Non è che Attila conoscesse gli Unni e gli altri

Sono grato all’esistenza internet per tante cose.

Ad esempio l’avermi permesso di conoscere – in modo platonico – Sasha Grey.

C’è però una cosa che fatico ormai a sopportare. Il fatto che internet mi stia togliendo l’ignoranza sulle persone.

È probabile sia anche colpa mia e che io passi troppo tempo in rete.
Ci ho riflettuto dopo aver passato gli ultimi giorni senza utilizzare internet, se non per qualche piccolo e veloce sguardo alle notizie di attualità.

È bastato così poco distacco per ricominciare a guardare le persone in modo normale.
Mi è successo mentre ero in stazione, in attesa che un ritardo partorisse un treno.


Ogni volta che alzavo gli occhi al tabellone il ritardo si incrementava di 5′. Allora ho smesso di guardare per mezz’ora e il ritardo è schizzato oltre i 100′. Quindi io non so se un albero che cade in una foresta deserta faccia o meno rumore, ma posso dire che un ritardo non osservato aumenta e di molto.


C’erano tante persone in sala d’attesa. E sembravano tutte normali. Non mi chiedevo come fossero in realtà, se qualcuno sbeffeggiasse cormorani online o se qualcun altro offendesse la Terra dicendo che è senza tette.

Stiamo cominciando a sapere un po’ troppo gli uni degli altri.
E questo non è un bene. Se fino a ieri l’altro potevamo mantenere il beneficio del dubbio su quanto le persone siano orribili, oggigiorno ne stiamo avendo la certezza.

Per orribile intendo un vasto campionario di esempi, dallo sbeffeggiare cormorani online al non riuscire a comprendere un testo scritto. L’altro giorno leggevo l’annuncio di un sito che accreditava certificazioni Eipass: pubblicizzava il corso finalizzato al personale ATA, in vista dell’apertura del bando. La certificazione fa infatti punteggio per le graduatorie.

Le persone nei commenti chiedevano (e sotto ogni commento il povero social manager ripeteva la stessa identica cosa: “questo è un corso online EIPASS per personale ATA” ma nessuno si premurava di dargli retta):

– Quando esce il bando?
– Sì ma il bando?
– Che documenti bisogna allegare alla domanda?
– Io ho il diploma di parrucchiera, posso fare domanda ata?

Queste persone, non in grado – o troppo pigre per farlo – di leggere e comprendere ciò che dice un annuncio, dovrebbero aver diritto a un lavoro?

Ecco, io non voglio più pensare queste cose. Non voglio essere a conoscenza di quanto gli altri siano inabili e non voglio pensar cose poco carine su di loro.

Per carità, ognuno di noi è incapace in qualcosa: io non so guidare elicotteri. Sono un incapace?

Certo, sono incapace di guidare l’elicottero, però me ne sto a casa mia e non mi metto alla guida di un elicottero solo perché da piccolo ne ho costruito uno col Lego Technic.


Che poi in realtà la scatola di montaggio era per un camioncino.


Mentre ripensavo a tutto ciò, oggi pomeriggio mi ha contattato un conoscente. Uno che da quando è finito il liceo ho rivisto e ci ho parlato una sola volta in 14 anni, a un matrimonio.

– Ho un dubbio….se non erro avevamo un’amicizia in comune

Abbiamo circa una 70ina di persone in comune ma il Philip Marlowe che ogni tanto mi gira nella testa aveva già intuito a chi si riferisse.

– Dimmi…
– Una ragazza di xxx. Molto carica di pettorali. Mi pare si chiamasse yyy. Non riesco a capire se si è cancellata o se mi ha bloccato

Avevo intuito bene.

– Si è cancellata e da parecchio
– che peccato
– Stava parecchio bruciata di testa, comunque
– Eh sì. Troppe zizze.

