Non è che se ti rimborsano tutto ma sei a disagio allora sei sp(a)esato

Il bello di fare nuove esperienze è fare nuove esperienze, disse una volta un saggio.

Non avevo mai avuto il piacere di fare una trasferta tutta spesata e, citando DFW, è una cosa divertente che non farò mai più.

Le persone che incontro sono tutte gentili e disponibili. Anche troppo. Ho la sensazione di essere in ostaggio. Il mio referente, l’uomo che parla al telefono anche se la persona all’altro capo non è in linea (vedasi post precedente), non ci – io e una collega – lascia un secondo. Me lo sono trovato pure che mi attendeva fuori dal bagno.

È il secondo pomeriggio consecutivo che insiste chiedendo se abbiamo bisogno di compagnia per la sera. È la seconda sera che decliniamo gentilmente con mille inchini e genuflessioni sperando di esser lasciati liberi.

Ho stretto così tante mani che ho la tendinite e quando tornerò a casa penseranno io abbia ripetutamente omaggiato la memoria di Onan in albergo.

Ricordo un nome ogni 5 mani, il che è una buona media, solo che il conto non torna perché a qualcuno ho stretto la mano più di una volta e il nome che avevo imparato l’ho dimenticato alla stretta successiva.

Ogni persona di ogni reparto/ufficio che incontro mi dà depliant, brochure, cartelle, riviste. Non è impietosito dalla pila di materiale che ho sottobraccio e me ne rifila altro.

Una tizia ci ha messo davanti due scatole piene di penne. Pensavo fosse l’invito a prenderne una a testa, cosa che abbiamo fatto.

Lei ci ha guardati e ha spinto le scatoline in avanti. Era chiaramente un’intimidazione e un “invito” a prendere le scatole intere. La mia l’ho portata in giro sotto l’ascella e ora le penne non scrivono più perché inzuppate di sudore.

Penne all’ascellana, una ricetta di mia invenzione (non posso mostrar direttamente le penne perché sennò qualcuno potrebbe dalla foto copiarmi la ricetta!)

La mia collega sembra una persona a posto. A parte che quando ci sentiamo su whatsupp sembra un’analfabeta funzionale.

Esempio di conversazione:

(in viaggio)
Lei: Ti va un caffè?
Gintoki: Certo
G: In che carrozza sei? (eravamo saliti in città diverse)
L: Ci vediamo al vagone dove c’è il bar
G: Ok
L: 5
G: Ah l’ho appena superata
L: Ho una camicia blu (non ci si doveva vedere al vagone-bar?…Ok torniamo indietro…)
G: Arrivo
G: Fatti vedere
L: Sono seduta e ho una camicia blu (non mi sembra corrispondente al “fatti vedere”)
G: Ma sei nella 5?
G: Vediamoci direttamente al bar, non ti vedo
L: Ok
G: Scusa ma su che treno sei?
G: Io sto sul 9616. Mi fai venire il dubbio che siamo in treni diversi
L: 9518
L: Che dubbio? (ma come che dubbio! L’ho appena scritto! E ti ho dato il numero del treno)
G: Siamo su treni diversi
L: Infatti (ma infatti cosa! L’ho detto io prima!)

Ho ancora un giorno e mezzo di tutto ciò avanti a me e comincio a temere di non poterne uscire. Se sparirò ricordatemi come un gatto di pace.

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Non è che se è un libro è un mattone allora è un libro da reggere

Il nuovo collega, il Sam Tarly, ha iniziato questa settimana.

Sembra un tipo a posto, qualunque cosa voglia dire essere a posto. A posto con la coscienza? A posto coi pagamenti?

Dobbiamo ancora un attimo sintonizzarci l’uno con l’altro. Quando mi parla non vorrei essere disturbato perché sono impegnato. Quando gli parlo non mi ascolta per niente.

Appena è arrivato ha detto che gli piace ascoltare, cantare, ballare il reggaeton. E poi mi ha chiesto: Sai cos’è il reggaeton?

Sì, il reggaeton, quello che mi faccio al sugo con una spolverata di parmigiano. Avrei voluto rispondere così, purtroppo in inglese non credo funzioni.

Ha poi questa abitudine di darmi il “5” quando se ne va.

Va bene, sarà un gesto cordiale e quando la gente è cordiale e io non apprezzo mi rendo sempre conto della mia diversità sociale.

