You know nothing, Gintoki

Voglio dirti alcune cose che mi sono venute in mente

A un certo punto ho sentito un suono come di un gong accompagnare questa frase. No, anzi, era più simile a una campana, tipo Hells Bells, infatti poi ha fatto irruzione Brian Johnson con la sua coppola e non è stato molto bello.

Mi sento gratificato delle attenzioni di cui mi stanno onorando le persone, rendendomi partecipe delle loro opinioni su di me. Procedimenti che sono stato io a innescare.
Voglio giustificarmi, mio lettore, io sono piccolo come un pulcino e le mie parole sono pigolii, ma non faccio il pollo e scrivo più morbido (ce lo ricordiamo in 3 questo spot della Bic) e allora abbandonati sullo schienale e ascoltami.

Ho dei cicli mentali irregolari, è per questo che poi resto facilmente gravido di idee malsane che finisco col condividere col resto del mondo. Perché non si può essere sempre una Vergine di Norimberga, dura fuori e con le spine dentro che poi ti fanno questa cosa di tortura e sanguinamento interno. Io poi son pure Pesci e l’astrologia la odio e a Norimberga non ho mai messo piede né ho subito processi, se non alle intenzioni.
Ho però visto Dachau, il KZ Gedenkstatte, che, pure se non c’è più niente o quasi, ti gela le spalle a camminarci dentro, soprattutto se ci entri appena aperto quando non sono arrivati ancora i turistotti che si fanno le foto in posa.

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Ecco, la divagazione era proposito di brutture partorite dalla mente, che poi nel mondo ce ne sono state, ce ne sono e ce ne saranno tante, quindi uno ne sceglie una come simbolo del Male per non dimenticare, ma poi dimentichiamo sempre.
E anche noi, nel nostro piccolo, subatomico mondo di quotidianità, bottoni e bollette della luce, finiamo per obliare e commettere errori.

Tutto questo per dire che arriva un bel giorno e FRAN!, va come va per i quadri, lettore.

E a volte mi viene, sì, così, e finisco per non capirci nemmeno molto. Ma forse la realtà è che non so niente.
Per questo, pure se mi danno spiegazioni, a me mancano le basi e non imparo.

Ho dovuto riempire questo post perché sto ancora aspettando le rivelazioni, forse è meglio così, sto ancora macinando le verità non più nascoste venute fuori da un’altra vita. Ne ho fatto farina per il mio pane quotidiano, debbo sfamarmi per placare i rimorsi della fame.

Emilia paranoica

La settimana scorsa ho passato 3 giorni (2 e mezzo…a metà dell’ultimo giorno ho preso un regionale e mi son dato alla fuga, dopo essermi rotto le scatole) in giro a lasciare cv, a visitare svariate agenzie per il lavoro. Me lo consigliò, una volta, un addetto alla selezione, affermando che convenga sempre farsi un giro su. Converrebbe se ci fosse qualcosa disponibile, aggiungo io, ovviamente.
Però mi sentivo ottimista, energico: sto prendendo un integratore alla propoli. Dai, andiamo.

Cosa ho ottenuto: attestati di incoraggiamento (dev’esserci una svendita al discount di tale prodotto) e domande del cazzo.

Breve parentesi sulle domande del cazzo. Sono quelle a cui non puoi dare la risposta che vorresti realmente dare. Esempio: hai un appuntamento con un gruppo di persone, come al solito sei il primo e sei costretto ad aspettare (la vita di un puntuale è un inferno di solitudini immeritate, scrisse Stefano Benni), finalmente arriva qualcuno che, appena ti vede, domanda:
– Sei solo tu?
– No, c’è anche l’uomo invisibile con me: scusalo, è un po’ timido.
A domanda del cazzo, risposta commisurata.

Ecco, in ambito lavorativo, tra le domande del cazzo che ti pongono c’è questa:
– Come mai non ha proseguito con la precedente azienda?
Da notare che sul cv tu l’hai scritto bene “tempo determinato”.

Cosa vorrei rispondere:
– Sa com’è, piuttosto che rimanere a casa in panciolle a farmi mantenere ancora dai miei per 3-4 mesi aspettando che magari quelli della vecchia azienda si decidano a farmi un altro contratto a tempo, ho questo brutto vizio di voler subito riprendere a lavorare, lo dice anche il mio medico che dovrei moderarmi, sennò divento un giapponese.

