Non è che ti porti in gita uno sbruffone perché serve un pallone gonfiato per giocare

Che si tratti di gita fuori porta, vacanza, escursione di relax al mare o in montagna, se c’è un gruppo di napoletani nei paraggi farà la sua comparsa, a un certo punto, lui.

Il Super Santos.

Non è giornata e non è divertimento se per l’uscita non c’è un pallone da prendere a calci.

Il bisogno di calciare è antico. Pare che quando fu inventata la ruota, qualcuno, vedendola tondeggiante, provò ad assestarle un destro di collo pieno. La ruota però era di pietra e l’improvvisato calciatore iniziò a rotolarsi per terra, rantolando dal dolore e alzando il braccio per chiedere un rigore all’arbitro. Che però purtroppo per lui non era stato ancora inventato.

Il Super Santos gode di vita propria. Prova ne è il fatto che va un po’ dove vuole seguendo l’istinto. Un istinto difettoso, visto che si dirige spesso o verso una testa altrui o la cima di un albero o un roseto.

Se ci sono donne nel gruppo, si gioca di solito al Sette si schiaccia. Il gioco serve in realtà come coadiuvante dell’approccio con finalità di accoppiamento: il maschio gaudente gitarolo, difatti, cercherà di colpire col pallone la femmina gaudente gitarola di suo interesse. Se al giro successivo la femmina cercherà di colpire lo stesso maschio, vuol dire che si è instaurato un collegamento e l’approccio può proseguire. Il rituale di accoppiamento del Super Santos può coinvolgere anche un’ignara femmina che si trova in zona per fatti propri: il maschio gaudente la colpirà con una pallonata dietro la testa di proposito e poi correrà a scusarsi, invitandola a partecipare alla partita per discolparsi.

Che è un po’ come pestare il piede a qualcuno e invitarlo poi a fare un giro con le proprie scarpe, così, per rimettere le cose in pari. Ma le strategie riproduttive degli animali, si sa, sono sempre particolari e apparentemente prive di logica per gli esseri umani.

Così come vive al limite, così la sua vita ha limite: il Super Santos dura in genere il tempo di una scampagnata, perché poi o finisce perduto o bucato o dimenticato e così ne verrà ricomprato per strada uno nuovo la volta successiva.

Da qualche parte esisterà un paradiso dei Super Santos perduti.

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Non è che il lettore alpinista legga un passo di montagna

Dovevano essere padre e figlio, secondo me. A occhio, direi l’uno 75enne e l’altro 55enne. Dimostravano 30 anni a testa in più.

Dev’essere la vita rocciosa dell’entroterra. Ti scolpisce e indurisce le fattezze rendendole come un costone su cui qualcuno si arrampica per farsi un’autoscatto, l’ultimo prima di precipitare giù perché la foto non puoi fartela due metri più indietro, cosa ne penserebbero i tuoi seguitori di Instagram?

Hanno preso antipasto, bis di primi, secondo, una bottiglia di vino rosso che hanno consumato per intero.

E poi subito dopo sono usciti a passeggiare. Sotto al sole.

Io li guardavo e mi dicevo Ma dove si avviano, questi?.

Ah, mancansa d’ignoransa la mia, direbbe Marco Paolini!

Col passo della tartaruga si sono inerpicati fino in cima alla montagna, superando anche svariate decine di gradini scavati nella roccia.

Io invece m’ero fermato a metà strada: in fondo il panorama è bello anche da qui, mi dicevo.

Sono ridiscesi e più tardi me li sono ritrovati, sempre a passeggio, due chilometri più avanti. Io giravo con l’auto.

Mancansa d’ignoransa!

Li ho guardati stavolta meglio e ho notato gli indizi rivelatori della loro vera natura: il polpaccio e l’andatura. Il passo dello scalatore di montagna non mente: costoro erano avvezzi alla vita dura.

Da questo episodio ne ho tratto una lezione: mai giudicare le persone senza prima averne guardato i polpacci.

E i tuoi polpacci, cosa dicono?

Non è che l’animale che non si riposa mai sia il mai-a-letto

Da bambino mi è capitato di venir deriso per il mio essere goffo e impacciato e, a tratti, sempliciotto.
Non che oggi io sia meglio, ma l’età adulta ti insegna a mascherare, dissimulare, riderci sopra.


Uno stato d’impasse può benissimo venir camuffato da momento introspettivo: “Non mi sono bloccato, sto riflettendo sul da farsi”.