La diversità sociale è quella cosa per cui se mi chiedi Come va io rispondo Bene e poi mi tacito come Publio Cornelio. Perché a domanda generica io do risposta generica.

Sembra però tra gli esseri umani non funzioni così.

Non vorrei comunque che io gli abbia lasciato fraintendere di essere tipo da “5” facile e passare quindi per uno che dà il 5 a tutti.

In ogni caso, tra meno di un mese non dovrò vederlo più e preoccuparmi di ciò.

Non ho ancora ben chiaro cosa combinerò nella mia vita ma giusto stamattina stavo sviluppando una idea: quella di darmi ai romanzi brevissimi, anzi, istantanei.

L’idea mi è venuta ripensando a quella casa editrice che aveva proposto dei libri in versione bignami, riassunti di romanzi famosi, per chi non ha tempo o voglia di leggere molto.

Perché non estendere l’idea e arrivare al libro istantaneo, composto da una sola parola o una frase estemporanea? Così anche il più pigro finalmente potrà sforzarsi di leggere.

Qui di seguito, in esclusiva per i lettori di questo blog, in anteprima da leggere i primi romanzi istantanei che ho intenzione di pubblicare, divisi per tema:

– Autobiografico: Mi chiamo Gintoki.
– Introspettivo: Mi chiamo.
– Filofofico: Mi chiamo, quindi esisto.
– Storico: Mi chiamarono.
– Trilogia della Solitudine: 1) Non mi chiamano. 2) Chiamo e non mi rispondono. 3) Non mi richiamano.
– Denuncia sociale: Non mi chiamano perché mi temono.
– Attualità: Ti chiamo perché l’ho letto su Google.
– Attualità/2: Ti chiamo perché Whatsupp è crashato.
– Sentimentale: Michi-ama.
– Erotico: Mi chiamò. E venni.

So già che la critica criticherà per una certa monotematicità, ma la critica si sa che è fatta per criticare.

Non è che una pellicola al Monte di Pietà sia un film impegnato

Peggio di un adolescente con uno smartphone c’è un anziano con lo smartphone.

Mia zia, all’età di 70 anni, è passata alle nuove tecnologie e ha effettuato il passaggio verso una componente fondamentale della modernità: le foto su whatsupp.

Oggi durante il pranzo domenicale mi ha mostrato le foto che le mandano i suoi amici, o i figli dei suoi amici.
Tutte foto di neonati. Ha la memoria piena di progenie altrui. Se qualcuno trovasse quel cellulare penserebbe che sia di un pedofilo.

Gliele mandano per condividere i nuovi arrivi. Poi è cominciata una condivisione non richiesta: adesso prima ancora che il bimbo nasca lei si trova inserita già in un gruppo whatsupp per la futura condivisione delle foto del nascituro. Immagino sia una sorta di prelazione, per dire “In caso di nascite concomitanti io ho la precedenza perché ho creato il gruppo prima”.


Sorvolo sull’esistenza di scambi di foto di ecografie. Il dibattito teologico odierno è: la foto del bambino comincia solo al momento della nascita o è da considerarsi tale già nell’ecografia? C’è la scuola di pensiero conservatrice che sostiene che il diritto alla foto nasca al concepimento, il che spiegherebbe l’esistenza di gruppi whatsupp – in cui io non mi trovo inserito, purtroppo – in cui vengono scambiate foto di vulve.


Capisco che la gente faccia ciò perché orgogliosa di mostrare agli altri la bellezza della propria prole, al grido di “Questo l’ho fatto io”. Però qualcuno dovrebbe far presente che i bambini non sono tutti belli. Alcuni son bruttini. Lo so che sembra una cosa orribile da dire, ma è la realtà. E posso ancora dirlo perché non ho prole (credo). Poi diventerò genitore anche io – forse – e comincerò a dire che i bambini sono tutti belli e a mandare foto non richieste.

Poi “bruttino” è relativo, magari è questione di punti di vista oppure è una fase. Nella vita si cambia, si cresce, si attraversano varie trasformazioni.


Io, ad esempio, ero un bel bambino. Ora sono un adulto medio, medianamente tollerabile esteticamente dalla media della popolazione. Da ragazzino invece la pubertà mi fece diventare rachitico e ingobbito e dai tratti vagamente mediorientali, cosa che mi attirò un po’ di bullismo verbale fintoxenofobo durante il periodo dell’ascesa del terrorismo internazionale.


