata a un senso di frustrazione e impotenza dei protagonisti nei confronti della propria vita. Ragazzi cresciuti con l’idea di essere speciali e che ciò che faranno conterà qualcosa, che poi scoprono che fuori non c’è nulla per loro a meno di non crearselo da soli.

Loro hanno scelto la via più veloce, semplice e illegale per farlo, tra l’altro con modalità che si riveleranno grossolane.

È per questo motivo che ho deciso di scrivere una pratica guida su come dovrebbe ipoteticamente essere una perfetta rapina in stile cinematografico.
Per gli amici delle FdO che leggono da casa: rassicuro che nessuna rapina è stata maltrattata nella guida.

1. Bisogna essere in gruppo perché è difficile fare tutto da soli. Il gruppo però non si costituisce mai all’inizio per risparmiare tempo, ma lo si crea in corso d’opera, quando ci si rende conto a piano già avviato che non c’è nessuno che sappia disinserire sistemi d’allarme/scavare tunnel/guidare un’auto per la fuga e solo a quel punto qualcuno si ricorderà che conosce un tale che sa disinserire sistemi d’allarme/scavare tunnel/guidare un’auto per la fuga.
2. Nel gruppo serve una donna perché c’è sempre almeno una donna nelle rapine quindi trovate il modo di inserirla.
3. Nel gruppo deve esserci uno che è stupido o che fa lo stupido.
4. Serve una parete grande perché bisogna attaccarci fogli, piantine, fotografie e magari prendere anche puntine da disegno e filo rosso per unire il tutto e dare un gradevole tocco estetico.
5. È necessario che qualcuno si incazzi e molli tutto per poi ripensarci e tornare.
6. Gli attrezzi adatti per la rapina devono essere forniti da qualcuno molto losco che non concede a credito ma che per voi farà un’eccezione in cambio di una parte dei proventi.
7. Siate consci che il tizio del gruppo che si occupa di informatica è in grado isolare le telecamere, disinserire l’allarme, riprogrammare i semafori a distanza con qualche click da un portatile. Però non può fare nulla per i sistemi di sicurezza dell’ultima stanza, quella da scassinare, perché non si è mai preso l’ultimo esame di Ingegneria Informatica, Sistemi di sicurezza dell’ultima stanza da scassinare.
8. Ci sarà un intoppo non previsto durante la rapina che potrebbe far pensare di abbandonare il tutto ma bisognerà andare avanti cambiando i piani con un po’ di improvvisazione. In realtà sarebbe opportuno avere già pronto un piano di emergenza, ma così l’intoppo non previsto sarebbe previsto e questa non sarebbe più una perfetta rapina in stile cinematografico e questo non lo vogliamo.

Non è che metti la camicia di forza a un burattino perché è un pu-pazzo da legare

Le grandi domande vengono sempre in momenti in cui la mente è libera di vagare. Mi succede mentre lavo i piatti, mentre mi trovo sotto la doccia, mentre guido in auto verso casa lungo la strada che avrò percorso migliaia di volte.

Oggi durante una lunga minzione, stanco di fissare le piastrelle e ancor più di contemplare l’organo deputato all’atto – già contemplato forse troppo durante l’adolescenza costandomi qualche diottria – mi sono come assentato e lì mi è venuta questa curiosità: ma il pupazzo Uan, che fine avrà fatto?

Avevo già sentito parlare del suo destino ma non ricordavo la storia. Facendo qualche ricerca, ho scoperto che Uan, insieme ai suoi colleghi Four (un orso col naso rosso che io chiamavo sempre Ciao invece, visto che era presente nella trasmissione Ciao-Ciao) e Five (un drago giallo di cui invece non ho memoria), è sparito più di 10 anni or sono.

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I fatti. Giunta l’ora di andare in pensione, a inizio anni 2000 i tre pupazzi sono finiti ospiti della Scuola di Teatro di Milano Paolo Grassi. Me li immagino lì a raccontare ad annoiati studenti dei loro trascorsi televisivi e di quando hanno incontrato questo o quel personaggio famoso.

Finché una notte del 2005 il fattaccio: qualcuno irrompe nella scuola e se li porta via.

La storia, però, secondo me non finisce qui: io sono convinto che i tre abbiano semplicemente inscenato il proprio rapimento per uscire di scena e andarsi a godere una vecchiaia tranquilla su qualche isola della Grecia dove non li avrebbero trovati. In fondo sapete quante cazzo di isolacce deve averci questa merda di una Grecia? (cit.).

