Non è che chiami il tuo cane Top Gun perché è un cane da caccia

Lei si rasa le sopracciglia a zero per esprimere la propria artisticità. Non ho capito che tipo di artista sia, comunque si definisce tale e le sopracciglia rasate fanno parte della figura da artista che si è creata. Lui è un trentenne emo, l’ultimo esemplare di emo probabilmente esistente. Un vero fossile vivente, un celacanto, guardato a vista da volontari del WWF per tenerlo al sicuro da bracconieri che vorrebbero cacciarlo ed esporne la testa in salotto.

Non era neanche la coppia più stravagante della festa dove ero presente sabato scorso, ma io mi ero focalizzato su di loro perché oggi, mentre parlavo con chi parlavo, ho avuto modo di ripensare a loro.

Lo spunto è una riflessione sul mondo dei cosiddetti normie: ora dovrei perdere tempo a spiegare chi siano a chi non sa, ma siccome credo che il futuro sia lasciare nel dubbio e nell’ignoranza – tant’è che ho intenzione di fondare un partito politico fondato su questi valori – darò spiegazioni a chi invece sa e le troverà superflue.


Il normie è in sostanza l’individuo social conformista, che non ha una opinione autonoma né uno stile che sente proprio, ma che si adegua agli standard correnti. Dovrebbe quindi essere l’antitesi di un non-conformista, in realtà oggigiorno i non-conformisti sono quelli che più si adeguano alla moda del momento. Prendiamo la sub-cultura ora dominante, quella Hipster: è composta da individui che, in modo fluido, si adeguano a degli standard ritenuti colti e non di massa. Molto probabilmente non capiscono neanche un cazzo di ciò che vedono, ascoltano, leggono, bevono, basta che però sia stato sdoganato dall’ambiente in cui nuotano.


In un mondo che si va popolando sempre più di normie, l’esemplare che ho visto alla festa è una perla rara. Un individuo che sceglie di fermare il cammino dell’evoluzione e riesce anche a sopravvivere, dribblando chi vorrebbe dargli la caccia!

Questa persona ha tutta la mia ammirazione e, anzi, in un mondo di conformisti non-conformisti che si conformano, io invito tutti a un moto di ribellione ripescando dall’armadio le cose più orrende che avete, retaggio di un passato vergognoso, e a esibirle con soddisfazione.


Dico a te, uomo col marsupio Invicta fluo che negli anni ’90 usavi per chiavi, sigarette, preservativi e quant’altro. Palesati!


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Non è che devi essere un rapinatore per fare colpo

È arrivato di nuovo quel periodo dell’anno. E io l’ho celebrato come al solito.

È uscito il nuovo film di Star Wars e sono andato a vederlo. Non mi dilungherò in recensioni, sarò anzi breve come Pipino detto il: questo film è merda. Anzi, è merda che caga merda. Merda seduta sul gabinetto che ne produce altra.

Pare che invece a tanta gente sia piaciuto tanto. Può voler dir tutto e niente il giudizio popolare, chiariamo. Rihanna ha venduto più dischi di Bob Dylan, figuriamoci.

Oppure la mia delusione sarà dovuta soltanto alla frustrazione nell’aspettarsi qualcosa che non si ripeterà mai più. Non ci sarà mai più un Impero che colpisce ancora. Il futuro non è altro che un tentativo di rileggere il passato. Il nostalgico cerca una realtà aderente a quella che ormai è solo una idea astratta.

Ho riflettuto sulle idee astratte in questi giorni in seguito a un episodio.

Due settimane fa durante una festa ho conosciuto una persona. Mio malgrado. A dirla tutta credo mi abbia teso un agguato. A inizio serata mi ha fatto:

– Ciao, tu sei?
– Gintoki. E tu saresti?
– Sono Clistera. Sono la sorella della festeggiata. Non mi hai vista ieri pomeriggio?
– No
– C’ero anche io
– Ah. No.

Sono simpatico come un sanpietrino.

Trascorsa un’ora o forse sessanta minuti in cui ho parlato a caso con persone a caso, Clistera, che avevo perso di vista, mi si è parata davanti, visibilmente alticcia:

– Senti però te la posso dire una cosa? Questa cosa della barba ha un po’ scocciato, insomma tutta questa moda e le camicie a quadri…cioè insomma dai…

Figurarsi se io possa aver voglia di conoscere qualcuno che esordisce in questo modo.

Figurarsi se io possa aver voglia di conoscere qualcuno in generale, in questo periodo. Mi trovo in una fase di pessimismo comico – non è un refuso, si tratta di una negatività tutta da ridere – in cui penso Ma tanto alla fine tutto ciò a che serve? Ah ah ah.

