Non è che se lanci un sasso verso uno specchio d’acqua sono 7 anni di guai

Sono entrato nel bagno di un bar e mi ha colpito che al posto dello specchio sul lavandino ci fosse un poster che reclamizzava una grappa.

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La collocazione di una pubblicità nei servizi igienici è quanto mai fraintendibile. Il messaggio che ne traggo è che il posto idoneo per questa grappa – che, tra l’altro, in passato ho bevuto senza aver nulla da recriminarle – possa essere solo il bagno.

Mi capita di guardarmi spesso allo specchio. O nelle vetrine. O in qualunque altra superficie riflettente. Non è vanità, è più che altro l’ansia di aver qualcosa in faccia. Forse è la mia stessa faccia a darmi questa impressione.

Non bisogna dare la propria faccia per scontata.

Mi piace osservare le facce della gente. Lo faccio da così tanto tempo e così spesso che ora mi sembra di riconoscere delle facce e scambiarle per altre facce a me familiari. Mi chiedo se io faccia (e lo dico non a caso) lo stesso effetto a qualcuno. Mi hanno scambiato per qualcun altro, delle volte. Altre volte mi sono fatto scambiare per qualcun altro, invece. Altre ancora, vorrei essere proprio qualcun altro.

A volte però potrebbe essere un problema.

Una persona mi si è aperta davanti. Come una finestra spalancata da uno ventata. Mi ha detto che delle volte non si riconosce. Come se fosse qualcun altro. A me è venuta in mente questa canzone, che parla di un disturbo dissociativo, la depersonalizzazione:

 

Inizia proprio parlando del guardarsi allo specchio: I woke up this morning/Didn’t recognize the man in the mirror.

Quando ero al liceo una mia compagna di classe tentò di buttarsi dal balcone del bagno. Il fatto che una scuola avesse i balconi può sembrar strano, ma la nostra sede non era altro che un palazzo condominiale riadattato a uso scolastico.

Non sapemmo mai la verità, se lei tentò veramente di scavalcarlo oppure la compagna di classe che era con lei e diede l’allarme andò in paranoia notandola affacciata e con lo sguardo perso nel vuoto. Questa seconda versione iniziò a circolare qualche giorno dopo l’accaduto. La compagna salvatrice era nota per essere un po’ ansiosa e paranoica. Non è proprio una bella cosa essere considerati così.

Non mi ricordo molto di quel che avvenne nei giorni successivi. Non se ne parlò molto con i professori. Ricordo solo una discussione sullo specchio e dell’impatto che può avere su un/un’ adolescente la scoperta della propria immagine. E con quello iniziò e finì il nostro primo e ultimo angolo di confronto scolastico socio-psico-pedagogico di quei 5 anni.

In tempi più recenti, invece, sono stato in un B&b che aveva degli specchi sui comodini. No, non in verticale sulla parete cui era appoggiato il comodino: no, lo specchio era orizzontale incollato sul ripiano del comodino. Quando li ho visti ho pensato immediatamente due cose:

  1. Li avranno messi lì per far pippare?
  2. Quanta gente ci avrà pippato, fino a quel momento?

Così non ho preso sonno pensando a quegli specchi e a gente china sopra di essi a sniffare. Il che è un pensiero assurdo, in una camera di albergo potrebbe avvenire di tutto e uno su questo non ci pensa mai, ma quegli specchi sul comodino mi facevano venire una sola cosa in mente.

A pensarci bene, gli specchi sono proprio un gran fastidio.

Forse è davvero meglio toglierli e bere.

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Non è che forse “figli di buona famiglia” vada inteso come “figli di buona donna”?

È notizia di ieri che sono state arrestate 5 bestie per aver violentato una ragazza.

I commenti al fatto di cronaca erano che fossero “Cinque ragazzi normali”.


Un po’ vaga e lacunosa come definizione. Andrebbe spiegato come invece violenta una donna un ragazzo anormale. I media avrebbero il dovere di informare riguardo ciò, cosicché si possa poi riconoscere un anormale a prima vista.


Il TG Regionale si è spinto oltre, definendoli “Insospettabili” e “Di famiglie bene”.

Mi interrogo sempre su cosa sia una famiglia bene. Ho chiesto a Madre:

– Madre, noi siamo una famiglia bene?
– Tuo padre bestemmia da quando apre gli occhi fino alla sera quando li chiude, secondo te?

Il Sindaco del Comune dove è avvenuto il fatto, intervistato, ha detto di essere scioccato, la loro “È una comunità bene”.

