Non è che a una nave vuota brontoli la plancia

Oggi (ormai ieri per voi che leggete) è stato il giorno del colloquio con la Dr. Comesfromethesea (puntata precedente).

Mi sento alquanto stranito per come sono andate le cose.

Per cominciare, sono stato lì dentro un’ora (comprensive anche di un’interruzione causa visita urgente del responsabile di un Paese africano) e la per maggior parte del tempo ha parlato lei, mentre io prendevo appunti. Era come stessi facendo io il colloquio a lei.


Potrebbe essere una nuova tecnica di selezione. L’intervistato intervista l’intervistatore.


Tutto è partito quando lei mi ha rivelato che pur lavorando in quell’ufficio (che chiameremo CC) lei in realtà è parte di un ufficio di un’altra sezione (che chiameremo CD). Ho chiesto maggiori informazioni, perché pensavo che la ricerca riguardasse un candidato per l’ufficio CC* e lei ha iniziato a parlare e mostrarmi organigrammi e darmi opuscoli e sventolarmi brochure.


* Questo potrebbe essere stato un autogol da parte mia, purtroppo mi è sfuggito perché sono rimasto spiazzato quando mi ha rivelato la cosa.


Al che io ho iniziato a prendere appunti, per mostrarmi interessato.

L’equivoco si sarebbe potuto evitare se il consulente che mi ha trovato l’opportunità si fosse preso la briga e anche il gusto di chiedere informazioni (avendo un contatto interno, mentre io dalla pagina Linkedin di lei potevo apprendere ben poco) su chi mi avrebbe incontrato. Ma si sa che lui di mestiere fa il Tizio, uno che dà tutto per scontato come un negozio in svendita fallimentare.

È stato nel momento in cui lei stava spiegando nel dettaglio i ruoli e le attività degli uffici che ho iniziato a non capire più cosa dicesse. Quello che ho sentito era: oh kivici up, ghettint ciù off nighidi wapidi bliblidoblidi dalek dalek klingon.

Questo mi succede quando cado nella trappola di voler capire il discorso a livello sintattico perdendo di vista il semantico. Ogni volta che il mio cervello switcha nella modalità parola-per-parola mi perdo.

Tutto ciò è stato il male minore.

A un certo punto dal mio stomaco sono cominciati a partire dei brontolii, inquietanti come quelli di un temporale in rapido avvicinamento quando avevi appena fatto il bucato di una settimana.

Ho utilizzato l’arte del colpo di tosse o dello schiarimento della gola sincronizzati per celare i gorgogliosi rimbombi. Va bene che era mezzogiorno, va bene che Steve Jobs aveva detto “stay hungry”, ma qui si esagerava: perché proprio durante il colloquio doveva accadere?

Comunque il lato positivo del fatto che abbia parlato sempre lei è il fatto che io abbia potuto massimizzare i miei sforzi linguistici. Ero preoccupato dal dover fare lunghi discorsi in inglese – ho già problemi a fare brevi discorsi in italiano -, invece l’andamento della conversazione è stato tale da permettermi di intervenire con argute osservazioni e sagaci phrasal verbs.


Ciò che contraddistingue il p.v. sagace è che è inaspettato. È facile mescolare un get in, un take off, un keep on, un Bon Jovi. Meno è gettare nel minestrone un “knuckle down”.


Ancora una volta ho messo in pratica l’arte della ignoranza non rivelata, e in un’altra lingua, per giunta!

Il prossimo passo deve essere l’apprendimento dello scoglionamento non celato: quando non vuoi/sai dire qualcosa, non esiti a mostrare il tuo fastidio nel dover rispondere.

Un esempio è stato l’arbitro che oggi ha tenuto una lezione sui referti di fine partita. Non spettava a lui, ma il collega che avrebbe dovuto esserci aveva avuto un contrattempo. Dopo essersi arrabattato nello sforzarsi di spiegare alcune cose, nel lasciare poi in sospeso un altro argomento ha detto “Questo, sì, potrei…beh spiegarlo anche io…però non so perché doveva spiegarvelo PincoPallino…io non so spiegare, non parlo con la gente, sono un arbitro”.

Ha detto proprio così: io non parlo con la gente, sono un arbitro.

In quel momento la mia ammirazione per lui è schizzata alle stelle. Da domani la frase di esternazione dello scoglionamento sarà “Io non parlo con la gente. Sono un arbitro”.

A meno che non sia poi il mio stomaco a voler parlare per me.

Non è che l’universitaria ansiosa è una tesa di laurea

Negli ultimi tre mesi ho fatto da ‘consulente’ a una ragazza per la stesura della tesi di laurea. Ho avuto modo di comprendere, grazie a questa esperienza, come è fatta una persona che vive fuori dal mondo.


