Non è che quando guidi puoi disimpegnarti da un obbligo

Se è vero che più passano gli anni più aumentano obblighi e responsabilità, è anche vero che alcuni doveri vengono meno.

A trent’anni si riceve il prezioso dono della relatività, nella speciale box set detta Chissenefrega.

Grazie a questo presente (che vale anche per il futuro), l’importanza di certe cose diviene del tutto relativa.

Le esperienze sociali, ad esempio. Fermo restando che il coltivare relazioni e condividere esperienze è importante, il dovere di partecipavi perché ci si sente obbligati viene spesso meno. Chissenefrega.

A vent’anni tutto ciò non lo puoi capire. Anzi, se sei un post adolescente mediamente medio, valutato in una scala che va da nullità a segretario pro tempore di partito, cerchi di presenziare a tutti i costi perché non vuoi mostrarti come lo sfigato che sei che magari nel week end se ne sta a casa.

Cosa che magari in certi momenti vorresti anche fare, perché piove, perché fa freddo, perché camminare in mezzo alla gente delle volte ti dà la nausea, perché vorresti solo stravaccarti sul divano a guardare Law&Order: Criminal Intent.

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Nata come spin-off del legal drama Law&Order, la serie si concentrava solo sull’aspetto delle indagini – tralasciando la parte processuale come nella serie originale – intorno ai casi, con un ruolo preponderante attribuito alle intuizioni dei detective e all’approccio psicologico nell’individuazione del profilo del colpevole e nella gestione degli interrogatori

Cosa che per un periodo ho fatto, senza dichiararlo apertamente: gli altri pensavano che avessi cambiato compagnie o nascondessi una ragazza. E io glielo lasciavo credere: quando mi chiedevano “Ma che fai il week end? Vedi qualcuno?” Io rispondevo con dei suoni disarticolati e poi indicavo nella folla un conoscente a caso. Oppure fingevo un ictus.

Perché a vent’anni non vuoi passar per sfigato: basta un niente per distruggersi una reputazione già precaria. I tuoi coetanei sono come un branco che si libera dell’elemento più debole.

Se incontrassi il me stesso di allora gli darei un calcione educativo per fargli capire la relatività. E per dirgli che a trent’anni se ti rompi i coglioni di presenziare non devi giustificarti affatto: anche perché gli altri faranno lo stesso e non avranno timore di confessare che, delle volte, allo stare in giro preferiscono una tisana e una coperta e il programma di Bianca Berlinguer*.


Ho un’amica che lo guarda per commentare le domande fuori luogo e imbarazzanti che B.B. fa agli ospiti.


Chissenefrega: pour l’homme/pour la femme.

Da oggi anche nel pratico formato da viaggio!

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Non è che devi stare attento ai pedoni se superi i trenta

Avere trent’anni è la cosa migliore che potesse capitarmi. Consiglio a tutti di provarlo, prima o poi.

A livello fisico mi sento meglio ora che a vent’anni. Non mi danno neanche l’età che ho adesso: pensare che a 17 anni pensavano fossi fratello di mia madre, oggi mi capita di sentirmi chiedere se io abbia finito la scuola/l’università.

Sindrome di Benjamin Button a parte, l’essere umano che supera i 30 deve rendersi conto che il tempo vada contro di lui. La cosa migliore dei trent’anni è iniziare ad avere la consapevolezza di saperlo accettare. Accettare che non puoi più immaginare di diventare un medico, un avvocato, un astronauta o un fantino di giraffe.

Certo, poi ti rammentano esempi di persone che prima dei trenta non avevano realizzato nulla nella vita e poi hanno avuto successo, tipo Joseph Conrad che il vero successo l’ha ottenuto dopo i 30 e a 20 anni non sapeva neanche parlare inglese (figuriamoci scrivere) o Jeff Bezos che ha avviato Amazon a 31, senza contare tanti altri che hanno anche superato i 40 e oltre prima di ottenere qualcosa. Il mio preferito resta il Sig. Momofuku Ando che inventò i noodles istantanei a 48 anni.

