Non è che non bevi perché hai paura che alzando il gomito ti si veda l’ascella pezzata

Ho ballato a un matrimonio su delle note swing. Speravo si animasse un po’ l’ambiente, perché i presenti sembravano troppo ingessati. Lo sposo anche era parecchio ingessato. E non era vestito in gessato. Era anche pericolosamente sobrio. Non ho molta esperienza di giornate di nozze, ma uno sposo che arriva sobrio alla fine della giornata credo sia un insulto all’istituto del matrimonio.

Ho provato a rimediare riempiendogli il bicchiere. Tutti dovrebbero avere qualcuno che gli riempie il bicchiere quando è necessario. La sposa mi ha guardato male e non l’ho rifatto. Nessuno dovrebbe essere guardato male se è animato da buone intenzioni.

Magari anche chi guarda male non lo fa con cattive intenzioni. Guarda male perché quella è la realtà che gli propongono le lenti che ha davanti agli occhi e pensa di fare cose giuste.

Per esempio, per chiarirci con un esempio banale, a casa loro i miei hanno cambiato la porta d’ingresso. Da una in ferro modello persiana sono passati a un’altra, sempre in ferro, ma monoblocco. Montata al contrario: cioè, si apre sempre verso l’esterno ma adesso dall’altro lato. A loro sembrava la scelta giusta. Poi, una volta montata, si sono resi conto che l’apertura è sempre a favore di vento perché sul balcone spira sempre dalla stessa direzione. Quindi ora a casa c’è una bella vela di ferro. Quando si deve entrare con la spesa in mano bisogna essere lesti a bloccarla col piede prima che il vento te la porti in faccia o la schianti contro il muro.

Mi sono spesso interrogato sulla distinzione tra realtà oggettiva e soggettiva. Non è un esercizio utile. Adesso quando penso una cosa vivo nel dubbio se sia una cosa oggettivamente valida o meno.

Quando ero bambino era tutto più semplice perché ogni cosa era un segreto da scoprire. Adesso vorrei che certe cose che ho scoperto tornassero segrete.

Ad esempio non avrei voluto sapere che il mio amico neanche al matrimonio si è tolto lo sfizio di ubriacarsi!

Non è che un prete di moda sia un prete-à-porter

Ho un amico che ad Aprile 2019 si sposa e in questi giorni è affaccendato nei preparativi. È un po’ sotto stress perché dice che il tempo è poco e le cose da fare tante.

Poco tempo? Mancano ben 4 mesi! Cosa ci vorrà mai a preparare delle nozze?

Io non ho mai organizzato un matrimonio né prevedo di farlo ma, proprio per quelli come me che, non essendovisi mai cimentati, non saprebbero da dove iniziare, ho deciso di scrivere un piccolo prontuario di preparativi che vi permetteranno di evitare perdite di tempo per il vostro matrimonio.

1) Serve innanzitutto qualcuno che vi sposi. Non mi riferisco al trovare una persona insana di mente che decida di passare tutta la vita con voialtri scassaminchia: diamolo per scontato perché dare suggerimenti in merito è troppo faticoso. Mi riferisco al reperire un officiante, qualcuno che vi dichiari marito&moglie o moglie&moglie o marito&marito o fedez&ferragni. Il Comune non è disponibile? Il prete è occupato fino al 2030 a meno che non gli allunghiate sottobanco “un’offerta per i poveri” (offerta che lui recapiterà con la sua nuova Mustang)? Sappiate che la legge prevede che le funzioni di ufficiale dello stato civile possono essere delegate anche […] a cittadini italiani che hanno i requisiti per la elezione a consigliere comunale. Tradotto: trovate uno che abbia tempo libero e vi offici. Volendo, potete travestirlo da Sindaco, da prete, da Papa o da Cavaliere Jedi se volete dargli un tocco più ufficiale.

2) Uno degli assilli maggiori è quello del ristorante dove tenere il pranzo. Trovare il posto giusto, scegliere il menù, verificare la disponibilità…uno stress inaudito. Soluzione: il matrimonio destrutturato. Si mandano 10 invitati in un posto, 6 in un altro e così via fino a esaurimento lista invitati. Chi ha intolleranze o diversi gusti alimentari può scegliersi il ristorante che preferisce. Se qualcuno ha impegni quel giorno, può anche andare a pranzare in un’altra data potendo comunque dire di aver partecipato al matrimonio!

3) I vestiti. Una scocciatura e per gli sposi e per chi partecipa. Trova l’abito giusto, provalo, dai le indicazioni per farlo sistemare perché non è a misura, scopri qualche giorno prima che non ti va bene perché hai messo peso o ne hai perso…Che tragedie. Basta con la dittatura delle sartorie. Soluzione: un bel matrimonio nudista.

