Non è che devi far palestra per portare una famiglia sulle spalle

Ho un amico che l’anno prossimo ha programmato di sposarsi. Per esser sicuro ha prenotato non una ma due chiese, per due giorni diversi. Coscienzioso e pieno di rimorsi com’è mi chiedo come si sentirà poi a far dispiacere uno dei due preti dicendogli che non se ne fa più niente.

Mi chiedo anche come faccia a pianificare un simile evento e a pensare di stabilirsi qui, dato che lavora precario a 600 km da casa mentre la fidanzata è impegnata in un Erasmus+ all’estero e quando tornerà troverà pronta una beata ceppa di lavoro.

Ma penso anche che se uno ha la volontà le cose in un qualche modo s’aggiustano. I miei son i ragionamenti di quello che se ne sta lì alla finestra a guardare la gente che passa e commentare come una vecchia mai stata moglie senza mai figli senza più voglie.

Che a dir la verità io a metter su una famiglia ogni tanto è un pensiero che mi viene, ma è più come quando in un negozio di animali vedi un’iguana e pensi di volertela portare a casa, perché…beh in fondo perché non tu? Solo che un’iguana è un impegno a lungo termine, campa almeno vent’anni, devi pensarci a questo. Sei in grado di gestire un’iguana in casa quotidianamente per tutto questo tempo? Non è che puoi avercela a mezzo servizio o lasciarla lì nel suo terrario ad aspettarti.


Nota: con l’iguana non mi riferisco a una moglie ma proprio al concetto di famiglia; gestirne una è come gestire l’iguana.


È per questo che allora penso di ricorrere all’affidamento a distanza: il mio scopo è tenere i legami con un/un’ amico/a e adottarne la famiglia. Ad esempio, comprare i Lego al figlio per poterci giocare io o portar ai coniugi le birre a casa per potermele bere io.

Penso pure all’iguana convenga più così.

A proposito di iguane:

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Fossi un sarto, con stoffa verde ti farei un vestito da fata. E poi ti berrei d’un fiato

E mentre me ne stavo a riflettere su come sarebbe trapiantarti qui e lasciarmi toccare intimamente da una raffica di parole, all’improvviso appare un treno dal passato che corre a ricucirsi col presente per giungere alla medesima destinazione: la verità è che non funziona abbastanza. Perché altrimenti sarebbero meno pacche sulla spalla e più sul fondoschiena, ma si sa che ingannevole è il culo più di ogni cosa.

Come il curriculum vitae di un giovane precario, esponiamo attestati conseguiti ai corsi di stima, senza lesinare complimenti, perché, si sa, tu sei bravo, dottore, sei bravo. Forse troppo bravo. Pensare che l’unico bravo che ho interpretato è quello di Don Rodrigo a Carnevale in prima – o seconda –  media, ma non m’ha riconosciuto nessuno.
– Sei un pirata?
– No.
– Chi sei?
– Un bravo di Don Rodrigo.
– Ah.
– E stasera alla festa vieni così?
– …

E lì pensai di dire basta ai travestimenti. E dire che Manzoni mi stava pure sulle balle, Tra i Manzoni preferisco quello vero, Piero.

In realtà poi mi son trovato molto spesso a camuffarmi, per fuggire. Son qui, ma mi nascondo. Sono un gatto, non voglio essere trovato.

E mentre mi scorrono queste considerazioni, mi salta fuori una domanda dopo aver conversato con il treno del passato (che s’era fermato un po’ alla mia stazione): ma perché ci son così tante persone confusionarie o instabili? Allora l’amica, saggia, ti riporta alla realtà facendoti notare che È la stessa cosa che mi chiedo anche io.

Capisco.

È una storia vecchia come il mondo.

I maschi son così, le femmine son cosà. Ma non ci stanchiamo di tali considerazioni? A me basterebbe solo riprendere la teoria degli insiemi e fare delle sane suddivisioni.

Dovete sapere che, a Napoli, c’è un Rione chiamato Sanità. È un rione con parecchi siti storici e nei sotterranei si celano delle catacombe. E nella Sanità è nato Totò.

Ecco, basterebbe un Rione Sanità Mentale, dove poter chiedere residenza previo test attitudinale.

Resterebbe vuoto, credo. Uno spreco edilizio che neanche la cementificazione delle campagne italiane.

E, ancora, l’amica pragmatica dice: Comunque tu sei molto più bello di lei.

Grazie, ma non son d’accordo.

E se dici ciò vuol dire che non mi comprendi abbastanza manco tu.

E mi sento ancor più solo mentre mi specchio sul fondo di un bicchiere.