Non è che il parroco non percepisca i contributi perché lavora in nero

– Posso chiamarti su Skype?

È un messaggio da parte di CR. Io dico di sì e 5 minuti dopo chiama, con la videocamera accesa.

– Come mai non ti vedo?
– Ehm…non sono presentabile.

Ero in mutande, l’occhio vitreo e i capelli incollati sulla fronte. E il cuscino attaccato ai capelli.


A volte mi sento in colpa per utilizzare il telefono in condizioni troppo casalinghe, come quando rispondo mentre son nudo, appena uscito dalla doccia. E penso che non vorrei lo facessero quando telefono io, a meno che non siano donne. Ma una volta a una ragazza che mi aveva detto di esser in bagno chiesi, con voce bassa e profonda “Sei appena uscita dalla doccia?” – inarcando anche le sopracciglia che chi è al telefono ovviamente non vede ma che intuisce lo stesso – e mi sentii rispondere “No, sto sulla tazza da un’ora”.


“Ben mi sta”, pensai.


Mi aggiorna su un po’ di situazioni interne lì nella società, dice che le manco e che avrebbe tanto voluto assaggiare il mio cannellone. Ebbasta!, penso nella mia testa.


Per chi si fosse perso il precedente cui fa riferimento il doppio senso (mio, non suo): clic


Io so già che il motivo per cui mi ha chiamato non è per fare due chiacchiere o per fare riferimenti ambigui senza volerlo.

Sin da quando me ne sono andato ha sempre detto che avrebbe voluto ci fosse un modo per farmi ritornare. E così stava spingendo all’interno della compagnia affinché si facesse uno sforzo economico in tal senso.

Come si vedrà in seguito, “sforzo economico” è stato inteso non come intervento finanziario ma come “azione con il minor dispendio di risorse”.

Questo era stato già ben chiaro nei giorni antecedenti la telefonata di CR.

Una prima ipotesi che mi era stata illustrata in modo molto vago, al suon di “Ma che ne penseresti di…?” è stata quella di tornare lì, ma senza contratto. In pratica, io avrei lavorato per loro, poi una società terza – che fa questo di professione, evidentemente – avrebbe preparato una fattura di consulenza per la mia società, la quale avrebbe versato il dovuto a tale società terza, che poi mi avrebbe pagato in contanti, trattenendo un 6% perché nessuno lavora gratis.


A parte gli stagisti, ma lo stagista nasce per essere angariato. Altrimenti che gusto c’è ad averne uno? Stavo pensando quest’estate di prenderne un paio per farci giocare i gatti.


Ricapitolando: A (mia società) tramite bonifico paga B (società terza) che pagherà G (io) sottobanco trattenendo un 6% di una cifra non certo da favola.


Quale sarebbe la convenienza per A nel fare ciò è molto semplice da spiegare: in primo luogo, pagando la società B non evaderebbe le tasse e in secondo luogo c’è il vantaggio fiscale rispetto al dover pagare invece direttamente un dipendente contrattualizzato.


Dopo averci pensato a lungo, durante tutto l’arco di tempo in cui pulivo la lettiera del gatto e mi interrogavo sulle proporzioni della “produzione” rispetto alle dimensioni del felino – sarebbe come se un umano producesse quanto un rinoceronte –  sono giunto un parere unanime tra me, me stesso ed io sulla proposta:

Dopo aver detto a CR di provare a tradurre in ungherese la mia risposta a chi di dovere, sono rimasto in attesa di qualche nuova ipotesi sul mio futuro.

Ed è così che arriviamo alla telefonata dell’altro giorno.
CR mi informa che ha messo alle strette la Triade che attualmente guida la società, che sarebbe composta dal Capo, che a luglio andrà via, dalla Capa dell’ufficio finanziario e da quello che da luglio diventerà il nuovo Capo. Un bel gruppo di teste, insomma.