Cosa rispondo realmente:
– La politica aziendale è quella di non ricorrere a una reiterazione dei contratti a tempo, quantomeno in un’ottica di breve periodo, poi, se la congiuntura economica dovesse permetterlo, nulla precluderebbe degli inserimenti definitivi, ma ho deciso, nel frattempo, di muovermi in autonomia.
La supercazzola.

In un colloquio c’avevo quasi creduto che ci fosse qualcosa e, poi, mi dicevo Caspita, non si vede che prendo la propoli? Dovreste farmi assumere solo per il mio stato di forma! peccato poi non è stato così…

Venerdì sono tornato a casa dopo aver dormito 4 ore (perché dopo una telefonata a mezzanotte della Niña non ho dormito per 2 ore per l’agitazione: un po’ sono preoccupato per come le vanno le cose, un po’ mi emoziona sempre perché è lei, addio) e non ho dormito nemmeno il pomeriggio, per correre dal veterinario. Non per me, spiritosi :D.

Giocando con la gatta noto che, sotto al collo, mi sembra di sentire una pallina. Piccolina, dura. Mi rivesto e in fretta voglio portarla a visitare, ero così agitato che non riuscivo a guidare, mi faccio accompagnare da mia madre.
Non è nulla. Però alla veterinaria non piace che lasci troppo pelo, ci consiglia di chiedere al negozio di animali un integratore. Uno qualsiasi, basta che non sia robaccia di sotto-sottomarca.
Mia madre dice che se la vede lei, tanto deve passare davanti al negozio.

Io intanto torno a casa, sempre un po’ agitato ma più tranquillo.
Passano 10 minuti e mia madre telefona, chiedendomi se la veterinaria avesse suggerito un prodotto specifico, perché la commessa non ha idea di cosa darci. Dico no, ha detto semplicemente un integratore per il pelo. Ok.
Tornata a casa, la genitrice si presenta con una spazzola da sedicieuroecinquanta, al suono di: “Ha detto quella del negozio, prima di passare agli integratori, provate a spazzolarla ogni giorno con questa, vedrete che non perderà più pelo in giro”.

Calma.
Ragioniamo.
Se io la spazzolo ogni giorno, togliendo il pelo cadente, mi sembra ovvio che non lo lascerà più in giro. Ma credo il problema non fosse che lo perdesse in giro, ma che lo perdesse in generale!
D’accordo che non ha l’alopecia (per fortuna), ma v’immaginate a un tizio che vi dice “Al mattino trovo un sacco di capelli sul cuscino” di rispondergli “Prova a usare il pettine prima di andare a letto, vedrai che non li trovi più sul cuscino”!

Tornando alla pallina sotto il collo, come dicevo non è nulla, la veterinaria ha solo consigliato di controllare se ci fossero improvvisi aumenti di dimensioni e/o consistenza.

Da venerdì avrò tastato la gatta un milione di volte, alla milionesima e uno credo che mi azzannerà, tediata.
Neanche io mi controllo con tutta questa accuratezza, anzi, non lo faccio affatto
Dlin Dlon» Pubblicità sociale: il controllo periodico tramite autopalpazione dei testicoli aiuta a diagnosticare in tempo possibili malformazioni o malattie ai danni dei genitali. Non fare il coglione! «Dlin Dlon»).

E comunque sta propoli non serve a ‘na mazza.

Non sarebbe bello riprendere Berlino

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Gin-san rientra in Italia, portandosi dietro da Berlino…un bel raffreddore. Grazie al clima teutonico di agosto, con 10 gradi in meno rispetto l’Italia; giri con la felpa, poi si abbassa il vento e senti caldo, la togli, la rimetti, eccetera. Se non ti ammali tu lo farà il tuo compagno di viaggio, che poi infetterà te. Del resto si dice che si guarisce dal raffreddore passandolo a qualcuno.

Dato che non ho voglia di scrivere un bel post lineare e descrittivo come l’etichetta di una scatola di sugo pronto Star, annoterò un po’ di considerazioni sparse raccolte nella città dell’orso rampante.

Prendere l’aereo col naso tappato e sperimentare la sordità durante decollo/atterraggio è sempre un’esperienza surreale e angosciante.

Berlino odora di curry. E nei posti che non sanno di curry sei tu a portarvi quell’odore, perché ti si attacca alla pelle tipo Venom.

