Il Vocaboletano – #13 – Zèza

Come altre parole in napoletano, zèza trae origine dal mondo del Teatro e affonda le sue radici nella commedia dell’arte tra Cinquecento e il Seicento.

Zèza non è altra che il diminutivo di Lucrezia, capricciosa e caricaturale moglie di Pulcinella, ingannato da lei con moine e smorfie e comportamenti maliziosi.

È un vocabolo che si presenta invariato nella versione maschile e femminile, cambiando solo l’articolo che lo accompagna: o zéza e à zèza.

Il significato non è però il medesimo in senso stretto.

Nella sua versione femminile la zèza ripropone i caratteri del personaggio di Lucrezia. È ‘na zèza infatti, colei che cerca di farsi notare a tutti i costi, si perde in ciance, smorfie, moine, a volte in ammiccamenti gratuiti e leziosi. È la classica persona che magari si finge dolce e un po’ svampita per attirar simpatia e sembrar carina.

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Diverso è il caso in cui si tratti di un uomo: pur facendo sempre riferimento a una persona poco seria, si sta però etichettando un uomo che fa il cascamorto con modi smielati e un po’ falsi. Come stile ricorda un po’ il fareniello di cui abbiamo già parlato.

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Ma diversamente da altri termini di cui si è un po’ persa la memoria delle origini storiche, di Zeza ancora oggi sopravvive l’originale versione.

Dalla commedia, nel Seicento, la Zèza si diffuse per piazze e strade come scenetta di Carnevale musicata. La storia, cantata in vernacolo, è quella di Vincenzella (detta anche Tolla), figlia di Pulcinella e Zeza, che vorrebbe sposare Don Nicola. Il matrimonio è osteggiato da Pulcinella, mentre Zeza vorrebbe che la figlia si “godesse la vita” e, essendo dedita sempre a prendersi gioco del marito, fa incontrare di nascosto i due amanti. Pulcinella li sorprende e ne scoppia una lite in cui è però lui stesso ad avere la peggio e dover capitolare, acconsentendo alle nozze.

La canzone nel corso dell’Ottocento venne sempre più boicottata dalle forze dell’ordine per i contenuti troppo osceni e licenziosi ma è sopravvissuta nell’entroterra, dove ancora oggi viene messa in scena con a volte varianti nei nomi dei personaggi e nei dialoghi. Un vero pezzo di teatro popolare che rivive a ogni Carnevale in particolare in Irpinia, dove famose sono la Zeza di Mercogliano, quella di Solofra, quella di Bellizzi, quella di Montoro e mi sia perdonato se dimentico qualche località.

Anche per oggi è tutto e…non fate i zezi. A meno che non sia Carnevale.

Non è che se entri per comprare le sigarette sei mogio perché sali e t’abbacchi

Mi sono svegliato questa mattina carico di buone intenzioni e voglia di fare.
Almeno credevo.
Avvertivo infatti la sensazione che un carico mi gravasse dietro al collo. Poi mi sono accorto che il dolore sulla nuca era stato causato dal cuscino che era scivolato via e si era messo di traverso tra spalla e testa facendomi dormire in posizione scomoda e causandomi dolore sulla nuca.

Non so cosa io combini durante il sonno per spostare il cuscino così, non è la prima volta che mi capita.
Ho fatto anche di peggio. Qualche mese fa mi sono svegliato trovandomi nudo dalla vita in giù, con pantaloni e boxer appallottolati ai miei piedi.
Preciso che ero solo in casa.
Credo.

Appurato che non erano buone intenzioni quelle che mi pesavano addosso, ho sistemato il cuscino e sono tornato a dormire.

Alzatomi verso le 11, l’idea di uscire a passeggio come di consueto la domenica mattina è stata rimpiazzata da un programma casalingo.

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Non ho neanche terminato l’ultimo Toscanello che mi restava dall’Italia, perché fuori al balcone si gelava troppo.
Non sono ancora entrato in un tabaccaio locale per controllare se qui ne abbiano. Mi inquietano i tabacchi qui: sembrano locali proibiti. Porte e vetrine sono completamente oscurate e coperte da un pannello bianco su cui campeggia un divieto con su scritto “18”. Le poche persone che a volte vedo entrare si guardano intorno come se entrassero in un sexy shop.


Mi correggo: ho visto persone entrare in un sexy shop in modo disinvolto. Quindi qui per indicare l’atteggiamento furtivo e pieno di vergogna immagino si dica “Ehi! Vai dal tabaccaio?”.


Ho poi fatto il bucato e rassettato la stanza. Mi è tornata in mente la CC che mi diceva di stupirsi sempre nel vedere un uomo fare faccende di casa.

Le mie “faccende di casa” consistono nel
– lavare i piatti che ho utilizzato;
– passare la scopa con una frequenza variabile: pavimento chiaro, più spesso, pavimento scuro, di rado;
– lavarmi i vestiti dopo aver fatto la prova olfattiva.


