Tutto è a zero, tutto azzero

A zero si è posata la neve.
Non accadeva da trent’anni. Io non c’ero ancora, per qualche giorno.

Ieri non c’ero perché un brivido di febbre mi ha detto resta a letto o ti ci rimetto io.

Azzero.

A zero tutte le chiacchiere, bei discorsi di forma aggraziata ma di sostanza evanescente.

Azzero.

Azzero giochi, azzero contatti, azzero con una matita rossa.
C’eri, non c’ero, non c’eri, c’ero, non ci siamo.
Accendo un “c’ero” per ricordarmene.

A zero, son fermo ancora.
Faccio un giro e torno al punto di partenza. Un uroboro.
Un gioco dell’oca.

Rinascere e ripartire, chiudere porte e aprire finestrelle.
Guardo il mondo da un boh e mi spavento un po’.

Emptiness is loneliness,
and loneliness is cleanliness
And cleanliness is godliness,
and god is empty just like me

Del silenzio e altri peccati

Ho perso la mia indignazione in un bicchiere, un cubetto gelido scioltosi nel liquor cerebrale di un pensiero.

Chi sono?

Sono l’applauso fuori da una chiesa, il minuto fittizio negli stadi, la bandiera a mezz’asta e il discorso del Presidente, la tragedia annunciata e il soccorso tardivo, il momento del silenzio e il momento di rimboccarsi le maniche, il titolo in prima pagina e l’editoriale immancabile.

Ho visto, ho viaggiato, ho volato. Tempo, spazio, persone.

Ero nell’intercapedine di un tetto che crolla su tabelline e pensierini, poi in un pilastro che osservava sogni post adolescenziali, prima in un aereo fantasma in mare aperto e, molto prima ancora, in un pendio montuoso a guardia di una sfida ambiziosa alla natura. Ho toccato il tridente di Poseidone che scuote i flutti sotto rottami carichi di speranze, destinati a essere inghiottiti da Talassa. In tema di mitologia, seppi che, altrove, le ninfe acquatiche nulla poterono quando furon pregne di terra, rotolanti, striscianti e struscianti tra centri abitati e vie non più di fuga.
Ho visto stupri, sanguinosi e ripetuti, di terre ridotte a puttane di chiunque, adesso gravide di mostri da liberare tra i vivi.

Sono il passato, il presente, e anche il futuro, perché, come un Uroboro, sono ciclico e ritorno sempre da dove avevo lasciato.

Il mio nome?

I Greci, sempre loro, mi chiamavano Λήθη. Sono fratello di Αλήθεια, “la non nascosta, la non dimenticata”, ma non vado d’accordo con lei.

Voi?
Voi mi conoscete col nome di Oblio.