Il Maestro di maturità

Pensavo di vivere io fuori dal mondo, perché ad esempio sono il tipo che quando vede un grande negozio di giocattoli devo entrare per cercare le spade laser di Star Wars oppure per guardare i Lego o provare le maschere dei supereroi. Forse si tratta di differenti modi di essere fuori dal mondo, la mia maturità – personificata dal tipo con la barba lunga delle serie Conosciamoci un po’ e Siamo fatti così – me lo dice sempre: “Gintò, ma o’ vir che gli altri trentenni e pure quelli più giovani si sposano e fanno figli?”. Al che ho realizzato una cosa: debbo sposarmi e fare figli così da avere il pretesto, per gli anni a venire, per poter frequentare i negozi di giocattoli.


La mia ‘cliente’ pur essendo al quinto anno complessivo di università e con  già una triennale alle spalle, non aveva la benché minima idea di come fosse fatta una tesi di laurea nella sua struttura basilare, intesa quindi come un testo composto da indice-introduzione-capitoli-conclusioni-bibliografia.


Poi ho avuto modo di capire che per la triennale fosse stato il padre a farle da ‘consulente’ e questo spiega tutto.


Non aveva alcuna idea, inoltre, su come si reperisse il materiale. Ma quello non è stato un problema: il padre le ha fornito dei libri, la madre dei documenti.

Specifico: la madre ha incaricato gli stagisti del suo ufficio di cercarle dei documenti.


E voi che scommetto associate lo stagista a uno che fa le fotocopie. Invece, se siete fortunati, potreste ritrovarvi nell’ufficio di una persona importante che vi incarica di cercare materiale per la tesi della figlia.


A quel punto è stato chiaro come questa famiglia rappresentasse bene un comandamento presente nella civiltà umana sin dai tempi più antichi, sembra fosse scritto anche sulle tavole di Mosè che poi per distrazione deve essersi dimenticato di tramandarlo: non fare qualcosa se gli altri possono farlo per te*. In questo meccanismo mi sono fatto volontariamente coinvolgere anche io, in cerca di possibilità di guadagno facendo il ‘consulente’.


 *A riprova della storicità di tale ammonimento c’è il fatto che il Dio biblico per l’appunto agiva spesso per interposta persona!


La ragazza, comunque, era molto in ansia per il rush finale verso la conquista di ciò che è volgarmente denominato “pezzo di carta”: il suo desiderio è il 110, cosa di cui non si riteneva sicura, partendo da un misero 108-109.

L’altra sua fonte di ansia riguardava la natura della consulenza: sarà giusto – si chiedeva – ricorrere a un piccolo aiutino? Per sicurezza, mi confessò una volta, aveva cancellato tutte le nostre mail per il timore di essere intercettata dalla polizia postale.

Non ritenni di dover fare domande (Quello il pazzo va assecondato, diceva Totò) e mi assicurai che le portiere della sua Smart – stavamo parlando in auto – non fossero bloccate.

Il fondo l’abbiamo toccato quando mi ha inviato un documento riservato, in possesso della madre, da utilizzare nella tesi, ovviamente senza citarlo né riportandone il contenuto, ma utilizzandolo soltanto come ispirazione. La raccomandazione era quella di eliminarlo una volta letto.


Non so che livello di riservatezza potesse avere – non parliamo di segreti di Stato, ovviamente – però di certo credo fosse un documento non disponibile per terze persone e privati cittadini. Ciò mi ha fatto riflettere sul funzionamento delle cose in Italia: la madre dà alla figlia un documento riservato – e già qui non ci siamo proprio – che, a sua insaputa, lo consegna poi a un illustre sconosciuto.

Ho pensato sarebbe stato divertente rintracciare la madre e presentarsi da lei facendole un discorso di questo tipo:
– Signora, in questa penna usb c’è il documento e la mail che sua figlia mi ha inviato. Ne ho una copia conservata in un posto sicuro. Sarebbe un fatto veramente increscioso se si venisse a sapere che simili importanti comunicazioni siano alla mercé del primo che capita, non trova? Per sua fortuna ha trovato una persona onesta come me…Le lascio qui la pennetta. Ah, posso chiederle un’informazione? Sa se per caso da queste parti o una qualche sua conoscenza assume dipendenti? Sa, cerco lavoro e pensavo che forse lei con le sue competenze e capacità potrebbe essermi d’aiuto…sa, se non ci si aiuta tra noi persone oneste dove si andrebbe a finire?

Sì, più o meno l’avevo visualizzata così la scena, prima di eliminare il file.


Vorrei poter raccontare altre perle ma scenderei troppo nei dettagli. Sono grato alla mia vita comunque per farmi incontrare sempre persone che non mi annoiano.