Non essendo realmente mediorientale, non potevo in realtà lamentarmi: quindi peggio di essere vittima di xenofobia c’è il non essere vittima di xenofobia ma sentirsi tale lo stesso.


In una pausa da mia zia e dalle sue foto, ho dovuto spiegare a Padre, che commentava i risultati della Mostra del Cinema di Venezia, perché mai uno che fa film di 4 ore in bianco e nero debba essere idolatrato come artista. Io ho fatto presente che ci sono anche artisti da 90 minuti a colori, un film d’autore non è tale solo per durata o effetto sulla pellicola.

“Allora perché ha vinto a Venezia quello lì?”

Non ho saputo replicare. Mi sono giustificato dicendo di non essere un critico cinematografico e allora mi ha spento affermando “Allora neanche tu sai perché quello lì deve essere considerato un artista” e mi sono dovuto arrendere alla sua logica.

Durante tutti questi siparietti, Madre sullo sfondo invece faceva facce. Del tipo “Che palle” o “Basta” o “Vuoi dire a tua zia che poteva risparmiarsi di portare un 1kg di paste perché nessuno le mangerà?” e io replicavo con l’occhiata de “Diglielo tu perché siete voi due che non vi mangiate un cazzo che c’avete i gusti raffinati e la crema la volete se fatta con le uova bio di una gallina bio che prima di farle uscire le passano la vaselina (bio) nel culo, con la scorza di limone di Sorrento inumidita dall’ultimo alito di fiato prima di spirare dal vecchietto che lo coltivava ancora come gli aveva insegnato suo nonno”.


È un’occhiata che ho messo anni a perfezionare. Dovrei vincere io un premio a Venezia, purtroppo non ho ancora trovato un regista che sappia valorizzarmi.


E alla fine sono giunto a conclusione che siamo noi adulti a essere pessimi, i bambini son molto meglio.

Non è che il fotografo si rivolga a un piromane per mettere a fuoco

Quando lo sguardo indica il castello, l’uomo savio contempla la mia camicia
(dal Libro gintokiano dei motti)

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Ci sono delle volte in cui mi blocco. Mi fermo, pur rimanendo attivo.
È come il cellulare che va in risparmio energetico quando non è utilizzato.

È un esempio stupido.
Dubito che qualcuno dia modo al telefono di andare in risparmio energetico. Forse durante la notte, ma ci sarà chi magari lo tocca anche dormendo.

L’ultima che mi aveva adescato probabilmente era una di queste persone. Se accedevo a Whatsupp per leggere un messaggio, lei mi scriveva o mi chiamava per dirmi “Sei online”. Quindi o aveva un programma spia nel mio telefono o stava continuamente a monitorarlo. O forse monitorava un programma spia. O era essa stessa una spia.

Sì, sono online. Non sempre. Vado spesso offline.
In alcuni momenti non mi interessa nulla di ciò che mi avviene intorno. O di ciò di cui mi stanno parlando.

In quei momenti, semplicemente, non mi importa.
Non mi importa del calciomercato.
Non voglio sapere chi ha lasciato chi perché ha fatto cosa.
Non ho visto quel film e non credo che lo guarderò anche se sto dicendo “Uhm, allora devo guardarlo”.
Non conosco quel tizio quindi è inutile che continui a parlarmene.
Non so cosa mangerò stasera: toccherò il frigo dicendogli “Adesso ti aprirò e la prima cosa che mi mostrerai la mangerò. E non fare come l’altra volta che c’era una scatoletta di cibo per gatti”.
Non ho voglia di ascoltare verbosi e prolissi soliloqui come i monologhi di un cameriere che racconta la storia del piatto che ti ha messo in tavola, che ho sempre pensato che sarebbe buffo se uno parlasse come un cameriere che descrive un piatto: ebbene, io conosco il proprietario di un ristorante e un giorno, vedendolo col braccio ingessato, gli chiesi cosa fosse accaduto, per convenzione sociale; mi aspettavo un “Sono caduto dalla scala”, “Stavo giocando a calcio” e cose così, lui invece esordì con “Infrazione dello scafoide carpale con interessamento…”. Su “interessamento” ho smesso di interessarmene e quindi non ricordo come sia finita la storia.
Non mi importa sapere che non ti sei fermata a salutarmi perché quella volta stavi per perdere la metro: ce ne è una ogni 10 minuti, quindi a meno che “perdere la metro” non fosse da interpretare letteralmente e che tu fossi proprietaria di un convoglio della metro che rischiavi di perdere all’assemblea degli azionisti, non mi interessa.

