Non è che un prete di moda sia un prete-à-porter

Ho un amico che ad Aprile 2019 si sposa e in questi giorni è affaccendato nei preparativi. È un po’ sotto stress perché dice che il tempo è poco e le cose da fare tante.

Poco tempo? Mancano ben 4 mesi! Cosa ci vorrà mai a preparare delle nozze?

Io non ho mai organizzato un matrimonio né prevedo di farlo ma, proprio per quelli come me che, non essendovisi mai cimentati, non saprebbero da dove iniziare, ho deciso di scrivere un piccolo prontuario di preparativi che vi permetteranno di evitare perdite di tempo per il vostro matrimonio.

1) Serve innanzitutto qualcuno che vi sposi. Non mi riferisco al trovare una persona insana di mente che decida di passare tutta la vita con voialtri scassaminchia: diamolo per scontato perché dare suggerimenti in merito è troppo faticoso. Mi riferisco al reperire un officiante, qualcuno che vi dichiari marito&moglie o moglie&moglie o marito&marito o fedez&ferragni. Il Comune non è disponibile? Il prete è occupato fino al 2030 a meno che non gli allunghiate sottobanco “un’offerta per i poveri” (offerta che lui recapiterà con la sua nuova Mustang)? Sappiate che la legge prevede che le funzioni di ufficiale dello stato civile possono essere delegate anche […] a cittadini italiani che hanno i requisiti per la elezione a consigliere comunale. Tradotto: trovate uno che abbia tempo libero e vi offici. Volendo, potete travestirlo da Sindaco, da prete, da Papa o da Cavaliere Jedi se volete dargli un tocco più ufficiale.

2) Uno degli assilli maggiori è quello del ristorante dove tenere il pranzo. Trovare il posto giusto, scegliere il menù, verificare la disponibilità…uno stress inaudito. Soluzione: il matrimonio destrutturato. Si mandano 10 invitati in un posto, 6 in un altro e così via fino a esaurimento lista invitati. Chi ha intolleranze o diversi gusti alimentari può scegliersi il ristorante che preferisce. Se qualcuno ha impegni quel giorno, può anche andare a pranzare in un’altra data potendo comunque dire di aver partecipato al matrimonio!

3) I vestiti. Una scocciatura e per gli sposi e per chi partecipa. Trova l’abito giusto, provalo, dai le indicazioni per farlo sistemare perché non è a misura, scopri qualche giorno prima che non ti va bene perché hai messo peso o ne hai perso…Che tragedie. Basta con la dittatura delle sartorie. Soluzione: un bel matrimonio nudista.

4) Le bomboniere, ovvero i raccoglipolvere da mensola, se va bene. Se va male, finiranno in qualche scomparto della credenza insieme ad altri orrori. Diciamo la verità: non piacciono a nessuno, tranne agli sposi che le ordinano. E a volte manco a loro. Soluzione: se le vogliono, le scelgano gli invitati. Aprite una linea di credito con un determinato budget presso un negozio specializzato, così chi vuole ne andrà a ritirare una personale.

5) Il fotografo. Uno che si crede un misto tra Alberto Korda e Steve McCurry e vi chiederà cifre esose per un discutibile servizio fotografico. Soluzione: lanciate un hashtag Instagram (del tipo #matrimoniocippolippo&ermengarda) chiedendo a ogni invitato di scattare almeno una foto dell’evento con quella dicitura.

Visto come è facile? Con i miei suggerimenti potrete organizzare le vostre nozze da qui a domani!

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Non è che per il fotografo la prima impressione sia tutto

È settembre. È lunedì. Urge riprendere.

Il lavoro? No, il blog.

In questa nuova stagione ci saranno tante novità interessanti. Ci sarò io, sempre io e solo io. Sono tornato dalle vacanze carico di voglia di pensare soltanto a me. E con 4 kg in meno. È il peso di tutti i soldi che ho speso in Islanda (tendo a convertire tutto in spiccioli).

Non è settembre e non è lunedì senza la ripresa delle rotture di maglioni. Oggi mi ha chiamato un tizio dalla sede centrale, un tizio che ha due nomi di battesimo e un cognome che è formato da altri due nomi di battesimo. Praticamente è uno e quadruplo. Non ho fatto in tempo a rispondere, mi ha lasciato un messaggio in segreteria. Era mia intenzione richiamarlo dopo pranzo. Mi ha richiamato lui prima.

Voleva sapere degli sviluppi di un progetto di cui si era parlato a inizio estate:

– Gintoki, se ricordo bene ti avevano detto a giugno che non si poteva far niente e di riprovare a settembre. Quindi?

Quindi cosa? Oggi è lunedì 3 settembre. Mi chiedo secondo lui quando avrei dovuto vedere questi tizi.

Il problema lì su nella sede centrale della Spurghi&Clisteri SpA per cui lavoro è che ognuno per cui svolgi delle mansioni pensa di essere l’unico da servire e accontentare o, quantomeno, il primo della lista dei tuoi pensieri.