Qui le cose cominciano a complicarsi: non è ben chiaro come qualificare una comunità bene e se per caso esista una sorta di Denominazione di Origine Controllata per distinguerle dalle finte comunità bene Made in China.

Per fortuna il Primo Cittadino ha poi aggiunto che “[È una comunità] di gente che lavora”, che è invece una esauriente specificazione.

Sono passato quindi a farmi un piccolo esame di coscienza: non ero neanche preparato, quindi sono andato giusto a tentarlo.

È da tempo che io infatti vorrei commettere un reato.


Credo che ognuno nel proprio bagaglio di esperienze debba averne uno, per vantarsi con gli amici al pub o per usarlo come arma politica invocando una persecuzione giudiziaria.


Non sono orientato su cose turpi e/o aberranti e/o violente.
Penso più a un qualcosa di artistico, come una rapina in banca o in appartamento degna di Lupin o Diabolik.

Ma prima di fare questo passo, devo pormi una domanda: avrei i requisiti giusti per non essere poi etichettato come un criminale della peggior specie, bensì come “Un ragazzo normale”, “Un insospettabile”, “Uno come tanti che vuol bene alla mamma e sognava di fare l’astronauta il calciatore”?


Credo gli astronauti come popolarità siano un po’ in ribasso, basti guardare gli insulti su internet a Samantha Cristoforetti, il fatto che andare nello spazio costa soldi quando invece potremmo investirli in tangenti sulla Terra, o le questioni sul fatto che il Mondo sia piatto e il cielo una cupola chiusa.


1) Innanzitutto c’è il problema di ottenere il riconoscimento di “famiglia bene”. Dovrò informarmi se c’è un ente preposto a tale scopo.

2) C’è la questione del salutare i vicini tutti i giorni, che sembra sia importante. Io rispetto l’obbligo in parte: c’è una famiglia, che abita nel palazzo di fronte casa, con cui ci si ignora in modo freddo come tra blocchi geopolitici sotto Cortina di ferro. C’è poi la vicina nella casa di fianco, che semplicemente se ti vede fugge via.
Costoro potrebbero costituire un problema e danneggiare la mia immagine nel caso venissero intervistati dalle telecamere di Barbara D’Urso.

3) Il lavoro è il vero nodo spinoso. Nel mio curriculum ci sono dei buchi temporali tra le varie esperienze. Potrei dare la colpa alla congiuntura economica, al governo, alle scie chimiche, a tante cose: ma il messaggio che passerà all’opinione pubblica – e io l’opinione pubblica la osservo bene e so come ragiona – sarà che io non ero un gran lavoratore perché non lavoravo sempre.
Dovrei forse mentire sul cv, allungare qualche esperienza, aggiungerne un’altra qua e là.

4) È necessario assumere un’aria rispettabile ed eliminare qualsiasi oggetto personale che possa essere utilizzato per fornire interpretazioni sulla propria personalità a qualche opinionista: come ad esempio le mie fantastiche camicie che, come dimostra il seguente reperto fotografico, vengono anche copiate:


Io son quello di destra e la risposta è no, io e l’altro tizio non ci eravamo messi d’accordo.


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Mi sono quindi reso conto che è veramente difficile oggigiorno riuscire a passare per un criminale insospettabile. Quindi almeno per il momento il crimine dovrà fare a meno di me.

Tanto sembra che in giro ci siano tanti ragazzi perbene pronti a prendere il mio posto.

Non è che l’animale che non si riposa mai sia il mai-a-letto

Da bambino mi è capitato di venir deriso per il mio essere goffo e impacciato e, a tratti, sempliciotto.
Non che oggi io sia meglio, ma l’età adulta ti insegna a mascherare, dissimulare, riderci sopra.


Uno stato d’impasse può benissimo venir camuffato da momento introspettivo: “Non mi sono bloccato, sto riflettendo sul da farsi”.


Ricordo una volta col nonno andai dal tizio che ci vendeva i conigli. Non ricordo il suo nome, per me era solo il tizio che ci portava un coniglio appena giustiziato e ancora caldo che il giorno dopo sarebbe finito sulla nostra tavola.


Lo so, è una immagine orribile, ma si può sopravvivere non pensandoci: il genere umano non ha messo a punto forse il più sofisticato strumento di adattamento ambientale, e cioè l’ignoranza selettiva¹?


¹ Come ci ha ricordato il celebre monologo di Quinto potere:
[…] Ce ne stiamo in casa e lentamente il mondo in cui viviamo diventa più piccolo e diciamo soltanto: “Almeno lasciateci tranquilli nei nostri salotti per piacere! Lasciatemi il mio tostapane, la mia TV, la mia vecchia bicicletta e io non dirò niente ma… ma lasciatemi tranquillo!” […].