4) Le bomboniere, ovvero i raccoglipolvere da mensola, se va bene. Se va male, finiranno in qualche scomparto della credenza insieme ad altri orrori. Diciamo la verità: non piacciono a nessuno, tranne agli sposi che le ordinano. E a volte manco a loro. Soluzione: se le vogliono, le scelgano gli invitati. Aprite una linea di credito con un determinato budget presso un negozio specializzato, così chi vuole ne andrà a ritirare una personale.

5) Il fotografo. Uno che si crede un misto tra Alberto Korda e Steve McCurry e vi chiederà cifre esose per un discutibile servizio fotografico. Soluzione: lanciate un hashtag Instagram (del tipo #matrimoniocippolippo&ermengarda) chiedendo a ogni invitato di scattare almeno una foto dell’evento con quella dicitura.

Visto come è facile? Con i miei suggerimenti potrete organizzare le vostre nozze da qui a domani!

Il Vocaboletano – #13 – Zèza

Come altre parole in napoletano, zèza trae origine dal mondo del Teatro e affonda le sue radici nella commedia dell’arte tra Cinquecento e il Seicento.

Zèza non è altra che il diminutivo di Lucrezia, capricciosa e caricaturale moglie di Pulcinella, ingannato da lei con moine e smorfie e comportamenti maliziosi.

È un vocabolo che si presenta invariato nella versione maschile e femminile, cambiando solo l’articolo che lo accompagna: o zéza e à zèza.

Il significato non è però il medesimo in senso stretto.

Nella sua versione femminile la zèza ripropone i caratteri del personaggio di Lucrezia. È ‘na zèza infatti, colei che cerca di farsi notare a tutti i costi, si perde in ciance, smorfie, moine, a volte in ammiccamenti gratuiti e leziosi. È la classica persona che magari si finge dolce e un po’ svampita per attirar simpatia e sembrar carina.

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Diverso è il caso in cui si tratti di un uomo: pur facendo sempre riferimento a una persona poco seria, si sta però etichettando un uomo che fa il cascamorto con modi smielati e un po’ falsi. Come stile ricorda un po’ il fareniello di cui abbiamo già parlato.

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Ma diversamente da altri termini di cui si è un po’ persa la memoria delle origini storiche, di Zeza ancora oggi sopravvive l’originale versione.

Dalla commedia, nel Seicento, la Zèza si diffuse per piazze e strade come scenetta di Carnevale musicata. La storia, cantata in vernacolo, è quella di Vincenzella (detta anche Tolla), figlia di Pulcinella e Zeza, che vorrebbe sposare Don Nicola. Il matrimonio è osteggiato da Pulcinella, mentre Zeza vorrebbe che la figlia si “godesse la vita” e, essendo dedita sempre a prendersi gioco del marito, fa incontrare di nascosto i due amanti. Pulcinella li sorprende e ne scoppia una lite in cui è però lui stesso ad avere la peggio e dover capitolare, acconsentendo alle nozze.

La canzone nel corso dell’Ottocento venne sempre più boicottata dalle forze dell’ordine per i contenuti troppo osceni e licenziosi ma è sopravvissuta nell’entroterra, dove ancora oggi viene messa in scena con a volte varianti nei nomi dei personaggi e nei dialoghi. Un vero pezzo di teatro popolare che rivive a ogni Carnevale in particolare in Irpinia, dove famose sono la Zeza di Mercogliano, quella di Solofra, quella di Bellizzi, quella di Montoro e mi sia perdonato se dimentico qualche località.

Anche per oggi è tutto e…non fate i zezi. A meno che non sia Carnevale.

Non è che se cade il testimone gli sposi vengano squalificati

L’anno nuovo cambia tutto per non modificare niente.
In inverno continua a fare freddo, i poteri forti continuano a fortificarsi e l’olio di palma a mietere vittime.

Tra le cose che restano uguali, ci sono gli involontari (spero) doppi sensi che CR ogni tanto mi butta lí.

Premessa: sta preparando il matrimonio con il suo Giggino.
Nozze che dovevano essere sobrie e low cost da tenersi in una cantina agrituristica vicina a un lago in campagna.

I due hanno poi realizzato che tutti i parenti del Giggino nazionale non vogliono affatto perdersi un matrimonio in Ungheria e che quindi si presenteranno tutti insieme (trattasi di almeno 70 persone dalla sua parte) a Budapest e gli andrà pagato alloggio e trasferimenti tra hotel, chiesa e ristorante.

La cantina si è fatta stretta per 100 persone e più.
Ora è diventata una villa settecentesca.