Io per ora ho solo una lista di postulanti e seccatori e costui ha fatto un bel balzo in classifica quest’oggi.

Pensare che una settimana fa ero qui:

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A spaventare i turisti vestito come un rapinatore.

Per lo scatto di questa foto fornisco alcune info per gli appassionati di tecnica fotografica:

– mi sono immerso con i piedi nel fiume per ottenere un maggiore realismo;
– l’effetto della cascata schiumosa e schiumante si ottiene con un paio di fustoni di Dixan rovesciati nell’acqua;
– gli occhiali a specchio servono alla fotocamera per prepararsi allo scatto mettendosi in ordine;
– il cielo è un allegro pomeriggio d’estate di Domodossola gentilmente fornito in prestito dalla Sovrintendenza;
– se ascoltate la foto al contrario il rumore della cascata sembra una canzone di Julio Iglesias.

La location è ovviamente islandese – qui ero a Gullfoss – ma potete ottenere ottimi risultati anche con una vasca da bagno e un secchio. Se poi non vi piacciono le cascate in alternativa potete andare uscire a prendervi un gelato.

Non è che se non paghi le bollette puoi fare solo appuntamenti al buio

Test clinici dimostrano che sempre più persone si rivolgono ad applicazioni e siti di incontri per trovare partner (occasionali o meno). In gergo – forse non tutti sanno che – questi siti e app si chiamano “dating” perché tu gli lasci i tuoi dati per farci fare ciò che vogliono, ricevendo in ricompensa un po’ di amore e/o sesso (se ti va bene).

E chi sono io per non interessarmi all’argomento? Chi non sono io per interessarmi all’argomento? Chi siete voi e cosa ci fate qui?

La risposta a quest’ultima domanda è semplice: per avere consigli su come creare un perfetto profilo per avere successo su questi dating.

La foto
La foto è la componente più importante. La scienza dice che chi ha una foto cucca di più rispetto a chi la foto non l’ha. E, sempre la scienza dice, una foto preparata con cura che lancia i giusti messaggi cucca più di una foto scelta a caso.

Attenzione: la foto non deve dichiarare i propri messaggi in modo aperto. Sempre quell’impicciona della scienza dice che i messaggi che l’occhio non coglie ma il cervello registra sono quelli che più fanno breccia.

Osservate la foto che ho scelto per il mio profilo (forse non tutti sanno che anche se è frontale si chiama sempre profilo).

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Innanzitutto ho affittato una location adeguata per farmi questo scatto. Chi cerca un partner che dia sicurezza questo lo nota e lo apprezza: non sto ostentando il mio potere economico, lo dimostro in modo sottile.

L’ambiente grezzo ma genuino mostra il mio carattere: non sono diverso da come mi mostro, di me ci si può fidare.

La posa. Sono operoso (la ramazza) e al tempo stesso gaudente e rilassato (il bicchiere di vino). Dimostro di essere una persona che lavora ma che sa anche godersi la vita.

Il fatto che io sappia usare la scopa serve anche da messaggio subliminale per un volgarotto gioco di parole intuibile ma che non sto qui a spiegare: in questo modo sono allusivo ma non apertamente, perché l’uomo che sa alludere senza essere volgare in modo dichiarato ha quel giusto mix di malizioso e intrigante che piace sempre.

L’outfit. La canottiera dimostra che sono una persona legata ai sani valori della nostra tradizione, che le nostre madri prima e le nonne ancora prima ci hanno tramandato. L’uomo che tiene alla famiglia riscuote sempre successo, perché è considerato serio e responsabile.

Attenzione, però: la canottiera di lana di capro effetto Vergine di Norimberga come quella dei nostri nonni darebbe segnali negativi. Sa di vecchio, di antiquato. Una donna non vuole un vecchio ma un uomo che sa mantenersi giovine. È per questo che ho scelto del cotone elasticizzato nero, mostrandomi sportivo e casual.

Il jeans strappato potrebbe significare tante cose: mi sono inginocchiato a cambiare una gomma, ho un animale esuberante in casa, prego molto. Ognuna potrà vederci quel che gli pare, perché bisogna sempre lasciare un po’ di spazio alla fantasia altrui: non si può mica servire la pappa pronta al prossimo.

La presentazione
La presentazione a corredo del profilo deve essere accattivante, un po’ misteriosa, non noiosa, divertente ma non da buffoni, umile ma presuntuosa, non lunga ma non un telegramma. Deve dire e non dire, incuriosire chi legge spingendolo a voler andare oltre e conoscere la persona che c’è dietro quelle parole. Si può anche utilizzare qualcosa di non scritto di proprio pugno ma tratto da un libro, un film, un’opera teatrale eccetera. Vale sempre la regola di essere originali: basta con Oscar Wilde e il Piccolo Principe!