Dopo essermi interrogato sul perché alle 3 di un pigro martedì pomeriggio a uno gli vengano in mente le ‘zizze’ di una tizia semi-sconosciuta e aver visualizzato il tizio poi in inequivocabili atteggiamenti onanistici, ho spento il pc e ancora una volta ho invocato il ritorno a una sana ignoranza sugli altri esseri umani: ognuno pensi alle zizze in modo intimo e privato.

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Non è che al re amante della birra piaccia solo la Corona

Ogni tanto mi vesto anche io da turista e faccio cose turistiche.
Ieri sono andato a visitare il Parlamento ungherese, cosa che in più di un anno complessivo da quando mi trovo qui non avevo ancora fatto. E, citando DFW, è una cosa divertente che non farò mai più.

Il biglietto d’ingresso costa più o meno 7 euro, per mezz’ora di tour in cui vi verranno spiegate le cose che non si possono visitare perché non accessibili al pubblico.

L’acquisto può essere effettuato online o direttamente alla cassa (in questo caso solo per il giorno stesso), selezionando la visita guidata nella lingua desiderata.

All’inizio ero tentato di acquistare il biglietto per il tour in inglese, perché io son cittadino del XXI secolo, la generazione Erasmus, abbiamo imparato la lingua con Super Mario e i porno online, non perdiamo mai occasione di far pratica di lingua perché siamo sempre un passo avanti.

In realtà volevo acquistare il biglietto per la visita in inglese perché detesto i turisti italiani.

Detesto i turisti in generale, chiariamo, ma almeno per quelli stranieri posso evitare di prestare attenzione alle baggianate che dicono, disattivando il filtro linguistico.

Il Parlamento all’interno è suggestivo e la visita fornisce al visitatore dettagli statistici utili per una partecipazione a un quiz a premi.

Alcune pillole:

  • È alto 96 metri come la Basilica di Santo Stefano in centro
  • Le due ali sono simmetriche
  • L’edificio è il terzo più grande del mondo dopo quello del Parlamento di Buenos Aires e quello di Bucarest
  • Il soffitto della scalinata è decorato da 40 kg di oro zecchino
  • Per la sua costruzione sono stati utilizzati quasi totalmente materiali ungheresi
  • La sala a cupola in cui sono custoditi i simboli d’Ungheria (corona, scettro, spada e globo crucigero) sotto una teca è l’unico posto dove non è permesso scattare fotografie

Attendevo con ansia quanto ci sarebbe voluto prima che qualcuno del gruppo venisse redarguito per aver tentato di scattare una foto. Dopo due secondi dall’ingresso nella cupola, una ragazza è stata colta in flagrante.

Un gruppetto di perdigiorno di non più di 25 anni invece ne ha scattata una di nascosto perché “Col cazzo che torno a casa senza, l’ho scattata a (non sono riuscito a capire dove) mo vuoi vedere che qua non ci riesco”. Ho provato a immaginare che il gesto di questo giovane non fosse per sfida ai divieti. Magari ha una triste storia alle spalle, un padre prepotente che lo malmena: “Non ti ho mandato a fare il turista in giro per tornare a casa senza uno straccio di foto!”. Purtroppo la mia immaginazione peggiora sempre più, quindi per me il giovane resta una semplice testa di cazzo.

La croce in cima alla corona dal 17° secolo è inclinata e non è mai stata rimessa a posto. Secondo la guida “Gli scienziati non sono d’accordo sul perché”. Non è chiaro il perché di cosa, il perché sia inclinata o il perché non sia stata rimessa a posto.

Comunque è inclinata perché è caduta a terra. Sappiatelo ma non ditelo alle guide.

L’Emiciclo che viene mostrato ai turisti non è più utilizzato, dato che l’Ungheria ha un sistema monocamerale dal 1944. È osservabile da un balconcino, punto in cui ho scattato questa pessima foto, aggravata dal fatto che lo smartofono con una risoluzione migliore l’avevo dimenticato a casa:

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È vuoto perché sono andati tutti a ka$aaaaaaaaaa1!1!!!!11!!

