Non è che i pesci che si somigliano sono i dentici

Ho dovuto rinnovare la carta d’identità. La vecchia era più che mai deteriorata. Ho l’abitudine di tenerla sempre nel portafogli e questo già non fa bene al documento cartaceo. Ultimamente, poi, ho l’abitudine di fare il bagno col portafogli nel costume e questo è stato il colpo finale. L’ho tirata fuori e si è disintegrata.

Potrebbe essere un qualcosa molto buddhista. La propria identità che si disgrega all’aria e finisce in tutte le cose, per poi riformarsi sotto forma di un nuovo documento.

Questa considerazione non è mia, i crediti vanno a un conoscente che ho incrociato per strada mentre mi recavo al Comune. È un tipo interessante. Gli fanno impressione i centesimi di rame. Il motivo è che secondo lui sono la soluzione più pratica che la gente adotta per pulire la suola delle scarpe – soprattutto quelle con una scolpitura sottile – dopo aver calpestato una deiezione canina. Quindi, sempre secondo lui, in giro capita che ci siano centesimi “smerdati”.

Sulla nuova tessera sono, ovviamente, barbuto come ormai sono da anni. Sto pensando che se di colpo tagliassi la barba completamente non sarei più riconoscibile nella foto sul documento.

È una rasatura il confine tra l’essere riconoscibile o meno?

Io sono la mia peluria facciale?

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Non è che la soap opera preferita dai gestori di carte di credito sia “Un POS al Sole”

Sta per concludersi il mio mese come sostituto gestore di B&b; avevo già raccontato che avrei dato una mano a una mia amica partita per un mese, la quale ha ben pensato di farmi però trovare chiuso a chiave il suo armadio dell’intimo nella sua stanza! Che malfidente!

Devo dire che questa che ho svolto si è rivelata un’attività interessante e divertente e che mi ha fatto venire a contatto con tipologie diverse di viaggiatori:

– In una città con migliaia di bar, dove ne hai uno in mente per qualsiasi esigenza (miglior caffè, miglior caffè alla nocciola, migliore sfogliatella eccetera), c’è quello che vuole a tutti i costi sapere dove si trova quel bar che fa le graffe non tonde ma a forma di pretzel, che tu è la prima volta che senti nominare. Sembra che l’unico scopo della vacanza per questo tipo di turisti sia andare in un posto preciso, non gli interessa altro.

– Ci sono quelli invece cui non frega niente delle informazioni, molli loro le chiavi e via; e poi ci sono quelli che invece ti ascoltano ma hanno l’aria di non capire niente e sono troppo timidi per dirlo. Come mi è accaduto con un turista anglo-cinese, che quando gli spiegavo la mappa annuiva con lo sguardo perso come un comune mortale cui stanno spiegando la formula dell’Azione di Poljakov nella Teoria delle Stringhe. Dubito che fosse colpa del mio inglese, quando parlavamo normalmente o gli mostravo la stanza invece mi capiva.

– Alcuni dovrebbero prendere dei rudimenti di orientamento – magari con tanto di regolare certificazione di conseguimento – prima di mettersi in viaggio. Una signora giusto oggi:

  • G: Allora, dando le spalle al portone d’ingresso, gira a sinistra…
  • S: Aspetta, io esco fuori e dove mi metto?
  • G: Dai le spalle al portone
  • S: Così (mima)? E poi?
  • G: Vai verso sinistra
  • S: La mia sinistra, giusto?

– La giovane coppia dove lei si lamenta di qualsiasi cosa faccia o non faccia lui non manca mai.

– Anche se sulla prenotazione c’è ben scritto che il pagamento avviene in sede solo per contanti, un buon 70% dei viaggiatori ti mollerà la carta sul tavolo per pagare col POS.

– Una comitiva di francesi ha lasciato il secchio del vetro pieno solo di bottiglie di Ichnusa. L’avranno presa perché gli piace o perché è quella che costava meno al Carrefour all’angolo?

– I turisti stranieri sono meno pudici di noialtri: la stessa comitiva di francesi è arrivata prima dell’orario previsto, quando le camere non erano pronte: un paio di loro si sono cambiati la maglia mettendosi a torso nudo in cucina. La stessa cosa mi è capitata con due slovene: mostro loro la camera, chiedo un documento, vado a far la fotocopia, torno e trovo una che si stava comodamente per spogliare con la porta aperta.