La fattoria del tizio era sulla montagna che copre il versante interno del Vesuvio.


Come ho già raccontato in passato il cono del Vesuvio è sorto all’interno di un vulcano preesistente e che se un versante – quello del lato marino – è collassato, quello che dà sull’entroterra è rimasto in piedi. Il profilo tipico del Golfo mostra il cono del Vesuvio a destra e sulla sinistra uno sperone che appartiene al cratere del cono vulcanico precedente: ho scoperto che molti non Campani si confondono e pensano che l’intera struttura sia il Vesuvio e che addirittura l’avvallamento centrale sia la sua bocca! ¹


¹ Ma anche vari Campani non hanno ben presente la cosa, a riprova del fatto che la geografia oggigiorno sia un’opinione, tant’è che è opinione che non sia il caso di farla studiare a scuola².


² Va detto che se parliamo di conoscere soltanto se la Dora Baltea sia un affluente di sinistra o di destra del Po o quali siano i prodotti tipici di Andorra, forse è limitante. Sarebbe magari utile anche insegnare a Gennaro e Ahmad, compagni di banco, qualcosa sui rispettivi posti di origine.


Di quella scampagnata ricordo soltanto la visita al recinto dei maiali.
Non ne avevo mai visto uno dal vivo e l’incontro fu per me agghiacciante. In primo luogo, non pensavo fossero così grossi. Credo che quelli che vidi avessero le dimensioni di una 500 o almeno nei miei ricordi li rivedo così.
L’odore era nauseante e pur provando a non respirare ti entrava dentro e attivava i recettori dell’olfatto per farsi sentire lo stesso.
Sapeva di vomito stantìo, seppur privo di quell’afrore acido tipico dei succhi gastrici.


David Foster Wallace fu molto più creativo (del resto era David Foster Wallace!): “Pare che la morte in persona si stia facendo una cacata”. Anche se la frase la attribuisce al padre di una sua amica, così almeno racconta in un saggio presente in Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più).


E io di vomito me ne intendo, avendo in passato nella mia vita perso di vista delle volte il limite oltre il quale la sbronza finisce nel punto di non ritorno.


È un gioco di equilibrio funanbolico sulla lama di un rasoio: un goccio in più, un’emozione forte, un sussulto e finisci poi a implorare che ti aprano il torace con un’incisione a Y per estrarti tutte le viscere e gettarle via.


Insomma, l’esperienza non era delle migliori.
Ero nauseato e terrorizzato da quei rosei esseri e non facevo nulla per celarlo. Avevo paura che saltassero fuori dal recinto e potessero aggredirmi anche perché avevo sentito storie orribili di persone azzannate dai maiali. Ad esempio un operatore ecologico raccontò a mio padre che c’era qualcuno che portava a pascolare i maiali nei dintorni di una discarica; un giorno, dopo aver sversato, mentre era fuori dall’automezzo fu inseguito da uno degli animali che riuscì ad afferrarlo al polpaccio prima che lui si mettesse in salvo al volante.

I nipotini del tizio della fattoria – due bambini all’incirca della mia età – che erano anch’essi presenti al mio rendez-vous suino, ridevano di me. Si facevano beffe dell’imbarazzo di un cittadino ignorante.

E io sarei voluto andare a casa per la vergogna, chiudermi nella mia stanza lontano da loro che sapevo essere migliori di me perché temprati su cose sulle quali io ero un semplice verginello.

L’inadeguatezza è una sensazione che ho provato e provo spesso nella vita e che oggi potrei personificare nella sindrome da Jon Snow: la condizione di non sapere niente.

Però ogni tanto provo a saper qualcosa.


Che è già qualcosa.


Non è che il fotografo fosse atletico solo perché era scattante

Il RailJet da Vienna a Graz percorre il tratto della storica linea del Semmering. Un percorso di montagna tra tunnel e vallate che d’estate immagino regali paesaggi impressionanti. Anche in inverno garantisco che fanno la loro figura, tra abeti sempreverdi, alberi spogli e chiazze di neve che insieme creano un patchwork di natura dormiente.

Il treno procede lento ma costante, inerpicandosi per un dislivello non indifferente. La sensazione è che se si fermasse scivolerebbe all’indietro come un masso di Sisifo, ma non è mai successo o non starei qui a scriverlo.