Nel mio caso ho utilizzato una citazione che ben mi descrive: le avvertenze nel manuale di istruzioni di una cappa aspirante da cucina.

Il presente dispositivo non è stato progettato per essere utilizzato da persone prive di esperienza o conoscenze adeguate, a meno che non agiscano sotto la supervisione di una persona responsabile o che da essa abbiano ricevuto istruzioni relativamente all’uso del dispositivo.

Spero che questi pochi consigli che mi sono umilmente permesso di elargire vi possano essere utili con questi fatti di dating!

Non è che al dark piacciano i fagioli con le gotiche

Ho una sorta di ipocondria cinematografico-letteraria. Tendo a ritrovarmi in personaggi non dico negativi ma alquanto disfunzionali.

Ad esempio, ieri mattina in una inutile domenica mattina – inutile come soltanto una domenica mattina può essere – ho ingannato il tempo riguardando Bianca di Nanni Moretti.

Il personaggio di Michele Apicella, il protagonista, è un individuo disturbato. Disturbato da sé stesso. Ha dei problemi relazionali. È un uomo non abituato a essere felice che, quando lo è, ne è tanto terrorizzato da doverne fuggire rovinando tutto prima che qualcosa rovini tutto.

E, soprattutto, è una persona che deve incasellare le persone sulla base di indicazioni ricavate dal modo in cui si presentano vestiti (in particolare il tipo di scarpe).

Non sono maniacale a tali livelli ma, giusto di recente, mi è capitato di cadere in errori di valutazione su basi del tutto futili.

Il contesto: mi sono tatuato.

Sono andato in uno studio un po’ lontano da dove abito, dopo aver svolto alcune ricerche. Avevo scartato ben 3 studi nel raggio di un paio di km da casa mia che, a giudicare dalle foto dei loro lavori, sembravano più adatti a sbozzare il marmo che a far disegni sulla pelle altrui.

Dopo aver individuato lo studio che mi sembrava adatto e preso contatto, sono andato a parlarci di persona esponendo in dettaglio il progetto di tatuaggio che avevo già anticipato alla titolare.

Mi è stata presentata quella che sarebbe stata la mia tatuatrice, una ragazza che avevo già visto su facebook quando ho esaminato i tatuatori che lavorano in quello studio.

Dorme semisepolta nel terreno, in abito da sposa. Almeno così si presenta online.

Di persona era ancora più netta la sua goticità. Bianca come il rumore bianco e vestita di nero dalla testa ai piedi. Collare da dobermann al collo compreso.

Qualcuno dirà: Gintoki, non ti si faceva così superficiale. Hai trovato sgradevole questa persona solo per come si presenta?

Al contrario.
Io la trovavo adorabile.
Stavo già pensando ai nostri figli vestiti da Jack e Sally ad Halloween.


Non troverei mai qualcuno sgradevole per come si veste. A meno che non indossi la maglia della Juventus, ma quel caso è giustificabile.


Il fatto è che pensavo che a una persona fortemente autocaratterizzatasi come lei un tipo tutto sommato ordinario come me avrebbe causato disprezzo. Magari pensava Guarda un po’ se devo sprecare la mia arte per un simile parvenu. Magari essendo abituata a disegnare madonne che piangono squarciandosi il petto nudo – un quadro suo – avrebbe odiato me che mi son presentato con un gatto come soggetto. Magari le stavo semplicemente antipatico perché esistevo.

Parlandoci, invece, si è rivelata una persona veramente amabile, molto timida e gentile e capace di metterti immediatamente a tuo agio. Inoltre era entusiasta di disegnare un gatto essendo una gattara. Insomma alla fine le ho dato più che rilassato la mia pelle. Per fini artistici, intendo.

Sono stato vittima dei miei schemi mentali: proprio come quella volta che fui vittima dei miei schemi mentali, ma questa è una storia che narrerò al prossimo film che mi ricorderà degli schemi mentali.

Non è che Polifemo fosse spendaccione perché ci rimise un occhio della testa

Pur essendo conclusa la mia esperienza ungherese, ho mantenuto i contatti con le persone conosciute lì.

Le mie ex colleghe, ad esempio, ogni tanto mi scrivono, mi chiedono come vadano le cose, mi forniscono aggiornamenti sulla vita in ufficio.

Oggi S. mi ha scritto chiedendomi un favore. Una sua amica si sposa e le devono organizzare l’addio al nubilato. Tra gli altri giochi di gruppo da fare, ne ha trovato uno in cui ha pensato di coinvolgermi.


Lì per lì temevo volesse propormi di uscire da una scatola vestito da poliziotto. Dimenticavo che il limite massimo della trasgressione di S. è alzare il volume delle cuffie di una tacca oltre la soglia consigliata. È una che si scandalizza se legge “pene” e considera uno zotico chi ha dei tatuaggi.


Mi ha chiesto foto di alcune parti del mio corpo.


Per il discorso sopra citato, anche qui c’è il bando a pensieri osceni.


