Non è che il solitario invidi il cambio della bici perché ha un sacco di rapporti

A volte provo un senso di colpa per il non aver mai coltivato relazioni con i parenti.

Non ho mai saputo da che parte iniziare. Non ho idea di come si costruisca un rapporto con loro.

Il fatto è che la famiglia te la ritrovi lì. Nessuno te li introduce. Nessuno te li fa scegliere.  Magari nulla ti dà qualcosa in comune. Niente ti spiega come devi rapportartici.

Con quel che non scelgo io ho difficoltà: quando seleziono una persona io so invece come comportarmi perché sono già tarato su di essa ancor prima di conoscerla.

Una volta una persona mi disse che le mie relazioni hanno valore perché io le persone me le scelgo; non so se sia vero o se fosse una presa per il mulo. Fatto sta però che il lato negativo di ciò è che si va a deprimere qualsiasi altro tipo di rapporto su cui non si è fatto investimento.

È proprio un comportamento del gatto.

La gente pensa che i gatti siano antipatici e anaffettivi. Il che è vero. Tranne che con la persona che loro hanno selezionato. Perché il gatto non te lo scegli tu: è lui che ti elegge a suo riferimento.


Riferimento paritario: il felino domestico non concepisce la logica padrone/animale.

 


Ci sono vari livelli di relazione col gatto: non è scontato che sia possibile scalarli. Uno stadio può rimanere lo stesso per sempre, per dire.

Lv I: Il gatto vi vede, soffia e poi scappa in un altro Stato – stadio “Mi fai schifo al gatto”;
Lv II: Il gatto vi vede, se rimanete a distanza non va via. Se gli lasciate il cibo, lui verrà a prenderlo ma solo quando vi sarete allontanati – stadio “Levati dal gatto”;
Lv III: Gli lasciate il cibo, lui si avvicina a mangiare in vostra presenza. Se però proverete a toccarlo scapperà – stadio “Non mi stare sul gatto”;
Lv IV: Il gatto si fa accarezzare, gioca con voi, vi si struscia addosso però manterrà sempre una certa indipendenza fissando dei paletti relazionali – stadio “Fatti comunque i gatti tuoi”;
Lv V: Senza che ve ne accorgiate il gatto ha preso possesso di casa vostra, del divano, vi si piazzerà sul computer quando dovete lavorare, vi farà noie sulle scatolette spingendovi a comprare quelle che più gradisce, etc. – stadio “E ora son gatti tuoi!”.

Ora che avete ben chiari i livelli, buon divertimento.

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Lettura consigliata

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Non è che pensi che un’auto usata sia a km0 perché l’hanno prodotta dietro casa tua

A Milano apre una nota catena internazionale di caffetterie. Le persone commentano. Chi è entusiasta, chi storce il naso, chi dice che vendere caffè in Italia sia come vendere il ghiaccio agli Eschimesi.

Dissento. Dagli Eschimesi il ghiaccio cresce in casa, mentre nel mio giardino non prosperano piante di caffè.

Quando ero al liceo ero pro boicottaggio. Di qualsiasi cosa avesse un marchio. Ero così contro nomi ed etichette che ho boicottato anche il nome di famiglia sul citofono. Non scherzo: la vecchia etichetta era sbiadita da tempo. Ci penso io, dissi credo nel 1997. Non ci ho più pensato né io né i miei per 20 anni.

Adesso non me ne importa niente dell’essere contro.
Disapprovo sempre l’omologazione culturale e la brandizzazione delle città: camminare per le vie centrali di Milano, di Parigi, di Copenhagen, di Berlino o di Budapest non fa differenza. Trovi sempre gli stessi negozi e le stesse merci. Ora a mano che non mi convincano che gli straccetti venduti da H&M – lo dico da acquirente straccione di quegli stracci – siano un prodotto tipico locale, io resto delle mie idee.

Penso anche però che la gente debba poter fare quel che le pare e scegliere cosa preferisce. Difendere e cercare qualcosa di alternativo è giusto e doveroso, inseguirlo a tutti i costi può innescare meccanismi perversi.

Per dire, la ricerca del buono, della qualità, del km 0 ci ha portato ad avere le paninoteche gourmet. È civiltà, questa?