In quei momenti, non mi importa.
Voglio solo stare fermo.
Come se fossi una fotografia vivente.

 

Non è che il telefonista collerico paghi lo scatto d’ira alla risposta

Ore 15.
Squilla il telefono: +39 02…

Milano?
Ho inviato dei CV lì, chissà. Tra l’altro, a livello statistico personale, la fascia oraria 14-16 è quella in cui ho sempre ricevuto chiamate per lavoro.

Rispondo senza pensarci, sapendo di rimetterci 2 euro dalla Wind.


Come è noto, di recente è entrato in vigore il Regolamento UE 2120/2015 che disciplina tariffe e costi standard all’estero: la cosiddetta Eurotariffa. Tale tariffa si applica in automatico a meno che non siano attive altre offerte: la Wind da aprile ha attivato autonomamente in alternativa l’Offerta regolamentata UE, che costa 2 euro al giorno (scalati in automatico al primo sms inviato/chiamata effettuata/ricevuta) e garantisce 15 mn di chiamate, 15 sms, 50mb di traffico. Trovo che la Wind non sia stata molto trasparente nell’informare la clientela sulle modalità di disattivazione¹.


¹ Io del resto non ero stato lesto nel disattivarla, anche perché attualmente non ho esigenze di utilizzare il cellulare per chiamate o sms: Skype/Messenger/Whatsupp sono più che sufficienti per gestire i miei rapporti umani e disumani. E inoltre avevo diffidato chiunque dal telefonarmi dietro minaccia di ritorsioni trasversali.


– Pronto?
– Buonasera, lei conosce Sky?
– No, ma conosco imprecazioni in varie lingue e dialetti. Clic.

Gli operatori call center appartengono a una delle categorie più bistrattate e odiate. A volte poi ci si dispiace anche, quando sovviene che si tratta di semplici persone rese ingranaggi di un sistema perverso.


Per fortuna negli ultimi anni hanno cominciato a delocalizzare anche i call center, così invece di odiare altri italiani potremo prendercela con albanesi, polacchi e rumeni che, diciamolo, già ci stanno sui maglioni e quindi i nostri sensi di colpa sono in salvo.


Alcuni operatori, comunque, meritano di essere bistrattati.

Per un periodo ho lavorato in un’azienda di teleselling, nel dietro le quinte.
E anche dietro qualche sesta: avevo due colleghe possenti e giunoniche.

Il primo giorno ci fecero dare un’occhiata alle catene di montaggio, ovvero le postazioni.
Mi rimarrà sempre impressa la telefonata di un operatore:

– Buongiorno signora, c’è il Sig. Pinco Pallino? Sono Tizio dalla Xyz
– No grazie, non siamo interessati
– SIGNORA! IO HO FATTO UN’ALTRA DOMANDA! Le ho chiesto se c’è suo marito, non mi importa se le interessa o meno!

La signora buttò giù il telefono, ovviamente.
Io avrei buttato lui giù dalla finestra però eravamo soltanto al primo piano.

Pensai che Tizio fosse un folle.
Poi scoprii che era tra i venditori più prolifici per numero di contratti chiusi mensili. La sua tecnica era quella del piazzista irruente di spazzole a domicilio: infilare il piede nella porta al limite della violazione di domicilio.

Di aspetto somigliava a Milhouse dei Simpson.

Con tutto il rispetto per Milhouse e per tutti i Milhouse esistenti, ma un Milhouse non ha l’aspetto di uno che incute timore. Questo Milhouse del call center era un leone da telefono.

Non ho mai lavorato in modo diretto in un call center, seppur in periodi di crisi socio-economica personale e di dubbi sul mio pene per un paio di volte ho avuto la tentazione di provare.

La prima volta mi fece un colloquio un tale che sembrava fosse più sfiduciato di me.
Mi poneva domande annoiate a caso tra quelle più comuni, del tipo Come ti vedi tra 5 anni? o Sogni nel cassetto?.
Il momento più sincero fu quando mi chiese se leggessi. Dissi che avevo appena finito Sostiene Pereira e vidi in quel momento un barlume di lucidità nei suoi occhi. Finalmente mi guardò in volto, dicendo: Grande scrittore, Tabucchi.
Poi tirò un sospiro e si spense di nuovo.