Vuole la foto di un orecchio, quella del naso, quella della barba, una di una mano e, infine, la foto di un occhio e una di un sopracciglio.

Serve per un gioco di robe di foto sparse e figure da ricostruire: credo lo scopo sia riuscire a rintracciare il futuro marito in mezzo ad altre immagini.

La cosa divertente è stato che alla fine ci ha tenuto a precisare che “Non userò le foto per altri scopi diversi da questo”. Ci mancava mi chiedesse l’autorizzazione al trattamento dei dati.

Formalismo ungherese.

Al che però mi si è accesa una lampadina: volendo pure ammettere la cosa, ma quali mai potrebbero essere scopi diversi da quello indicatomi?

  1. Costruire, insieme ad altre immagini di altre parti di ignari uomini, un volto finto da usare come profilo Tinder per adescare ragazze da ricattare;
  2. Lei e le sue amiche sono in realtà feticiste delle orecchie, delle sopracciglia ecc.
  3. Ha intenzione di mettere in vendita su internet le foto per feticist* di orecchie, sopracciglia, ecc.;
  4. Le servono per un book di presentazione per il mercato nero dei trapianti d’organo;
  5. Vuole fare soldi con gli acchiappaclick, pubblicando le foto con la didascalia +++CLICCA SULL’OCCHIO E…QUELLO CHE SI VEDE È INCREDIBILE+++ (SPOILER: SI VEDE LA PATATA):

Occhio!

Non è che la morfina sia senza speranze perché è spacciata

Si dice che, visto da vicino, nessuno è normale.

È per questo che mi tengo a distanza dalle persone.

Esistono due categorie di individui strani. Quelli come me che cercano di conservare una parvenza di rispettabilità per stare in società e quelli che non se ne curano per niente.

Venerdì sera ho incontrato una persona della seconda categoria e vi ho quasi concluso un affare. Un gattino in cambio di un paio di fiale di morfina.

Costei, un’amica di un amico di amici, aveva la memoria del cellulare piena di foto dei suoi gatti. Io ho una teoria su chi ha foto monotematiche: bisogna stargli alla larga perché potrebbe essere pericoloso.

Anche io ho foto dei miei gatti e su facebook ogni tanto ne pubblico qualcuna: una sola per soggetto. Non mi interessa fotografare il gatto mentre sbadiglia, il gatto mentre beve, il gatto mentre è stato vestito – controvoglia – da sirenetto, il gatto mentre si lecca il pene.


Gli animali domestici per costoro sono un surrogato del neonato-trofeo. Capire se un neonato sia un neonato-trofeo, è semplice: se la mamma ci terrà a mostrare anche foto che dovrebbero essere private, come il primo vasino, il neonato è un neonato-trofeo.


Esauriti i racconti felini, tra cui l’emozionante e strappalacrime racconto della prima volta nella lettiera per un trovatello (vedasi sopra: il neonato-trofeo), ci ha raccontato della sua attività di anestesista. E di come sarebbe facile trafugar fiale di morfina dal policlinico, se solo volesse. Ma non lo fa perché la morfina È roba da vecchi. Serve ad abbattersi: che gusto c’è a farlo?.

Non lo so, pensavo, ma avrei avuto gusto a vedere lei abbattuta.

È possibile fosse una mitomane, ma ho preferito non contraddirla: non era priva di una certa arguzia, come quando sosteneva di notare, tra i graffiti con cui era decorata la camicia che indossavo, il profilo di un gatto.

– Non c’è
– Mi sembrava di averlo visto
– Se ci credi veramente allora c’è
– Questa cosa si dice ai malati di mente, lo sai?

Non la si poteva beffare, astuta come un cervo!

Dove l’avesse visto un gatto, non so. Poi lo strano sono io!

Non è che se parli di Einstein sei superficiale perché stai facendo commenti sul fisico

Avrete visto in circolazione le foto della visita dei Trump’s al Vaticano, con il Papa che aveva l’aria allegra come uno in fila alla posta per pagare le bollette.

In realtà sembra che in altre immagini dell’incontro fosse più rilassato. Resta il fatto che le foto in cui sembra alquanto imbronciato mi hanno dato da pensare.

Sono le persone insospettabili quelle che ti sorprendono in negativo. Intendo, io non vorrei offendere nessuno di quelli che stimano Francesco, ma non mi sembra bello che una persona gentile venga a farti visita tutto allegro e sorridente – come lo era il buon DT – e nella foto ricordo che porterà con sé a casa propria dopo un così lungo viaggio per vederti tu abbia la vitalità del mio conto in banca a fine mese. Non sei una bella persona. Mi dispiace.

Un altro esempio di persona all’apparenza buona che ti sorprende in negativo ce l’ho vicino.

Tra me e le altre ragazze dell’ufficio ci si scambia commenti sulle cattive maniere (burpa, snorta, ha preso a cercare testimonianze delle sue radici nelle sue narici) del nostro Sam Tarly. Le stesse cose che riporto su questo blog, in pratica.