Dopo che CR aveva perorato la mia causa e aveva chiesto uno sforzo economico per assicurarmi un ritorno alle loro dipendenze, la risposta è stata che, sì, loro hanno proprio intenzione di esser economici e che quindi preferirebbero avere come risorsa aggiunta un ungherese. Possibilmente neolaureato, ancor meglio se studente in corso.

Ho ringraziato CR per averci provato e le ho rinnovato i miei attestati di stima nei suoi confronti, come collega e come amica. E le ho dato un ultimo compito, cioè di tradurre in ungherese questo:

Non è che per spiegare una tovaglia serva un professore

Conversazione su Skype:

– Figlio, perché non ti vedo dalla videocamera?
– Madre, per l’ennesima volta, lo sai che sul mio portatile a volte si accende e altre dieci no
– Ma se io clicco sulla telecamera dovrebbe partire
– No, Madre, anche se clicchi non si accende da quest’altro lato
– Ma io mi vedo
– Perché è la tua “telecamera”, la mia non si accende. Dobbiamo stare qua a provare tutta la sera?
– Ma io non capisco perché se premo sulla telecamera non si veda
– Madre, ti ricordi quando tu aprivi l’acqua calda in cucina mentre stavo facendo la doccia e mi sentivi imprecare in sumero perché a me restava l’acqua fredda?
– Sì ma che c’entra?
– Ecco, qui non funziona così. Adesso puoi aprire tutte le volte che vuoi il rubinetto, da quest’altra parte non succederà un bel niente
– Ah, mò sì.

Disse una volta il filosofo del ‘600 Carlo Bucolico, conosciuto anche come Enrico Cinasco:
Il genio è un uomo capace di dire cose profonde in modo semplice.

Io spesso non mi so spiegare, se non con irriverente saccenza. E, per di più, mi spazientisco quando non capiscono ciò che intendo dire. Fortunatamente spesso mi giungono in soccorso gli esempi.

L’esempio è una cosa vitale. Anche la similitudine più banale e astrusa può essere fonte di insegnamento e può aiutare a chiudere una conversazione che si sta trascinando per le lunghe.

Purtroppo, non sempre funziona.

Una volta all’università per un esame lessi anche un libro che il professore aveva inserito come facoltativo per i corsisti.


Ho sempre avuto un deficit di concentrazione sul particolare tale da rendermi dispersivo l’apprendimento. Ho la necessità di saperne il più possibile su un determinato argomento per poter avere il quadro completo. Come diceva un proverbio cinese: Non insegnare a un uomo a pescare, prima insegnagli tutti i tipi di pesce che ci sono nell’oceano.


Qualche giorno dopo mi telefonò un collega che si stava preparando per lo stesso esame:

– Ma tu ti sei fatto anche il libro che non si doveva fare?
– Me lo son giusto letto
– Ma secondo te va studiato?
– No, io me lo son letto per approfondire, ma se ne può fare tranquillamente a meno
– Come l’hai letto, te lo sei studiato?
– No, l’ho semplicemente letto una volta, velocemente
– Ma le cose che ci stanno scritte te le ricordi?
– Beh sì, una volta letto, qualcosa ti rimane impresso
– Quindi te lo sei studiato?
– No no, l’ho letto e basta
– Ma come l’hai letto?
– Una parola dietro l’altra, come dovrei leggerlo?
– Ma le cose poi te le ricordi?
–  Sì, come ti dicevo, se leggi ti rimane impresso qualcosa
– Ma l’hai sottolineato?
– No, ho letto, l-e-t-t-o, hai presente quando leggi sulla Gazzetta i voti del Fantacalcio e poi ti ricordi che Vigiani della Reggina ha preso 6,5 + assist? L’hai imparato a memoria? L’hai sottolineato? Ti sei fatto lo schemino? No.
– Ah ho capito
– Assafamarònn*
– Ma dici che dovrei farmelo ‘sto libro allora o no
– …
– Va be’ ià non me lo faccio
– Bravo
– Ma io non ho capito come te lo sei letto
Clic.


* Trad.: E quindi uscimmo a riveder le stelle!