Che a me dovrebbero spiegare se sull’hamburger ci metti strati di bacon, di mostarda, di cipolla indorata e fritta, di strutto, dell’anima de li ‘tacci del cuoco, per un totale di calorie pari al fabbisogno di una settimana, come fai ancora ad avere il barbaro coraggio di definirlo gourmet.

Comunque sono sempre pronto a cavalcare l’onda e lanciarmi in nuove iniziative. Quindi dopo l’invasione di locali bio, vegan, organic, io vorrei aprire una nuova attività: il ristorante anaerobico.

Lo sapete che l’ossigeno fa male? Sapete perché il ferro si arrugginisce? È il prodotto della combinazione, spontanea, del ferro con l’ossigeno, che insieme formano l’ossido di ferro.

Se una lastra di metallo può ridursi in pessime condizioni, pensate cosa può fare al cibo che ingerite! Noi mandiamo giù veleno! Condividete prima che cancellino!

Nel mio ristorante anaerobico potrete gustare il cibo come dovrebbe essere appena prodotto, senza la fastidiosa e imbarazzante intrusione dell’ossigeno.

Tempo di permanenza: dipende dalle vostre capacità di apnea.

Non è che devi far palestra per portare una famiglia sulle spalle

Ho un amico che l’anno prossimo ha programmato di sposarsi. Per esser sicuro ha prenotato non una ma due chiese, per due giorni diversi. Coscienzioso e pieno di rimorsi com’è mi chiedo come si sentirà poi a far dispiacere uno dei due preti dicendogli che non se ne fa più niente.

Mi chiedo anche come faccia a pianificare un simile evento e a pensare di stabilirsi qui, dato che lavora precario a 600 km da casa mentre la fidanzata è impegnata in un Erasmus+ all’estero e quando tornerà troverà pronta una beata ceppa di lavoro.

Ma penso anche che se uno ha la volontà le cose in un qualche modo s’aggiustano. I miei son i ragionamenti di quello che se ne sta lì alla finestra a guardare la gente che passa e commentare come una vecchia mai stata moglie senza mai figli senza più voglie.

Che a dir la verità io a metter su una famiglia ogni tanto è un pensiero che mi viene, ma è più come quando in un negozio di animali vedi un’iguana e pensi di volertela portare a casa, perché…beh in fondo perché non tu? Solo che un’iguana è un impegno a lungo termine, campa almeno vent’anni, devi pensarci a questo. Sei in grado di gestire un’iguana in casa quotidianamente per tutto questo tempo? Non è che puoi avercela a mezzo servizio o lasciarla lì nel suo terrario ad aspettarti.


Nota: con l’iguana non mi riferisco a una moglie ma proprio al concetto di famiglia; gestirne una è come gestire l’iguana.


È per questo che allora penso di ricorrere all’affidamento a distanza: il mio scopo è tenere i legami con un/un’ amico/a e adottarne la famiglia. Ad esempio, comprare i Lego al figlio per poterci giocare io o portar ai coniugi le birre a casa per potermele bere io.

Penso pure all’iguana convenga più così.

A proposito di iguane:

Non è che se non paghi le bollette puoi fare solo appuntamenti al buio

Test clinici dimostrano che sempre più persone si rivolgono ad applicazioni e siti di incontri per trovare partner (occasionali o meno). In gergo – forse non tutti sanno che – questi siti e app si chiamano “dating” perché tu gli lasci i tuoi dati per farci fare ciò che vogliono, ricevendo in ricompensa un po’ di amore e/o sesso (se ti va bene).

E chi sono io per non interessarmi all’argomento? Chi non sono io per interessarmi all’argomento? Chi siete voi e cosa ci fate qui?

La risposta a quest’ultima domanda è semplice: per avere consigli su come creare un perfetto profilo per avere successo su questi dating.

La foto
La foto è la componente più importante. La scienza dice che chi ha una foto cucca di più rispetto a chi la foto non l’ha. E, sempre la scienza dice, una foto preparata con cura che lancia i giusti messaggi cucca più di una foto scelta a caso.

Attenzione: la foto non deve dichiarare i propri messaggi in modo aperto. Sempre quell’impicciona della scienza dice che i messaggi che l’occhio non coglie ma il cervello registra sono quelli che più fanno breccia.