Alla fine della visita il gruppo ha fatto un applauso alla guida. Calatomi nell’atmosfera, ho applaudito anche io complimentandomi per l’ottimo atterraggio.

Non è che il fotografo si rivolga a un piromane per mettere a fuoco

Quando lo sguardo indica il castello, l’uomo savio contempla la mia camicia
(dal Libro gintokiano dei motti)

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Ci sono delle volte in cui mi blocco. Mi fermo, pur rimanendo attivo.
È come il cellulare che va in risparmio energetico quando non è utilizzato.

È un esempio stupido.
Dubito che qualcuno dia modo al telefono di andare in risparmio energetico. Forse durante la notte, ma ci sarà chi magari lo tocca anche dormendo.

L’ultima che mi aveva adescato probabilmente era una di queste persone. Se accedevo a Whatsupp per leggere un messaggio, lei mi scriveva o mi chiamava per dirmi “Sei online”. Quindi o aveva un programma spia nel mio telefono o stava continuamente a monitorarlo. O forse monitorava un programma spia. O era essa stessa una spia.

Sì, sono online. Non sempre. Vado spesso offline.
In alcuni momenti non mi interessa nulla di ciò che mi avviene intorno. O di ciò di cui mi stanno parlando.

In quei momenti, semplicemente, non mi importa.
Non mi importa del calciomercato.
Non voglio sapere chi ha lasciato chi perché ha fatto cosa.
Non ho visto quel film e non credo che lo guarderò anche se sto dicendo “Uhm, allora devo guardarlo”.
Non conosco quel tizio quindi è inutile che continui a parlarmene.
Non so cosa mangerò stasera: toccherò il frigo dicendogli “Adesso ti aprirò e la prima cosa che mi mostrerai la mangerò. E non fare come l’altra volta che c’era una scatoletta di cibo per gatti”.
Non ho voglia di ascoltare verbosi e prolissi soliloqui come i monologhi di un cameriere che racconta la storia del piatto che ti ha messo in tavola, che ho sempre pensato che sarebbe buffo se uno parlasse come un cameriere che descrive un piatto: ebbene, io conosco il proprietario di un ristorante e un giorno, vedendolo col braccio ingessato, gli chiesi cosa fosse accaduto, per convenzione sociale; mi aspettavo un “Sono caduto dalla scala”, “Stavo giocando a calcio” e cose così, lui invece esordì con “Infrazione dello scafoide carpale con interessamento…”. Su “interessamento” ho smesso di interessarmene e quindi non ricordo come sia finita la storia.
Non mi importa sapere che non ti sei fermata a salutarmi perché quella volta stavi per perdere la metro: ce ne è una ogni 10 minuti, quindi a meno che “perdere la metro” non fosse da interpretare letteralmente e che tu fossi proprietaria di un convoglio della metro che rischiavi di perdere all’assemblea degli azionisti, non mi interessa.

In quei momenti, non mi importa.
Voglio solo stare fermo.
Come se fossi una fotografia vivente.

 

Non è che da forestiero irriconoscente io sia un immingrato

Trovandomi da più di tre mesi in Ungheria sono andato all’ufficio immigrazione per chiedere un tessera di registrazione per la permanenza nel Paese oltre i 90 giorni.

Il primo ostacolo è stato che il suddetto ufficio preposto al rilascio tessere si trovi in un posto dimenticato da dio e divinità minori. Capolinea della metro e tre fermate di un autobus degli anni settanta per giungere in un quartiere dormitorio.

Sul mezzo ho avuto difficoltà a reperire il pulsante di prenotazione della fermata, fino a che ho pensato che fosse del tutto assente e che l’autista fosse obbligato a fare tutti gli stop. Poi mi sono reso conto del mio scarso spirito d’osservazione quando una signora ha pigiato un bottone verde, simile come forma a quello ON/OFF che c’è sulle ciabatte elettriche, posizionato in alto sopra la porta.

