Non è che esser pignoli sulla barba voglia dire cercare il pelo nell’uomo

Ho forse male giudicato la CC.
Quando ci presentammo, mentre le spiegavo che lavoro io facessi credevo mi guardasse con l’aria da “Aspetta che mo me segno che nun me ne frega un cazzo”.

In realtà credo non comprendesse proprio di cosa stessi parlando.
Non per difficoltà linguistiche, per quanto in inglese io mi esprima come un libro strappato, ma per dei buchi conoscitivi che credo siano presenti in lei.

Zone buie in ambito storico-geografico-geopolitico.

Ne ho avuto la prova ieri, dopo alcuni sentori nei giorni precedenti, quando all’improvviso mi ha chiesto se io fossi mai stato in Polonia.


Mi ha spiegato dopo il motivo: le hanno proposto uno stage lì. Sulle prime pensavo fosse una domanda come convenevole. Quale è il tuo colore preferito? Ti piacciono i cani o i gatti? Sei mai stato in Polonia?


Io le ho risposto che mi piacerebbe andarci. Anche perché con i viaggi precedenti ho quasi esaurito tutta l’Europa occidentale.


Beninteso, non è che basti vedere una capitale per dire di aver visitato un Paese. Però, dato che non si viaggia all’estero spesso, non è che se un anno vado in Germania poi ci ritorno subito l’anno successivo.


E poi vorrei visitare Auschwitz, ho aggiunto.

Al che la sua reazione è stata assumere l’espressione della mucca che osserva passare il treno.

– You know…The concentration camp…
Scuote la testa
– …where the Jews were interned…
Scuote la testa e rifà l’espressione della mucca ecc ecc.

A parte questo, mi ci trovo bene. È una ragazza tranquilla e gentile. Non rompe, non lascia spazzatura in giro. Oggi mi ha chiesto addirittura il permesso per poter ascoltare musica senza le cuffie. Così ho avuto un assaggio di musica cinese, che mi ricordava quella neomelodica napoletana.

Certo, rutta dopo mangiato e tira tutto il giorno su col naso e si gratta le ascelle davanti a te come un orango, ma ognuno ha le proprie abitudini.

Forse comunque è anche troppo calma. Ho già raccontato che vive di aria, a parte qualche frugale merenda. Forse aspetta che qualche volta cucini per lei: mi ha detto più volte “Aò, so che gli uomini italiani sono bravi cuochi”. E ogni volta che accendo una pentola mi fa “Stai a cucinà? Fa’ vede’, me piace guardà la gente che spignatta a li fornelli”.

Dato che non raccolgo queste sottili allusioni, prova forse a prendermi con le buone. Mi fa spesso dei complimenti, se possiamo intenderli come tali.

Un giorno mi ha visto con gli occhiali e mi ha chiesto perché non li portassi sempre. Io ho risposto che preferisco le lenti a contatto, non mi piaccio con gli occhiali. E lei ha detto che invece sto bene, sembro uno scienziato o un professore.


Quindi non solo in Italia conoscono la formula per prenderti per il culo “Gli occhiali ti fanno sembrare più intelligente”.


Poi ieri, sentendomi commentare un capello bianco sulla mia testa che avevo notato, mi dice che è comparso perché penso troppo. Sono molto intelligente e le persone così imbiancano presto.

Non so se fosse una presa per il culo o una gufata.

Poi ha detto che con ‘sta barba ricordo un filosofo. Quello là…Mark?
Karl Marx? Sì, lui, mi dice. L’unica differenza è che fosse grigio mentre io sono scuro.

Infine, proprio parlando di colore di capelli e occhi, mi ha chiesto come fosse l’italiano tipico, esteticamente.

Io in questi casi cerco sempre di spiegare che non siamo tutti come Super Mario, anche se all’estero lo pensano.

Mammamia! Pasta, pizza, mozzarella! Cazzo vuoi, buongiorno!

Le ho spiegato che la nostra penisola nel corso dei secoli ha conosciuto diversi popoli, dai Vichinghi agli Arabi, quindi da noi puoi trovare una certa varietà fenotipica.


Si dirà così, varietà fenotipica? Non ne ho idea. Qualche genetista mi illumini.


Mentre parlavo annuiva ma ho rivisto in lei la mucca.