Il percorso della linea ferroviaria. Fonte: Wikipedia

Costruita tra il 1848 e il 1854, la linea del Semmering è tra le prime ferrovie di montagna mai costruite (forse la prima in assoluto) in Europa: un’opera di ingegneria notevole, considerando il dislivello, le curve, le gallerie (ce ne è una di 1,5 km) e quelle che erano le possibilità tecniche dell’epoca. Ovviamente tutto ciò ha un costo e, in termini di vite umane, fu una vera strage (circa 700 operai persero la vita durante i lavori).

Fonte: linkiesta.it


Il progettista fu Karl Ritter von Ghega, in italiano Carlo Ghega, nato a Venezia. Considerando che all’epoca la Serenissima era sotto dominio asburgico suppongo che però debba essere definito Karl.

Alla stazione di Semmering c’è un monumento in suo onore e, approfittando del treno fermo con la porta aperta, stavo per scattargli una foto.

Poi mi è sorto un dubbio: me ne importava realmente qualcosa di Karl Ritter von Ghega, seppur col massimo rispetto per la sua inventiva? Fino a prima di salire sul treno non sapevo chi fosse e, anche una volta saputo, al di là del sapere aneddotico da sciorinare agli amici per annoiarli, non mi sentivo interessato all’argomento.

Essendo quindi No la risposta, il motivo per cui scattare una foto cessava di esistere.
Sono tornato quindi a sedermi per contemplare la Stiriana che avevo seduta di fronte, una ragazza biondissima e dagli occhi chiari ma arrossati, non ho capito se per pianto o per un raffreddore. Le nostre brevi conversazioni non erano entrate in un’intimità tale da poterle chiedere ragguagli in merito. E credo poi fosse rimasta disgustata dalla mia merenda, una megabaguette al prosciutto e mozzarella che ho divorato con compiaciuta voluttà, tal che lei nel frattempo aveva la testa girata di 90° verso il finestrino come a volersi appiattire contro.


Ma forse era una mia impressione dovuta alla mia sindrome dell’effetto riflettore, secondo la quale tutti stanno a pensare a ciò che faccio mentre in realtà non gliene importa nulla. Probabilmente stava a pensare ai cacchi suoi come qualsiasi essere umano in un treno.


L’episodio del Karl Ghega mi ha fatto riflettere sull’ossessione per l’immagine che abbiamo ormai nella nostra epoca. Una sindrome che decontestualizza – o forse dovrei dire sradica, per la sua aggressività – l’oggetto dell’immagine. L’immagine esiste come un concetto astratto, che vive e si replica perché la propria esistenza viene perpetuata da chi fotografa.

Mi fa tornare in mente la storia del “fienile più fotografato d’America” descritta in Rumore Bianco di Don DeLillo.


Diversi giorni dopo Murray mi chiese se sapevo qualcosa di un’attrazione turistica nota come il fienile più fotografato d’America. Guidammo per ventidue miglia nella campagna intorno a Farmington. C’erano prati e alberi di melo. Recinzioni bianche si srotolavano lungo i campi. Ben presto apparvero le prime insegne. IL FIENILE PIU’ FOTOGRAFATO D’AMERICA. Ne contammo cinque prima di arrivare sul posto… Camminammo per un sentierino fino alla collinetta che serviva ad ottenere una vista migliore. Tutti avevano macchine fotografiche; c’era qualcuno con treppiede, lenti speciali, filtri. Un uomo dentro un baracchino vendeva cartoline e diapositive del fienile, fotografato proprio da lì. Ci mettemmo vicino a un boschetto e guardammo i fotografi. Murray mantenne un silenzio prolungato, ogni tanto scribacchiava qualcosa su un taccuino. Alla fine disse: “Nessuno vede il fienile”. Seguì un lungo silenzio. “Una volta che hai visto le insegne per il fienile, diventa impossibile vedere il fienile”. Si ammutolì di nuovo. Persone con macchine fotografiche scendevano dalla collinetta, subito rimpiazzate da altri. “Non siamo qui per catturare un’immagine. Siamo qui per mantenerne una. Lo capisci, Jack? E’ un’accumulazione di energie senza nome”. Ci fu un altro lungo silenzio. L’uomo nel baracchino vendeva cartoline e diapositive. “Essere qui è una specie di resa spirituale. Vediamo solo ciò che vedono gli altri. Le migliaia che sono state qui nel passato, coloro che verranno in futuro. Abbiamo accettato di essere parte di una percezione collettiva. Questo letteralmente colora la nostra visione. In un certo senso è un’esperienza religiosa, come ogni turismo”. Ne derivò un altro silenzio. “Fanno fotografie del fare fotografie”, disse.