Il currywurst è il piatto tipico. E anche l’unico. Sembra che gli autoctoni non riescano a concepirlo diversamente: se provi a chiedere un wurstel alla piastra normale, senza ketchup né altro, ti guarderanno interdetti. Probabilmente è come chiedere da noi una pizza senza nulla sopra.

Il tasso di incidenza della figaggine nelle donne tedesche dai 20 ai 30 sembra essere superiore a quello nostrano. Ma per misurazioni più accurate servirebbero ulteriori studi.

Berlino è una città multietnica. Eppure, persone di colore sembrano essere rare. Poi vai al Gorlitzer Park e li trovi tutti lì, a vendere il fumo, in gruppi di 4-5 ogni due metri.

 La lingua tedesca riempie le parole di vocali inutili. Ad esempio, leggi “Schlesisches” e ti chiedi come si pronunci. Semplice, basta togliere le e: sh-li-s-sh.

I berlinesi sono cordiali e gentili. Ma occhio a non passare alle 5 di mattina sotto le sopraelevate della metro, perché potrebbero vomitarvi in testa. Non è voluto, è che è il posto ideale per il post sbronza sulla via del ritorno a casa.

Se siete donne, i soliti tedeschi reduci dal post sbronza tenteranno di attaccare bottone.

 La differenza con gli italiani è che questi ultimi tentano sempre di attaccare bottone, prima, durante, dopo la sbronza o in assenza di essa.

Se girate dalle parti di Kreuzberg, fermatevi al Café Kotti, a venti metri dalla metro di Kottbusser Tor. Ottima birra (ma dov’è che è cattiva?), ambiente carino (ci sono poltrone e divanetti), si fuma all’interno (sigarette, cannoni…) e si scrocca il wifi. A volte c’è musica dal vivo.

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 Anche se non si è studenti di scienze naturali val la pena andare al museo di storia naturale a vedere il brachiosauro più grande del Mondo (certificato dal Guinness) e l’Archaeopteryx, uno dei meglio conservati. Basta essere stati normali bambini che hanno giocato con i dinosauri!

I ciclisti sono una specie pericolosa. Sono tanti e sfrecciano. E non frenano. Del resto, sei tu che invadi la loro corsia, ergo, sei tu nel torto.

Pare sia in voga appendere le scarpe ai fili e a qualunque altra cosa sospesa in aria.

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Se trovi alloggio tramite Airbnb farai conoscenze singolari. Il padrone di casa fan del PiratenPartei che affitta la propria casa e che attualmente non ha una casa dove vivere ma sfrutta prima la casa della ragazza, poi il camper dei genitori, tornando in appartamento per usufruire di comodità moderne quali wifi e lavatrice. Oppure, il coinquilino del padrone di casa, un rumeno che parla 6 lingue che è socio di un polacco (che non incontra mai di persona) col quale ha una società di consulenza che lo porta a viaggiare per l’Europa.

I musicisti che suonano per strada a Warshauer Str. darebbero la paga a molti presunti artisti radiofonici.

La Neue Nationalgalerie dovrebbe essere visitata da tutti, anche da chi non capisce nulla di arte del XX secolo.

I gatti del cimitero di Dorotheenstädtischer Friedhof (ho dovuto copiarlo da wikipedia per scriverlo) si mettono in posa per le foto. Ma attenzione: concedono un solo tentativo, poi, tediati, se ne andranno via.

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Vedi due ragazzi che si tengono per mano e l’Italia ti sembra il Medioevo.

La Porta di Ishtar è così bella e ben conservata da sembrare finta. Considerazione del turista medio quando la vede. Essendo io turista medio, anzi, da dito medio, l’ho pensato anche io.

Che rumore fa la tua città?

È giunto il momento anche per Gin-san di partire. Destinazione: Berlino.
Spero, oltre che di divertirmi, di tornare con qualche foto interessante da postare ed esperienze curiose da raccontare.

A proposito di viaggi e cose stravaganti, volevo cogliere l’occasione per parlare di un paio di progetti artistici che tempo addietro hanno catturato la mia attenzione. Il primo di questi è Soundcities, nato da un’idea del net artist inglese Stanza, che nel lontano 2003 ha iniziato a registrare e condividere sul sito suoni e/o rumori “rubati” in giro per le città che visitava. Il progetto è open, tutti vi possono contribuire, tanto che si è arricchito ormai di molte località mondiali (mi son fatto due risate ascoltando Napoli 😀 ).