Osservate la foto che ho scelto per il mio profilo (forse non tutti sanno che anche se è frontale si chiama sempre profilo).

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Innanzitutto ho affittato una location adeguata per farmi questo scatto. Chi cerca un partner che dia sicurezza questo lo nota e lo apprezza: non sto ostentando il mio potere economico, lo dimostro in modo sottile.

L’ambiente grezzo ma genuino mostra il mio carattere: non sono diverso da come mi mostro, di me ci si può fidare.

La posa. Sono operoso (la ramazza) e al tempo stesso gaudente e rilassato (il bicchiere di vino). Dimostro di essere una persona che lavora ma che sa anche godersi la vita.

Il fatto che io sappia usare la scopa serve anche da messaggio subliminale per un volgarotto gioco di parole intuibile ma che non sto qui a spiegare: in questo modo sono allusivo ma non apertamente, perché l’uomo che sa alludere senza essere volgare in modo dichiarato ha quel giusto mix di malizioso e intrigante che piace sempre.

L’outfit. La canottiera dimostra che sono una persona legata ai sani valori della nostra tradizione, che le nostre madri prima e le nonne ancora prima ci hanno tramandato. L’uomo che tiene alla famiglia riscuote sempre successo, perché è considerato serio e responsabile.

Attenzione, però: la canottiera di lana di capro effetto Vergine di Norimberga come quella dei nostri nonni darebbe segnali negativi. Sa di vecchio, di antiquato. Una donna non vuole un vecchio ma un uomo che sa mantenersi giovine. È per questo che ho scelto del cotone elasticizzato nero, mostrandomi sportivo e casual.

Il jeans strappato potrebbe significare tante cose: mi sono inginocchiato a cambiare una gomma, ho un animale esuberante in casa, prego molto. Ognuna potrà vederci quel che gli pare, perché bisogna sempre lasciare un po’ di spazio alla fantasia altrui: non si può mica servire la pappa pronta al prossimo.

La presentazione
La presentazione a corredo del profilo deve essere accattivante, un po’ misteriosa, non noiosa, divertente ma non da buffoni, umile ma presuntuosa, non lunga ma non un telegramma. Deve dire e non dire, incuriosire chi legge spingendolo a voler andare oltre e conoscere la persona che c’è dietro quelle parole. Si può anche utilizzare qualcosa di non scritto di proprio pugno ma tratto da un libro, un film, un’opera teatrale eccetera. Vale sempre la regola di essere originali: basta con Oscar Wilde e il Piccolo Principe!

Nel mio caso ho utilizzato una citazione che ben mi descrive: le avvertenze nel manuale di istruzioni di una cappa aspirante da cucina.

Il presente dispositivo non è stato progettato per essere utilizzato da persone prive di esperienza o conoscenze adeguate, a meno che non agiscano sotto la supervisione di una persona responsabile o che da essa abbiano ricevuto istruzioni relativamente all’uso del dispositivo.

Spero che questi pochi consigli che mi sono umilmente permesso di elargire vi possano essere utili con questi fatti di dating!

Non è che se conduci le pecore in modo polemico sei un pastore protestante

Per la serie Una cosa non divertente che spero di non fare mai più, per lavoro ho avuto un colloquio con un prete.

Mi sono recato sul luogo dove esercita, la chiesa del “Buon Pastore”. Un nome che richiama umiltà.

La chiesa è di recente costruzione, delle umili dimensioni di una cattedrale. Il sagrato si estende quanto tre campi da pallacanestro affiancati in modo umile. Ulivi secolari piantati lì dopo l’inaugurazione fanno placida mostra della loro umiltà.

A corredo, ai lati della struttura si ergono due umili statue di bronzo 1:1 che raffigurano Kareem Abdul-Jabbar e Sandra Bullock. Quando mi sono avvicinato ho visto poi che erano Padre Pio e Madre Teresa.

Su un muro perimetrale ci sono cartelli che invitano a scegliere la vita e la famiglia. E forse anche un maxitelevisore del cazzo (cit.).

Un altro cartello invece ricorda che “Il consumismo ti consuma”. Santa Bullock annuiva compiaciuta.