Una cosa simile avviene nei musei di tutto il mondo.
Al Louvre la gente fa la fila per raggiungere il posto davanti alla Gioconda, fare la foto e poi scappare via perché c’è altra gente dietro che dovrà far lo stesso e via così sino alla chiusura quando i sorveglianti cominceranno a seguirti incalzanti per spingerti verso l’uscita come si fa con le galline per farle rientrare nel pollaio.

Anche io all’epoca ammetto di aver fatto la foto alla Monna Lisa, rischiando anche di causare un incidente perché nella calca stavo per rotolare per terra oltre il cordone di sicurezza e non so le guardie ipocondriache appostate lì come l’avrebbero presa.


Per la cronaca la foto ovviamente venne una vera merda, come credo vengano male a tutti per la luce e la distanza. Questo dev’essere un complotto dell’ente che gestisce il museo per vendere più cartoline o stampe raffiguranti la signora.


La Gioconda è l’esempio perfetto per il discorso: è fotografata perché è famosa ma è famosa perché è fotografata. Beninteso, la sua fama è molto probabilmente precedente all’invenzione della fotografia ed è stata accresciuta da imitazioni, furti, reinterpretazioni artistiche e così via, ma oggigiorno lo scopo dell’esistenza della Gioconda nel Louvre è quello di far da piatto principale della mangiatoia dei maiali di consumo dell’immagine.

Questo rituale della tripla F (fila-foto-fuga) svuota l’arte di qualsiasi significato, a mio avviso.

Chiariamo, ognuno l’arte la vive come gli pare. In contemplazione, in adorazione, in riflessione. E io parlo come un profano per il quale Arte è spesso traducibile con Opera bella/Opera meno bella/Opera che non comprendo/Opera che non mi piace.

Ogni qualvolta viene replicato il rituale della cattura dell’immagine come a un safari, l’oggetto, per tornare all’esempio di DeLillo, cessa di essere “un fienile” e diventa “l’immagine di un fienile”.

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Questa non è una lanterna (semicit.).

Io non sono bravo a far foto. Ne faccio lo stesso e mi piace catturare immagini di cose che in primo luogo hanno catturato me. Come può essere questa lanterna in vero finto stile d’antan nel Castello di Eggenberg.

Sempre a Graz ho fatto una foto a una casa che mi piaceva molto. Era una casa normale, non un reperto o una meta di pellegrinaggio turistico.
Dimora caratteristica, esterno colorato e decorato da ghirigori fantasia, finestre in legno, un balconcino, anch’esso in legno, ad angolo nelle mura incassato nella struttura portante.


Doveva essere il famoso balconcino a reggiseno.


Stavo scattando una foto quando un tizio che passava ho notato mi osservava, finché non è entrato in quella stessa casa continuando a tenermi d’occhio. Mi sono allontanato vergognandomi, senza voltarmi. La foto per la fretta è anche venuta male, per giunta.

Ci sono cose poi che non si possono immortalare.

Come l’indifferenza della proprietaria di una caffetteria in cui ho fatto colazione.

All’atto di pagare, mi ha chiesto se avessi 10 centesimi per avere il resto tondo. Sicuro di me ho aperto il tintinnante portamonete, da dove ne sono però usciti soltanto spiccioli ungheresi.


Monete che non riuscirò mai a spendere. Contando che 1 euro = circa 310 fiorini, pensate quindi cosa mai ci si possa fare con manciate di 5 fiorini.


Alla fine sono riuscito a mettere insieme 10 centesimi di euro composti da 5+2+1+1+1. La donna è sembrata contrariata. Quando sono uscito le sono passato accanto salutando e lei ha tirato dritto senza guardarmi in faccia né rispondermi. Forse in Austria non piacciono le persone dai modi spiccioli.

Ecco, io avrei voluto immortalare la sua espressione statica e indifferente mentre le passavo accanto. E lanciarle una maledizione: da oggi sarai l’immagine di un fienile.

Non è ghe se non ho nulla da dire poi mi bloggo/Non è che il pescatore non abbia dei polpi da maestro

Leggo più blog di quanti io ne commenti o lasci un mi piace. Ognuno parla di sé in un modo: chi si racconta molto, chi poco, chi per niente, chi crede di non dire nulla e dice molto.

Io considero il blog come un diario e, quindi, racconto di me. Sono il tipo che può costruire un intero post sul fatto che è entrato in un Caffè. Ma non dirò che sono entrato in un Caffè, ma che sono entrato in un Caffè e ho fatto Splash!.

Perché questo è  il modo in cui io vedo la realtà: cioè io realmente quando entro in un Caffè penso Ehi, ho fatto Splash!.