Un altro progetto che unisce condivisione e originalità applicate al tessuto urbano, è il Dead Drops. Nasce da un’idea dell’artista Aram Bartholl (berlinese, tra l’altro, siamo in tema) e consiste nella condivisione offline di file tramite chiavette usb cementate negli interstizi di muri cittadini. Qui c’è la mappa mondiale con l’ubicazione delle chiavette. Cliccando sull’immagine e poi sul link, si aprirà una pagina con foto e indicazioni per localizzare la chiave. Anche questo è un progetto open, tanto che anche in Italia le segnalazioni di installazioni sono ormai numerose. Altre stravaganti iniziative dell’artista sono pubblicate sul suo sito ufficiale.

E voi? che rumore fa la vostra città?

Niente cavallo, l’ex principe azzurro viaggia in treno

Capita, durante un viaggio in treno, di trovarsi seduti di fronte a una ragazza carina, interessante, o che colpisce per qualche particolare, come, ad esempio, il libro che legge in quel momento. In queste occasioni provo a immaginare chi sia, che vita faccia, trovandomi a vivere una sorta di amore platonico che dura fino a quando lei non scende dal treno, momento in cui la memoria ram del mio cervello si riazzera.

Mi succede solo con alcune tipologie di ragazze, con un qualcosa che mi spinge a pensare che siano delle romantiche sognatrici: è solo un’impressione, ovviamente, l’apparenza – si sa – inganna. Ma tanto, comunque, si tratta di una finzione, quindi potrebbero benissimo essere così o non esserlo contemporaneamente, è un gatto di Schrodinger.

Romantiche, sognatrici e in attesa del principe azzurro che le porti via dalla loro quotidianità e le salvi. Anzi, basta col principe azzurro: innanzitutto, è ridicolo andare vestiti con quel colore, in secondo luogo, basta coi nobili, spazio alla meritocrazia. L’eroe dovrà essere un cavaliere errante, neanche tanto senza macchia e senza paura; sarà un antieroe, uno che impreca quando qualcosa va storto e che ruba le mele da un frutteto per fare uno spuntino. Agisce per suo interesse, ma è capace di sorprendenti gesti d’altruismo spontanei. Ecco, è questo l’eroe che la solitaria pendolare vedrà apparire un giorno, nell’affollato vagone del treno.

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by Ken Andrea Federico

Lasciare salire prima di scendere

Prendete un mezzo pubblico, bus, tram, metro o treno, fate voi. Prendete un gruppo di passeggeri e posizionateli vicino le porte d’uscita. Prendete una fermata, riempitela di persone e aspettate che il mezzo si fermi. Ecco, ciò che vedrete sarà lo svolgimento del solito copione: Si aprono le porte e la gente fuori tenta di riversarsi all’interno: persone che spingono, vecchiette alte un metro e cinquanta che ti piantano i gomiti ossuti tra la settima e l’ottava costola, il solito che si lamenta “ogni vot è chést!” (trad. ogni volta si verifica questa incresciosa situazione), qualcuno che, spazientito, esclama “e ià, ce muvimm o no?” (trad. orsù, ci diamo una mossa o vogliamo per caso stazionare a lungo qui?). Dall’altra parte, le persone all’interno del mezzo tentano di farsi largo tra la folla per uscire, al grido (inascoltato) di “fate scendere!”.

Quando mi trovo in giro per un’altra città la cosa che mi colpisce di più è questa: il mezzo si ferma, si aprono le porte e la gente fuori aspetta di lato, lasciando spazio per il deflusso dei passeggeri. Ogni volta mi stupisco, non mi fido, penso che sia una trappola per farti abbassare le difese, qualcuno all’improvviso lancerà un urlo per dare il via all’assalto e io finirò schiacciato dalla folla come Wile E. Coyote. E mi domando: possibile che noi a Napoli non comprendiamo un concetto tanto semplice come quello del lasciare-scendere-prima-di-salire? Sembra che valga il contrario, la regola è: fate salire, prima di azzardarvi a scendere.

Io ho capito perché accade. Le persone fuori hanno paura che qualcuno freghi loro il posto a sedere. Se siamo tutti fuori, però, chi è che sale a rubare il posto? Ho capito anche questo: il napoletano non si fida, sa che viviamo in un mondo dove non è tutto rose e fiori, dove, anzi, c’è chi si approfitta della buona fede altrui. Il napoletano pensa che, mentre lui è lì fuori ad aspettare, ci sia qualche malandrino a un’altra porta che sicuramente irromperà per rubargli il posto, in barba alle norme di cortesia. E allora il napoletano penserà: chi sono io per farmi fregare così: se deve esserci qualche furbo, tanto vale che sia io ad approfittarne.