Clistera però mi ha trascinato in conversazione per svariate buone altre decine di minuti. Si rivelava una persona tutto sommato interessante e arguta. Poi ci siam salutati e pensavo di non rivederla più dato che ha residenza molto ben oltre la Linea Gotica.

Gli amici nei giorni successivi hanno cominciato a punzecchiarmi sostenendo che, in base a dei segnali che avevano colto, avevo fatto colpo. Io ero dubbioso. Non sono mai stato avvezzo a pensar a me stesso come uno che fa colpo. Mi ritengo certo mediamente nella media degli uomini medi come gradevolezza media, ma se mi dicono che faccio colpo rispondo con Chi, io? No forse ti sbagli, non ero io e poi si trattava solo di cene eleganti.

Ho comunque iniziato a riflettere su questa cosa e pensare che tutto sommato se fosse ricapitata mai l’occasione di interagire con costei avrei cercato di capirne un po’ di più.

Quando rifletto tendo sempre a configurarmi diversi scenari – con tanto di trama ed effetti speciali inclusi – in una scala di opzioni che va da Olocausto Nucleare a “Io sono Iron Man”.

Ieri sera ho rivisto Clistera. Scoprendo che da sobria è una persona non affatto così simpatica e piacevole – e a tratti anche noiosa – come da alticcia (e come nei miei scenari). E ha anche detto Io sono astemia. Bevo solo alle feste*.


* Pensavo fosse una presa in giro ma la sorella mi ha confermato che è astemia. A parte le feste, ovviamente.


È come dire Sono vegano, mangio carne solo alle grigliate. Sono juventino, tifo Napoli solo allo stadio. Non mi piace la figa, ci scopo perché c’è.


Quest’ultimo paragone forse è un po’ inesatto e inappropriato e me ne scuso se ho urtato la sensibilità di qualcuno. In realtà, contrariamente a ciò che si crede, agli uomini la figa non piace. Piace solo perché c’è, ma se non esistesse riuscirebbero a immaginarla? E la immaginerebbero a forma di figa come attualmente è? Io non credo. I giapponesi, che non sono stupidi, pixellano infatti le parti intime nei porno proprio per permettere allo spettatore di immaginare come meglio crede e proiettare su quei pixel la propria personale visione e liberarlo dalla schiavitù della figa.


Infatti il Giappone è il paese dove si fa meno sesso al mondo.


Il punto del mio disappunto è però un altro: in base a cosa questa persona potevo ritenere valesse la pena parlarci? Non la conoscevo affatto. L’immagine che ne avevo era una proiezione di una idea astratta che mi ero fatto nei giorni successivi il primo incontro.

Come mi succede con Star Wars. Al cinema io in realtà non vado a vedere Star Wars. Vado a cercare l’idea di quei tre episodi storici (IV, V e VI), che non rivedrò mai più e che a dirla tutta non erano neanche così perfetti.

Ne Il ritorno dello Jedi c’erano gli Ewok. Palle di pelo pulciose che ridicolizzano dei soldati imperiali. Non ci si rende conto appieno di quanto sia ridicola questa cosa perché si vede solo ciò che si vuol vedere.

Allora forse anche i miei ricordi del passato, di un’estate, di un inverno e di un’estate ancora fa con altre persone non sono altro che un vedere solo ciò che si vuol vedere.

Quindi ho deciso che non vedrò mai più Star Wars.

Tranne quando uscirà un nuovo film o quando in tv lo ritrasmetteranno o quando qualcuno mi inviterà a una maratona casalinga di film di Star Wars.

Il Vocaboletano – #11 – Ammuccarsi

Se qualcuno vi dicesse che questa è l’ultima puntata del Vocaboletano e voi gli deste credito, beh, vi sareste ammuccati una bufala!

Il Vocaboletano portato avanti da me e crisalide invece cresce con nuovi termini e prosegue (le puntate precedenti sono disponibili qui), con una novità: oggi tento l’esperimento di inserire anche l’audio, per far comprendere meglio l’uso dei vocaboli.

Oggi parliamo di ammuccare (o ammoccare), molto più spesso utilizzato nella forma riflessiva ammuccarsi.

Non ha nulla a che fare con le mucche: viene dal latino ad+bucca, dove poi la d e la b sono diventate delle m. Ha lo stesso significato dell’italiano imboccare, ma nell’uso dialettale ha assunto un senso figurato, riferito al mettere in bocca le parole agli altri.

Bisogna fare però attenzione! Chi si ammucca qualsiasi cosa gli venga detta è considerato un ingenuo, un credulone. Ammuccarsi, infatti, significa prestar fede alle fandonie altrui.

Il senso metaforico è chiaro: è riferito all’atteggiamento del sempliciotto che, restando a bocca aperta di fronte alle ciance altrui, si “pappa” senza fiatare ciò che gli viene servito.