Chi può dar loro torto? Pensate a essere costretti a lavorare con Paolo Bonolis. E con qualcuno che ti infila una mano su per il sedere tutto il tempo, non potendo denunciare per il rischio di perdere il posto di lavoro. Facile dire: Perché non hanno detto nulla?. Sapete quanto è difficile per un pupazzo peloso rifarsi una vita?

A proposito del subire atti molesti, sabato un’amica mi ha raccontato di alcuni episodi che le son accaduti.

Ha deciso a 35 anni di prendere la patente e, ricevuto il foglio rosa, ha iniziato a far le guide con l’istruttore, un placido signore – così sembrava – over 60.

In auto costui si è rivelato abbastanza monotematico: i suoi discorsi finivano sempre su un solo argomento. Un esempio: Eh i giovani d’oggi non sanno che farci con una donna, magari vedono una bella ragazza e subito è tutto finito, non hanno l’esperienza di un adulto…

Per non parlare di quando commentava qualche passante donna per strada.

Pazienza, la mia amica non ci bada molto a queste cose. A 35 anni di persone che credono di esser simpatiche se ne sono già viste.

Ha iniziato ad accorgersi però di una sua progressiva “invasione fisica” nel corso delle guide: per darle indicazioni ha iniziato a mettere la mano sulla spalla o sul braccio. Va be’, pazienza.

Poi un paio di volte per dirle di guardare bene lo specchietto le ha girato il mento con la mano. Va be’, pazienza.

Poi per dirle di fare attenzione ha iniziato a metterle una mano sulla coscia. Va be’, pazienza.

Poi per aiutarla a sterzare ha steso il braccio sfiorando la tetta.

Al secondo sfioramento mammellare “involontario” la mia amica gli ha allontanato la mano dicendo che la distraeva.

Io ad ascoltare il racconto ho detto che per me queste son molestie.

Lei concordava con me, ha detto che il giorno dopo quest’ultimo episodio si è sentita malissimo, sia per non aver realizzato subito dei suoi atteggiamenti sia per non aver reagito prima. Le ho chiesto come mai non l’avesse fatto e ha detto che lì per lì era troppo agitata per la guida e magari poi si trattava solo di una sua impressione.

Io penso che se il giorno dopo uno ci sta male non può essere stata soltanto un’impressione. Così come un atteggiamento molesto non deve per forza implicare qualcosa di palese e violento. Molesta è qualunque intromissione – non autorizzata – nella propria sfera personale, mentale e/o fisica.

Ho consigliato alla mia amica, la prossima volta, di rompere con un pugno le “sfere personali” dell’istruttore, nel caso si ripetesse la storia.

 

Non è che una camicia a scacchi sia da matti

Solo un aggiornamento perché ormai diventerà a breve di dominio pubblico il vero motivo per il quale io mi sono trasferito a Budapest!

Ungheria, camicia a scacchi nuovo simbolo di opposizione

Università, deputati contro politica educativa di Orban

(ANSA) – BUDAPEST – Nell’ambito del dibattito pubblico contro un sistema educativo troppo centralizzato e gli stipendi bassi, l’opposizione ungherese sembra aver trovato un nuovo simbolo comune nella camicia a scacchi. Secondo quanto riportato dal portale Hungary Today, in seguito alla battuta dell’ex sottosegretario per l’alta educazione, István Klinghammer, contro i “docenti non rasati, trasandati che camminano in giro con le loro camicie a quadretti”, centinaia di insegnanti e studenti ungheresi si sono presentati vestiti così in segno di solidarietà con i protestanti.

Nei scorsi giorni su Facebook sono apparse numerose foto di intere classi in camicia a scacchi, mentre i rappresentanti di due partiti di opposizione, i socialisti MSZP e i nazionalisti radicali Jobbik, si sono presentati in aula indossando lo stesso vestiario. (ANSA).

Fonte: ANSA

Foto: Eàst Journal


Si scherza ma è una questione più seria che va oltre la infelice battuta, usata poi come spunto per una protesta originale.


 

Non è che puoi obbligare una foca monaca a essere laica

Ogni volta che il Natale si avvicina io lo guardo con diffidenza, chiedendomi quest’anno cosa voglia da me.