Peccato che sia il ragionamento che fanno anche tutti gli altri passeggeri.

Dov’eravamo rimasti

Finalmente sono arrivate buone notizie: l’assicurazione mi rimborsa il biglietto per Tokyo che avevo acquistato. Certo, ci ho perso qualcosa, tra le tasse che si trattiene Ah l’Italia!, le spese per la pratica e una franchigia che è trattenuta di default. Però recuperare un buon 80% circa della cifra spesa non è affatto male.

Continua a permanere in me il dubbio su quando riprogrammare il viaggio; ho visto che per inizio giugno ci sono molte offerte di voli, non sarebbe male approfittarne, tanto chi se ne frega del tempo. Solo che potrebbe esistere una possibilità (anche se per ora remota) che mi prolunghino il contratto e mi ritroverei punto e a capo. Anzi, magari stavolta potrebbero non pagarmi neanche l’assicurazione, figuriamoci. Sto monitorando i voli per ottobre, sperando che per quando mi troverò ad acquistare il biglietto (presumibilmente per luglio-agosto) avrò un quadro lavorativo più chiaro.

Nel frattempo, se non vado in Giappone il Giappone viene qua: una giapponese che conobbi a Londra e con la quale sono rimasto in contatto mi ha scritto dicendomi che aveva intenzione di passare un week end a Roma, e mi ha chiesto se potevamo vederci, anche perché è preoccupata dall’idea di girare sola e, comunque, voleva una guida.

Certo, perché giustamente conosco Roma come le mie tasche, penserà: secondo me all’estero vedono l’Italia come un gigantesco paesello, dove conosciamo tutto e tutti. Al primo posto delle immagini sull’Italia, comunque, c’è l’idea che sia il Paese del mare e del sole. Mi ha chiesto se in questi giorni in Italia facesse molto caldo: ehm…sì, certo.

Fare i conti senza l’hostess

Mi hanno richiamato a lavorare, anche se solo per un part time pomeridiano. Da lunedì prossimo Da fine febbraio sino a fine maggio.

Il mio primo pensiero è andato ai 600 € dati ad Alitalia: sono assicurato e la polizza, a meno che l’italiano non sia un’opinione, testualmente afferma che copre i casi di “licenziamento o sospensione dal lavoro (mobilità o cassa integrazione) dell’Assicurato o sua nuova assunzione“. Mi sincerai della cosa anche chiamando il call center, l’operatrice non pareva molto esperta ma mi rassicurò.

Speriamo in bene.

D’altro canto, cosa faccio, rifiuto il lavoro perché è solo un part time? Di questi tempi è una follia. E poi guardiamo il lato positivo: potrò continuare la mia vita sex, drugs & rock ‘n roll (…), tanto la mattina posso dormire e arrivare a lavoro fresco e riposato.

Ora, nel frattempo, sto continuando a pensare al Giappone: fermo restando che fin quando non mi tornano indietro i soldi non programmerò assolutamente nulla, pensavo a che data rinviare la partenza. L’estate è esclusa, a meno di non voler scegliere se farsi un bagno (nel proprio sudore, causa il caldo e, soprattutto, il tasso d’umidità) o una doccia (sotto una pioggia monsonica, per l’arrivo del Tsuyu). Per non far mancare nulla, tra agosto e settembre c’è qualche tifone.

Quindi resterebbe solo ottobre come periodo migliore. Mettendo in preventivo, ovviamente, che non si sa cosa possa accadere da qui a 9-10 mesi e, quindi, col “rischio” (oh, finché si lavora non è un brutto rischio) di ritrovarsi di nuovo a dover annullare il viaggio.

Altrimenti, a voler sfidare la sorte climatica ci sarebbe inizio giugno per partire (ammesso e non concesso di trovare voli a prezzi ragionevoli: sto facendo i conti senza l’hostess).

Se sei in Germania non farti vedere senza birra

L’altro giorno ripensavo ad una cosa ridicola capitatami mentre ero a Monaco. Era l’ultimo giorno del mio breve giretto nella città dell’Oktoberfest ed avevo voglia di pranzare in un classico Biergarten, facendo una mangiata di birra e salsicce come gli dei pagani comandano.