Un altro nodo da sciogliere è quello del prete, perché è necessario che si dica messa in italiano. In realtà non sarebbe obbligatorio, ma pare che gli invitati vogliano capire cosa dica il prete. Al che la mia sorpresa: davvero c’è chi ascolta ciò che dice, oltre a “In piedi” e “Seduti”?

Hanno rintracciato un prete a Budapest che celebra in italiano e che dovrebbe quindi officiare nella chiesa della località di campagna. Sembra però che non si possa operare un simile trasferimento, seppur temporaneo. O non è permesso o, se ho capito bene, pare che il prete locale si opponga.

Ignoravo che sussistesse una giurisdizione per le messe o che i preti fossero così territoriali. Probabilmente c’è anche una lotta per il possesso delle chiese, un prete che esce dalla propria per un momento potrebbe ritrovarsi al ritorno la chiesa occupata da un altro prete che, come un Paguro Bernardo, gira in cerca di locali sacri da abitare.


Da qui l’espressione “scherzo da prete”, per indicare un atto sleale, disonesto e truffaldino.


Infine c’è il problema delle bomboniere.
Una delle cose più inutili partorite dal genere umano, a meno che non vogliamo constatarne l’utilità come reggipolvere.

Non mi si dica che “è un ricordo”, perché ho visto con le orecchie di questa faccia persone che, mentre le spolveravano, si chiedevano di chi diavolo fossero quegli orrori.

Mio cugino per il suo matrimonio diede come bomboniera una dama di ceramica dalle figure astratte alta una trentina di centimetri. Praticamente era un Oscar, solo che alla cerimonia di consegna nessuno sembrava contento di riceverla.

E che dire di mio zio, che, dopo essersi sposato in Romania, rientrò in Italia con un oggetto di puro artigianato locale: un orologio da tavolo – meccanismo di alta ingegneria cinese che due volte al giorno segna l’ora esatta – incastrato in un pezzo di corteccia?

Per la propria cerimonia, CR avrebbe desiderato anche lei della porcher…porcellana, soltanto che considerando il costo per 150 invitati (il numero cresce ogni volta che li contano) forse sarebbe più conveniente un viaggio su Marte.

Allora le ho buttato lì, tra il serio e il faceto, una idea un po’ freak che avevo sentito qualche tempo fa: regalare agli invitati dei vasetti decorati, con all’interno delle cialde con dei semi da piantare nei vasetti. Un’idea originale e senza olio di palma.

Le ho linkato anche un sito internet di esempio, il primo che mi è capitato davanti su Google, e poi sono tornato al lavoro perché mi stavo annoiando.

Passano dieci minuti:

– Mi piace il pisello odoroso!
– Eh?
– Sì, lo vorrei, devo dirlo a Giggino che lo voglio
– Eh dovrebbe pensarci lui…
– È pure indicato per delicati piaceri, il pisello odoroso!
– Immagino…

Sul sito che le avevo linkato c’era infatti l’elenco dei semi di piante e fiori disponibili per le bomboniere. Lei aveva adocchiato questo:

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Insomma, dopo aver desiderato il cannellone, dopo che il tarallo l’ha fatta godere, ora dice che ha bisogno di un pisello odoroso per delicati piaceri.

Obbligo dopo il semaforo. Doveri? Dov’eri?

In auto fermo al semaforo ieri mi si è avvicinato il lavavetri/vendi fazzoletti-arbre magique. Tra parentesi, perché i fazzoletti che vendono sono sempre della stessa marca? È un brand che ha sviluppato una strategia di marketing face to face, direttamente dal produttore al cliente?

Di lavavetri lungo la strada c’è un’intera squadra, anche se stanno diminuendo di numero perché stanno “rotondizzando” il tutto. Sarò sincero, alcuni hanno un atteggiamento fastidioso: si lanciano sul vetro prima che tu possa dire no. I più furbi, seguendo la tecnica del buscar el levante por el poniente attaccano invece il vetro posteriore cogliendoti di sorpresa prima che tu possa attivare il tergicristallo.

Altri invece sono più discreti e cauti. Ieri uno di questi si è avvicinato al finestrino e si è messo a parlare con me:
– Ciao amico. Vai al lavoro?
– Eh sì.
– Casa come va, figli come stanno?
(rido) Non ho figli e non sono nemmeno sposato.
– No, perché tu non fare matrimonio? Tu sposare, sei grande, hai trent’anni.

Il semaforo intanto si era fatto verde e son dovuto ripartire, ma prima gli ho lasciato qualche spicciolo, che tanto non avrei consumato mai. Avete notato? Le banconote subito spariscono dal portafogli mentre le monete si accumulano lì una dopo l’altra finché non ti viene un ematoma alla chiappa a forza di sedertici sopra.