In fondo però è una visione della storia molto eurocentrica. Insomma, voi vi ricordate quando sono arrivati i Mongoli di Gengis Khan in Cina?


Ho proseguito, quindi, sottolineando che è errato pensare che siamo tutti scuri e barbuti e pelosi.

“Come te! Sembri proprio il tipico italiano!” ha esclamato.

Al che ho realizzato, con mia frustrazione, che non sono la persona ideale per fare questo tipo di discorso sulla varietà estetica italiana. Sono credibile come Pannella che parla di proibizionismo.

A proposito di villosità facciale: sto notando che qui non va per la maggiore. In più, sembra che questa città sia de-hipsterizzata. Fatico ad avvistarne esemplari dopo 3 settimane che sono qui.

L’unico che potrei definire hipster che ho incrociato sinora è un tale che ogni tanto prende il tram al mio stesso orario.

Sto pensando di segnalarlo al WWF locale affinché gli piazzi un braccialetto identificativo per tenerlo sotto controllo e preservarlo dai bracconieri di hipster.


Post-Postilla (postilla al post)
Dopo aver scritto questo post la CC mi ha detto che domani voleva che pranzassimo assieme e voleva preparare qualcosa di cinese per me.

Quindi tutto l’impianto del mio post viene a cadere, solo che avendolo già scritto non intendo cancellarlo: non sapete lo spreco di energie mentali per buttare giù tutto questo. Poi dicono che mi vengono i capelli bianchi!


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Fattore y: dal particolare al generale (dietro la collina)

Dopo aver commentato un post del poliedrico ysingrinus ho fatto delle riflessioni.

Mi sono ricordato che al liceo ho scoperto che la y io la scrivo al contrario, cioè col braccio corto a destra. Era una cosa che mi veniva naturale, non ci ho mai fatto caso. L’insegnante di matematica quando mi chiamava a svolgere esercizi alla lavagna a volte me le cancellava e le riscriveva giuste. Qualche compagno non capiva che lettera fosse o fingeva di non capirlo. Io mi infastidivo: perché perdere tempo su questo particolare?

In realtà è tutta la vita che io stesso perdo tempo sui particolari.

Nelle ultime settimane, per esempio, sono latitante per Almalaurea. Per un paio di mesi mi hanno inondato di mail con la richiesta di rispondere al loro sondaggio post laurea. Dopo il primo messaggio ho pensato che, appena libero per 10 minuti di tempo, mi ci sarei applicato. Quando poi sono arrivate mail insistenti, perentorie come dei solleciti di pagamento, mi sono girate e ho deciso di non partecipare più. Da una settimana sono cominciate le telefonate, anche il sabato,  mattina e sera. Ho messo il blocco in entrata ai loro numeri.

Ecco, questo è uno dei casi in cui mi concentro sul particolare (il mio odio per l’insistenza), perdendo di vista il generale (permettere invece a delle persone di fare il proprio lavoro e partecipare a migliorare un servizio…forse).

Il mondo per me esiste solo in relazione ai particolari. Per dire, fatico in genere a rammentare una strada per andare dal punto A al punto B, a meno che non ci sia qualche cosa da ricordare lungo il tragitto: l’insegna di una trattoria, una casa diroccata, un cartello stradale arrugginito. Può anche trattarsi di qualche segno non definitivo: magari una volta lungo quel percorso ho visto un bambino che giocava in un cortile (io, vagabondo che son io…) e mi è rimasto per sempre impresso.

I miei ricordi funzionano allo stesso modo. Ho la testa suddivisa in tante bacheche dove ci sono appese delle istantanee, di cose a volte completamente insignificanti ma per me divenute particolari.

Un banco scheggiato alle elementari, col truciolato che emergeva fuori che una volta doveva essere chiaro ma col tempo era diventato nero. Un cartello bianco su un rudere con una scritta rossa BOXE, tel xxxxx (no, il numero non lo ricordo. Non sono Rain Man). Una figurina dell’album sulla F1 dei primi anni 90′ volata per terra sul marciapiede. Una tazza a righe arancio e nere. Una bambina orientale che piange sul lungomare di Salerno, mentre la madre si era allontanata a guardare la merce su una bancarella. Una decorazione luminosa raffigurante il profilo di un Babbo Natale, dimenticata appesa su un muro da chissà quanti anni. Un tizio alla stazione che davanti alla biglietteria automatica mi chiede se il treno per Lanciano per il quale stava acquistando il biglietto sarebbe arrivato alle 21 dello stesso giorno, in tempo per la partita (nota: erano le 14 di sabato. La partita era alle 15 del giorno dopo). E ancora, il vento che si alza mentre pioviggina con una goccia d’acqua che mi finisce nell’occhio mentre attraversavo via Duomo, i baffi di un signore sulla 50ina che un giorno notai seguiva una lezione universitaria nella mia stessa aula, la voce di un operatore telefonico del WWF che mi ricordava la scadenza dell’abbonamento, un buco a forma di stellina su una maglia.

