Non è che prendere i mezzi pubblici ti annoi perché è il solito tram tram quotidiano

Passeggio sotto al sole lungo la banchina del tram.

Sul lato opposto, arriva una ragazza. Ansima. Guarda il telefono. Si mette la mano sinistra sulla fronte come uno che ha appena combinato un guaio. Fa una smorfia, contrae la faccia inarcando gli zigomi come a spegnere un accenno di pianto.

Torno a passeggiare facendomi i fatti miei. Il sole picchia come Jake LaMotta. Prendo la mia borraccia di latta – cerco di condurre una vita quanto più possibile plastic free ma ancora non riesco a convincere Madre a smettere di comprare il Parmigiano già grattato in scatola – e mi bagno la testa.

Alzo la testa e guardo di fronte. La ragazza sembra molto agitata. Si poggia la mano sul ventre facendo delle ampie onde di respiro. Respira a bocca aperta.  Una volta ho avuto un attacco d’ansia simile. Lei tira un ultimo lungo sospiro e torna a respirare normalmente. Guarda oltre la curva dei binari verso l’assenza di un tram. Si mette di nuovo la mano in fronte. Poi si fa rossa in viso. Si allontana dal resto delle persone in attesa e si concede un piccolo sfogo di pianto. Veloce. Si soffia il naso e asciuga gli occhi con lo stesso fazzoletto. Odio quando uno usa lo stesso fazzoletto per naso e occhi. Guarda di nuovo il telefono.

Arriva il mio tram. Salgo a bordo ma non posso fare a meno di gettare uno sguardo dal finestrino a cercarla.

Mi sentivo un po’ in imbarazzo a spiare nella privacy di qualcuno; per quanto era una manifestazione interiore che si stava verificando in pubblico, esiste sempre una bolla personale da rispettare.

D’altro canto, l’ansia, la preoccupazione, l’agitazione di qualcuno tendono a mettermi addosso le stesse sensazioni. Anche se si tratta di un estraneo.

Confesso in questi casi la tentazione di sporgermi all’interno di quella bolla a chiedere un “Tutto bene?”; non è per curiosità o per impicciarmi. È che se io mi sentissi in difficoltà vorrei che qualcuno facesse così con me. Diciamo che è un modo per crearsi un debito con l’universo: io lo farei per gli altri, quindi lo si faccia per me, in cambio. Poi in genere non lo faccio perché ci sono situazioni in cui la vivrei come un’inopportuna intromissione e penso sia lo stesso per gli altri e non puoi mai sapere quindi quando sia d’uopo e quando no.

C’è un’altra cosa di quella situazione che mi ha colpito: nessuna delle altre persone presenti sulla banchina è sembrata accorgersi della cosa. Guardavano tutti il telefono.

Allora ho pensato che forse, in un mondo ideale, c’è qualcuno che chiede a questi qui, indifferenti generici, “Sentite, ma va tutto bene a voi?”.

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Non è che ti serva un trapano per far un buco nell’acqua

Sono giornate convulse e di convulsioni giornaliere qui alla Spurghi&Clisteri dove lavoro. Dopo aver fatto Questo&Quello ora devo anche reinventarmi in falegname/elettricista/manutentore, giacché gli altri non possono farlo: sono stati infatti segnalati casi di gomiti che fanno contatto col piede oltre che di violenti attacchi di culopeso.

Il culopeso è una sindrome da non sottovalutare: all’improvviso senza segnali di avvertimento le terga si fanno pesanti e anche alzarsi per rispondere al citofono può risultare difficile, stancante, di grande dispendio energetico.

– Se iniziate a procrastinare gli impegni, anche quelli di rilevanza personale;
– Se iniziate a chiedere agli altri di prendervi qualcosa, perché “tu sei più vicino”;
– Se iniziate a diventare abili come Lebron James nei tiri da 3 punti pur di non alzarvi e arrivare alla pattumiera;
– Se non cambiate canale perché il telecomando è lontano e preferite sorbirvi Barbara d’Urso;

allora è probabile che soffriate di culopeso.


A chi si chiede che lavoro io faccia mai per ritrovarmi coinvolto in mansioni varie anche non conformi al mio profilo contrattuale rispondo che non lo so neanche io più: giacché fin dal primo giorno nella S&C summenzionata mi è parso chiaro che si andasse avanti all’insegna dell’improvvisazione quotidiana e del dadaismo.


Per aiutarci o per complicarci la vita nella sistemazione degli ambienti è giunta in soccorso da noi anche un’esperta e nell’allestimento di aria fritta e nella scienza della fuffa da interni. Costei, ascrivibile al genere M.I.L.F. (Magistrale Improvvisata Leziosa Fuffologa), mi ha subito inquadrato come colui che avrebbe fatto al caso suo. Io cercavo di farmi i cacchi miei fingendo di strapparmi pellicine dai pollici con grande realismo e vero sanguinamento, ma la mia propensione a mettere poi il becco dappertutto per fare il saccente mi si è ritorta contro. Dopo una mia osservazione su un’angolo a 90° la M.I.L.F. si è rivolta a me al suon “Ok parlo con te che mi pare di capire te ne intenda” e, senza manco chiedere, mi ha intimato “Ascolta, là mi devi montare e qui mi devi trapanare”.

Al che io ho acconsentito giacché non è da me rifiutare richieste così perentorie; a dire il vero mi sono però sentito un po’ in imbarazzo e in ansia perché ho sì trapanato in vita mia ma non so se la mia esperienza possa esser ciò che faccia al caso di una tal navigata fuffologa. Mi seccherebbe deludere le sue aspettative.

È un duro lavoro ma qualcuno deve pur farlo, però.

Comunque mi sono licenziato. Ciò non mi darà l’esonero dalle operazioni di montaggio&trapanamento per la signora, ma la mia fuoriuscita è stata accolta dall’alto con un “Ah beh comunque abbiamo intenzione di chiudere i rubinetti giù da voi”.

Spero non intendesse dire che mi toccherà fare pure l’idraulico prima del mio ultimo giorno di lavoro!