È chiaro: qui se vuoi far fermare l’autobus devi spegnerlo.

La prima sorpresa è stata trovare un clima più rigido rispetto al centro città: essendo a 11 km di distanza dal centro in spazi più aperti il freddo si faceva sentire, grazie a un vento che spazzava via anche le adenoidi.

La zona inoltre è territorio di caccia di cornacchie, corvi e corvidi vari. Mentre camminavo mi osservavano dall’alto forse pregustando il momento in cui avrebbero cavato gli occhi dal mio cadavere assiderato.

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Un simpatico esemplare è anche sceso dall’albero per seguirmi da vicino:

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Dopo qualche invocazione ad Anubi, sono arrivato dove sarei dovuto arrivare.

Dall’esterno l’ufficio è irriconoscibile: in pratica l’edificio è una casa, fatta eccezione per un cancello di lamiera sul quale è appiccicato un foglio stampato al computer che ti dice che, sì, quello è proprio l’indirizzo di Harmat utca 131!

L’ambiente interno è molto più accogliente. C’è persino una macchinetta per fare le fototessere e una fotocopiatrice a gettoni. Strumenti molto utili perché quando ci si reca in un ufficio pubblico capita sempre di dimenticare una foto o una copia di un documento. Sarebbe bello trovarli anche negli uffici nostrani.


Ora so che qualcuno commenterà dicendo “Guarda che anche qui a Cunnilinguo sul Clito tutti gli uffici pubblici hanno queste macchinette…”: ne sono lieto e non vedo l’ora di visitare questi uffici pubblici, perché io in tanti anni di frequentazioni non ho avuto il piacere di usufruire di simili modernità.


L’impiegata all’accoglienza richiama la mia attenzione.
Mostro orgoglioso la ricevuta della mia prenotazione. Sono un cittadino diligente e mi sono prenotato online come prescrive il sito internet.

Mi dice che non serve.

L’impiegata controlla i documenti che ho con me, li guarda una volta, li guarda due, poi scappa via sul retro per tornare con una collega.

Alla collega mostro di nuovo con orgoglio la mia prenotazione, che lei con orgoglio mi respinge.

Controlla i documenti una volta, poi li mischia e poi li controlla di nuovo. Stavo per chiederle se dovessi dividere il mazzo, ma poi lei è sparita sul retro dicendomi di aspettare.

Torna dopo 10 minuti, dicendomi che devo pagare il bollo da 1000 fiorini (3 euro e qualche chicco d’orzo).
Ah. Ecco cosa avevo dimenticato.

Mi indirizza a un ufficio postale. Lei parla bene inglese, tranne che per dare indicazioni. L’ufficio l’ho io trovato a istinto: sono in quartiere dormitorio, sulle strade non si affacciano negozi. Dove potrebbero essere dei servizi? Al centro di un aggregato di palazzi.

Difatti, all’interno di una lunga fila di container (la zona è in ristrutturazione), tra tabaccai, negozi di alcolici, negozi di tutto al prezzo che vuoi, c’è anche un ufficio postale.

Vuoto.

Entrare in un ufficio postale e non dover fare la fila è sempre un momento da assaporare con soddisfazione. È una di quelle occasioni in cui sfodero la camminata da Sceriffo di Nottingham nel Robin Hood della Disney: pancia avanti, testa alta e braccia ciondolanti all’indietro.

“Salve! Stavate aspettando me?” è da esclamare entrati nell’ufficio postale

Una volta nel fare ciò sono stato bruciato da una vecchina apparsa da dietro che mi è passata avanti.


Le vecchine sono sempre infide. Riescono a esibirsi in scatti da velocista per soffiarti il posto, per non parlare dei colpi proibiti che ti sferrano con i gomiti ossuti per farsi largo.