Proseguendo mi son chiesto che ne sapesse mai lui che io ho trent’anni.  A parte che sono 29, vorrei precisare. Poi, di pomeriggio, davanti lo specchio ho notato una cosa: mi è spuntato un capello bianco. Ecco, ho capito: il lavavetri l’avrà notato.

Ho riflettuto su questa cosa del “doversi sposare”, come fosse una cosa indipendente dalla tua volontà: un obbligo, una tappa da raggiungere.

Certo, potrebbe essere così nelle zone di provenienza del mio simpatico interlocutore, dove ci si sposa molto giovani e, delle volte, proprio per imposizione. Ma anche dalle nostre parti sussiste una sorta di obbligo morale da dover assolvere.

Mi ha fatto tornare in mente un episodio della mia infanzia, legato a un altro sacramento. Un giorno in famiglia mi dissero che dalla settimana successiva avrei iniziato il catechismo. Io chiesi perché mai dovessi andarci per forza se non volevo farlo. La risposta che mi sentii dire fu questa:
“Un bambino alla tua età deve fare la comunione”. Tradotto: non hai capito il perché ma non ci interessa, l’importante è che tu lo faccia. Io non sono molto d’accordo su tale impostazione educativa. Comunque, ovviamente poi andai al catechismo e alla fine mi sono comunionato. E ho dato anche una festa. In realtà anche questa è stata organizzata dalla famiglia, perché anche in questo caso mi sfuggiva il senso di dover dare una festa. Però ero contento perché alla fine ho ricevuto dei regali.

Tornando all’argomento matrimonio, voglio condividere un piccolo aneddoto nuovo nuovo, fragrante come i biscotti di Antonio Banderas fatti con le sue mani (leggere con la voce di Antonio Banderas).

Stamattina Tizio si sposa. L’altra sera è andato a fare la serenata sotto la finestra della sua bella. Sì, perché vige ancora l’usanza che alla vigilia delle nozze lo sposo si improvvisi menestrello sotto la finestra di lei. Non so bene che pensare di questa tradizione, ai poster attaccati al muro l’ardua sentenza.

Se io dovessi fare una serenata canterei questa

Sì, ok, dice You’ll always be my whore, ma è un amore un po’ rock, dai.

Tornando a noi, uno potrebbe pensare che questa tradizione canora che dal milleduecentosettordici produce imbarazzi distillati sia una cosa spontanea e sentita. Se non che:
– Lui non sa cantare. In realtà due tizi che ha ingaggiato hanno cantato per lui, che accompagnava al massimo suonando il campanello di casa.
– Lui non voleva manco farla questa cosa, non era d’accordo. Ma la madre di lei ha insistito tanto, dicendo che doveva farlo .

Com’è come non è, Tizio si è quindi presentato sotto casa, con l’intera famiglia di lei ad assistere alla performance a mo’ di curva da stadio o da pubblico imbalsamato di Sanremo.

Perché è una cosa che si deve fare. Io avrei voluto chiedere a Tizio: scusa, ma alla fine, tu sposi lei o sposi sua madre?

Mi ha fatto tornare in mente una considerazione fatta sui giapponesi durante la visita al Tempio Senso-ji per assistere all’Hatsumode (la prima visita dell’anno al tempio). Si potrebbe pensare che i giapponesi ci tengano tanto a queste cose per motivi religiosi. In realtà gliene frega poco e niente della religione. Semplicemente, riguardo le loro usanze pensano: le facciamo da secoli, quindi sarà giusto continuare a farle. Non fa una piega, come dissero riferendosi al motociclista scarso.

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Lo sport nazionale giapponese è fare la fila. Si allenano tutto l’anno per il 31 dicembre. E per i saldi nei negozi di elettronica

Non so, ma io invece ho sempre un problema con gli obblighi. Sarà per questo motivo che in fondo sono un disastro nelle gestione delle incombenze sociali: il lobo del cervello che trasmette il senso del dovere deve aver interrotto le comunicazioni con il resto del corpo. Non che io non soffra di un accentuato doverismo, anzi, al contrario ho proprio una sindrome: ma si tratta di doveri interni, nel senso che sono io stesso giudice e imputato di me stesso. È per questo che poi non accetto doveri esterni, se arriva un altro giudice mi si solleva un conflitto di competenze nel lobo frontale e poi devo farmi una legge ad personam: il Lobo Alfano.

Tutto questo post era per concludere con questa battuta, quindi tu che hai letto hai sprecato minuti preziosi della tua vita per questo, sappilo. Gh gh gh (sghignazzo malefico).