Ascolta l’audio

Ad esempio la mia collega, CR, è una che se legge su internet che i semi di pompelmo aiutano a sgonfiare il girovita – non mi è ben chiaro come vadano assunti, se ingeriti interi, sniffati in polvere o inseriti per via rettale – lei si ammocca la cosa senza considerare se siano indicati nel suo caso e senza alcun tipo di esame che non sia l’autodiagnosi tramite Google.

Esiste però un altro significato che lo slang giovanile ha dato al verbo ammuccarsi.

In senso stretto indica infatti l’atto del baciare. Ma può anche intendere l’appartarsi per pomiciare: se, durante una festa, non vedete più un paio di persone e chiedete in giro che fine abbiano fatto, qualcuno vi risponderà che “Si sono ammuccati/Sono andati ad ammuccarsi”.

Ascolta l’audio

In senso ancor più esteso può riferirsi al concludere con successo una corte serrata. Un gruppo si amici potrebbe chiedere al soggetto in questione “Allora, alla fine ti sei ammuccato con quella?”, per la cui traduzione mi affido agli Elio e le Storie Tese: Allora come è andata con la tipa? Hai pucciato il biscotto o almeno hai limonato?.

Ascolta l’audio

Il soggetto potrebbe anche raccontar una balla e gli amici finirebbero per ammuccarsi una storia di ammuccamento.

Alla prossima puntata e non vi ammuccate bufale!

Non è che la pasticcera sia una ragazza complicata perché è con-torta

Oggi CR mi ha convocato in sala riunioni.
Definita così può sembrare chissà quale ambiente importante: è una semplice stanza con un tavolo ovale di truciolato e un gagliardetto dell’UE posto a decorazione che viene sempre spostato perché dovunque sta rompe i maglioni. Un po’ la metafora dei rapporti degli Stati con l’Unione oggigiorno.

Entro e trovo i colleghi schierati, un posto libero per me a capotavola e una torta che mi attende.

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Proprio una torta con i baffi, non c’è che dire!

Il disegno coi gatti rappresenta tutta i componenti della compagnia.
È stato poi ultimato con altri ritocchi e io son diventato azzurro in omaggio ai miei interessi partenopei. Ho le zampe sporche per la mia tendenza un po’ pasticciona.

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Sia il disegno che la torta son stati fatti da CR.

Essendo nota la mia golosità di torte al cioccolato, nella propria creazione CR ha aggiunto una massa tale di cacao che la torta aveva la densità di una nana bianca.


Che non è una ragazza caucasica di bassa statura, ma una stella di ridotte – in relazione astronomica, ovviamente – dimensioni e dalla scarsa luminosità ma caratterizzata da una massa molto compatta e una densità incredibile.


Si è raccomandata di non tagliarla giusto a metà altrimenti si sarebbe liberata l’energia di una fissione nucleare come quando si spacca un atomo di uranio-235.

Mi è venuta un po’ di commozione. Cerebrale, perché per sbaglio CR m’ha dato una gomitata in testa mentre si voltava.

Il motivo di questa celebrazione è l’avvicinarsi del mio addio alla compagnia.
La festa di addio – festa perché finalmente tra poco non ci saranno più danni a suppellettili o attrezzature a causa dei miei poteri distruttivi da Deathtouch – è stata anticipata a oggi in quanto CR il 18 va in vacanza e tornerà soltanto quando io sarò già andato via; il 16 è festa in quanto lunedì di Pentecoste e il 17 verrà da Bruxelles il Capo dei Capi. Che non è un boss della mafia anche se da come lo descrivono in me si è figurata questa immagine.


Che non vedrò più CR a breve un po’ non mi dispiace, in quanto dopo il mio sogno erotico ogni tanto mi torna sempre un po’ di imbarazzo. Ho una porzione di cannelloni nel congelatore che consumerò soltanto quando sarà già andata via: non vorrei mai sentirmi dire “Fammi provare il tuo cannellone”.


Tornando a casa riflettevo sul fatto che dovunque ho lavorato mi sono fatto benvolere e ho lasciato un buon ricordo di me.

E ogni volta non riesco a spiegarmelo. Io, così schivo – mi faccio schivo da solo, a volte – e anche così strambo quanto un articolo di Focus.


Focus è la mia rivista preferita. Spesso propone dossier lisergici del tipo “Il mestiere più puzzolente del mondo: annusatore di peti”, oppure “2030: produrremo energia elettrica strofinando scarpe di gomma sulla moquette e accarezzando gatti contropelo”¹.


¹ A scanso di equivoci, questi titoli li ho inventati io ma non sarei così sicuro che un giorno non possano far la loro comparsa sulla rivista.


Ma in fondo i gatti si fanno saper apprezzare.

Mi sembra strano, se ci penso, che siano già passati 6 mesi da quando sono a Budapest e che ora me ne dovrò andare.