E tutto ciò domenica finirà e tutti questi momenti andranno perduti, come bottiglie di Ichnusa nel contenitore del vetro: chissà quali altre realtà avrei potuto conoscere! Addio sogni di gloria!

Non è che da forestiero irriconoscente io sia un immingrato

Trovandomi da più di tre mesi in Ungheria sono andato all’ufficio immigrazione per chiedere un tessera di registrazione per la permanenza nel Paese oltre i 90 giorni.

Il primo ostacolo è stato che il suddetto ufficio preposto al rilascio tessere si trovi in un posto dimenticato da dio e divinità minori. Capolinea della metro e tre fermate di un autobus degli anni settanta per giungere in un quartiere dormitorio.

Sul mezzo ho avuto difficoltà a reperire il pulsante di prenotazione della fermata, fino a che ho pensato che fosse del tutto assente e che l’autista fosse obbligato a fare tutti gli stop. Poi mi sono reso conto del mio scarso spirito d’osservazione quando una signora ha pigiato un bottone verde, simile come forma a quello ON/OFF che c’è sulle ciabatte elettriche, posizionato in alto sopra la porta.

È chiaro: qui se vuoi far fermare l’autobus devi spegnerlo.

La prima sorpresa è stata trovare un clima più rigido rispetto al centro città: essendo a 11 km di distanza dal centro in spazi più aperti il freddo si faceva sentire, grazie a un vento che spazzava via anche le adenoidi.

La zona inoltre è territorio di caccia di cornacchie, corvi e corvidi vari. Mentre camminavo mi osservavano dall’alto forse pregustando il momento in cui avrebbero cavato gli occhi dal mio cadavere assiderato.

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Un simpatico esemplare è anche sceso dall’albero per seguirmi da vicino:

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Dopo qualche invocazione ad Anubi, sono arrivato dove sarei dovuto arrivare.

Dall’esterno l’ufficio è irriconoscibile: in pratica l’edificio è una casa, fatta eccezione per un cancello di lamiera sul quale è appiccicato un foglio stampato al computer che ti dice che, sì, quello è proprio l’indirizzo di Harmat utca 131!

L’ambiente interno è molto più accogliente. C’è persino una macchinetta per fare le fototessere e una fotocopiatrice a gettoni. Strumenti molto utili perché quando ci si reca in un ufficio pubblico capita sempre di dimenticare una foto o una copia di un documento. Sarebbe bello trovarli anche negli uffici nostrani.


Ora so che qualcuno commenterà dicendo “Guarda che anche qui a Cunnilinguo sul Clito tutti gli uffici pubblici hanno queste macchinette…”: ne sono lieto e non vedo l’ora di visitare questi uffici pubblici, perché io in tanti anni di frequentazioni non ho avuto il piacere di usufruire di simili modernità.


L’impiegata all’accoglienza richiama la mia attenzione.
Mostro orgoglioso la ricevuta della mia prenotazione. Sono un cittadino diligente e mi sono prenotato online come prescrive il sito internet.

Mi dice che non serve.

L’impiegata controlla i documenti che ho con me, li guarda una volta, li guarda due, poi scappa via sul retro per tornare con una collega.

Alla collega mostro di nuovo con orgoglio la mia prenotazione, che lei con orgoglio mi respinge.

Controlla i documenti una volta, poi li mischia e poi li controlla di nuovo. Stavo per chiederle se dovessi dividere il mazzo, ma poi lei è sparita sul retro dicendomi di aspettare.

Torna dopo 10 minuti, dicendomi che devo pagare il bollo da 1000 fiorini (3 euro e qualche chicco d’orzo).
Ah. Ecco cosa avevo dimenticato.

Mi indirizza a un ufficio postale. Lei parla bene inglese, tranne che per dare indicazioni. L’ufficio l’ho io trovato a istinto: sono in quartiere dormitorio, sulle strade non si affacciano negozi. Dove potrebbero essere dei servizi? Al centro di un aggregato di palazzi.