La collaboratrice che era con me, del posto, mi ha raccontato che tale umile prete è una celebrità: lo invitano in giro perché dove va lui si crea pubblico e quindi lui funge da richiamo come guest star per manifestazioni politiche, sociali, religiose.

Per parlare con lui c’era una lunga fila. Quando finalmente stava per arrivare il nostro turno, due donne che eran dietro di noi hanno chiesto di passare avanti. Ho spiegato che la mia fosse una missione – non per conto di dio – di tre minuti cronometrabili, davvero.

Non sembravano convinte.

Una delle due ha poi chiesto, rivolta a entrambi:

– Ma voi siete madre e figlio?
– No…anche se potrebbe essere, lui – indicando me – ha l’età di mio figlio
– Ma siete comunque parenti?

Ero tentato, purtroppo non ero così in confidenza con la persona che era con me da farla prestare al mio gioco, di replicare con umiltà

– No, io sono il suo toy boy e ora vogliamo la benedizione per la nostra unione prima di scappare insieme a Santo Domingo.

Il prete ci ha accolti nel suo ufficio, umile quanto lo Studio Ovale della Casa Bianca.

Il nostro colloquio è durato realmente tre minuti – mantengo le mie promesse -, nei quali ho dovuto vincere la sua resistenza iniziale in quanto, a detta sua, “Non abbiamo mai ricevuto un supporto da voi”. Ci è voluta tutta la mia umiltà per convincerlo a darmi ascolto e portare a casa il risultato che mi ero posto.

Spero questa breve parabola possa illuminare la via per l’umiltà a quanti mi leggono.

Non è che l’estetista pignola cerchi per forza il pelo nell’uovo

Ristorante, una ventina di anni or sono. In un tavolo più là c’è una famiglia, padre, madre e figlio.

Il padre scuro, la madre molto castana, il fanciullo rosso come Anna dai capelli rossi che è caduta nel succo di pomodoro.

Passa un cameriere che fa una carezza in testa al piccolo ed esclama, a voce alta

– Ué, e ‘sto rosso da dove è uscito?

Io sono sicuro che tutti i presenti avranno rivolto qualche irriverente pensiero alla fedeltà della signora.*

Mi son sempre chiesto chi stesse sbagliando: il cameriere che son certo volesse fare lo spiritoso o chi si mette a pensar male? Si dice che Malizia sia sotto le ascelle di chi lo spruzza, quindi…


* In realtà questa mia sicurezza su cosa possano aver pensato gli altri potrebbe anche essere tutto frutto di una mia errata “lettura del pensiero”, avendo la pretesa di capire cosa pensano gli altri sulla base di ciò che io stavo pensando. Pur avendo 10 anni, pensai infatti a) il padre non è il vero padre; b) è stato adottato. Non mi sfiorò l’idea di qualche gene nella famiglia che avesse prodotto il piccolo rosso, anche perché non ne sapevo nulla di genetica, ovviamente. Fino a poco tempo prima credevo che chi aveva i capelli neri fosse semplicemente stato di più al sole rispetto ai biondi.


Mi ha sempre un po’ incuriosito la genetica sui colori dei capelli e degli occhi.

Rimasi colpito nell’apprendere che il biondismo è in via di estinzione. Il biondismo puro, intendo. Il prudore erotico della maggior parte dei maschi mediterranei che tra qualche decennio non potranno più raccontare di quella volta in Riviera di quella tedesca che era bionda sopra sotto e anche ai lati – ho visto che in Germania va molto l’ascella col pelo – perché non ce ne saranno più.

Biondismo pubico


Saranno 20 anni, cioè da quando io ricordo di averle sentite per la prima volta, che sento raccontare queste favolose storie sulle tedesche in Riviera, ma di sicuro tali epici eventi narrati dai rapsodi delle spiagge affondano radici nei decenni precedenti.

Considerando quindi tutte le tedesche che in almeno mezzo secolo dovrebbero aver ceduto al fascino dei viveur nostrani, le nuove generazioni tedesche dovrebbero parlare italiano. Altro che biondismo, dovremmo aver estinto il popolo teutonico.


Un mio rammarico riguarda il fatto che se in futuro avrò un figlio non credo possa avere colori degli occhi/capelli diversi dal nero/castano scuro, almeno a giudicare come si presentano tutti i rami della mia famiglia.