A scanso di equivoci, so anche essere normale. Non penso cose deliranti tutto il giorno. Va bene che la stramberia oggi è cool, ma a tutto c’è un limite.


Anche se forse è passata di moda. Oggi è figo dire di avere l’ansia. Da ansioso chiedo: cosa ha di bello l’ansia? Perché forse non l’ho mai guardata con occhi giusti.


Non racconto proprio tutto tutto. Ad esempio, non scrivo di quante volte mi metto le dita nel naso al giorno.


E Dita von Teese le metterà le dita nel naso? Quindi sarebbe dita al quadrato (le dita di Dita)?


Non per pudore (non avrei problemi a dirvelo se me lo ricordassi), ma perché rientra in quelle cose di poco interesse perché facciamo tutti ma che fingiamo di ignorare. Un po’ come voi donne fingete di ignorare le cose ignobili che fanno i vostri uomini.


Sapete a che mi riferisco. Tipo che stanno sempre a grattarsi tra le gambe. Che io ho una mia teoria: non è per scarsa igiene (spero) o per indumenti scomodi (la grattata non va confusa con la sistematina, dovuta al fatto che le cose spesso non stanno ferme e, un po’ come un politico trasformista, possono passare da destra a sinistra al centro con facilità). È semplicemente come per gli animali che si strusciano sulle cose per spandere il proprio odore. Secondo me grattarsi lì sotto serve a liberare degli ormoni nell’aria. Tant’è che dopo l’uomo si annusa la mano, con vivo compiacimento.


A prescindere da quel che racconto, non vi sto comunque dicendo nulla.
È come mostrare una fotografia che mi ritrae a cavalluccio su un dondolo. Non è che la fotografia dopo non sarà più mia una volta che qualcuno l’ha vista oppure che qualcuno possa ricavare un’idea di me aderente alla realtà soltanto per quella foto. Lo stesso dicasi per il condividere un’idea, un pensiero, un ricordo o un’esperienza.

Lasciare tracce di sè è come distribuire delle molliche agli uccelli. Potrà il piccione ricostruire la forma del pane dalla singola briciola che ha ingerito? Tanto di becco se ci riesce, portatemelo questo volatile che poi mi ci scatto un selfie perchè oggi se non mi scatto non esisto.

Tutto questo preambolo (la conclusione sarà molto più breve, garantisco) è per dire che se questo vale per un blog, varrà anche per la vita reale. Le persone possono realmente conoscersi l’una con l’altra?

Ogni giorno interagiamo in contesti diversi e con persone diverse.
Il mio me stesso al lavoro, il mio me stesso a casa, il mio me stesso col partner, il mio me stesso in fila alla posta. Tutti questi noi stessi che lasciamo in giro come peli di gatto siamo noi stessi?

Vorrei conoscere il vostro pensiero.


Minchia, come ti è venuto questo pippone?
Semplicemente parlando di tentacle porn giapponese con la CR.
Dopo mi son chiesto che cosa poi potesse pensare lei: che sono uno dedito alla visione di tentacle porn? Avrò fatto una faccia sufficientemente disgustata mentre lei cercava esempi su Google immagini per dissuaderla dal pensare una cosa simile?
E poi ho pensato: me ne importa realmente qualcosa dell’immagine che possa formarsi in lei di me?


Siamo finiti a parlare di ciò discutendo di come i giapponesi siano repressi sessualmente ma, in contrasto, grandi pervertiti e dove l’industria del porno è sviluppatissima.
Un esempio è avere sviluppato tutto un filone pornografico sul porno coi tentacoli, partendo come fonte ispiratrice dalla famosa stampa di Hokusai Dream of the Fisherman’s wife.

Lei si è mostrata molto interessata e ha subito voluto cercare su internet esempi.


Siamo finiti a parlare di sessualità giapponese parlando di convenzioni sociali e morale pubblica, facendo considerazioni su come all’estero ti guardino male per determinate azioni, tipo non stare dal lato giusto della scala mobile ecc.


Non è che un arbitro che veda falli dappertutto sia freudiano

Anche questa domenica ho compiuto la mia passeggiata a Buda.

Quando ho espresso la mia preferenza per quella parte della città e i suoi paesaggi un po’ brulli, la CR mi ha fatto: “Ah, ti ho capito, sei un tipo cui piacciono le cose malinconiche”.

Come accennavo la settimana scorsa, non capisco perché le persone parlino della malinconia o di cose a essa connesse come se si stessero riferendo a un’intolleranza al lattosio o qualche altra sindrome cronica.