Difatti, all’interno di una lunga fila di container (la zona è in ristrutturazione), tra tabaccai, negozi di alcolici, negozi di tutto al prezzo che vuoi, c’è anche un ufficio postale.

Vuoto.

Entrare in un ufficio postale e non dover fare la fila è sempre un momento da assaporare con soddisfazione. È una di quelle occasioni in cui sfodero la camminata da Sceriffo di Nottingham nel Robin Hood della Disney: pancia avanti, testa alta e braccia ciondolanti all’indietro.

“Salve! Stavate aspettando me?” è da esclamare entrati nell’ufficio postale

Una volta nel fare ciò sono stato bruciato da una vecchina apparsa da dietro che mi è passata avanti.


Le vecchine sono sempre infide. Riescono a esibirsi in scatti da velocista per soffiarti il posto, per non parlare dei colpi proibiti che ti sferrano con i gomiti ossuti per farsi largo.


Torno all’ufficio immigrazione.
Mi danno un numero. Con la mia prenotazione ormai ci ho fatto dei filtrini.

Finalmente è il mio turno, vado allo sportello dove c’è la stessa tizia di prima che non sa dare indicazioni. Esamina di nuovo i miei documenti, li gira, li mischia e li timbra a caso.

E poi mi dice che non vanno bene perché ci vuole anche un estratto conto bancario perché vogliono essere certi che io sia in grado di mantenermi e quindi devo tornare giovedì.


Onde evitare di dare un’immagine distorta o sembrare un ingrato, vorrei anche sottolineare che nell’ufficio sono molto gentili e cortesi e che la suddetta impiegata prima di dirmi di tornare giovedì si è assicurata ci fosse qualcuno che parlasse inglese perché lei non ci sarebbe stata.


 

Non è che la sarta non possa fingere l’organza

È stato un fine settimana di scoperte.

Scoperta I – Per cominciare, avendo l’aereo alle 6 di mattina, ho pensato bene di trascorrere la notte in aeroporto. Mi ero preventivamente informato: su internet ho letto qualche post (anche se non recentissimo) in cui si diceva che qui al Ferihegy fosse possibile trascorrere la notte nell’area oltre i controlli.

Considerando che ci sono dei comodi divani all’interno, era una scelta conveniente.

Quale è stata la mia sorpresa quando ai varchi mi son sentito dire che non fosse più possibile farlo. Quindi, considerando inutile alle 23 di sera tornare indietro in centro a Budapest per poi ripartire di nuovo verso l’aeroporto qualche ora dopo, ho trascorso la notte nell’area comune, dove ci sono delle “comode” panche di ferro.

Dopo aver girovagato a vuoto mi sono accomodato in un’area appartata e ho dormito con una ragazza. Letteralmente: io di qua e lei dall’altro lato delle panche, per nulla turbata dalla mia presenza tanto da russare sonoramente. È stato molto romantico, fino a che alle 2 lei non ha deciso di svegliarsi e telefonare al fidanzato per trascorrere un’ora al telefono.


Come so che fosse il ragazzo? Chi altri una ragazza chiamerebbe alle 2 di notte e resterebbe un’ora al telefono, senza essere mandata a quel paese (la qual cosa potrebbe generare equivoci, perché in un aeroporto una persona in genere va per andarci a quel paese!)?


In realtà la pazienza telefonica è inversamente proporzionale alla durata del rapporto: nei primi mesi della storia lui ascolterà e sarà accomodante a qualsiasi orario. Trascorso un tot periodo, lui risponderà (se risponderà) con un grugnito e un peto per poi tornarsene a dormire.


Così alle 3 ho girovagato come uno zombie prima di attaccare il telefono a una presa di corrente e ascoltare musica random fino a che non si fosse fatta ora di attraversare i controlli.


Tutto questo è nato dal fatto che mi sono fidato di ciò che avevo letto in rete. Se non ci si può più fidare di internet, dove si finirà? Come faccio poi a erudirmi e conoscere tutto del mondo? Ora sono preda del dubbio universale. E se ad esempio non fosse vero che con un bicchiere di acqua e limone al mattino posso sconfiggere tutte le malattie, il debito pubblico ed Equitalia?