Certo, ciò eviterebbe commenti da parte di camerieri simpaticoni: ma gli si può sempre rispondere

– Ué, e invece da dove è uscito ‘sto coglione?.

Non è che il colmo dell’ornitologo sia avere la moglie che fa la civetta

Di quei mercatini natalizi ricordo che inseguivo l’odore di vino caldo e di saponi francesi. Confesso di avere un debole per i saponi molto profumati. Solo da usmare, però, e non per uso quotidiano, preferendo in quel caso fragranze più neutre. Ho un debole anche per odori di-vini, ma questo non debbo giustificarlo.

In questa foto di qualche giorno fa mi esibisco nel numero del bicchiere di vino che appare dal nulla.

Ci imbattemmo in uno stand di gioielleria artigianale varia e l’attenzione di entrambi cadde su delle spille colorate con fattezze da gufo. Alle donne non ho mai capito perché piacciano tanto i gufi. Ai tifosi di calcio invece no.

Tornai il mattino dopo, da solo, per acquistare quella spilla.

Non sono mai stato avvezzo ai regali, né a farli né a riceverli. In famiglia sono anni che nelle feste comandate non ce li scambiamo. Salvo poi celebrare i genetliaci con un pranzo fuori porta. Il che, dal mio punto di vista, è un’attività molto più gratificante, sia per il festeggiato che per i festeggianti.

Al contrario, quando ho attenzione particolare verso qualcuna tendo a far regali anche al di fuori di date precise. Soprattutto quando sono in viaggio, ho piacer nel portar con me al ritorno un segno tangibile del fatto che, dovunque io mi trovi, qualcosa lì sul posto mi ha fatto ricordare quella persona.

È un atteggiamento che può risultar forse eccessivo. A me viene spontaneo e naturale.

La spilla pensavo di tenerla da parte e aggiungerla al regalo di Natale, visto che mancava non molto. Al momento di congedarci – in mezzo a una nebbia che pareva David Copperfield e faceva scomparire un intero aeroporto – io non riuscii però a resistere e le consegnai il gufo. Quell’oggetto in fondo non era mio, aveva il suo nome sopra. Nel momento in cui lo avevo acquistato io ne ero solo il tramite incaricato per la consegna alla persona cui era destinata.

Forse il gufo, tempo dopo, mi gufò.

Abbiamo tutti una vocazione, ne son convinto. La mia sarebbe stata quella di fare il postino o il corriere. Avrei potuto soddisfare i miei bisogni di far consegne senza però lo stress di coinvolgimenti emotivi.

Non è che il sarto parli con un filo di voce

Oggi sono stato a casa dal lavoro.

Una frase che non mi suona corretta. “dal lavoro”, come se il mio posto solito di appartenenza debba essere il lavoro e tutto il resto delle mie attività siano un’alternativa al lavoro e qualunque altra cosa io faccia sia lontana “dal lavoro”. È questo che il capitalismo e i Carlo Conti della società vogliono farci credere, insieme al fatto che la cellulite sia una malattia e che il foglio di alluminio si debba usare col lato opaco all’interno o forse era il contrario.

Oggi quindi ero a casa.

Dieci minuti dopo aver avvertito BB (non Brigitte Bardot), il Tacchino mi ha scritto un messaggio. Ciao, puoi lavorare da casa?.

Gli ho telefonato con la mia voce del moribondo. La voce del moribondo è una cosa che nasce nel petto e matura nella laringe prima di esprimersi all’esterno. È importante la fase di maturazione laringea, la voce deve invecchiarsi il giusto per dar la sensazione desiderata.

Esistono vari livelli di moribondo, a seconda del tipo di malanno che ci si vuol attribuire.

– Livello discorso di compunto cordoglio generalista politico: una lieve indisposizione;
– Livello cantante improvvisato che al karaoke si cimenta con Rino Gaetano e si risveglia il giorno dopo con la raucedine: febbre/mal di gola;
– Livello Barbara d’Urso che commenta la tragedia di una famiglia sterminata da un editoriale di Selvaggia Lucarelli: malaria/tubercolosi;
– Livello calciatore rantolante sul manto erboso che si tiene una mano sul volto e una sul ginocchio sbagliato perché quello colpito è l’altro: prossimità alla morte.