Volendo evitare le trappole per turisti, scartai i posti dove seduti c’erano inglesi, giapponesi, francesi, italiani e neanche un tedesco. Non so se i bavaresi evitassero questi posti per la qualità del cibo o per non mescolarsi con il turistame. Il dubbio se fosse per la seconda ipotesi mi è venuto dopo: entrai in un locale a Rotkreuzplatz (zona dove alloggiavo, tra l’altro) davanti al quale passavo tutti i giorni e dove non c’erano turisti. Il menù all’esterno era in tedesco e non in inglese/spagnolo/altre lingue, buon segno. Prima di sedermi domando alla fräulein che pareva la padrona (una donnina delle dimensioni di un armadio) se ci fosse anche il menù in inglese, lei mi risponde Yes. Sit (indicando anche con l’indice il tavolo). Obbedisco al comando e mi siedo.

Così io credevo che fossero le cameriere nei Biergarten

Rimango seduto ad aspettare, passano minuti e minuti e non arriva nessuno, mi guardo attorno nel frattempo: noto gli sguardi degli autoctoni seduti nei tavoli vicino che mi fanno sentire come Rosa Parks seduta nell’autobus per i bianchi.

Finalmente passa quello che presumo fosse il marito della padrona e mi domanda Bier?. Io dico che stavo aspettando il menù, allora quello visibilmente scocciato se ne va (credo che non ordinando una birra appena entrato io abbia commesso un gesto offensivo, tipo entrare in chiesa e non farsi la croce). Non l’ho più rivisto tornare. Mi giro e c’è un tipo con la barba da Gimli all’altro tavolo che mi scruta con aria interrogativa.

Davo che il Sig. Otto non si è rifatto vivo, mi sono alzato e sono andato via stufo: forse ho capito perché turisti lì non ce ne erano. Ecco, probabilmente esistono Biergarten che sono oasi teutoniche riservate e non lo sapevo. Vabè, a parte questo non vorrei alimentare luoghi comuni sui tedeschi: non so come si comportino nel resto della Germania, ma in Baviera sono gentili e ospitali. A parte quando ti vedono senza birra.

Ecco, ripensavo a questa storia perché poi le stesse dinamiche si ripresentano anche nella vita di tutti i giorni, in territori che dovrebbero essere familiari ma dove invece succede di sentirsi fuori posto. È una sensazione spiacevole e frequente. Non ci sono oasi per i disadattati.

Le tasche piene di sassi (per ritrovare la strada)

Comincio a mettere i primi tasselli a posto. A fine aprile parto per un viaggio in Giappone. Incredibile a dirsi, mia madre si è dimostrata stranamente accondiscendente, non ha piantato grane né altro.

Ho fatto il biglietto: quando ho visto che era di nuovo sceso a 600 € (dopo un precedente rialzo a 900) alla fine l’ho preso. Non voglio mettermi a star lì ogni giorno a guardare i prezzi e aspettare (magari invano) ulteriori ribassi, alla fine è un prezzo nella media (poi vabé ci sono in internet storie di gente che ha viaggiato pure a 400 €).

Ho bloccato due alberghi: uno per 4 notti a Kyoto e un altro per 8 notti a Tokyo. In questi giorni ne ho prenotati e cancellati vari (tanto è gratis), perché ogni volta mi sembrava di trovarne uno migliore per zona, raggiungibilità, convenienza ecc. Non è detto che non li cambi di nuovo da qui a due giorni prima della partenza, nel caso trovassi di meglio o qualche offerta last minute.

Quel che è certo è che impiegherò le mie energie a pianificare nel dettaglio ogni giornata, soprattutto per ciò che concerne gli spostamenti: confesso che ho la paura di perdermi, andando in un Paese dove la sola stazione di Shinjuku (zona dove alloggio) penso sia grande quanto il quartiere dove vivo e se prendi un’uscita per un’altra ti puoi trovare ovunque (ma non dove devi andare, ovviamente) e dove gli indirizzi sono difficili da capire pure per gli autoctoni.

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Non è vero che in Giappone non esistono gli indirizzi, come erroneamente si crede: ci sono, invece. Ma non sono come i nostri, via, numero, città ecc. No, sono fatti a matrioska: l’indirizzo è composto da città, circoscrizione, quartiere, isolato e poi numero dell’edificio. O era il contrario, boh.

Va a finire che mi porterò il navigatore dell’auto (tanto ha pure configurabile per i pedoni)…