Ricordo sempre le parole che mi rivolse una mia compagna di classe, una simpatica st…upidina.

Era periodo di festività, si stava quindi discutendo degli ultimi giorni di scuola prima della meritata (si sa che i liceali si ammazzano di fatica! Quelli di oggi ancor di più, studenti indefessi, molto fessi e poco inde) quando lei si rivolse a me, facendo:
– Gintò ma tu non credi, che membrovirile festeggi a fare allora?
Io risposi, con un accenno di ditino sentenzioso, che il Natale può assumere anche altri valori.
Lei ribatté, con la boria e l’indifferenza di chi ha il cerume nelle orecchie e non sente gli altri: Sì sì, ti mangi il panettone, ià abbiamo capito.

Son cambiati i modi e le modalità, ma simili, sterili, obiezioni le ho sentite altre volte nei successivi 15 anni, tanto da farmi pensare a volte di vivere come un appestato.

Non ho mai compreso l’ostilità altrui su certi argomenti. E il perché di essere costretti a porsi il problema di rivelare o meno di non essere credenti o tenerselo per sé come se fosse una pratica sconcia.
– Ehi, sai, quando sono da solo mi trastullo con dei dildo da uomo!
– Bleah, vergognati! Tienitelo per te, fai proprio schifo.

Ecco, più o meno è questo l’atteggiamento di molte persone.


Altri, online – si sa che varcati i Gates del virtuale le tastiere trasformano anche le anime più pavide in invincibili guerrieri senza Mac e senza paura – mi hanno invitato gentilmente a trasferirmi in Iran e a farmi impiccare.
Perché mai? Se proprio debbo andarmene via in quanto non gradito, mi si conceda la scelta del Paese! Sono indeciso tra un atollo del Pacifico, con tutti i rischi dell’innalzamento dei mari, o il Giappone, con tutti i rischi dell’insanità mentale che quella società può creare. Comunque vada potrei finir male insieme alla mia blasfemia, che ne si gioisca, allora!


In secondo luogo, non capisco perché una persona dovrebbe porsi il problema di come sia o non sia l’altrui Natale.

Premettiamo che il 90% delle abitudini e usanze di questo periodo, le luci, lo shopping, Una poltrona per due, i pranzi, la neve, la neve assente ma desiderata, la neve presente e scassacazzo, le mutande di pizzo rosse, il parente insopportabile che devi invitare perché sennò succede un ’48, non ha nulla a che fare col cristianesimo. Sono degli artefatti.

Anche la data e l’anno di nascita di Gesù Cristo (che neanche si chiamava Gesù Cristo, per inciso) sono fittizie, ma questa è una considerazione strumentale. Non approvo chi ne fa un vessillo di contestazione religiosa, perché la datazione va considerata per ciò che è: un simbolo. Mi si perdonerà l’esempio profano, ma è come, poniamo, stabilire una giornata mondiale per i suonatori di cornamusa colti da enfisema fulminante, scegliendo una data che corrisponde al giorno in cui il primo suonatore di cornamusa colto da enfisema fulminante sarebbe spirato. Fa niente che magari morì di indigestione e che magari non è neanche esistito: è un simbolo. Persino un nichilista come me riconosce che le persone hanno bisogno di stringersi attorno a Esso. E anche all’Agip o alla Q8.


Il problema sorge nel momento in cui si comincia a pensare che il proprio simbolo sia l’unico dotato di legittimità e/o che sia più forte dei simboli altrui.


Quindi, ammesso e non concesso che non si tratti del 25 dicembre dell’anno zero, chi se ne frega?

Chi crede, commemora la nascita del Cristo. Va in chiesa, prega, ricorda, eccetera. Tutte cose che io non faccio, perché sarebbe ipocrita e falso da parte mia. Se lo facessi, a quel punto potrei sì essere oggetto di critiche.

Ma se mi piacciono le luci o stare seduto a tavola con la famiglia, non vedo cosa io stia facendo di ipocrita o immorale. E, in ogni caso, un credente si sente infastidito o minacciato da ciò? E perché mai: il mio pranzo a tavola sta togliendo qualcosa al suo pranzo Natale? Non ho mai rubato pranzi altrui, si sappia.