Fu l’unica volta che dopo un colloquio dissi Le farò sapere.

Un’altra volta presi appuntamento per il colloquio però poi in un moto di ribellione successivo decisi di disdire. Pensai che il karma mi avrebbe punito e invece trovai un’altra occupazione.

Un lavoro è un lavoro, ma non sono bravo a vendere spazzole o a infilare il piede nella porta e, oltretutto, non avrei mai il coraggio di chiamare qualcuno alle 8 di mattina del 1° gennaio come fece una volta una ragazza della Vodafone.

Mi trattenni dall’esser sgarbato per compassione e per l’obnubilamento della fase REM da cui ero appena uscito, poi però il mio cervello si attivò quando lei disse “…Allora se lei è d’accordo le attivo la promozione…” e a quel punto, con la voce legnosa e scheggiata come Barbalbero le dissi Nooo. Un’operatrice dovrebbe avere più criterio. E misi giù.

È un brutto mondo. Soprattutto perché ho sprecato 2 euro perché mi ero illuso.

Non è che la sarta non possa fingere l’organza

È stato un fine settimana di scoperte.

Scoperta I – Per cominciare, avendo l’aereo alle 6 di mattina, ho pensato bene di trascorrere la notte in aeroporto. Mi ero preventivamente informato: su internet ho letto qualche post (anche se non recentissimo) in cui si diceva che qui al Ferihegy fosse possibile trascorrere la notte nell’area oltre i controlli.

Considerando che ci sono dei comodi divani all’interno, era una scelta conveniente.

Quale è stata la mia sorpresa quando ai varchi mi son sentito dire che non fosse più possibile farlo. Quindi, considerando inutile alle 23 di sera tornare indietro in centro a Budapest per poi ripartire di nuovo verso l’aeroporto qualche ora dopo, ho trascorso la notte nell’area comune, dove ci sono delle “comode” panche di ferro.

Dopo aver girovagato a vuoto mi sono accomodato in un’area appartata e ho dormito con una ragazza. Letteralmente: io di qua e lei dall’altro lato delle panche, per nulla turbata dalla mia presenza tanto da russare sonoramente. È stato molto romantico, fino a che alle 2 lei non ha deciso di svegliarsi e telefonare al fidanzato per trascorrere un’ora al telefono.


Come so che fosse il ragazzo? Chi altri una ragazza chiamerebbe alle 2 di notte e resterebbe un’ora al telefono, senza essere mandata a quel paese (la qual cosa potrebbe generare equivoci, perché in un aeroporto una persona in genere va per andarci a quel paese!)?


In realtà la pazienza telefonica è inversamente proporzionale alla durata del rapporto: nei primi mesi della storia lui ascolterà e sarà accomodante a qualsiasi orario. Trascorso un tot periodo, lui risponderà (se risponderà) con un grugnito e un peto per poi tornarsene a dormire.


Così alle 3 ho girovagato come uno zombie prima di attaccare il telefono a una presa di corrente e ascoltare musica random fino a che non si fosse fatta ora di attraversare i controlli.


Tutto questo è nato dal fatto che mi sono fidato di ciò che avevo letto in rete. Se non ci si può più fidare di internet, dove si finirà? Come faccio poi a erudirmi e conoscere tutto del mondo? Ora sono preda del dubbio universale. E se ad esempio non fosse vero che con un bicchiere di acqua e limone al mattino posso sconfiggere tutte le malattie, il debito pubblico ed Equitalia?


Scoperta II – La seconda scoperta in realtà sarebbe la prima: giovedì sera, mentre mi preparavo lo zaino ho messo su i Tame Impala. Il primo disco, perché io sono così indie che ascolto soltanto i primi dischi di una band perché dal secondo in poi sono diventati commerciali.

Quale è stata la mia sorpresa nel sentirmi dire dalla CE “Ehi, ma sono i Tame Impala?”. E così ho scoperto che è una indieana.


Avevo dimenticato di dirlo: CE si è trasferita a casa. Dopo aver trascorso un mese da quando aveva firmato il contratto in cui non ha fatto altro che spostare roba in casa senza vivere qui, giovedì ho aperto la porta e me la sono trovata davanti che mi fa “Ehi! Surprise!”. Non sto scherzando. Mi sa che è un’altra personaggia pure questa qui.