Aranka Mekkanica ho notato però trascende a mio avviso in malignità gratuite.

La settimana scorsa Sam ha cambiato la poltrona dell’ufficio con una normale sedia da scrivania, perché la pelle di finto vero ratto delle fogne in cui sono rivestite le nostre poltrone è alquanto poco confortevole. Con l’arrivo del caldo non è bello alzarsi e sentire il suono dello strappo della propria epidermide.

Aranka Mekkanica mi scrisse su Skype: Ma riesce a entrarci in quella sedia?.

Ieri: Sam, che è fumatore, sosteneva che il fumo ha anche i suoi vantaggi. Infatti accelera il metabolismo e brucia i grassi. Aranka Mekkanica mi ha detto di averlo guardato e pensato Ah davvero? Non mi sembra che su di te funzioni….

E, ancora, tutte le volte che ci troviamo a parlare di lui lei ne fa l’imitazione mimandone le dimensioni.

Comincio a pensare che tutto questo non sia del tutto giusto. Io di lui mi lamento, ma non faccio riferimento al suo fisico. Faccio riferimento al cattivo uso che ne fa! È una questione di criticare i modi, non l’essere.

Non si tratta di ipocrisia: è vero che tutti noi alla fine pensiamo cose negative sugli altri.

Credo che se venissimo a conoscenza dei pensieri delle persone per la civiltà umana sarebbe la fine.

Delle volte fa anche bene invece aprirsi ed esternare i propri pensieri, anche quelli che potrebbero sembrare non piacevoli.

Io ad esempio un giorno devo tenere un bel discorso di questo tipo:

Conosco la metà di voi soltanto a metà; e nutro, per meno della metà di voi, metà dell’affetto che meritate.

Un conto è l’esternazione di un pensiero, comunque, un conto è condividere una opinione direttamente offensiva e anche gratuita come quella riferita all’aspetto.

Il confine tra rivelare e non rivelare e il rivelabile e non rivelabile è molto labile, comunque, e credo che chiunque lo attraversi varie volte nella vita.

Farebbe bene guardarsi sempre intorno prima di attraversare.

Non è che al re amante della birra piaccia solo la Corona

Ogni tanto mi vesto anche io da turista e faccio cose turistiche.
Ieri sono andato a visitare il Parlamento ungherese, cosa che in più di un anno complessivo da quando mi trovo qui non avevo ancora fatto. E, citando DFW, è una cosa divertente che non farò mai più.

Il biglietto d’ingresso costa più o meno 7 euro, per mezz’ora di tour in cui vi verranno spiegate le cose che non si possono visitare perché non accessibili al pubblico.

L’acquisto può essere effettuato online o direttamente alla cassa (in questo caso solo per il giorno stesso), selezionando la visita guidata nella lingua desiderata.

All’inizio ero tentato di acquistare il biglietto per il tour in inglese, perché io son cittadino del XXI secolo, la generazione Erasmus, abbiamo imparato la lingua con Super Mario e i porno online, non perdiamo mai occasione di far pratica di lingua perché siamo sempre un passo avanti.

In realtà volevo acquistare il biglietto per la visita in inglese perché detesto i turisti italiani.

Detesto i turisti in generale, chiariamo, ma almeno per quelli stranieri posso evitare di prestare attenzione alle baggianate che dicono, disattivando il filtro linguistico.

Il Parlamento all’interno è suggestivo e la visita fornisce al visitatore dettagli statistici utili per una partecipazione a un quiz a premi.

Alcune pillole:

  • È alto 96 metri come la Basilica di Santo Stefano in centro
  • Le due ali sono simmetriche
  • L’edificio è il terzo più grande del mondo dopo quello del Parlamento di Buenos Aires e quello di Bucarest
  • Il soffitto della scalinata è decorato da 40 kg di oro zecchino
  • Per la sua costruzione sono stati utilizzati quasi totalmente materiali ungheresi
  • La sala a cupola in cui sono custoditi i simboli d’Ungheria (corona, scettro, spada e globo crucigero) sotto una teca è l’unico posto dove non è permesso scattare fotografie

Attendevo con ansia quanto ci sarebbe voluto prima che qualcuno del gruppo venisse redarguito per aver tentato di scattare una foto. Dopo due secondi dall’ingresso nella cupola, una ragazza è stata colta in flagrante.

Un gruppetto di perdigiorno di non più di 25 anni invece ne ha scattata una di nascosto perché “Col cazzo che torno a casa senza, l’ho scattata a (non sono riuscito a capire dove) mo vuoi vedere che qua non ci riesco”. Ho provato a immaginare che il gesto di questo giovane non fosse per sfida ai divieti. Magari ha una triste storia alle spalle, un padre prepotente che lo malmena: “Non ti ho mandato a fare il turista in giro per tornare a casa senza uno straccio di foto!”. Purtroppo la mia immaginazione peggiora sempre più, quindi per me il giovane resta una semplice testa di cazzo.