E potrei andare avanti e avanti.

Il gatto nero è stato uno dei simboli del sindacalismo anarchico. Potevo forse non citarlo?

Ho invece un problema col generale, col tenere sotto controllo il quadro d’insieme, ricordare ciò che conta. E ho anche un problema coi generali. Ho infatti difficoltà a relazionarmi con l’autorità. In fondo mi ritengo un anarchico, anche se ci vado cauto col dirlo. In primo luogo perché è una concezione più filosofica che politica, in secondo luogo perché la gente ha uno strano rapporto con l’anarchia; le persone immaginano sempre un tipo vestito da Black Bloc che non entra al McDonald’s perché cioè noi dobbiamo combattere il sistema perché cioè il capitalismo, la globalizzazione…cioè, capisci?

A essere sincero io realmente non vado al McDonald’s, ma semplicemente perché un pasto lì è l’equivalente delle calorie che consumo in una settimana.

Questa è una cosa particolare o generale?

Comunque a me una y invertita sembra di vederla anche tra le pieghe della mano.
Giochiamo a “Trova la y invertita che Gintoki crede di vedere” (temo comunque che in foto non si veda)

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Esistere, resistere…desistere, forse

Spesso ci si fa del male solo per sentirsi vivi. Oggigiorno è sempre più facile essere limitati a esistere e nient’altro. Io esisto sulla mia carta d’identità, sul mio passaporto, sulla mia patente, sul mio codice fiscale, sulla mia tessera del WWF; esisto all’anagrafe del mio Comune, negli archivi della mia ex Università, nella banca dati dell’INPS, nella ASL locale.

Numeri e lettere, sequenze ordinate che mi identificano. Questo e nient’altro per rappresentare un essere umano, puro essere.

Esistere.

A Tokyo una sera in un ristorante di Ueno vidi un ragazzo e una ragazza seduti a un tavolo, uno di fronte all’altro. Per tutta la serata si tennero occupati con i rispetti smartphone, scambiando qualche parola tra di loro di rado. È questo esistere o vivere? E se la vita si fosse trasferita all’interno del mondo digitale, chi può dirlo con certezza? Forse quei due giovani sopperivano alle deficienze della loro esistenza trovando una via alternativa per la vita, perché è la nostra naturale inclinazione. Come la pianta che cresce verso la luce. Una luce artificiale di una lampada, perché il Sole non lo guardiamo più.

Resistere.

A volte cerchiamo vie errate, perché la fallibilità è parte della nostra natura. E ho come l’impressione che i margini di errore siano aumentati perché le opzioni offerte si sono moltiplicate. È come l’overdose di informazioni, abbiamo accesso completo alle fonti che vogliamo ma nel complesso stiamo diventando sempre più ignoranti. Non c’è più l’analisi, la verifica, la contestualizzazione. L’informazione è un lampo che colpisce e svanisce in un attimo.

Le persone si arrendono a tutto questo? Desistono?
Esistere e non esistere, vivere e non vivere. Quali sono i confini?

In caso di neve, usa le catene (Gintoki si racconta)

ATTENZIONE: SE LEGGI QUESTO POST POTRESTI SCOPRIRE DI ESSERE STATO NOMINATO

Avrete notato forse che non partecipo alle catene sul web, seppur queste siano innocenti, come quelle dei vattelapesca awards. Colgo l’occasione per scusarmi con le persone che mi nominano, a volte vorrei anche pubblicare il giochino ma poi dico va be’ un’altra volta, magari faccio un post onnicomprensivo , cosa che poi puntualmente non faccio mai.

Oggi decido di invertire la tendenza e uscire dalla mia torre di resina (niente avorio, sono socio del WWF!) e provare invece questo piccolo gioco, ringrazio Aida che mi ha coinvolto nominandomi.