Questo posto mi è diventato familiare.
La lingua un po’ meno. In compenso però mi sono dato l’obiettivo di imparare tutte le parole uguali all’italiano che terminano con -kus (leggasi cush):

– automatikus
– elektronikus
– rusztikus
– szimpatikus
– szintetikus
– tipikus


La z dopo la s è muta.


Gli ungheresi non sanno che le parole sono simili in italiano e quindi pronunciandole desterete la loro ammirazione per la vostra conoscenza della lingua. Un ottimo trucco per intrattenere piacevolmente gli astanti per cinque minuti.


Accertatevi prima che non ci siano persone intorno che conoscono l’italiano.


Paganini non ripete: per questo va male alle interrogazioni

Oggi ho iniziato oggi a dare ripetizioni a un ragazzino. “Ragazzino” è fuorviante, ha 17 anni. Ma credo che l’età biologica e quella reale non coincidano: il mio discepolo dipende in tutto e per tutto dalla madre e non è in grado di studiare in modo autonomo.

Insomma, non esiste – secondo me – che uno studente al quarto anno di liceo abbia ancora bisogno dell’aiuto della madre per studiare, che gli sottolinea il libro o che accorre alle 2 di notte perché lui la sveglia dicendole che ancora deve finire i compiti.

Il meteorologo: tra i pochi giustificati ad avere la testa fra le nuvole

Il ragazzo è sveglio e intelligente, fa domande argute, ma ha la mia stessa sindrome: il deficit di attenzione. Se sta da solo su una pagina aperta, non avanza d’un rigo perché poi si distrae a pensare alla riproduzione dei lepidotteri giganti dell’Amazzonia. Se deve svolgere un compito, due minuti dopo lo abbandona e si mette a fare altro. Quelli come noi ci impiegano di più a fare una cosa, perché siamo cattivi amministratori del tempo. A volte ci incantiamo a pensare ad altro.

Tra parentesi, mentre ero a metà di questo post mi sono alzato e sono andato a giocare col gatto. Così, perché mi girava.

Tornando a noi, più che di uno che gli insegni qualcosa, lui ha bisogno di uno che gli stia accanto e lo pungoli. Uno dei suoi problemi è che non ripete e che non ha proprietà espositiva, quindi oggi abbiamo provato a lavorare su questo, ragionare insieme, fare esempi. Il tutto senza paracadute per me, perché mi aspettavo di partire con storia e invece abbiam fatto filosofia, in cui mi trovavo molto arrugginito.

Aggiungiamo che non ho mai dato ripetizioni in vita mia, tranne che a me stesso ma senza frutto perché non faccio altro che ripetermi di fare o non fare delle cose e puntualmente non faccio delle cose che dovrei fare o faccio delle cose che non dovrei fare. Chiaro, no? Sennò ripeto.

La madre durante la lezione ci ha lasciati soli, ma credo di tanto in tanto prestasse orecchio dietro la porta. Mi ha fissato un altro appuntamento, quindi presumo sia soddisfatta. Il ragazzo non lo so, la scena finale si è svolta così:
– Quindi lei quando è libero?
– Io fino a domenica son qui.
– Allora potremmo fare venerdì. Oppure sabato, che dici, T. (rivolta al ragazzo)?
– … (il ragazzo fissa il vuoto)
– Allora va benissimo, facciamo venerdì. Ma lei è libero anche di mattina?
– Venerdì sì.
– Allora potremmo fare venerdì mattina che è festa a scuola. Va bene, vero, T.?
– …(il ragazzo fissa di nuovo il vuoto ma non si sa se è lo stesso di prima o ha trovato un altro vuoto da contemplare)
– Va bene, allora venerdì alle 10:30. Poi ci penso io a svegliarlo e farlo stare in piedi.

Nel frattempo io debbo rimettermi a studiare e non trovo più i miei libri del liceo.

Trasformazioni o cose di karma e sangue freddo

Al liceo era alquanto sbruffone e arrogante.
Non era un bulletto, ma amava far battute stupide e scherzi. Si riteneva molto simpatico. La sua simpatia a volte poteva danneggiare l’intera classe, come quelle volte che ci si beccava note sul registro o interrogazioni a sorpresa a raffica a causa delle bravate sue e dei suoi due sodali durante il cambio degli insegnanti.

Nonostante una simpatia discutibile, con il nucleo consistente della classe era in confidenza, tanto da partecipare alle loro feste. Feste dalle quali noialtri eravamo esclusi in quanto personaggi poco interessanti. Comprendo che fosse più interessante chi dimostrava di poter produrre eruttazioni senza coca cola o altra sostanza ruttodopante, sono abilità che fanno invidia. Io però so arrotolare la lingua a U, solo che non me ne sono mai vantato, mannaggia.

Ricordo quando al terzo anno si mise con una della stessa sezione ma di un anno avanti.