Torno all’ufficio immigrazione.
Mi danno un numero. Con la mia prenotazione ormai ci ho fatto dei filtrini.

Finalmente è il mio turno, vado allo sportello dove c’è la stessa tizia di prima che non sa dare indicazioni. Esamina di nuovo i miei documenti, li gira, li mischia e li timbra a caso.

E poi mi dice che non vanno bene perché ci vuole anche un estratto conto bancario perché vogliono essere certi che io sia in grado di mantenermi e quindi devo tornare giovedì.


Onde evitare di dare un’immagine distorta o sembrare un ingrato, vorrei anche sottolineare che nell’ufficio sono molto gentili e cortesi e che la suddetta impiegata prima di dirmi di tornare giovedì si è assicurata ci fosse qualcuno che parlasse inglese perché lei non ci sarebbe stata.


 

Non è che puoi obbligare una foca monaca a essere laica

Ogni volta che il Natale si avvicina io lo guardo con diffidenza, chiedendomi quest’anno cosa voglia da me.

Ricordo sempre le parole che mi rivolse una mia compagna di classe, una simpatica st…upidina.

Era periodo di festività, si stava quindi discutendo degli ultimi giorni di scuola prima della meritata (si sa che i liceali si ammazzano di fatica! Quelli di oggi ancor di più, studenti indefessi, molto fessi e poco inde) quando lei si rivolse a me, facendo:
– Gintò ma tu non credi, che membrovirile festeggi a fare allora?
Io risposi, con un accenno di ditino sentenzioso, che il Natale può assumere anche altri valori.
Lei ribatté, con la boria e l’indifferenza di chi ha il cerume nelle orecchie e non sente gli altri: Sì sì, ti mangi il panettone, ià abbiamo capito.

Son cambiati i modi e le modalità, ma simili, sterili, obiezioni le ho sentite altre volte nei successivi 15 anni, tanto da farmi pensare a volte di vivere come un appestato.

Non ho mai compreso l’ostilità altrui su certi argomenti. E il perché di essere costretti a porsi il problema di rivelare o meno di non essere credenti o tenerselo per sé come se fosse una pratica sconcia.
– Ehi, sai, quando sono da solo mi trastullo con dei dildo da uomo!
– Bleah, vergognati! Tienitelo per te, fai proprio schifo.

Ecco, più o meno è questo l’atteggiamento di molte persone.


Altri, online – si sa che varcati i Gates del virtuale le tastiere trasformano anche le anime più pavide in invincibili guerrieri senza Mac e senza paura – mi hanno invitato gentilmente a trasferirmi in Iran e a farmi impiccare.
Perché mai? Se proprio debbo andarmene via in quanto non gradito, mi si conceda la scelta del Paese! Sono indeciso tra un atollo del Pacifico, con tutti i rischi dell’innalzamento dei mari, o il Giappone, con tutti i rischi dell’insanità mentale che quella società può creare. Comunque vada potrei finir male insieme alla mia blasfemia, che ne si gioisca, allora!


In secondo luogo, non capisco perché una persona dovrebbe porsi il problema di come sia o non sia l’altrui Natale.

Premettiamo che il 90% delle abitudini e usanze di questo periodo, le luci, lo shopping, Una poltrona per due, i pranzi, la neve, la neve assente ma desiderata, la neve presente e scassacazzo, le mutande di pizzo rosse, il parente insopportabile che devi invitare perché sennò succede un ’48, non ha nulla a che fare col cristianesimo. Sono degli artefatti.