La croce in cima alla corona dal 17° secolo è inclinata e non è mai stata rimessa a posto. Secondo la guida “Gli scienziati non sono d’accordo sul perché”. Non è chiaro il perché di cosa, il perché sia inclinata o il perché non sia stata rimessa a posto.

Comunque è inclinata perché è caduta a terra. Sappiatelo ma non ditelo alle guide.

L’Emiciclo che viene mostrato ai turisti non è più utilizzato, dato che l’Ungheria ha un sistema monocamerale dal 1944. È osservabile da un balconcino, punto in cui ho scattato questa pessima foto, aggravata dal fatto che lo smartofono con una risoluzione migliore l’avevo dimenticato a casa:

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È vuoto perché sono andati tutti a ka$aaaaaaaaaa1!1!!!!11!!

Alla fine della visita il gruppo ha fatto un applauso alla guida. Calatomi nell’atmosfera, ho applaudito anche io complimentandomi per l’ottimo atterraggio.

Non è che un manager quando fa conoscenza si presenti in PowerPoint

Mi sono arreso al fato che vuole che in ogni viaggio ci sia qualcuno che attacca bottone con me e sente il bisogno di condividere cose.

Domenica sera ero seduto nel minibus all’aeroporto, in attesa che partisse per portarmi nel mio monolocale Pestese. A bordo sale un omino entusiasta. Non so entusiasta di cosa, in ogni caso era su di giri. Mi si è seduto di fianco e mi ha stretto la mano: Hi! I’m Russell!.

Che persona educata, ho pensato.

A me invece capita di parlare due ore con qualcuno senza presentarmi. Quando mi rendo conto della mia mancanza attendo una pausa abbastanza lunga per poterlo fare, con ansia crescente pensando Dovrei presentarmi? È passato troppo tempo e presentarmi dopo farà risaltare la mia maleducazione?.

L’omino ha poi iniziato a parlarmi. Più andava avanti e meno comprendevo: parlava con tono piatto, monocorde, a volte sembrava quasi recitare una confessione. Per giunta guardava dritto davanti a sé e non potevo manco interpretarne il movimento delle labbra.

Annuivo quando capivo qualcosa.

A parte una sua considerazione sul fatto che i Londinesi siano gente noiosa, ho afferrato che fosse un dentista e stesse parlando di cose dentistiche.

È la seconda volta di seguito che uno sconosciuto conversa con me per raccontarmi cose che hanno a che fare con i denti.

E quindi ho pensato che, tra le tante lobby che sono in giro e che vogliono imporci segretamente cose da fare o da assumere, ci sia una lobby del dente che mi sta braccando.

Oppure chi fa un mestiere simile deve sentirsi molto solo e ha il bisogno di parlare con qualcuno.

Poi ha tirato fuori il cellulare e ha iniziato a mostrarmi foto scattate durante i suoi viaggi. Foto molto belle, invero: ho dimenticato di fare i complimenti alla sua app di fotoritocco e presentarla alla mia.

Ironia a parte, le inquadrature erano molto accurate. Di ogni foto mi spiegava quanto tempo avesse atteso per riuscire a scattare quella giusta, la ricerca dell’angolazione, il gioco della ripresa dal basso verso l’alto e via dicendo.

Tutto molto interessante.

Dopo la cinquantesima foto – e non è una esagerazione – il mio interesse era già sotto le coperte.

Ho quindi iniziato a registrare messaggi vocali su Messenger fingendo di essere impegnato in una conversazione, finché lui non ha riposto il suo cellulare.

È probabile che io mi sia mostrato poco socievole. Il sonno e il fatto che capissi poco di ciò che dicesse mi hanno fatto desistere dall’approfondire la conversazione.

A parte questo episodio, come ho già avuto modo di raccontare, a me piace interagire con gli sconosciuti. Non saprei bene spiegare per qual ragione. Forse è solo il piacere, in un mondo dematerializzato, di incontrare vere persone.

Dico “vere persone” e non “persone vere”, in quanto questa seconda categoria – molto inflazionata nel suo pubblicizzarsi – fatico a concepirla; né riesco a capire cosa intendono coloro che, autoreferenziali, definiscono sé stessi come “persone vere”.

Cos’è una persona vera? Si presuppone ne esista quindi una versione finta: com’è? È fatta con materiali scadenti? Si rompe prima rispetto a una persona vera?

Io mi rompo facilmente: sono quindi finto?


Si dirà che finto è chi finge di essere ciò che non è: ma nella sua finzione quel tipo è vero quanto noialtri. Se fosse il finto quindi la sua vera natura? Ma poi, finto rispetto a cosa? Esiste una sua versione originale con cui confrontarlo?


Con questo inquietante interrogativo sono andato a dormire, preoccupato inoltre dalla lobby dentale.