Scoperta III – La terza scoperta è stata venire a sapere che CC non avesse idea della mia provenienza.

Ogni tanto ci sentiamo su whatsupp. L’altro giorno mi chiede se io fossi di Nabules (o come la trascrivono in cinese), mostrandomi una foto del Golfo. Io ho risposto affermativamente, facendo però notare che le avevo già detto che fossi di Naples.

Lei mi ha detto che aveva sempre capito “Nipples”.

Anche qui, non sto scherzando: è tutto vero.

Va bene che il mio inglese non sarà quello di uno speaker della BBC. Va bene che tra Neipols e Nipols ci passa soltanto una “e” di differenza nel suono. Va bene che lei era una stordita.

Ma io mi chiedo se qualcuno possa credere che esista una città che si chiama Capezzoli.


Anche se va detto che la toponomastica italiana è sempre fantasiosa. Tra Belsedere (Siena), Strozzacapponi (Perugia), Femminamorta (credo Pistoia) e chi più ne ha più ne metta è tutto un divertimento.

Comunque vince sempre Fucking in Austria, la città che vanta più foto di fianco a un cartello stradale.


Scoperta IV – Più che una scoperta è una considerazione. Credo che siamo rimasti l’unico Paese al Mondo a utilizzare come documento di identità un foglietto di carta stampato (male).

Me ne sono reso conto arrivato a Francoforte, per lo scalo. Vista l’epoca della paranoia universale in cui stiamo entrando, appena usciti dall’aereo (nel vero senso della parola, non ti fanno neanche mettere piede in aeroporto) ora c’è la polizia a chiedere i documenti.

Tutti sono andati avanti dopo un rapido controllo dei loro tesserini elettronici, mentre quando è arrivato il mio turno il Sig. Otto mi ha bloccato lì.


Non so se quell’omone grosso, baffuto e dalla prominenza addominale circondariale si chiamasse Otto realmente, però aveva l’aspetto di uno che avrebbe potuto chiamarsi Otto.


Guarda la foto, poi guarda me, poi guarda la foto, poi guarda il documento, lo gira, lo rigira, lo gira di nuovo perché magari pensava che fosse come quelle figurine che se le inclini cambiano colore o mostrano un’altra immagine.

Non convinto, chiama a sé la collega, che telefona a qualcuno e gli legge tutto il mio documento, altezza e capelli compresi. Poi mi lascia andare, spiegandomi che ci sono stati casi di carte d’identità italiane clonate.

La collega era secondo me una Franziska. Mi ispirava quel nome. Biondissima, azzurrissima (gli occhi), bianchissimi (i denti), dall’età indefinibile che poteva andare dai 18 ai 28.

Scoperta V – La cosa che mi ha colpito di più, comunque, è stata quando mia nonna mi ha detto di aspettare l’arrivo della sarta che doveva sistemarle una gonna.

Esiste ancora la figura della sarta a domicilio. Probabilmente è una scoperta dell’acqua calda, ma non per me che l’unico sarto che conosco è quello di Panama.


E poi ci sarebbe quello sportivo romano, il sarto con l’asta.


È un tipo di mestiere che pensavo fosse scomparso. Non quello della sartoria in generale, beninteso, ma quello della signora sarta che col passaparola da un rammendo a un altro si crea un proprio giro di conoscenze.

Mi chiedo: c’è ancora oggi chi intraprende la professione di sarto a domicilio?

Cercava l’amore e finì in spiaggia: da una donna da amare si ritrovò con una donna da mare


Questa è una storia che potrebbe essere vera ma potrebbe benissimo essere falsa: si sa che ogni fondo di verità ha una leggenda alla base.

È disponibile anche in versione audio letta da Gintoki (che poi sono io!), in presa diretta e con errori per la serie “buona la prima perché mi son scocciato!” con tono monocorde e l’incedere Jovannottesco che neanche un logopedifta potrebbe rifolvere.

Ascolta la storia (oppure non ascoltarla!)


Tizio era un giovane. Un giovane di genere “tipo”, fiero delle proprie tonsilliti stagionali. Si trovava in quell’età che porta un individuo a non essere socialmente definibile né come un ragazzo né come un adulto, la qual cosa gettò Tizio in una crisi personale, che superò solo dopo aver saputo il costo di un ciclo di sedute di psicoterapia.