Al quarto anno fu sospeso tre giorni per aver abbandonato l’edificio scolastico un’ora prima, solo per saltare l’ora di religione. L’aveva fatto altre volte ma in quell’occasione fu, come si suol dire, sgamato. Cambiò scuola, o meglio, la famiglia gli impose di andarsene in un paritario.

Non mi dispiacque affatto. Chi è causa del suo mal….

Capita oggi che, per conoscenze comuni, ci si ritrovi a frequentare lo stesso giro e quindi ci si incontri per strada o a casa di un amico di entrambi. Sta ancora insieme a quella ragazza, si sono sposati e ora hanno anche un bambino.

Tutte le volte che l’ho visto non ho potuto far a meno di notare una cosa. Parla poco e niente e ha sempre lo sguardo da cane bastonato. A volte lo vedi seduto con la testa leggermente bassa e il busto curvo. Non è l’anima del gruppo, non fa battute, non socializza. Ad una festa si presenta giusto per presenziare, sta in disparte e poi scappa via molto presto. È chiaro che, essendo un padre di famiglia, non possa a 29 anni mettersi a fare la vita di un 18enne e stare fuori tutte le sere sino alle 4 del mattino. Ma la vita non è fatta di estremi.

Una persona che conosco, amica della sua famiglia, ha incontrato di recente lui e la moglie. Per tutto il tempo ha parlato solo lei, seppur tra la mia conoscente e la suddetta non ci sia confidenza, anzi non si conoscono affatto.
“Stiamo parlando di tuo figlio, di’ qualcosa anche tu!” pensava la persona che li ha incontrati. Invece nulla.

Mi hanno detto che a casa porta lei i pantaloni.
Non fatico a crederlo, dato che è lei a mantenere la famiglia mentre lui è ancora all’università.

Come è strana la vita.

Fammi da antidolorifico ai dolori intercostali

Il titolo è stato rubato, non è opera mia

Ottobre per me è già finito. Siamo in Ottembre. Ottembre è l’odore di plastica e polvere dell’interno dell’auto quando avvio l’aria calda, Ottembre è un gatto sul marciapiede con le zampe raccolte sotto la pancia e il pelo arruffato, Ottembre è una pianta di pomodori piegata su sé stessa a proteggere quattro frutti color senape che non vogliono cadere.

Il giubbetto di mezza stagione è tornato nell’armadio dopo aver con onore svolto il proprio ruolo di oggetto di scena. Il freddo è qui, lo sento addosso. D’accordo tu sei calda là sotto, ci mancherebbe, come cantavano gli Zen Circus. Io invece ora avverto questa aria fredda che sale nel naso e scende nella gola, la vorrei comprimere e farne delle caramelle di ossigeno e monossido di carbonio urbano per anestetizzare le sensazioni, perché credo che qui siamo tutti un po’ agitati.

Aspettando l’IS, l’ES e O’MALAMAMENT noi tutti saremo a salutare le psicosi di un Cristo che si ferma a benedire l’Ebola, investendo qualche bonus statale per fare una festa che poi condivideremo fotografandoci tutti insieme con i nostri smartphone. È meglio non pensar al domani, spendiamo questi euro oggi e beviamoci su.

La scienza ci ha ingannati. È un anno intero che si parla di una imminente tempesta magnetica solare che avrebbe mandato in tilt satelliti, telecomunicazioni, radar. E io delle volte mi sveglio sperando che sia il giorno buono per trovare spento per qualche ora tutto e vedere com’è fare senza. E invece non accade nulla e mi sento deluso come dopo aver visto l’aumento dell’IVA o come quando vidi gli scheletri dell’ILVA di Bagnoli in un autobus semivuoto tra cumuli di rifiuti ai lati della strada.

Fonte: Vesuviolive

Fonte: Vesuviolive

Non fraintendiamoci, perché è facile che parole scritte creino mondi quando non si parla vis-à-vis: la comunicazione non mi è nemica, voglio solo vedere l’effetto che fa spegnerci tutti e scoprire se tutte queste conoscenze a distanza che millantiamo possano poi sopravvivere al tasto off. In fondo anch’io inseguo nell’etere il mio quarto d’ora, ma devo aver sbagliato qualcosa e ho ottenuto 15 minuti di ceRebrità, anzi, anche di più. È una vita che vivo nel mio cervello e l’ho anche arredato con gusto o almeno credo, non ho chiesto ai giudici di MasterChef che sapore avesse la mentalità. Forse sa di menta, sai-la-menta? o forse mente sapendo di mentina.

Mentire, dormire, sognare, forse. Avere gli occhi chiusi e le orecchie tappate in uno stato di sospensione dopo aver pigiato il tasto di stand-by.