Anche la data e l’anno di nascita di Gesù Cristo (che neanche si chiamava Gesù Cristo, per inciso) sono fittizie, ma questa è una considerazione strumentale. Non approvo chi ne fa un vessillo di contestazione religiosa, perché la datazione va considerata per ciò che è: un simbolo. Mi si perdonerà l’esempio profano, ma è come, poniamo, stabilire una giornata mondiale per i suonatori di cornamusa colti da enfisema fulminante, scegliendo una data che corrisponde al giorno in cui il primo suonatore di cornamusa colto da enfisema fulminante sarebbe spirato. Fa niente che magari morì di indigestione e che magari non è neanche esistito: è un simbolo. Persino un nichilista come me riconosce che le persone hanno bisogno di stringersi attorno a Esso. E anche all’Agip o alla Q8.


Il problema sorge nel momento in cui si comincia a pensare che il proprio simbolo sia l’unico dotato di legittimità e/o che sia più forte dei simboli altrui.


Quindi, ammesso e non concesso che non si tratti del 25 dicembre dell’anno zero, chi se ne frega?

Chi crede, commemora la nascita del Cristo. Va in chiesa, prega, ricorda, eccetera. Tutte cose che io non faccio, perché sarebbe ipocrita e falso da parte mia. Se lo facessi, a quel punto potrei sì essere oggetto di critiche.

Ma se mi piacciono le luci o stare seduto a tavola con la famiglia, non vedo cosa io stia facendo di ipocrita o immorale. E, in ogni caso, un credente si sente infastidito o minacciato da ciò? E perché mai: il mio pranzo a tavola sta togliendo qualcosa al suo pranzo Natale? Non ho mai rubato pranzi altrui, si sappia.

Capisco che la festività santa sia stata svilita da una serie di pratiche consumistiche, ma non sono stato certo io o quelli come me a crearle – e ho premesso che la maggior parte delle cose che la gente fa a Natale, credenti compresi, ha ben poco di religioso, a mio avviso – né cerco di alimentarle in maniera compulsiva.

L’unica cosa che magari rubo o di cui magari godo sono le ferie natalizie, ne son conscio. Se un Cristo c’è spero che chiuda un occhio per aver approfittato del suo compleanno per starmene a casa.
Altrimenti chiuderò io un occhio al prossimo suo fedele che mi investirà di disprezzo.

Ma lo farò con tanto amore, perché, in fondo, a Natale siamo tutti più buoni.

Per chiudere, visto che non voglio che mi si dica che sono cinico e negativo, voglio condividere qualcosa di gioioso e carino.

Notate la grazia e la beltà di questo Babbo Natale strabico, senza mani, con le gambe ingessate e con anche probabilmente una orchite in stadio avanzato, che accoglie i clienti all’ingresso di uno SPAR, che sarebbe il nostro DESPAR ma non capisco perché da noi abbia un nome diverso, un po’ come il Mediaworld che in tutto il mondo è in realtà Media Markt.

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Oh oh…ohio.

Non è che in viaggio puoi fare i conti senza l’hostess

Delle volte, in stazione, mi soffermo ad ascoltare la voce sintetica che annuncia le partenze. Ricorda che esiste altro oltre un mondo fatto di alte velocità e grandi ritardi, di località note e gettonate.

Mi affascinano i luoghi più disparati dislocati lungo lo stivale. Il treno IC proveniente da Nduja Calabra e diretto a Vergate sul Membro è in partenza dal binario 14. Ferma a Sdraio a Mare, Santa Maria di Buonadonna, Città di Bordello, Reggipetto sul Reno.

Mi piacerebbe viaggiare  più spesso lungo lo Stivale, seguire il paesaggio che scorre lungo il treno – perché è il mondo intorno che scorre, il mezzo è fermo, non so se ve l’hanno detto – esplorando la realtà di posti a me ancora sconosciuti.

Poi ricordo lo stress psico-fisico che comporta un viaggio in IC o Regionale e la voglia tende a scemare. Negli IC quando sali a bordo spesso trovi gente che dorme e considera lo scompartimento come composto da due letti, non da 6 posti a sedere. Oppure c’è una famiglia con un numero imprecisato di bambini che si comportano come delle scimmie evase da uno zoo, col beneplacito dei genitori che già sono costretti a subirli a casa e non si prendono quindi la briga di seguirli nel treno.