Viviamo in un’epoca che si auto-diagnostica malattie e decontestualizza azioni.

Deciso quindi a ricrearmi una nuova immagine, nel mio giro sono andato in cerca di cose più leggere da riportare.

Sul tram ho notato (in realtà li avevo visti il primo giorno) gli adesivi con le avvertenze per i passeggeri.


Mi incuriosiscono sempre tali indicazioni. Ogni Paese ha le proprie.
Inutile dire che trovo quelle del Giappone le migliori in assoluto e qui sotto c’è un esempio.

“I bambini con ridicole pochette che caricano a testa bassa i vagoni faranno spaventare le porte”


Ciò che mi ha colpito qui è la predilezione per gli omini della Bialetti.

1) Gli omini Bialetti devono mettere giù le proprie supposte giganti. 2) Le bambole gonfiabili devono prestare attenzione ai borseggiatori.

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Gli omini Bialetti – sempre loro – si esibiranno per i passeggeri in numeri da saltimbanco facendo roteare oggetti stando in equilibrio su una sola gamba.

A Buda la mia attenzione è invece caduta su una fontana fallica.

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Siamo d’accordo che malizia sia negli occhi di chi guarda (o sotto le ascelle di chi se lo spruzza), ma a me sembra proprio una cippetta.

Al che ho riflettuto sul fatto che la nostra civiltà sia dominata da simboli fallici.
Torri, campanili, obelischi, grattacieli e altro ancora.

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Ovviamente, anche quest’oggi c’era la nebbia, nebbieggiante come suo nebbioso solito.

E analizzando le foto che a volte scatto ho trovato anche in me stesso questo fallocentrismo. Difatti, ho scoperto che c’è sempre un lampione – altro oggetto che simbolicamente si erge verso l’alto – che si infila di straforo nell’inquadratura e di cui realizzo la presenza soltanto in un secondo momento.

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Un percorso vittima di atti di brullismo.

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Eccolo lì l’infingardo che spunta dal muro.

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La foto non è storta. Stavo imitando un omino Bialetti mentre la scattavo.

E andando a ripescare altre foto da altri posti che ho visto in giro, qualche lampione c’è sempre.
È un oggetto di arredo urbano comune, certo.

Ma è il fatto che siano sempre lì, al margine dell’inquadratura, che mi dà da pensare.
Sono preoccupato da questi lampioni sparsi che sembrano reclamare un loro posto in primo piano.

Mi par quasi di sentirli urlare, tutti insieme, da tutti i posti che ho visto: lampioni del mondo! Lampioni del mondo! Lampioni del mondo!

Non è che il macellaio, per imprecare, urli “Mannaia la miseria”

Ho finalmente internet in CdB (casa di Budapest). Posso smettere quindi di andare da Starbucks o di approfittare a volte della connessione al lavoro. E posso quindi ritornare finalmente a leggere altri blog.

A proposito del lavoro, credo sia il momento di dire qualcosa in più. Ecco, in sostanza io faccio altro. Non qualcos’altro, attenzione: quello è il lavoro del sommo ysingrinus. Io faccio altro. Semplice, no?

Ho parlato del capo che sembra un Doctor Who. Altro dettaglio, calza Dr. Martens. Avete mai visto un boss con le Dr. Martens? Io no.

La mia collega-responsabile, ama condividere ciarle con me. Oggi mi ha mostrato le foto su fb della nuova fiamma del suo ex fidanzato, chiedendomi uno spassionato parere estetico. Io ho provato a essere diplomatico, ma non per evitare leccaculismi, ma perché non amo dare della “brutta” a una donna. La responsabile insisteva, chiedendomi più volte “È o non è un sanitario da bagno?”. Sembrava la famosa scena del film 32 dicembre: “È o non è un imbecille?”.


Se non avete presente, allego la scena

Se non l’avete mai visto, vi prego di correre a recuperare. È questa la vera comicità napoletana, non i saltimbanco odierni che scimmiottano pulcinellate per strappare risate con rutti e petardi.


Degli altri colleghi ancora non ho individuato caratteristiche peculiari. Colpa anche della mia riservatezza che mi spinge poco a fare conoscenza.

C’è comunque una collega che si chiama Aranka.

Da quando l’ho saputo non faccio altro che immaginarla in un film intitolato “Aranka Mekkanica”.

Il che è ironico perché contrasta con la sua immagine, pacata e sorridente, di ragazza che condivide su Instagram coniglietti pupazzo e fiori.

Ma la gente non sa che di notte va in giro a spaccare suppellettili nelle case altrui con dei pupazzi giganti.