Dicevo, gli ho telefonato dicendo che ero malato avendo un gomito che mi faceva contatto col piede e un attacco di congiuntivo da cui cercavo di guarire assumendo compresse di Cremonini e che, no, non potevo lavorare da casa non avendo accesso al server, perché non server a nienter.

Essendo lui un individuo che ha l’ansia come uno che per l’ansia che si rompano i preservativi durante l’atto li rompe lui stesso prima per tranquillizzarsi, mi ha detto Bene allora manda una mail a tutti in cui spieghi i progetti in corso le cose da fare e bla bla bla.

Io ho scritto alla Castora su Skype due righe velocemente e poi ho spento tutto e mi sono rimesso sotto le coperte a giocare con lo smartphone e ad autodiagnosticarmi dell’olio di palma su Google.

Oggi, comunque, ho fatto una scoperta: la casa durante la mattinata fa dei rumori diversi.

Sono abituato ai rumori di casa mia – scricchiolii, mobili che “tlaccano” (cioè che fanno tlac) – ma sono i rumori della sera o i rumori del weekend. I rumori della mattinata non li avevo mai ascoltati o non ci avevo fatto caso mai per bene.

All’inizio al primo rumore improvviso mi ero preoccupato e stavo quasi per sparare, ma non conosco le leggi ungheresi in materia e, oltretutto, anche se fuori era nuvolo c’era comunque luce.

Anche voi avete scoperto le vostre case fare rumori diversi quando le avete sorprese in orari non abituali?

Non è che se ti chiedono “Parti?” tu rispondi “Festa!”

Ho deciso che per maggio me ne andrò da qui.

Approfittando di un breve ritorno a casa per le vacanze pasquali, comincio a impacchettare e portare indietro alcune cose. Tanto per iniziare, porto via ciò che ha allietato varie mie sere solitarie.

Non i porno. La Playstation.

L’idea di andare via era da alcune settimane che mi circolava in testa. Pensavo fosse un’emicrania. Poi gli ultimi eventi hanno accelerato i miei pensieri.

Non sono tipo da credere ai segnali dell’universo e cose di questo tipo: figuriamoci, se mi dicono karma io rispondo e sangue freddo, daje.

Ma in questa mia seconda esperienza pestese ci sono stati vari inconvenienti che mi lasciavano capire che qui non fosse più posto per me.

Appena sono arrivato, delle sneakers in perfette condizioni si sono sfasciate. Poi due jeans si sono bucati al cavallo. Ho trovato un bell’appartamento, in una zona molto bella. Dopo poco, la casa ha iniziato a picchiarmi: spigoli e ante mi tendevano agguati. Internet è andato ko per una settimana, poi la lavatrice mi ha allagato il bagno, qualche settimana fa il boiler è defunto lasciandomi per una settimana a godermi docce fredde che mi hanno ridotto la libido ai minimi storici. Una porta chiusasi all’improvviso mi ha donato il dito luminoso di ET. E proprio questa sera, mentre ripensavo a tutto ciò, un fusibile si è bruciato nel palazzo lasciandomi senza elettricità.

E non dimentichiamo che sono stato vittima di abusi da parte di un medico magiaro.

Il lavoro è diventato una merda. Chiedo scusa per l’utilizzo della parola “lavoro”. La Castora mi ruba le attività, neanche a una mail sono più libero di rispondere. Lei è strabordante come quella decima di petto che si ritrova. Deve estendere il proprio dominio su ogni cosa. Se fossi ancora vergine anche quello probabilmente mi ruberebbe.

Quando parlo con altre persone – espatriati come me – delle mie perplessità sul rimanere, sembrano non condividere. Alcuni dicono Che vai a fare in Italia, è un Paese fallito.


Detesto gli espatriati che parlano male dell’Italia come un Paese fallito, così come detesto quelli che sono in Italia e parlano male degli espatriati come dei falliti. In generale detesto la gente che parla male degli altri, per questo mi sento autorizzato a parlar male di loro come dei falliti.


Costoro però si trovano in altre situazioni. Hanno un lavoro avviato e/o un partner qui. Alcuni hanno messo su famiglia. Un tizio che conosco va a giocare a calcetto con Rocco Siffredi. In generale, hanno un’àncora qui. Io non ancora. E probabilmente mai.