Capisco che la festività santa sia stata svilita da una serie di pratiche consumistiche, ma non sono stato certo io o quelli come me a crearle – e ho premesso che la maggior parte delle cose che la gente fa a Natale, credenti compresi, ha ben poco di religioso, a mio avviso – né cerco di alimentarle in maniera compulsiva.

L’unica cosa che magari rubo o di cui magari godo sono le ferie natalizie, ne son conscio. Se un Cristo c’è spero che chiuda un occhio per aver approfittato del suo compleanno per starmene a casa.
Altrimenti chiuderò io un occhio al prossimo suo fedele che mi investirà di disprezzo.

Ma lo farò con tanto amore, perché, in fondo, a Natale siamo tutti più buoni.

Per chiudere, visto che non voglio che mi si dica che sono cinico e negativo, voglio condividere qualcosa di gioioso e carino.

Notate la grazia e la beltà di questo Babbo Natale strabico, senza mani, con le gambe ingessate e con anche probabilmente una orchite in stadio avanzato, che accoglie i clienti all’ingresso di uno SPAR, che sarebbe il nostro DESPAR ma non capisco perché da noi abbia un nome diverso, un po’ come il Mediaworld che in tutto il mondo è in realtà Media Markt.

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Oh oh…ohio.

Ah!utunno.

L’arrivo dell’autunno porta con sé tante cose. Riprende il lavoro, la scuola, arrivano cambiamenti, si mettono in cantiere progetti, per le strade si sente odore di mosto (per chi abita in campagna o piccoli centri). Ci sono altre cose che tornano puntuali e che non cambiano mai e che mi spingono a chiedermi: non sarebbe ora di mollare certe tradizioni?

mostri-suv-mammaLa prima cosa che mi viene in mente sono le giovani mamme che accompagnano e vanno a prendere i figli a scuola col Suv. Ho simpatia per le giovani mamme e anche per i loro frugoletti (tranne quelli che rompono i maglioni in luoghi pubblici col beneplacito dei genitori che pensano “ah, finalmente si sfoga con qualcun altro”) ma sul Suv proprio no. Voglio risultare antipatico ma almeno essere sincero. In città già è complicato parcheggiare una Smart, figuriamoci un transatlantico su ruote. Ogni Giovane Mamma deve poi fare a gara con le altre Giovani Mamme a chi riesce a portare più vicino all’ingresso il proprio figlio: se potessero, sfonderebbero il portone col paraurti pur di vincere.

Poi ci sono quelli che cominciano con entusiasmo il conto alla rovescia per Natale. Sono gli stessi che, con l’approssimarsi delle festività natalizie, si lamentano della mancanza di soldi e delle spese da affrontare per regali e cenoni.

I giornalisti intanto sono obbligati a parlare di “autunno caldo” riferendosi ad agitazioni e rivendicazioni di lavoratori e studenti. Anche quando protestano i bambini di un asilo nido di Vergate sul Membro perché i Lego non bastano per tutti sarà per la stampa un autunno caldo.

Nel piccolo di ogni essere umano invece prende forma l’esistenziale dilemma del sabato pomeriggio: la lavo o no la macchina? E se cambia il tempo?
A questa schiera appartengo anche io e ci tengo a precisare che se vado in giro con l’auto rivestita di uno strato di sabbia sporca è solo appunto per incertezza climatica, non pigrizia.

Con l’arrivo del fresco il giacchetto di mezza stagione esce finalmente dall’armadio ma verrà indossato sì e no un paio di volte: il resto del tempo lo passerà sul tuo braccio o sulla spalla per una salutare passeggiata, perché indossato porterà troppo caldo. Quando sarà più fresco, sarà invece del tutto inutile perché non copre abbastanza. E tornerà con mestizia nell’armadio sino a marzo/aprile. L’errore sta secondo me nel considerarlo un capo d’abbigliamento: è invece un mero accessorio decorativo, da portare sulla spalla col braccio piegato all’indietro e la posa da gatto che non deve chiedere mai.

(la parte che segue ora è molto local: mi rendo conto che per mezza Italia sia autunno inoltrato)
Il sole d’ottobre, la gente in spiaggia e i servizi dei telegiornali sulla gente in spiaggia. Io l’ho capito, eh: manipolano il clima per poter riempire i tg di servizi sulla gente in spiaggia e distoglierci dai veri problemi. SVEGLIA! CONDIVIDI! INCREDIBILE! GUARDA I VIDEO CHE IL TUO METEOROLOGO NON VORREBBE FARTI VEDERE!