È molto semplice, si risponde a delle domande da girare poi a 5 blogger. Non è un premio, è più la curiosità di saperne di più su persone con le quali interagisci.

    • Cos’è per te il blog: è un diario pubblico. Che poi è un controsenso, un diario dovrebbe essere una cosa privata. Io infatti qui parlo di cose che non dico nella vita di tutti giorni o, quantomeno, non in questa maniera. Però mi piace l’idea che ci sia qualcuno a leggere. È complesso, è come nascondersi ma voler essere scoperti. Come fare l’amore in un posto dove può arrivare qualcuno (ma che cacchio di similitudini t’inventi, Gin?).
    • Da grande vorrei fare: c’è una domanda di riserva? Posso scegliere la busta 1, 2 o 3? No, ecco, sarà banale, ma mi basterebbe poter avere uno stipendio regolare. C’è una cosa che ci terrei però a realizzare. Non mi vedo dietro una scrivania, per lo meno non a lungo. Vorrei trovarmi un giorno a passare da un angolo all’altro del Mondo, per lavoro. È un po’ infantile, me ne rendo conto. E poi che lavoro potrei trovare oggigiorno fatto così? Il corriere di droga? Uhm…
    • Quanto scrivi sul blog: non c’è un quanto. È quando la mia testa sputa fuori qualcosa. In genere le idee mi vengono in mente quando sono lontano dal pc. Se io mi mettessi davanti alla pagina bianca di WP pensando “Ecco, oggi scrivo qualcosa”, non riuscirei a scrivere nulla. Poi mentre sono impegnato a fare altro, o quando sono in giro o sto in compagnia di altre persone, all’improvviso immagino “Ehi, potrei scrivere questa cosa, appena torno a casa la pubblico”.
    • Genere musicale preferito: non ho un unico genere, ascolto e apprezzo tutto tranne proprio le commercialate, le musiche da discoteca et similia. Tra l’altro mi rendo conto che dire “musica da discoteca” sia una definizione superficiale che vuol dire tutto e niente, ci sono discoteche dove suonano dubstep e trip hop, generi che apprezzo se fatti con la dovuta qualità. Quindi diciamo che con musica da discoteca intendo il tunz tunz tararì tararà (chiarissimo, no?). Per il resto a seconda degli stati d’animo, delle sensazioni, del bisogno di quel momento, ascolto ciò che mi serve. Posso passare tranquillamente dagli Uriah Heep il giorno prima ai Portishead il giorno seguente.
    • Quale personaggio di quale romanzo ti piacerebbe essere: ho invidia smisurata per Philip Marlowe. Un mio sogno da piccolo era quella di fare l’investigatore. Perché lo immaginavo tale a quale a come viene dipinto nei fumetti, nei libri, nei film: il solitario detective antipatico alla polizia che risolve casi con intuito e intelligenza, indossando sempre impermeabile e cappello anche a ferragosto. Quando ho scoperto che gli investigatori nel mondo reale si occupano al massimo di mariti fedifraghi, è stato uno shock.
      I romanzi di Raymond Chandler non sarebbero la mia unica scelta, comunque. Come ho confessato in un delirio notturno, mi piacerebbe vivere in un romanzo dell’800. Amo i personaggi tormentati, travolti dalle passioni, che vivono inseguendo aneliti di felicità, di successo. Solo che mi vengono in mente solo esempi di personaggi che alla fine o si suicidano o muoiono di stenti o di dolore o che comunque soffrono in maniera indicibile. Allora lasciamo perdere.
      A dirla tutta manco il mio Marlowe è un allegrone. Sempre solitario, con solo sigaretta e bicchiere a fargli compagnia. Ma almeno ogni tanto fa colpo su qualche bella donna! 
    • Fotografia: È una cosa che mi piace, però non sono bravo e non ho talento. Mi diverto a smanettare con photoshop e quando sono in viaggio mi piace fare tante foto, come un giapponese. Non ho senso artistico, per me è suggestivo un lampione o una scala, per dire, infatti quando posso spesso li catturo con la macchinetta. Per ciò che concerne le foto in cui sono io il soggetto dello scatto, confesso che sono fotogenico quanto un sacco di patate. Per anni non sono riuscito a sorridere nelle foto, volevo sembrare serio e distinto e mi veniva la faccia come gli individui presenti sulle tabelle della Questura quando c’è una retata in un clan della camorra. Ora sto tentando di lavorare sull’espressione, cercando di assumere il piglio da “uomo che non deve chiedere mai”, con lo sguardo intenso e il sorriso compiaciuto. Il risultato è che sembro il Joker di Jack Nicholson:
      E qui ci vorrebbe la battuta di Leonard: non andiamo a uccidere Batman!

  • In che periodo storico ti piacerebbe vivere: partendo dal presupposto che penso sia sbagliato avere nostalgia per epoche non vissute (in cui è facile fare la fine dell’Owen Wilson in Midnight in Paris) e che mitizzare comporti sempre un allontanamento dalla realtà storica, io ho più di una scelta.
    Innanzitutto, avrei voluto vivere a Parigi in pieno Romanticismo.Che vi devo dì, lo so, sembro stereotipato. Ma è un periodo che mi affascina, me ne sarei andato in giro con tuba e basettoni a discorrere di politica e filosofia.
    Il secondo periodo che mi affascina è la Londra dell’Età Vittoriana. Più verso la fine dell”800, diciamo. A essere sincero il mio sogno sarebbe una realtà parallela steampunk, che prende quell’epoca lì e la arricchisce di macchinari a vapore pieni di rotelle e ingranaggi. Ma non mi addentro nell’argomento perché usciamo fuori tema. E comunque, chiamatemi Lord Gintoki. Facciamo un salto nel tempo e nello spazio e torniamo a Parigi, questa volta nella Belle Époque: la terza epoca in cui avrei voluto vivere. Ho scelto tre epoche che per me sono dense di fervore creativo, in tanti campi. In realtà come dicevo prima è una mitizzazione e, se vogliamo, anche altri periodi storici sono stati molto produttivi per l’umanità: il Medioevo, ad esempio, non è stato affatto l’epoca buia che ci hanno insegnato a scuola. Ma io non mi ci rivedo a vivere sotto Lorenzo il Magnifico, seppur sarebbe stato molto interessante.
    Infine, per concludere l’excursus storico, mi sarebbe piaciuto assaporare il clima dell’America degli anni ’50. E avrei voluto essere uno scrittore in quegli anni lì. Sì, sono proprio stereotipato. I know.
  • La tua più grande passione: leggere. Scrivere. I film di Miyazaki. Cercare di vivere e non di esistere (uhm. Può essere una passione? Beh, se non ci metti passione come fai a conseguire il risultato?).
  • Marzullo-style. Si faccia una domanda, si dia una risposta: usi social network? Certo, però in quanto gatto sono diffidente e non concedo facilmente la micizia (questa domanda me la son posta con l’unico scopo di arrivare a questa pessima freddura).

Le domande son finite, ma il gioco prosegue: come ho detto, bisogna girare i quesiti a 5 blogger. Allora, non vorrei fare torto a nessuno, io ho scelto così, di getto.

  • zeustamina: eh beh, zeus è zeus. È forte. È il tipo di persona con cui vorrei stare seduto a bere birra e parlare a ruota libera. Un vero numero 10 in campo.
  • diamanta: che dire, è geniale. Se non la conoscete, seguitela. Non a casa, eh, non sto incitando lo stalking! È versatile (ehi, no, questo non è il versatile blog award!), passa da argomenti poetici all’attualità a cose che vi faranno scompisciare dalle risate. Qualità e quantità, bene così.
  • V.: è forte anche lei. Intelligente, ironica. Dotata di pregevole cultura musicale e letteraria. Dev’essere piacevole conversare con lei, secondo me.
  • Claire: non so, quando entro nel suo blog mi sembra di entrare in un negozietto dove appena aperta la porta si viene investiti da un aroma di vaniglia, tè, fiori. Su un mobile c’è un vaso di vetro pieno di caramelle. È così che lo vedo. Un posto calmo e accogliente.
  • Ecco, qui mi trovo in difficoltà nel selezionare il blogger rimanente. Perché in realtà avrei una lista lunghissima, ma non so chi scegliere. E non so poi a chi possa far piacere ricevere una catena :D. Facciamo così, per non scontentare nessuno, mi fermo a 4!
    No, dai. Scelgo nanalsd. Perché in realtà è anche lei una gatta e tra felini ci si intende.

Alla prossima. Meow!