La civiltà mi spegne e io non posso spegnere la civiltà come lei fa con me; non ne elemosino l’approvazione anche perché non saprei in che tasca metterla, a destra ho fazzoletti a sinistra il cellulare (pronto per il famoso il selfie di gruppo). Non è presunzione, io mi sono adeguato soltanto alle regole e al contesto e non contesto, anzi con-te-sto evitando domande tanto non mi daresti risposte ma comodi parcheggi. Eppure non miro solo a infilarmi nel tuo garage, ma sarà questo il problema, i piani superiori mi sembrano interdetti e/o in ristrutturazione.

Rabbrividisco ma non solo per il freddo di Ottembre. È pelle d’oca da unghie sulla lavagna. Ad esempio i simpatici mi fanno questo effetto. No, non le persone simpatiche, non confondiamo: quelli che fanno i simpatici, è diverso. Quindi farò una lista di tutte le cose che considero da brividi stile gesso sulla lavagna.

  • Quelli che fanno i simpatici.
  • La gente che ride in risposta a ciò che dici, seppur tu non abbia fatto una battuta o detto qualcosa di divertente. Purtroppo è una cosa che ho fatto e faccio anche io.
  • Le parole ridotte in -ino. Attimino, momentino, messaggino.
  • Chi invece di lasciar spegnere un sigaro da solo lo pigia nel posacenere, ammazzandolo.
  • Rispondere a un messaggio dopo un tempo indefinito.
  • Un clacson che suona al semaforo.
  • Il rumore che fa un cucchiaio di legno sfregando il fondo di una pentola.
  • Mordere i rebbi di una forchetta per errore.
  • Una pubblicità della Seat Ibiza che gira per radio dove c’è uno che finge di recitare in una telenovela brasiliana.
  • Antonella Clerici.
  • Lo smalto rosso. È più forte di me, non riesco a guardare le mani di una donna con lo smalto rosso. Che lo metta nero, blu, viola, azzurro cielo d’estate, sabbia del Sahara, amaranto o granata ma rosso rosso proprio no.
  • I commentatori seriali delle notizie dei giornali online.
  • I predicatori di amore che sono poi i primi a esternare odio.
  • La proliferazione incontrollata di patatinerie.

Obbligo dopo il semaforo. Doveri? Dov’eri?

In auto fermo al semaforo ieri mi si è avvicinato il lavavetri/vendi fazzoletti-arbre magique. Tra parentesi, perché i fazzoletti che vendono sono sempre della stessa marca? È un brand che ha sviluppato una strategia di marketing face to face, direttamente dal produttore al cliente?

Di lavavetri lungo la strada c’è un’intera squadra, anche se stanno diminuendo di numero perché stanno “rotondizzando” il tutto. Sarò sincero, alcuni hanno un atteggiamento fastidioso: si lanciano sul vetro prima che tu possa dire no. I più furbi, seguendo la tecnica del buscar el levante por el poniente attaccano invece il vetro posteriore cogliendoti di sorpresa prima che tu possa attivare il tergicristallo.

Altri invece sono più discreti e cauti. Ieri uno di questi si è avvicinato al finestrino e si è messo a parlare con me:
– Ciao amico. Vai al lavoro?
– Eh sì.
– Casa come va, figli come stanno?
(rido) Non ho figli e non sono nemmeno sposato.
– No, perché tu non fare matrimonio? Tu sposare, sei grande, hai trent’anni.

Il semaforo intanto si era fatto verde e son dovuto ripartire, ma prima gli ho lasciato qualche spicciolo, che tanto non avrei consumato mai. Avete notato? Le banconote subito spariscono dal portafogli mentre le monete si accumulano lì una dopo l’altra finché non ti viene un ematoma alla chiappa a forza di sedertici sopra.

Proseguendo mi son chiesto che ne sapesse mai lui che io ho trent’anni.  A parte che sono 29, vorrei precisare. Poi, di pomeriggio, davanti lo specchio ho notato una cosa: mi è spuntato un capello bianco. Ecco, ho capito: il lavavetri l’avrà notato.

Ho riflettuto su questa cosa del “doversi sposare”, come fosse una cosa indipendente dalla tua volontà: un obbligo, una tappa da raggiungere.

Certo, potrebbe essere così nelle zone di provenienza del mio simpatico interlocutore, dove ci si sposa molto giovani e, delle volte, proprio per imposizione. Ma anche dalle nostre parti sussiste una sorta di obbligo morale da dover assolvere.