Non è che racconti di quando ti piaceva uscire a bere iniziando con “C’era una vodka…”

Uno dei grandi limiti della democrazia è che tutti si sentono legittimati a far sentire con forza la propria opinione, anche chi democratico non è ma ritiene comunque di poter usufruire dei diritti della democrazia perché, altrimenti, Che democrazia è allora? Quindi fa bene uno a non credere nella democrazia, se questa si rivela una farsa!.

C’è sempre poi chi è lesto nel citare Voltaire, il quale, se fosse tra noi, citerebbe a sua volta volentieri per danni chi lo nomina a vanvera, visto che non ha mai enunciato l’aforisma sulla libertà di opinione che gli si attribuisce.

Facevo queste considerazioni mentre leggevo la notizia del licenziamento di un’insegnante che si era espressa in termini “un po’ accesi” (il gioco di parole non è involontario) contro gli immigrati. In parole povere, secondo lei dovrebbero svolgere un utile servizio come diavolina accendifuoco. Pare che l’ex insegnante voglia ora ricorrere al TAR, non mi è chiaro se per riavere il posto o per far gettare immigrati nei caminetti.

Questo è un caso di opinioni incompatibili con l’esercizio della propria professione. Si può berciare quanto si vuole appellandosi alla libertà di opinione e al diritto di esercitarla nel proprio privato: nel privato, per l’appunto. Se una cosa viene resa nota anche solo a un’altra persona, non è più privata.

Sapendo cosa costei pensa e dice pubblicamente, le fareste educare i vostri figli?


O comprereste un’auto da lei (cit.)?


Metti che poi tornano a casa e cominciano a chiedervi benzina e accendino per un progetto scolastico.

Sul rapporto tra espressioni private e immagine pubblica mi torna in mente un aneddoto di quando, qualche anno fa, ho frequentato un corso in risorse umane. O disumane, visti i partecipanti.

Il docente, un giorno, spiegava che, nel mondo di oggi, bisogna stare attenti a cosa si pubblica online. Se si sta cercando lavoro, non è bene avere come immagine del profilo pubblica su facebook una foto in cui state tra le gambe di un/a modello/a a suggere vodka pura fatta scorrere sul suo torace. Un selezionatore HR che cercherà informazioni su di voi online potrebbe rimanere colpito in modo negativo.


O riconoscersi nel modello.


Udendo ciò, si alzò nella classe una grande mente (o gran demente) e chiese: Ma io non capisco, saranno fatti miei se il sabato sera mi voglio sfondare di vodka?!.

Sì. Ma sarebbe bene non farlo sapere in giro.

Lei non si convinse.

Voi andreste ancora dal vostro commercialista se lo vedeste mentre si accende sigari col denaro (magari quello della vostra parcella) e sniffa coca dallo sfintere di una escort?


Di 3 ore di film di Scorsese ricordo solo:
– DiCaprio e il sorriso al contrario
– DiCaprio che si carica come Braccio di Ferro ma con la coca
– DiCaprio che sniffa dall’ano della escort.
E poi ci si chiede perché quel film non abbia vinto l’Oscar!


È bene quindi che delle cose non vengano mai fuori.

Ad esempio il mio vicino di casa in Terra Stantia pensa che io sia una persona sgradevole, probabilmente. O un imbecille. Comunque, quando mi vede si volta dall’altra parte a volte con torsioni del collo che neanche nell’Esorcista.

Io a mia volta penso che il mio vicino di casa sia una persona sgradevole e un imbecille. Quando lo vedo non mi volto, mi basta tenerlo fuori dal campo visivo guardando fisso un punto lontano.

Non ci siamo mai detti quanto ci troviamo sgradevoli.

Questa è la vera democrazia!

Non è che non possa essere notte fonda a Mezzogiorno

Ho sempre avuto paura di aprire i siti d’informazione e scoprire che qualcosa di brutto fosse accaduto a Napoli (inteso come stato in luogo, non nel senso che a Napoli in prima persona, pardon, in prima città, fosse accaduto qualcosa di brutto), perché poi mi sono sempre sentito in obbligo di dovermi giustificare col resto del mondo per ciò che succede da queste parti.

Attualmente ho invece paura di aprire i siti d’informazione e scoprire che qualcosa di brutto è accaduto a Napoli (sempre inteso come stato in luogo) per ritrovarmi poi un sermone di Roberto Saviano oppure un’apologia da parte di Luigi de Magistris. O peggio, LdM che attacca i sermoni di RS a colpi di apologie su cultura e lungomare.

Va bene che si tratta di opinioni, che, si sa, sono come il culo.
Bisogna aspettarsi che ne venga fuori una cagata.

Che poi se un proiettile vagante ti becca per strada non è colpa di Saviano.