Ricordo una volta col nonno andai dal tizio che ci vendeva i conigli. Non ricordo il suo nome, per me era solo il tizio che ci portava un coniglio appena giustiziato e ancora caldo che il giorno dopo sarebbe finito sulla nostra tavola.


Lo so, è una immagine orribile, ma si può sopravvivere non pensandoci: il genere umano non ha messo a punto forse il più sofisticato strumento di adattamento ambientale, e cioè l’ignoranza selettiva¹?


¹ Come ci ha ricordato il celebre monologo di Quinto potere:
[…] Ce ne stiamo in casa e lentamente il mondo in cui viviamo diventa più piccolo e diciamo soltanto: “Almeno lasciateci tranquilli nei nostri salotti per piacere! Lasciatemi il mio tostapane, la mia TV, la mia vecchia bicicletta e io non dirò niente ma… ma lasciatemi tranquillo!” […].


La fattoria del tizio era sulla montagna che copre il versante interno del Vesuvio.


Come ho già raccontato in passato il cono del Vesuvio è sorto all’interno di un vulcano preesistente e che se un versante – quello del lato marino – è collassato, quello che dà sull’entroterra è rimasto in piedi. Il profilo tipico del Golfo mostra il cono del Vesuvio a destra e sulla sinistra uno sperone che appartiene al cratere del cono vulcanico precedente: ho scoperto che molti non Campani si confondono e pensano che l’intera struttura sia il Vesuvio e che addirittura l’avvallamento centrale sia la sua bocca! ¹


¹ Ma anche vari Campani non hanno ben presente la cosa, a riprova del fatto che la geografia oggigiorno sia un’opinione, tant’è che è opinione che non sia il caso di farla studiare a scuola².


² Va detto che se parliamo di conoscere soltanto se la Dora Baltea sia un affluente di sinistra o di destra del Po o quali siano i prodotti tipici di Andorra, forse è limitante. Sarebbe magari utile anche insegnare a Gennaro e Ahmad, compagni di banco, qualcosa sui rispettivi posti di origine.


Di quella scampagnata ricordo soltanto la visita al recinto dei maiali.
Non ne avevo mai visto uno dal vivo e l’incontro fu per me agghiacciante. In primo luogo, non pensavo fossero così grossi. Credo che quelli che vidi avessero le dimensioni di una 500 o almeno nei miei ricordi li rivedo così.
L’odore era nauseante e pur provando a non respirare ti entrava dentro e attivava i recettori dell’olfatto per farsi sentire lo stesso.
Sapeva di vomito stantìo, seppur privo di quell’afrore acido tipico dei succhi gastrici.


David Foster Wallace fu molto più creativo (del resto era David Foster Wallace!): “Pare che la morte in persona si stia facendo una cacata”. Anche se la frase la attribuisce al padre di una sua amica, così almeno racconta in un saggio presente in Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più).


E io di vomito me ne intendo, avendo in passato nella mia vita perso di vista delle volte il limite oltre il quale la sbronza finisce nel punto di non ritorno.


È un gioco di equilibrio funanbolico sulla lama di un rasoio: un goccio in più, un’emozione forte, un sussulto e finisci poi a implorare che ti aprano il torace con un’incisione a Y per estrarti tutte le viscere e gettarle via.


Insomma, l’esperienza non era delle migliori.
Ero nauseato e terrorizzato da quei rosei esseri e non facevo nulla per celarlo. Avevo paura che saltassero fuori dal recinto e potessero aggredirmi anche perché avevo sentito storie orribili di persone azzannate dai maiali. Ad esempio un operatore ecologico raccontò a mio padre che c’era qualcuno che portava a pascolare i maiali nei dintorni di una discarica; un giorno, dopo aver sversato, mentre era fuori dall’automezzo fu inseguito da uno degli animali che riuscì ad afferrarlo al polpaccio prima che lui si mettesse in salvo al volante.

I nipotini del tizio della fattoria – due bambini all’incirca della mia età – che erano anch’essi presenti al mio rendez-vous suino, ridevano di me. Si facevano beffe dell’imbarazzo di un cittadino ignorante.

E io sarei voluto andare a casa per la vergogna, chiudermi nella mia stanza lontano da loro che sapevo essere migliori di me perché temprati su cose sulle quali io ero un semplice verginello.

L’inadeguatezza è una sensazione che ho provato e provo spesso nella vita e che oggi potrei personificare nella sindrome da Jon Snow: la condizione di non sapere niente.

Però ogni tanto provo a saper qualcosa.


Che è già qualcosa.