La prova olfattiva consiste, come si può dedurre, dall’annusare il capo e decidere se può andare bene per essere riutilizzato subito, se può essere riutilizzato dopo averlo lasciato prendere aria una nottata o se necessita di essere lavato.

ATTENZIONE: la prova annusata non si applica mai su mutande, calzini e canottiere, che vanno direttamente in fase lavaggio.


Li ritengo atti basilari di sopravvivenza urbana.

Non contento della mia straordinaria attività di casalingo, mi sono preparato la pasta al forno con la mozzarella comprata ieri. Lo Spar sotto casa ne ha una decente proveniente dalla Campania. Costa un occhio di Polifemo rispetto all’Italia, ma ogni tanto si può fare uno strappo all’economia, purché non si esageri. Già ho rinunciato a comprare i fazzoletti monovelo da 50 cents a pacco passando a quelli da 1 euro perché in pratica mi soffiavo il naso sulle mani. È un attimo poi che queste dispendiose abitudini ti portino a indugiare nel lusso.

Mentre attendevo che il forno facesse il proprio dovere, con mia sorpresa sono arrivati a casa CE e genitori. Da quando tre settimane fa lei ha firmato il contratto d’affitto non ha mai abitato qui. In compenso ogni due-tre giorni passava a portare roba in casa. Montagne di roba. Ho cominciato a temere che si trasferisse qui con tutta la famiglia, poi quando oggi il padre mi ha salutato dicendo che lei e la madre tornavano in Ecuador martedì, mi sono tranquillizzato.

Col padre ogni volta che ci siamo incrociati mi sono sempre sentito un po’ imbelle nell’interagire. Non sapevo mai in che lingua parlargli, tra inglese, spagnolo e italiano, e il cervello mi si bloccava.

E ogni volta lui mi parla sempre con un italiano stile Papa Bergoglio.

Andata via l’allegra famigliola e consumato il mio lussuoso pranzo, ho dato un’occhiata a qualche foto che ho scattato ieri sera. Mi sono reso conto che lo smartphone è una rovina per qualsiasi sana abitudine.

A me piace scattar foto per avere dei ricordi personali.
Pazienza se vengon fuori brutte o storte o storte e brutte insieme: non devo mica esporre in una galleria. E riguardando una foto penserò Ehi, ora ricordo: quella volta ero brutto e storto in quel posto là!

Questo meccanismo, date le possibilità molteplici offerte da uno smartphone, si trasforma in compulsivo. Fotografo molte cose inutili e di cui non ricordo neanche il motivo per cui ho deciso di immortalarle.

La foto seguente è un esempio:

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Ed ero sobrio, ma non ricordo cosa mi avesse colpito. Forse la neve che aveva cominciato a cadere, prima che diventasse sozza e nera.

Non ho cancellato la foto, anzi ho deciso che ne farò un progetto artistico perché vivendo in un’epoca di artisti non posso sentirmi da meno.
Si intitolerà:
Globi luminosi gialli attaccano passanti distratti/Sembra neve ma è forfora e per questo nessuno si siede sulla panchina
Attrezzatura: Samsung S3 vintage (c’ha un paio d’anni ormai, un pezzo da museo) + supporto di due braccia fornite di mani che reggono lo strumento
Esposizione: in genere non mi espongo affatto, poi co’ sto freddo figuriamoci, meglio rimaner coperti
Filtro: biglietto del tram arrotolato, cartine Rizla Silver
Effetti: indesiderati anche gravi.

Prezzo: 1 milione di euro oppure una caramella Goleador gusto cola che qui non si trovano.

Cosa vuoi di più? Un Lucano!

C’è quasi da ritenersi offesi che dalla Basilicata e dalla Vallée non siano pervenuti contributi:

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Che poi un po’ vien da sorridere, perché sembra sempre che l’opinione pubblica vegeti in stato di quiescenza, salvo poi, un mattino, rigirarsi dal lato sbagliato e cadere giù dal pero; ricordo ero alle scuole medie (15 anni fa) e già, quando si parlava del problema dei rifiuti, sostenevo che ci fossero responsabilità derivanti dal traffico illecito proveniente da altre Regioni. Non perché l’avessi scoperto io (mi pare un po’ difficile a 13 anni), ma perché in fondo si sapeva. E non avevo nemmeno internet (il che potrebbe essere stato un bene).

Adesso è l’argomento del giorno, il che sarebbe un fatto positivo, se non fosse che il destino degli argomenti del giorno è sempre quello di finire in un polveroso archivio chiamato dimenticatoio.

E non riesco neanche a guardare con favore le manifestazioni in strada: sarò arido, ma dubito dell’onestà di tutti. Sì, certamente il liceale agguerrito di Afragola o la Mamma Vulcanica di Terzigno non saranno responsabili dell’interramento di amianto, ma quanti tra essi avranno una coscienza ecologica? Non lo so, non lo so. Sarà che sono troppo avvezzo a dubitare di me stesso da non fidarmi di nessuno.