Ancora il sole d’ottobre: è il 18 ottobre e io faccio ancora merenda con una pesca gialla. Ad agosto Madre comprava pesche gialle dicendo: son le ultime, mangiamole finché son buone. Sono tre mesi che sono le ultime. Vorrei poi dire: ma per caso si stanno estinguendo o stiamo per estinguerci noi? No perché la cosa del “mangiamole, son le ultime” mi mette un’angoscia, suona tanto da imminente apocalisse.

E, per finire: ancora il sole d’ottobre e quelli che si lamentano perché non vedono l’ora di mettere i maglioni. Salvo poi lamentarsi del freddo.

Loro nemici sono quelli che invece si lamentano che le giornate si accorciano, fa freddo e debbono mettere i maglioni. Va bene, quest’anno l’estate è stata così e così (il prossimo che parlerà ancora de “l’anno senza estate” verrà messo in ginocchio sui ceci per 48 ore), ma anche quando c’è stata un’estate lunga da marzo a ottobre con la siccità e la terra spaccata dal sole, c’è stato chi se ne è lamentato della fine!

E, infine, tornano gli ipocondriaci da malanno di stagione: oh no, ho preso vento. Oh no, ho sudato. Ecco, sento già pizzicarmi la gola, adesso mi ammalo, lo sapevo.

Mi presento: sono uno di quelli. Appena s’alza un po’ di vento comincio a mettere il miele dappertutto: tè, latte, ci farei anche la pasta. E ho scoperto pure che esistono varie ricette col miele: primi piatti al miele. Se qualcuno vuole testare e farmi sapere, è ben accetto.

Così parlò Gintoki

Un mio amico di recente è stato bocciato credo per la decima volta all’ultimo esame. È un anno che gli sta dietro. Non si appiglia a scuse del tipo “È tutta colpa dei professori”, anche se, stando a quanto mi racconta, docente e assistenti sono dei bei tipetti.

Questi discorsi mi hanno ricordato i tempi universitari e i professori incontrati da me. Ce ne erano di esemplari interessanti.

La gerarca SS – Già dal nome era un programma, doppio cognome di cui il secondo tedesco, tipo Hohenzollern. Insegnava diritto internazionale, ma secondo me insegnava l’arte dell’insulto di Schopenhauer. La lezione era fatta di mezz’ora di spiegazione e mezz’ora di abbassamento dell’autostima degli studenti. L’esame prevedeva un discorso preliminare da parte sua in cui invitava ad abbandonare l’aula perché secondo lei l’esame si doveva preparare un paio di volte prima di presentarsi. Il colloquio era di tre quarti d’ora, minimo, di cui mezz’ora in cui parlava lei e faceva dell’autostima del malcapitato un sacchetto da punching ball. Volte minime in cui andava tentato prima di superarlo: tre. A meno che il proprio turno non capitasse durante la sua pausa pranzo alle 11:30, in cui l’assistente cominciava magicamente a dare esami in 10 minuti. A me è successo al primo colpo. Ho temuto che per riequilibrare quella botta di culo come minimo m’avrebbe investito una mietitrebbia uscito dalla facoltà.

Kevin Costner – Tra l’altro professore della mia tesi alla magistrale, un uomo dallo spropositato culto dell’aspetto fisico. La sua lezione: lui che, con la camicia con i primi bottoni sbottonati, parla in piedi, mettendosi in posa. Non scherzo. Si appoggiava alla cattedra con la mano, poi vi si appoggiava all’indietro, poi una volta addirittura mise il piede su una sedia e parlava in posa come un cacciatore che aveva appena sconfitto una belva feroce, pronto per essere immortalato. E aveva il tic di Sgarbi di sistemarsi il ciuffo fluente ogni trenta secondi.