Scoperta II – La seconda scoperta in realtà sarebbe la prima: giovedì sera, mentre mi preparavo lo zaino ho messo su i Tame Impala. Il primo disco, perché io sono così indie che ascolto soltanto i primi dischi di una band perché dal secondo in poi sono diventati commerciali.

Quale è stata la mia sorpresa nel sentirmi dire dalla CE “Ehi, ma sono i Tame Impala?”. E così ho scoperto che è una indieana.


Avevo dimenticato di dirlo: CE si è trasferita a casa. Dopo aver trascorso un mese da quando aveva firmato il contratto in cui non ha fatto altro che spostare roba in casa senza vivere qui, giovedì ho aperto la porta e me la sono trovata davanti che mi fa “Ehi! Surprise!”. Non sto scherzando. Mi sa che è un’altra personaggia pure questa qui.


Scoperta III – La terza scoperta è stata venire a sapere che CC non avesse idea della mia provenienza.

Ogni tanto ci sentiamo su whatsupp. L’altro giorno mi chiede se io fossi di Nabules (o come la trascrivono in cinese), mostrandomi una foto del Golfo. Io ho risposto affermativamente, facendo però notare che le avevo già detto che fossi di Naples.

Lei mi ha detto che aveva sempre capito “Nipples”.

Anche qui, non sto scherzando: è tutto vero.

Va bene che il mio inglese non sarà quello di uno speaker della BBC. Va bene che tra Neipols e Nipols ci passa soltanto una “e” di differenza nel suono. Va bene che lei era una stordita.

Ma io mi chiedo se qualcuno possa credere che esista una città che si chiama Capezzoli.


Anche se va detto che la toponomastica italiana è sempre fantasiosa. Tra Belsedere (Siena), Strozzacapponi (Perugia), Femminamorta (credo Pistoia) e chi più ne ha più ne metta è tutto un divertimento.

Comunque vince sempre Fucking in Austria, la città che vanta più foto di fianco a un cartello stradale.


Scoperta IV – Più che una scoperta è una considerazione. Credo che siamo rimasti l’unico Paese al Mondo a utilizzare come documento di identità un foglietto di carta stampato (male).

Me ne sono reso conto arrivato a Francoforte, per lo scalo. Vista l’epoca della paranoia universale in cui stiamo entrando, appena usciti dall’aereo (nel vero senso della parola, non ti fanno neanche mettere piede in aeroporto) ora c’è la polizia a chiedere i documenti.

Tutti sono andati avanti dopo un rapido controllo dei loro tesserini elettronici, mentre quando è arrivato il mio turno il Sig. Otto mi ha bloccato lì.


Non so se quell’omone grosso, baffuto e dalla prominenza addominale circondariale si chiamasse Otto realmente, però aveva l’aspetto di uno che avrebbe potuto chiamarsi Otto.


Guarda la foto, poi guarda me, poi guarda la foto, poi guarda il documento, lo gira, lo rigira, lo gira di nuovo perché magari pensava che fosse come quelle figurine che se le inclini cambiano colore o mostrano un’altra immagine.

Non convinto, chiama a sé la collega, che telefona a qualcuno e gli legge tutto il mio documento, altezza e capelli compresi. Poi mi lascia andare, spiegandomi che ci sono stati casi di carte d’identità italiane clonate.

La collega era secondo me una Franziska. Mi ispirava quel nome. Biondissima, azzurrissima (gli occhi), bianchissimi (i denti), dall’età indefinibile che poteva andare dai 18 ai 28.

Scoperta V – La cosa che mi ha colpito di più, comunque, è stata quando mia nonna mi ha detto di aspettare l’arrivo della sarta che doveva sistemarle una gonna.

Esiste ancora la figura della sarta a domicilio. Probabilmente è una scoperta dell’acqua calda, ma non per me che l’unico sarto che conosco è quello di Panama.


E poi ci sarebbe quello sportivo romano, il sarto con l’asta.


È un tipo di mestiere che pensavo fosse scomparso. Non quello della sartoria in generale, beninteso, ma quello della signora sarta che col passaparola da un rammendo a un altro si crea un proprio giro di conoscenze.

Mi chiedo: c’è ancora oggi chi intraprende la professione di sarto a domicilio?