Tizio (un altro Tizio) convinto e deciso della propria affermazione

Stanco di delusioni in campo sentimentale, un giorno esclamò, con decisione, convinzione e una ventata di alitosi:
“Basta con donne uguali a me, instabili e nevrotiche!”
rivolto a un ausiliare che gli stava contestando il biglietto di sosta scaduto.


O.T. (OFF TIZIO)
Ma anche dalle vostre parti gli ausiliari della sosta girano per strada tronfi e impettiti come degli sceriffi?


Il caso volle che sulla strada di Tizio, del tutto inaspettatamente, si mettesse una bella e avvenente ragazza.

Per evitarla, Tizio andò a sbattere con la macchina.

Raccontò l’incidente su facebook, perché una cosa non accade finché non viene scritta su facebook. Una sua vecchia conoscente, letto il post, gli scrisse su whatsupp – perché ormai non esisti e non sei reperibile se non hai whatsupp – chiedendogli cosa mai fosse successo. Da quel momento i due cominciarono a sentirsi spesso e fare lunghe chiacchierate al telefono.

Insomma, avete già capito dove condurrà questa storia: da un carrozziere perché un’auto non si ripara mica da sola.

Nel frattempo i due uscivano, bevevano, mangiavano: insomma facevano tutte le cose che in genere fanno un uomo e una donna che escono. Ma anche che fanno due uomini o due donne, ma questo non bisogna raccontarlo ai bambini perché poi lo riferiscono a casa e si sa che gli adulti sono impressionabili.

Non erano comunque tutte rose e fiordi (come dicono in Norvegia): i due erano completamente all’opposto in tutto.
Lei vegetariana, lui onnivoro;
lei andava ai concerti di Leegabue, lui preferiva Lee Ranaldo;


Lee Ranaldo è quello dei Sonic Youth.
I Sonic Youth sono quelli che hanno saccheggiato il frigo di Peter Frampton in “Homerpalooza”, uno degli episodi più belli della storia dei Simpson


lei ammirava estasiata rocce nei musei di scienze naturali e lui nel frattempo dormiva;
lui ammirava estasiato Rothko nei musei d’arte e lei nel frattempo dormiva;
lei amava i cani, lui i gatti;
lei voleva andare da Starbucks, lui rispondeva stocazz’;
lei faceva foto al cibo prima di mangiarlo, lui aveva già finito di mangiare mentre gli stavano scattando la foto;
lei amava il mare, tanto da definirlo la propria vita, lui non lo amava affatto ma dietro lunghe lamentele di lei si era deciso ad andarci, prima che lei si sentisse troppo ingrassata per stare in costume, decidendo di non andare più.

La vita, quindi, scorreva tra un litigio e un’incomprensione e momenti di tranquilla compagnia intervallati da qualche buon coito.

Visto che le cose non avevano la piega comunque di un gioco e viste le prospettive di vita di entrambi che sembravano antitetiche – l’una stanziale, l’altra seminomade – tra i due si conversava anche del futuro ipotetico prossimo remoto venturo.

Il futuro in questo caso prevedeva che un giorno Tizio andasse a vivere da lei, perché era fuori discussione che lei abbandonasse la propria casa e la ridente città in cui viveva; che si sposassero, perché lei accettava la convivenza solo se limitata a un anno o poco più e poi esigeva il matrimonio; che avrebbero avuto un cane e un gatto purché ognuno si fosse occupato dei rispettivi animali. Ma, se Tizio aveva intenzione – come era sua intenzione – di avere un lavoro che lo portasse, per la natura stessa di tale lavoro, a stare due-tre mesi lontano da casa, il gatto avrebbe fatto una brutta fine o sarebbe stato regalato, perché era fuori questione che lei se ne occupasse. Troppo impegno e, per giunta, per un animale non amato.

Tizio prese allora una decisione importante.

Si sarebbe messo alla ricerca dell’ausiliare che gli aveva contestato il parcheggio, perché non tutti sanno che il protrarsi della sosta non è un’infrazione (non comporta una multa!) e, quindi, richiede semplicemente il pagamento della differenza di tariffa come integrazione. Tizio l’aveva saputo e ora non si sarebbe fatto sfuggire l’occasione di rivalsa.

La morale della storia è: le vie del cuore sono strane e tortuose ma se vuoi parcheggiare controlla di avere spiccioli sufficienti per il parchimetro.