Mi ha fatto tornare in mente un episodio della mia infanzia, legato a un altro sacramento. Un giorno in famiglia mi dissero che dalla settimana successiva avrei iniziato il catechismo. Io chiesi perché mai dovessi andarci per forza se non volevo farlo. La risposta che mi sentii dire fu questa:
“Un bambino alla tua età deve fare la comunione”. Tradotto: non hai capito il perché ma non ci interessa, l’importante è che tu lo faccia. Io non sono molto d’accordo su tale impostazione educativa. Comunque, ovviamente poi andai al catechismo e alla fine mi sono comunionato. E ho dato anche una festa. In realtà anche questa è stata organizzata dalla famiglia, perché anche in questo caso mi sfuggiva il senso di dover dare una festa. Però ero contento perché alla fine ho ricevuto dei regali.

Tornando all’argomento matrimonio, voglio condividere un piccolo aneddoto nuovo nuovo, fragrante come i biscotti di Antonio Banderas fatti con le sue mani (leggere con la voce di Antonio Banderas).

Stamattina Tizio si sposa. L’altra sera è andato a fare la serenata sotto la finestra della sua bella. Sì, perché vige ancora l’usanza che alla vigilia delle nozze lo sposo si improvvisi menestrello sotto la finestra di lei. Non so bene che pensare di questa tradizione, ai poster attaccati al muro l’ardua sentenza.

Se io dovessi fare una serenata canterei questa

Sì, ok, dice You’ll always be my whore, ma è un amore un po’ rock, dai.

Tornando a noi, uno potrebbe pensare che questa tradizione canora che dal milleduecentosettordici produce imbarazzi distillati sia una cosa spontanea e sentita. Se non che:
– Lui non sa cantare. In realtà due tizi che ha ingaggiato hanno cantato per lui, che accompagnava al massimo suonando il campanello di casa.
– Lui non voleva manco farla questa cosa, non era d’accordo. Ma la madre di lei ha insistito tanto, dicendo che doveva farlo .

Com’è come non è, Tizio si è quindi presentato sotto casa, con l’intera famiglia di lei ad assistere alla performance a mo’ di curva da stadio o da pubblico imbalsamato di Sanremo.

Perché è una cosa che si deve fare. Io avrei voluto chiedere a Tizio: scusa, ma alla fine, tu sposi lei o sposi sua madre?

Mi ha fatto tornare in mente una considerazione fatta sui giapponesi durante la visita al Tempio Senso-ji per assistere all’Hatsumode (la prima visita dell’anno al tempio). Si potrebbe pensare che i giapponesi ci tengano tanto a queste cose per motivi religiosi. In realtà gliene frega poco e niente della religione. Semplicemente, riguardo le loro usanze pensano: le facciamo da secoli, quindi sarà giusto continuare a farle. Non fa una piega, come dissero riferendosi al motociclista scarso.

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Lo sport nazionale giapponese è fare la fila. Si allenano tutto l’anno per il 31 dicembre. E per i saldi nei negozi di elettronica

Non so, ma io invece ho sempre un problema con gli obblighi. Sarà per questo motivo che in fondo sono un disastro nelle gestione delle incombenze sociali: il lobo del cervello che trasmette il senso del dovere deve aver interrotto le comunicazioni con il resto del corpo. Non che io non soffra di un accentuato doverismo, anzi, al contrario ho proprio una sindrome: ma si tratta di doveri interni, nel senso che sono io stesso giudice e imputato di me stesso. È per questo che poi non accetto doveri esterni, se arriva un altro giudice mi si solleva un conflitto di competenze nel lobo frontale e poi devo farmi una legge ad personam: il Lobo Alfano.

Tutto questo post era per concludere con questa battuta, quindi tu che hai letto hai sprecato minuti preziosi della tua vita per questo, sappilo. Gh gh gh (sghignazzo malefico).

Rispetto ed Eccitazione

(una libera versione di Orgoglio e Pregiudizio)

Quando una festa va scemando verso la fine è come ritrovarsi su di un campo di battaglia. Il grosso dell’esercito è andato via, restano dispersi vivi, feriti e morti. Stasera mentre attendevo di levare le tende, ho agganciato una moribonda.

Urge una premessa. Avevo letto di recente, credo su un blog, un quesito su se fosse lecito provarci o meno con una ragazza ubriaca (da sobri). Ora, non ricordo quale fosse il blog e chiedo perdono per prendergli l’idea senza citarlo. Se l’autore legge qui, manifesti la propria esistenza. Stasera mi è tornato in mente lo stesso interrogativo.

Mentre attendevo di sgombrare il campo, dicevo, stravaccato su un divano, aggancio una moribonda. Una ragazza che non conoscevo prima della festa e che per tutto il tempo non avevo neanche considerato. Non credo stesse proprio ubriaca marcia, stava nello stadio stordimento-mi manca un po’ l’equilibrio/cado-mi si scioglie la lingua-faccio osservazioni strane. Diciamo che nella scala dove il marciume è l’ultimo step (prima del coma etilico), lei a vista credo stesse due gradini sotto con un piede alzato verso il penultimo.