Non è sempre tutto negativo, però. A volte si fanno conversazioni interessanti con gli altri passeggeri.

Come quando m’imbattei in una coppia di anziani che da Modena scendevano ad Aversa dai parenti. La signora partì dall’Emilia parlando col tipico accento di quelle zone ma man mano che il treno scendeva giù incominciava a cambiare intonazione e parole. Arrivò ad Aversa che parlava come Nino d’Angelo.

Una volta invece mi stavo lamentando con un mio amico seduto di fianco, che mi aveva svegliato mentre mi ero assopito, facendogli presente che mi ero alzato alle 6 e che avevo sonno. La signora seduta di fronte mi fa: Poverino! Si è svegliato alle 6!…Sai a che ora mi sveglio? Alle 3, per prendere l’IC ed arrivare a Pomezia ed essere a scuola a insegnare alle 8:30.

Al che ho imparato una cosa: bisogna stare attenti a ciò che si dice in treno perché ci sarà sempre qualcuno intorno a te che avrà un interesse specifico nell’argomento e/o qualcosa da ribattere. Come quella volta che stavo spiegando a un amico che sul CV quando ci si candida a offerte di lavoro è utile espungere le esperienze non attinenti o poco rilevanti: se ti stai candidando per una banca, non scrivere che in passato hai fatto il bagnino, ad esempio.


DIDASCALIA LAVORATIVA
In teoria, uno dovrebbe preparare un cv fatto ad hoc per la posizione cui si sta candidando.

In pratica, per come la vedo io, nel mondo odierno questa minchiata non funziona più. Se non vuoi stare a casa a videogiocare tutto il giorno a retrogames sugli emulatori online, devi prepararti a fare tutto. Dal cameriere, al postino, al cassiere, all’arzigogolatore, in attesa poi del posto che ti permetta di fare ciò che volevi e/o per cui avevi studiato. Devo togliere quelle esperienze dal curriculum perché non attinenti? Perfetto. Salvo poi venire escluso a priori perché risulterà che dal 2011 al 2015 non ho fatto nulla, così il selezionatore dirà “Ah! Questo di sicuro passa le giornate sugli emulatori di retrogames e non ha mai lavorato!”.


DIDASCALIA SUL RETROGAMING
A proposito di videogiochi: ecco cosa mi sta rovinando la vita in questi ultimi giorni (sono tutti gli originali, non sono meri rifacimenti):
http://www.ssega.com
http://www.snesfun.com
http://www.8bbit.com

per non parlare di archive.org che ha caricato online un catalogo di giochi DOS.

Io vi avverto. Questo l’OMS non lo dice: questa roba fa male più della carne rossa e dà dipendenza più del formaggio che dicono sia come una droga (infatti al contadino non devi far sapere quanto è buono il formaggio nelle pere).


In quel momento intervenne un tipo vicino a noi, dicendo: Scusa perché hai parlato di bagnini?…Sai io sono bagnino, che poi in realtà si chiama addetto alla sorveglianza balneare, ho anche il diploma…
E io gli rispiegai la cosa del CV. E lui di nuovo insistette sul fatto che per fare il bagnino aveva fatto un corso ed era stato certificato.

Insomma, meno male che era arrivato il momento di scendere perché non ho capito cosa si aspettasse da noi, un riconoscimento ufficiale? Un posto di lavoro? Mah.

Un capitolo a parte meritano gli amori da treno. A volte innescati da qualche scambio di parole. Altre volte invece fatti di platonicismo puro, come il Sommo Poeta ci ha insegnato. Basta un dettaglio, il libro che legge, il tipo di abbigliamento, la musica che dalle cuffiette prorompe all’esterno, per farmi capire che può essere la donna della mia vita.