È un po’ come continuare a puntare il dito contro Cavour e i Savoia per i mali del Mezzogiorno. Anche se l’unificazione della Penisola ha storie nere alle spalle o non è stata raccontata con oggettività, se oggi qualcuno gira in scooter nella Galleria Umberto non me la sento di andare a scoperchiare la tomba di Cavour per dirgli “Hai visto che cosa hai fatto?”.

D’altro canto, ha anche ragione il Sindaco a dire che Napoli non è solo delinquenza e violenza.

Eppure a volte ho l’impressione che solo questa sia l’immagine che all’esterno si ha della città. Ed è difficile farla cambiare. All’ultimo che la pensava così ho dovuto dare una coltellata nella gamba e a stento sono riuscito a convincerlo.

Il fatto è che è tutto un enorme fake quando si parla di posti che non si conosce.

Ho scattato questa foto il 28 dicembre scorso:
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Questa foto è un esempio di fake, per chi non ne conosce il contesto.

Per cominciare, ne ho saturato i colori e aggiunto un filtro blu.
Il panorama è il medesimo ma non era così vivo e brillante, per quanto quel giorno fosse una splendida giornata.

Ma non è questo ritocco a falsificarla.

Ho scattato la foto sul Monte Echia (quartiere San Ferdinando). Lì c’è Villa Ebe di Lamont Young (1851-1929), un architetto e urbanista autore di progetti futuristici, come una metropolitana e un quartiere sul mare nella zona flegrea attraversato da canali in stile veneziano, per ridurre la densità abitativa del centro e fare di quell’area un polo attrattivo turistico.

Le rampe di accesso e la zona intorno la Villa versano in stato di degrado e abbandono. I lavori di recupero sono ancora in fase progettuale.

Nel punto dove ho scattato la foto, che sarebbe un belvedere fantastico, stavo in piedi su detriti e calcinacci, decorati da bottiglie di birra e preservativi.

Tutto questo nella foto non si vede.
Ed è per questo che secondo me è un fake.

D’altro canto se avessi fotografato il degrado circostante e non il panorama, sarebbe stato anche quello un fake, perché sarebbe bastato alzare lo sguardo e vedere che non era tutto lì, non era tutto marcio.

Inutile sarebbe stato a mio avviso mettere insieme panorama e detriti, perché i secondi si sarebbero comunque resi protagonisti dell’immagine. Come disse Platone, basta un cucchiaio di merda a rovinare la cioccolata.

E allora dove è la realtà e dove è l’opinione?

Forse è tutta una cagata. Però d’artista.

Non è che il motto del notaio sia “Rogito, ergo sum”

Ogni individuo di questo Pianeta sente di appartenere a un qualcosa di più grande e significativo, per dare un senso alla propria esistenza. Nel caso appartenga invece a un qualcosa di non-significativo, il fatto stesso di caratterizzarlo come tale è una autoesaltazione del sé: guardatemi, sono il primo tra gli ultimi, quindi sono degno di nota.

La mia, ad esempio, è una non-generazione.
Noi nati negli Ottanta siamo compres(s)i tra la Generazione X che ha posato i bomber e i jeans a vita alta e probabilmente oggi vi sta negando un prestito in banca, e i cosiddetti nativi digitali, gente che non ha fatto neanche in tempo a nascere e già era degna di nota perché vomitava la pappa su un tablet. Probabilmente mentre adesso scrivo sul blog c’è una youtuber quindicenne in diretta video che fa centomila visualizzazioni parlando di assorbenti di Hello Kitty.

In teoria siamo ancora noi non-significativi quelli che dovrebbero avere in eredità il mondo da chi li ha preceduti. Un mondo fatto di linee di comunicazione, anticrittogamici, prodotti per la calvizie, cialde per il caffè e agenzie interinali.


Ho tralasciato l’olio di palma perché adesso stanno tutti facendo in modo di farlo scomparire e non lasciare niente alle generazioni future. Se questo non si chiama egoismo, non so.


Ma come si eredita il Mondo? Esiste un notaio che convoca l’interessato e gli comunica che una generazione gli ha lasciato il Mondo o una porzione di esso? E come fa tale notaio a rintracciarti? Usa la geolocalizzazione di Google?

Ho scoperto che Google adesso sa dove sono stato anche se ho cercato di evitare di farglielo sapere. In pratica è una versione 3.0 di una madre.
L’assistente di Google Foto (e non sapevo di avere un assistente) ha organizzato le mie foto senza che glielo avessi chiesto e ha identificato dove mi trovassi in base a ciò che avevo fotografato.

Ma va’? Non lo sapevi? Ma dove vivi?

Ecco, appunto, non lo so più dove vivo.
Ho tre vite separate al momento. Ho il lavoro all’estero, la famiglia al Sud e una Trallallà al Nord. Comincio a sentirmi sfasato. E sono anche preoccupato: se mi cercasse il notaio per consegnarmi il Mondo, riuscirebbe a trovarmi?


Mi sono accorto che avevo già utilizzato la battuta sul rogito, ma mi sento troppo stanco per cambiare titolo.