A prescindere di questi casi singoli, tu trentenne però devi fare i conti con la prospettiva che il lavoro che hai è forse la cosa migliore che potesse capitarti considerando che forse non sei affatto così speciale. E non puoi prendertela con qualcuno per avertelo fatto credere, perché magari speciale lo sei stato anche ma solo in un dato momento nel tempo e nello spazio poi conclusosi. Hai capito che non puoi dare la colpa alla maestra che ti portava in giro per le classi per farti leggere quel pensiero così creativo e intelligente che avevi scritto nel tema, cosa che ti gonfiava l’ego ma ti imbarazzava anche molto perché affrontavi gli sguardi beffardi e perfidi di altri bambini che non aspettavano altro che prenderti in giro solo perché avevi una stringa della scarpa slacciata. Per superare la tensione adottavi lo sguardo selettivo: trasformavi tutti gli altri in una macchia sfocata di colore bianco e blu e facevi finta di non vederli.

Adesso hai superato i trenta e hai compreso che non sei speciale perché avevi quel potere: ce l’hanno anche gli altri e sono in grado di farti sparire dal loro campo visivo quando vogliono per renderti invisibile.

Cacchio. Avere trent’anni è proprio brutto.

 

Non state a guardare il pelo nell’uomo

Ho da poco realizzato di aver evitato un bel pericolo: di recente ho letto che Bologna sarebbe la città più hipster d’Italia. La notizia in realtà è vecchiotta, ma è tornata in voga ultimamente.

E cosa c’entro io con Bologna? E con gli hipster a maggior ragione?

Il fatto è questo: durante l’anno oramai trascorso, meditavo, per questo 2015, di trasferirmi proprio nella città delle torri e dei porticati. Poi, per ragioni non dipendenti da me, questa cosa non si è più potuta realizzare. Ne ero rammaricato, anche perché essendo io uno che detesta gli ombrelli, abitare in una città dove puoi sovente camminare al coperto anche quando diluvia è il mio sogno. Dopo aver letto la notizia che ho citato sopra, mi sento invece sollevato del rischio scampato.

In compenso, a meno di stravolgimenti di percorso, per il prossimo mese dovrei trasferirmi a Roma. E ciò mi dà da pensare. Se il mio rassicurante e quadrettoso aspetto a Bologna poteva generare equivoci e farmi scambiare per un tipico giuovine di quelle zone, a Roma mi chiedo quale possa essere la reazione degli autoctoni nei miei confronti.

L’idea che ho di Roma è quella di una città in cui mi sentirei continuamente fuori posto.

Che è un po’ la sensazione che ho pure a casa mia, quindi forse il problema non va ricollegato al posto in sé ma a me stesso.

La mia sensazione di disagio nei confronti del resto del Mondo si accresce da quando, verso fine dicembre, ho iniziato a lasciar crescere il baffo e ho notato che non vien su come vorrei.

Con il baffo non ho mai avuto un buon rapporto. Una volta a vent’anni mi feci un paio di baffetti stile D’Artagnan, ma non mi conferirono un aspetto più guascone. Il che forse fu un bene, perché oggigiorno si conferisce all’aggettivo guascone una connotazione se vogliamo positiva, nel senso di individuo dotato di giovanile esuberanza e sfrontatezza, ma in realtà il termine, in origine, identificava un individuo smargiasso e vanaglorioso, quindi decisi di togliere il baffetto per non correre il rischio di incappare in un esperto di etimologia che mi qualificasse con simili epiteti negativi.

Ora, con mio sommo dispiacere, mentre sono alle prese con questo tentativo di ricrescita pilifera noto che il baffo non cresce bello folto come la barba sottostante, barba che tengo appiattita perché altrimenti comincerebbe ad assumere un aspetto alquanto marxiano e dato che già mi sento un alienato, di fare il marxiano non ho alcuna intenzione.

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Questa foto NON è passata attraverso Instagram

Questo post avrebbe dovuto intitolarsi diversamente, e cioè: Abbandonare bicchieri di vetro per terra per dar modo alle hipster di fotografarli e condividerli su Instagram, solo che poi mi è venuto in mente di parlare d’altro e mentre guardavo annunci immobiliari ho pensato di far quadrare il cerchio e unire due argomenti diversi.