Conosco anche casi di persone che invece sono tornate indietro. Il lavoro non li soddisfava sessualmente, non hanno trovato ciò che cercavano – una pornostar ungherese come moglie – oppure il loro compagno è fuggito con una giraffa.

Ho provato a lottare contro le mie cattive sensazioni. Mi sono guardato allo specchio e il tizio di fronte a me ha risposto Ma dici a me? Ma dici a me? con tono risentito.

In effetti, perché dovrei lottare contro me stesso quando non sento più motivazioni per restare?

A giugno dell’anno scorso quando andai via da qui ero molto triste. Piansi. Il cielo era grigio e cadevano goccioloni di pioggia sporca, ad accentuare la malinco-noia di quel giorno.

Oggi, invece, per citare dei filosofi metropolitani di cui allego video didattico, Dal cielo mi cadono le palle e i pantaloni si son rotti (!!):

Non è che il tipo morigerato dopo una corsa si asciughi il pudore

Una volta, più di 10 anni fa ma meno di 15, quando chimica era ancora la fame e non la scia, mi trovavo seduto in compagnia di una ragazza sotto un’estremità del porticato dell’emiciclo di Piazza Plebiscito, in una serena giornata di primavera con poche nuvole sparse che disegnavano genitali nel cielo.

Ci si scambiava dei baci, anche se forse scambiare non è il verbo adatto, giacché lo scambio presuppone che uno dia e l’altro riceva e a sua volta poi dia, mentre lì sembrava difficile discernere consegna e ricezione, diciamo che forse più che uno scambio era una condivisione del bacio anche se poi a questo punto bisognerebbe capire a chi appartenesse realmente il bacio che veniva compartito.

In ogni caso, era una semplice questione di protrusione di labbra con allontanamento graduale dei corpi dal collo sino al bacino, giacché ogni tentativo da parte mia verso un ulteriore contatto esplorativo si risolveva come in un noto film di kung-fu: Cinque dita di violenza. Direttamente sul mio volto.

A un certo punto si avvicinò un uomo di mezza età, aveva l’aria di un addetto di qualcosa e indossava quel che sembrava un abbigliamento da sorvegliante o custode e in effetti il suo atteggiamento paternalista sembrava proprio da custode anche se non mi era chiaro cosa custodisse, se la piazza, l’emiciclo o la basilica o se fosse soltanto un mitomane giacché non mi è mai stato noto che la zona fosse sotto custodia. Sbucò lateralmente rispetto a noi dicendo Ragazzi qui non potete stare, ci sono dei bambini e noi ci guardammo in faccia un po’ perplessi ma ci alzammo e ci allontanammo in virtù di quella che era una rispettosa obbedienza verso gli adulti che a entrambi era stata inculcata come educazione.

In effetti poco lontano al centro della piazza c’erano dei fanciulli, impegnati nel bambinare con biciclettine e palloni.

Forse era stato giusto il richiamo del custode, anche se per me no in quanto stazionando lateralmente e in ombra sotto i portici avevamo avuto il buon senso di non esporci troppo alla vista, inoltre io, fossi stato bambino, avrei avuto il buon senso a mia volta di pensare ai fatti miei. Tra i valori inculcatimi dai genitori c’era infatti un certo pudore e rispetto verso l’intimità altrui, laddove tale intimità non si presentava ovviamente come invadente e oscena.

Al di là di questo insignificante episodio, mi sono trovato spesso negli anni a riflettere su quanti si comportino da custodi di morale usando l’infanzia come pretesto per barricate contro a o contro chi. Dimenticando – forse in maniera dolosa – che i bambini sono spugne e assorbono chissà quanti comportamenti nocivi – di odio, discriminazione e quant’altro – messi in atto da tali custodi.

E ho ripensato a tutto ciò ieri, seduto in un ristorante giapponese di quelli con il nastro trasportatore, mentre attendevo impaziente che arrivasse verso di me un solitario roll al tonno che avevo adocchiato da lontano. Dall’altro lato del nastro, alla mia destra, c’era una famigliola composta da padre, madre e una bambina all’incirca di 7-8 anni. Quando il roll aveva già oltrepassato la famiglia e stava finalmente percorrendo la curva che l’avrebbe condotto verso il mio insaziabile appetito, la bimba si è sporta per prenderlo. Il padre è intervenuto bloccandola: No, rispetta lo spazio altrui e non invadere. La bimba ha quindi arrestato il proprio gesto ed è tornata al proprio posto.