A casa direi che le cose vanno bene. La CC sembra tranquilla, anche troppo.
Non mangia.
Mi lamentavo di una coinquilina cinese a Roma che impuzzolentiva la cucina alle 8 di mattina con curry e peperoni, questa qui invece pare nutrirsi di aria. Stasera mi ha detto “Ah bravo te che cucini, io in ‘sti giorni sto scojonata e nun me va”.


Come ho anticipato, per scelta stilistica la nuova coinquilina cinese parlerà romanesco.


La mia “cucina” consisteva in 5 bastoncini della Findus (che qui si chiama “Igloo”) riscaldati e delle bruschette non tostate al pomodoro.


Sembra meno diffidente nei miei confronti. Conversiamo amabilmente.
Anche se l’esordio ieri è stato un po’ inquietante: mentre sta tirando fuori da una busta alcuni attrezzi da cucina, si gira di scatto verso di me brandendo una mannaia da macellaio e, mostrandomela sotto il naso, mi dice “Aò questa mò dove aaa metto?”.
Dove vuoi, le ho detto.

E la piazza giusto sul marmo (finto) color falena esausta della cucina tra lavabo e forno, dicendo “Che teee pare qua, così sta a portata de mano. È utile”.

E se la mettessimo qui, dico mentre apro un’anta del mobiletto e indico un ripiano.
“Sì dai, quanno serve poi se vede”.

Secondo voi era un modo per dirmi “Occhio a quello che fai che sono armata?”.

Quelli che si fanno foto in campagna sono dei selfie della gleba?

Ho realizzato che dall’età infantile a quella dell’epoca digitale foto di me stesso sono assenti o rare. Il che forse non è un male, perché con lo sviluppo (non quello delle foto) per un periodo ho attraversato una fase in cui sembravo Milhouse, da cui ne sono uscito anni dopo.

Fino alle scuole medie ero un bel giovinetto, perennemente abbronzato perché passavo ore a giocare fuori. Poi son diventato più chiaro e miope, due cose che si potrebbero imputare entrambe ai computer.

Attualmente, nell’epoca del contagio digitale, esistono invece molte fotografie che mi ritraggono. Pur non avendo il culto della mia immagine – anzi, spesso quando vogliono ritrarmi esprimo tutto il mio vaffanculto – ogni tanto vengo colto dallo strano piacere del farmi catturare da un obiettivo, purché sia gestito da altri. Non amo gli autoscatti perché devo avere entrambe le mani libere e intente a far qualcosa di estremamente importante, come reggere il mento o la testa o un bicchiere o le tre cose insieme.


Reggere mento e testa insieme con una sola mano è molto semplice. Il pollice è sotto la mascella inferiore e non esercita pressione, il mento deve essere semplicemente poggiato ma non a peso morto: bisogna raggiungere la condizione di compiaci-mento, mentre indice e medio leggermente flessi indugiano sulla tempia. Le altre dita sono piegate su sé stesse. L’altra mano regge un bicchiere o è poggiata placidamente su un oggetto quale un sasso, un albero, un mobile, un soprammobile in vera finta porcellana. La posa va accompagnata da uno sguardo serio e pensieroso: non malinconico, non severo, soltanto serio e pensieroso. Per esercitarsi, basta figurarsi nella mente una domanda, quale Chi schiero al fantacalcio? o Che maglia metto su quel pantalone?. Esercitatevi su tutti gli esempi che ritenete opportuni.


A volte mi soffermo a pensare (con sguardo serio e pensieroso), cosa ne sarà di tale overdose di immagini che stiamo producendo.

Una volta – ancor oggi vedo che accade, a dir il vero – poteva capitare di trovare vecchie foto in giro per casa, in soffitta, in cantina.

Domani nessuno scaverà tra scatole e mobili e ne tirerà fuori per caso vecchie immagini: un mio discendente non rimarrà sorpreso esclamando Toh! Guarda il prozio Gintoki con lo sguardo serio e pensieroso!. Quando il mio hard disk passerà a miglior vita, io sparirò con esso. Magari resterò tra i meandri di un social network, ma a che pro se nessuno andrà a scavare per ritrovare il mio sguardo serio e pensieroso?

Ma poi avrà tanto importanza se sullo stesso schermo ci saranno 10-100-1000 altri sguardi seri e pensierosi confrontabili? La specificità del ritratto dovrebbe risiedere nella sua unicità: nel mobile di casa mia c’è il mio prozio, nel mobile di casa tua, il tuo.

Nel mondo digitale, saremo tutti con tutti nello stesso posto. E senza mobili.

Perderemo la mobiltà.