Insomma, una che ad esempio ha una borsa con dei gatti disegnati sopra può essere una cattiva persona? Può essere una ragazza non interessante? Io non credo.

Può essere una malata di mente? Questo è probabile.*


* Io credo che le donne che amano i gatti non stiano a posto con la testa. E lo dico da gatto, amante dei gatti, amante delle donne che sono amanti dei gatti e amato da donne che erano amanti dei gatti.


Almeno fino a che non è il momento di scendere dal treno.

I viaggi lunghi e con soste frequenti hanno quindi un loro perché: purtroppo noto in me un imborghesimento che mi porta a scegliere le alte velocità. E, a tal proposito: perché gli steward/le hostess a bordo di Trenitalia sono sempre scazzati mentre quelli di Italo sono giovani, splendenti e sorridenti come un spot Mentadent?

Le vie del “s’ignora” sono infinite

Riflettevo (io rifletto sempre, il più delle volte, purtroppo, male come uno specchio consunto dal tempo) sul vivere nell’ignoranza e sugli effetti che questa ha nel normale svolgimento della vita di un individuo.

Beninteso, col termine “ignoranza” non mi riferisco semplicemente o banalmente a una mancanza di cultura scolastica.

Intendo anche una ignoranza relativa, rispetto all’attualità, alle norme sociali, alle attività pratiche.

Io, per esempio, ignoro come fare il bucato nella lavatrice. Quindi lavo tutto a mano e non mi pongo il problema. Tanto son solo le cose mie, quindi non mi ci vuol molto. Dovessi un giorno lavare i panni anche di altri, forse sorgerebbero difficoltà.

Se fossero indumenti femminili, li rivenderei ai feticisti su internet e risolverei il problema.

Mi sorprende – ma non più di tanto – quanto sia infatti fiorente il mercato online della vendita e dell’acquisto di intimo femminile usato; usato da chi, poi bisognerebbe appurare. Magari il povero pervertito crede di aver acquistato mutande di Josephine mentre invece erano di Giuseppino. Però lui non lo sa, quindi è felice e contento perché ignora.

Happosai non usava internet

Amenità a parte, accanto ai drogati di iperinformazione (“vai a vedere quel video su youtube, prima che lo tolgano! Informati! Condividi!”) esistono coloro che vivono al di sotto della soglia di cultura d’attualità. Conosco molte persone che ignorano cosa sia o da dove provenga l’ISIS e non sono interessate a saperlo, per dire. È vitale saperlo? In fondo bene o male qualcun altro penserà per loro.

Non è un’esagerazione parlare di delega al prossimo di temi di ampia portata. In alcune democrazie esiste un disinteresse fisiologico verso le attività di governo (quelle che non riguardano direttamente il cittadino, come interventi sulle tasse, sanità, istruzione e via dicendo): il cittadino ha fiducia nel lavoro dell’amministrazione.

Forse la parola giusta è proprio fiducia. L’ignoranza si basa su una fiducia (o una fede) sul fatto che vada tutto bene nel modo in cui sta andando.

In certi casi è un’ignoranza autoindotta: nel senso che si finge di non sapere, un po’ come quando in un luogo affollato o rumoroso inconsciamente tendiamo a isolare suoni e rumori che non ci interessano, allo stesso modo il cervello esclude alcune cose che non vogliamo vedere.

Penso alle dinamiche relazionali, a quante volte le persone si pongono nella condizione di non vedere alcune cose dell’andamento della coppia, confidando nel fatto che tutto stia procedendo bene. Un po’ come credere di aver comprato le mutande della donna dei propri sogni.

Ma quanto può reggere una simile ignoranza?

A scanso di equivoci, questo non è un post personale, quindi non ho comprato mutande online, non sto vivendo nell’ignoranza relazionale (…spero…) e dell’ISIS mi ritengo informato!…Però la storia che non so fare la lavatrice è vera.