Ho avuto il mio roll e avrei voluto ringraziare quel padre per avermi restituito un po’ di fiducia nell’umanità con quel suo comandamento. Rispettare lo spazio altrui penso sia tra i migliori e più semplici insegnamenti che si possano impartire eppure chissà perché sembra tanto difficile da condividere.

Io per esempio a volte non riesco ad aver rispetto degli spazi e ancora oggi finisce a kung-fu in faccia.

Non è che fare protesi dentarie non convenga perché sono lavori per-denti

Uno degli effetti collaterali – se vogliamo definirlo così – del tornare a casa è il rapportarsi di nuovo con i propri connazionali.

Non che io in Ungheria non lo faccia, anzi frequento soltanto italiani.
Si tratta, però, in genere, di frequentazioni volontarie e selezionate.

Tornare in patria invece reintroduce l’interazione occasionale e, in certi casi, obbligata. Nel senso che non vi si può sfuggire.

Capita così che, sull’aereo che mi riportava a Napoli dopo uno scalo a Roma, il mio vicino di posto fosse alquanto ciarliero.

Anche troppo.

Dopo alcuni convenevoli e commenti sul viaggio, da me incentivati in quanto tendo sempre a fornire un’impressione di me rispettabile e affabile, ha iniziato a raccontarmi la propria vita.

Lì è stato chiaro che quest’uomo, un odontotecnico napoletano ma trapiantato da vent’anni ad Alicante dove ha messo su famiglia, avesse un disperato bisogno di parlare.

Non fin quando mi ha parlato del clima di Alicante, secco e meno umido del nostro (che gli causava invece cefalee e sinusiti).
Non fin quando mi ha raccontato dei suoi ricordi d’infanzia.
Non fin quando mi ha raccontato di quanto i suoi figli siano svegli con computer e tablet.

Ma quando ha iniziato a parlar dell’odontotecnica.

Vedevo che durante questo discorso iniziava a infervorarsi. Sudava, tanto era preso dall’argomento, si sporgeva verso di me e si vedeva che il bracciolo gli era d’intralcio. Lui ormai era un fiume in piena e quella diga lo costringeva.

A un certo punto ho smesso anche di inserire intercalari come , Certo, Capisco, tanto lui andava avanti in automatico.

Mi limitavo ad annuire col capo, anche se in realtà erano colpi di sonno che mi sorprendevano.

Sono rimasto toccato quando lui, con un po’ di amaro in bocca e un principio di alitosi, ha parlato dei progressi dell’odontotecnica, che fa ormai uso di stampanti 3D e computer, laddove lui e pochi altri sono ancora degli artigiani che lavorano a mano, come residui di epoche passate. Degli odontosauri.

È lì, infine, forse ho colto il disperato bisogno di costui di raccontare del proprio campo, del mondo della protesi dentaria, di lasciare una testimonianza di sé, di…e poi siamo atterrati e la gioia è stata tale in me che ho smesso di seguirlo.

Alla fine si è scusato per la sua prolissità e verbosità, giustificandosi dicendo Sono poche le persone con cui parlare e che ascoltano…, certo, avrei aggiunto io, soprattutto se sono bloccate su un aereo dal lato del finestrino.

Sono però giunto alla conclusione che tutto ciò sia vero.

Viviamo in un’epoca di overdose comunicativa dove nessuno ascolta, in realtà.

È come avere più gente che scrive che gente che legge.
Più dj che frequentatori di locali.
Più musicisti che pubblico.

Le persone vivono in una solitudine comunicativa autoreferenziale.
Non so cosa voglia dire ma mi sembra abbia senso.

E allora, forse, la mia propensione all’ascolto è una merce rara.

Dunque io decido da oggi di metter a disposizione questo mio dono.
Parlate: io vi ascolterò.

A pagamento, con tariffa oraria a scatti di quarti d’ora.

No ore pasti e sonno, no volgarità, no politica, no religione. Tenere lontano dalla portata dei bambini.

No odontotecnici.