Eravamo rimasti da soli e abbiamo cominciato a parlare, uno di fronte all’altro. Poi mi alzo e mi siedo di fianco a lei. Ci parlo e la guardo parlare, ne osservo i lineamenti del viso, tutto, e penso che mi farò avanti. Avevo anche creato un contatto: a forza di stropicciarsi gli occhi, il mascara le era andato a farsi un giro per tutta la palpebra lasciando scie come se fosse passata una sudicia lumaca, così tiro fuori un fazzoletto dicendo che l’avrei aiutata a toglierlo*. Mentre con una mano compio questa azione di maquillage, con l’altra le tengo il viso. Era il momento perfetto per baciarla, era lì, stesa davanti a me. Avevo calcolato tutto, la padrona di casa che era in giro a rimettere in ordine si era allontanata e ciò mi garantiva una finestra temporale di libertà adeguata (non credo sarebbe stato elegante davanti a lei).

Invece non ho fatto niente. Perché ero sobrio (infatti avevo bevuto molto poco) e mi è sembrato di approfittare del suo stato di stordimento. Certo, nulla toglie che avrebbe potuto poi allontanarmi, mi sembrava in grado di intendere e di volere abbastanza.

Però non lo so, mi sembrava di non essere ad armi pari. Mentre riflettevo, la finestra temporale si è chiusa e si è fatta ora di andar via.

La prossima volta mi ubriaco anche io e tagliamo corto.

* La mia “geniale” tecnica, messa a punto nei laboratori Garnier dove vengono anche testati i rasoi pentalama e gli assorbenti in lactifless, consiste infatti, prima di agire, nel creare un contatto fisico preliminare innocuo ma confidenziale, tipo sistemare i capelli, la maglia e così via. Una cosa più da personal stylist che da seduttore, diciamo. Manderò il cv a Enzo Miccio.

Dannata festa delle medie

Ho incrociato per strada il mio professore di musica delle scuole medie. All’epoca era un uomo collerico e dall’aria cattiva, mi incuteva timore. Una volta, esasperato dal fastidio che stavano creando due miei compagni di classe (due rompicoglioni, diciamola tutta) che in contemporanea pretendevano di infilare le gambe in un banchetto singolo, prese quel banco e lo scagliò contro il muro. Per quanto riguarda me, ho perso il conto delle note sul registro e delle volte che mi ha sbattuto fuori. Però, col tempo, come succede sempre in questi casi, un po’ lui l’ho capito. Mi ha fatto strano rivederlo ora: visibilmente invecchiato, magrissimo, le guance scavate. Ho pensato che fosse strano che l’uomo che mi incuteva tanto timore ora non potrebbe far paura neanche a un neonato.

L’altra cosa strana è che proprio in quel preciso istante in cui l’ho visto io stessi proprio pensando al periodo delle scuole medie. Stavo facendo una riflessione: il passaggio dall’infanzia alla prima adolescenza lo segnano le feste. Quando si passa dalla festa da bambini che comincia nel pomeriggio e termina per l’ora di cena, alla festa che comincia nel pre-serale. Quando si passa dal presentarsi ognuno col proprio singolo regalo al raccogliere i soldi e fare un unico regalo. Per la verità c’è stata anche una terza via (c’era qualche teorico neoliberista in classe): niente regalo, raccogliamo i soldi e compriamo da mangiare/da bere. La cosa mi lasciava alquanto perplesso: non dovrebbe essere il festeggiato a offrire da mangiare?

L’iniziativa della festa solidale (che potrei chiamare “chi non paga non mangia”) nacque all’interno del gruppo dei fighi, perché ce ne è sempre uno in ogni classe. In quel gruppo, tra la seconda e la terza media, fui ammesso anche io. Non so bene per quali meriti sul campo. Cominciai a essere invitato alle feste che organizzavano e anche a qualche uscita, eventi dai quali erano esclusi i cazzoni della classe.

Il problema è che io nascevo e rimanevo cazzone. Così, pur frequentando i fighi, volevo mantenere il mio status di cazzone all’interno del gruppo dei cazzoni, che, invece, presero a trattarmi molto male, con prese in giro e brutti scherzi. Faticavo a comprendere la cosa, mi hanno sempre annoiato le seghe mentali di gruppo dinamiche sociali degli esseri umani, mentre invece forse dovrei studiarle di più, nel mio stesso interesse. Che colpa ne ho io – pensavo – se mi fanno fare cose insieme a loro? E poi, mica vi sto rinnegando?!

Nulla da fare. Anche i fighi un po’ si stancarono di me e della mia ambiguità democristiana (non avevate capito nulla! Io sono un anarchico!), compresa la ragazzina della quale ero perdutamente innamorato ma con la quale non mi feci mai avanti. Peccato, col senno di Poe ero sicuro ci sarebbe stata.

Visto che l’ho citata, ci sta tutta: