Non è che in Polonia uno si debba sentire invadente, specialmente nei corridoi


Questo titolo di sicuro da CC non verrebbe compreso, viste le sue lacune in materia di Seconda Guerra Mondiale


Speravo, dopo i primi resoconti, di poter mettere su una sit-com sotto forma di blog sulla mia esperienza Budappestata con la CC, ma questa sera mi ha detto che a gennaio se ne andrà.

Sono giorni che si lamenta che è insoddisfatta del proprio stage e oggi mi ha detto che l’hanno selezionata per un altro internship in Polonia.

Confesso che mi sono sentito un po’ dispiaciuto, per tre ordini di motivi.

Il primo è che mi ci stavo affezionando, come persona. Sarà perché sembra un po’ stramba pure lei.

Non ho ancora raccontato, infatti, che dopo aver cenato lei si alza e passeggia e poi saltella e poi marcia come un soldato nel corridoio (giuro non invento: alza la gamba come uno dell’Armata Rossa), per digerire.

Poi quando ascolta musica con le cuffie, tiene il tempo dandosi pugni sulle ginocchia. Capisco seguire la melodia dandosi pacche sulle gambe, ma prendersi a pugni mi sembra un po’ eccessivo.

Riesce a lavarsi i denti andando in giro per casa senza far cadere neanche una goccia di dentifricio, che non fuoriesce nemmeno un po’ fuori dalla bocca.
Questa in realtà non è una stramberia ma un’abilità che hanno alcune persone, di cui sono invidioso. Quando io mi lavo i denti sembra un film porno gay, invece.


Lo so è una o-scena (scena oscena) ma non riuscivo a pensare ad altro paragone.


Ieri sera invece l’ho trovata che si faceva un pediluvio in cucina.
E intanto ruttava.

Forse è un bene che se ne vada.
Al confronto sembro io la coinquilinA.

Il secondo motivo per cui mi sento contrariato, è che ho sempre difficoltà con i cambiamenti. Cambiamenti in me o nell’ambiente che mi circonda.

Come i gatti: provate a spostare la ciotola dell’acqua al micio di casa. Si metterà a fissare il posto in cui era prima e, se potesse parlare, secondo me farebbe come Dustin Hoffman in Rain Man: voglio la mia ciotola voglio la mia ciotola voglio la mia ciotola.

Il terzo motivo, è che ora mi chiedo chi prenderà il posto di CC. E se arrivasse una tedesca che non si lava e nasconde bottiglie di vodka nel ripostiglio?


Come quella che abitava in un appartamento che sono andato a vedere prima di prendere questo.


Non è per la vodka, ma sul fatto che non ci si lavi. Almeno a casa deve esserci un buon odore. A quel punto la butterei fuori e mi terrei gli alcolici.


Sono molto preoccupato riguardo quest’ultimo punto.

Questa sera, forse per addolcirmi la notizia, ha insistito perché provassi una zuppa brodaglia tisana non so bene cosa fosse preparata da lei.

È una zuppa con un fungo dalla consistenza gelatinosa e trasparente come una medusa, delle giuggiole cinesi e delle bacche di goji. E una pastiglia al miele sciolta poi insieme.

Confesso di averla trovata stucchevole, infatti la mia faccia mentre la mangiavo-bevevo credo tradisse la sensazione. Però lei, sadica, insisteva dicendo “Ne vuoi ancora? Prendine ancora! Aiutami a finirla, ne ho fatta troppa!”.

Quest’oggi non ho avuto proprio fortuna con le donne, comunque.

Al lavoro sono andati tutti via per le 16:30 e siamo rimasti soli io e Aranka Mekkanica. A quel punto lei mi fa: “Ehi drugo, non ti fa male il Gulliver a lavorare? Quando stacchi e vai a casa a fare spatchka?”.

Io in realtà già mi crogiolavo nella nullafacenza facendo trascorrere il tempo in attesa delle 17:30. Avevo inviato mail tutto il giorno dopo aver cercato dei maledetti consulenti con le specifiche richieste e non avevo voglia di mandarne altre, quindi, a meno che non fosse arrivata qualche risposta urgente, non avrei più fatto nulla.

Non potendo dirlo apertamente, rispondo che forse debbo controllare qualche altra mail, ma, volendo, possiamo andarcene via anche subito. Speravo che raccogliesse il mio invito.

Lei, capito il mio gioco, mi incastra.
“Ok fratellino, facciamo che leviamo le tende alle 5”.

Dannazione. A quel punto ho dovuto fingere di lavorare sul serio per mezz’ora.

Ma non è finita lì.

Aranka Mekkanica mi ha chiesto dove abitassi e, constatato che praticamente facciamo la stessa strada, mi ha chiesto di aiutarla a portare i pacchi che ieri ha incartato.

Mi prende in giro, mi impedisce di oziare e poi mi fa fare anche il facchino: ditemi voi se vi sembra buona e tranquilla. E poi su Instagram fa invece le foto ai fiorellini di campo!


Parentesi seria: i pacchi li abbiamo portati a un centro di raccolta che si occupa poi di spedirli ai bambini orfani (o almeno dicono: io spero sia così). È usanza della compagnia ogni anno partecipare a tale raccolta.


A questo fine di giornata difetta quindi solo un tocco del gran Ludovico Van.

Meglio morir di vodka che di tedio (?)

Non amo l’odore di kebab per le strade. È paradossale, perché il kebab mi piace molto, invece. Lo prendo sempre farcito di tutto, pur conscio che dopo sembra di aver inghiottito Muhammad Ali perché hai l’alito che stende anche i pesi massimi.

Una volta, in questa città, non c’erano tanti posti dove rifocillarsi. Ricordo la paninoteca storica con i due leoni all’ingresso che esiste ancora oggi, sorta quando appunto questi posti si chiamavano ancora paninoteche e non pub. Vi passavi davanti la mattina e venivi investito da una zaffata di olio rancido della sera prima, potevi avvertirne la consistenza, come entrare in una nube lattiginosa. Ancora oggi il tanfo è rimasto lo stesso, penso che tra 1000 anni gli archeologi che disseppelliranno l’edificio verranno investiti dagli stessi afrori e diranno “Questo era l’odore del XX secolo!”. Mi piacerebbe far la solita battuta dell’olio che viene cambiato solo ogni 20mila chilometri, ma io temo che lì l’olio sia sempre lo stesso e se lo tramandino di padre in figlio.

Nel tempo, dagli anni ’90 ad oggi, sono sorti altri posti dove mangiare un panino e bere una birra, fino ad arrivare all’avvento del kebabbaro. La particolarità degli ultimi anni, invece, è che sono cominciati a spuntare posti dove bere e basta. La loro caratteristica è l’ottimizzazione degli spazi: in un localino delle dimensioni di una stanza singola di un albergo mezza stella, c’è tutto il necessario per prendere da bere. Drink away. La specializzazione è il cicchetto: non è raro trovare il menù con le offerte del momento per spappolarsi il fegato con massimo un paio di euro alla volta.

Non vengono inaugurati solo posti “mini”, comunque: anzi, all’angolo di una delle più importanti (non esageriamo, mò) arterie urbane , ha aperto un mega bar gestito da un noto pregiudicato. Nella villa comunale, invece, in quella che per anni è stata solo una gabbia di ferro e plexiglass di bassa qualità partorita dalla mente perversa di un architetto che pensava di essere un incrocio tra un Renzo Piano e un Calatrava (un Calapiano?) ora è sorto un “coso” abbastanza chic, un club tamarrissimo che credo non sopravviverà all’inverno perché se durante la bella stagione la villa va bene per passeggiare e infrattarsi con la propria metà, durante i mesi freddi è più simile a una brughiera inglese. Con la differenza che però non siete in Inghilterra, non ci sono ampi paesaggi e non c’è Sherlock Holmes. Quindi non definitela brulla, come se foste in un romanzo. No no, fidatevi: è brutta, non brulla.

Questi che ho sommariamente presentato sono solo gli ultimi posti di cui si è riempita questa città e che offrono l’unico svago possibile la sera: bere.

Sì, perché in questa città non c’è un cazzo di altro da fare.

C’è solo un posto in cui si potrebbero organizzare serate con gruppi a suonare, perché attrezzato bene. Peccato che il proprietario sia un incompetente. Il suo unico sforzo è chiamare 3-4 volte all’anno sempre le stesse persone perché solo quelle conosce. Poi c’è stato il periodo delle cover band, ha sparato diverse cartucce consecutivamente.

Io vorrei dire una cosa. La cover band a mio modesto parere ha già poca ragione di esistere, però fin quando è una cover band coi controcosiddetti, ogni tanto ci può stare. Ma se chiami una cover band dei Subsonica, con tutto il rispetto che ho per Samu, Boosta &soci, stai messo male, secondo me.

“Aò, ho fatto scuola”

Il resto delle serate di questo locale è occupato dai dj set (che ormai ne ha fatti così tanti che saran diventati ott, nov, diec…) del dj del locale: un tizio che secondo me si crede Skrillex, ha i capelli tagliati uguale e porta gli stessi occhiali. Peccato che abbia almeno 10 anni di più (10 anni in più sprecati) e quando mixa una volta mi è sembrato di sentire una carica di elefanti, il suono era simile.

Come antidoto alla noia qui non c’è altro. Quindi meglio morir di vodka che di tedio, come avrebbe detto Majakovskij? Sembra che per molti sia l’unica opzione possibile.