Il Santo – Il professore più amato dagli studenti, docente di storia delle relazioni internazionali. Per chiedergli la tesi c’era più fila che alla posta, per poterne prendere di più lui a volte non so con che magheggi occultava le tesi che aveva in corso. Le sue lezioni erano uno show teatrale. A volte portava le caramelle o i biscotti e se qualcuno rispondeva bene a una domanda gliene dava una. Una volta invece accadde questo: prof. che fa una domanda all’aula, tra l’altro una semplice; uno risponde ma in modo completamente sbagliato. Il professore va verso la borsa, ne estrae un cartellino giallo e lo mostra allo studente che aveva risposto: “Ammonito! Alla prossima scatta la squalifica!”. L’assistente del professore, che in realtà era un professore associato, era un vecchietto che sembrava stesse lì perché non aveva altro da fare. Tipo gli anziani che guardano gli scavi. Se gli davi a parlare, era finita: cominciava a raccontarti di tutto. Uscivi dallo studio e lui ti seguiva continuando a parlare. Una volta continuò a parlarmi lungo le scale raccontandomi della Grande Guerra. Il tutto perché gli avevo solo fatto una domanda riguardante tutt’altra cosa.

La mummia – Doveva già essere vecchio quando c’era la Montessori. Non si capiva quanti anni avesse, ma di sicuro molti. Pensavo fosse prossimo alla pensione, il primo anno. Dopo 5 anni di università, quale mia sorpresa nel trovarlo ancora al suo posto. Anno 2014, vado a un seminario di politica e amministrazione. Tra gli invitati, c’era lui! In qualità di docente (ancora operativo)!

Il lettore – Professore di diritto pubblico, durante la lezione si poteva portare il segno sul libro perché per due ore non faceva altro che leggere i propri appunti copiati pari pari (perché non leggere direttamente dal libro?!). Se la Noia fosse stata personificata, lui l’avrebbe fatta scappare per quanto era noioso.

Il vaticanista – Esperto dei piccoli Stati, in particolare della Città del Vaticano. Teneva infatti lezioni su questi argomenti nell’ambito del corso di Diritto Costituzionale Americano e Comparato (cosa c’entrassero in tutto ciò i piccoli Stati, è un mistero! Non abbiamo mai comparato nulla!). Non si capiva ciò che dicesse, pur stando in prima fila (eravamo 10 persone), perché lui si ostinava a non voler usare il microfono. Dopo ripetuti solleciti, cominciò a usarlo. Lo teneva ad altezza stomaco. Dopo altri ripetuti inviti, lo alzava ad altezza bocca dello stomaco. Quando finalmente lo mise a portata di voce, non si capiva niente lo stesso perché lui parlava così:
“È nell’anno mijuejuentoshin’anta che l’arcivdva Jojjj Secondo decide di… (continua con ronzii e borbotti a caso)”

Il Boss – Il preside della facoltà. Un uomo che una volta, alludendo alla propria prominente rotondità addominale, disse: “Non è pancia, è il potere”. La sua squadra era ben assortita: c’era il suo delfino, un uomo che stava plasmando a propria immagine e somiglianza tranne che per la forma fisica, per fortuna. C’era un ricercatore, un uomo con l’aria da secchione cui credo venissero affidati i compiti ad alto contenuto intellettivo più ingrati. Conosceva i testi d’esame a memoria, virgole comprese. Capitare infatti all’esame col delfino, voleva dire ragionare e ricevere domande complesse e articolate. Capitare con lo sgobbone, voleva dire doversi ricordare una nota a piè di pagina 346 contenente una citazione. E poi c’era il terzo, l’uomo di fatica, un individuo che sembrava un incrocio tra Paolo di Canio (qui sotto nella diapositiva) e un bonobo. Nessuno ha mai capito bene a cosa servisse e che ruolo svolgesse. Durante lezioni ed esami sedeva accanto al Boss, ascoltava e annuiva e basta, forse perché non gli era concessa la parola. Una sola volta osò aprire bocca: il Boss stava spiegando una cosa, lui intervenne con un esempio e il Boss, accompagnando le parole con un cenno della mano per bloccarlo, lo spense dicendo “Sì sì ma questo non c’entra”. Credo non abbia più parlato da allora. Quando il Boss dopo il secondo mandato non è stato più eletto preside, ha dovuto rinunciare alla squadra. Il delfino ha avuto una cattedra, lo sgobbone continua a sgobbare per il delfino, mentre il povero servo è sparito dalla circolazione.

E poi ce ne sarebbero altri ancora, magari ne parlerò in una seconda parte.

Comunque io avrei preferito incontrare il Professor Bellavista

Oh, io sono pieno di dubbi, preferisco fare il bagno e per me vince sempre il presepe. Ah, e sono meridionale, ovviamente.