Meno propositi, più proposizioni

Pensando alle prossime cose che vorrei fare in un futuro prossimo sono giunto alla conclusione che ho alcune priorità abbastanza prossime nella mia vita:

  • Avere dei baffi a manubrio. Basta col taglio della barba à la Wolverine, farò crescere anche il baffo. Così, tanto per cambiare. E anche perché mi son tediato di sentirmi dire “Ah, Wolverine!” da chiunque. I film della Marvel hanno creato grossi danni.
    Ovviamente ho visto tutti i film della Marvel usciti sinora.
    E, in ogni caso, la barba tagliavo così perché mi piaceva, non per un cosplay pilifero quotidiano. Anche perché mi mancano 50 kg di spalle e pettorali per sembrare Hugh Jackman. E vorrei sottolineare che il Wolverine del fumetto è un nanerottolo peloso, non un palestrato di 1,90 col torace depilato: sarebbe più adatto Gimli il nano, oh.
  • Imparare a contare il resto. Ho un problema a fare i conti coi soldi e se rifletto sul fatto che in tutti questi anni chissà quante volte mi abbiano fregato, vado in ansia. So contare, ovviamente, e ho una discreta dimestichezza matematica, ma coi decini visivamente non riesco a fare le somme, anche per mettere insieme un solo euro.
  • Leggere tutto Sandman
  • Riuscire a parcheggiare in retromarcia quando qualcuno guarda. 11 anni di patente e ancora se c’è qualcuno che osserva io non riesco a parcheggiare in retro. Questo accade sia quando c’è un pedone sul marciapiede che se ne sta lì come a giudicare, sia quando c’è un automobilista giusto dietro che invece è impaziente. E io lo so che l’uno giudica e l’altro è impaziente. Perché a parti invertite io lo faccio.
  • Smettere di correggere gli errori grammaticali altrui.
  • Smettere di dire alla gente di non mangiarsi le unghie.
  • Comprare altre cose a quadrettoni.
  • Trovare il modo di aiutare un mio amico a superare l’ultimo esame dopo 12 bocciature di fila. Idee: 1) scoprire dove abita il docente, scattare foto a casa, auto, famiglia e fargliele trovare sulla scrivania in busta chiusa con un biglietto minatorio; 2) far trovare nell’ufficio del docente un paio di spogliarelliste; 3) far pervenire al docente una busta con dei contanti; 4) prendere l’amico, legarlo a una sedia, imbottirlo di anfetamine e fargli una full immersion sui libri.

Come disse il filosofo, Kant e ti passa.

Questa mattina avevo in mente di scrivere un altro post, una volta tornato a casa stasera.
Poi, in ufficio, è accaduta una cosa che mi ha fatto sorridere.

Io ho l’abitudine, quando sono impegnato in attività che richiedono un “pilota automatico” attivo e, quindi, la mente libera, di cantare. Non ho grandi doti, anzi prendo pure delle stecche paurose, però in certi frangenti mi parte la vena canora.

Non so cantare cose difficili, mi astengo dal lanciarmi in pezzi complicati. Al massimo mi concedo un Bob Dylan. A volte i Doors, Riders on the storm, avendo una voce un po’ tendente al baritonale. Qualche Nirvana, spesso la loro versione di Where did you sleep last night. Che è una domanda che avrei voluto e vorrei rivolgere a donne che ho conosciuto o che conosco.

Comunque, per lo più, mi vengono in mente vecchie canzoni italiane che, pur non rientrando in cima alle mie classifiche di preferenze musicali, sono musicalmente semplici, orecchiabili, gradevoli. Il mio cavallo di battaglia è Ragazzo di strada dei Corvi.

Mi capita di canticchiare anche in ufficio. Ma come, canti al lavoro?! E certo. Sono quello che fa meno rumore, a tratti qui sembra di essere in un mercato del pesce.

Oggi mi è partita Il tempo di morire. Non l’avevo mai cantata, di Battisti mi viene Pensieri e Parole, tutt’al più.

All’improvviso la collega che ho di fianco si volta, con gli occhi lucidi, dicendomi: “Mi hai fatto venire il freddo addosso”. Ho pensato Oh cavolo, ho la voce di Frank Sinatra e non lo sapevo?!

Poi mi ha spiegato:
“Giusto oggi moriva, 4 anni fa, il papà di mio marito. E questa era la sua canzone preferita, la cantava sempre al karaoke. Non l’avevi mai tirata fuori da quando sei qui. E, pensa, si chiamava come te”.

Non so, son quelle cose strane che accadono e fanno sorridere.

E potrò raccontare che ho cantato e una donna si è commossa (e non per la terribile esecuzione!)!

L’amore ai tempi del “com’era?”

Questo post ha ricevuto l’approvazione di Don Draper

Un innocente scambio di battute scherzoso in ufficio l’altro giorno ha portato invece a una discussione sociologica sui rapporti uomo-donna nella società odierna. Tutto è nato scherzando su Collega Onicofago che ad agosto era andato in vacanza da solo (da solo…nella casa al mare coi genitori e il fratello!), perché la ragazza era alle prese con i libri per studiare. Alla domanda: “e lei ti ha fatto andare?” di una collega, lui ha detto “certo che sì” e la controdomanda è stata “E se fosse stata lei a voler andare da sola in vacanza?”; al che lui ha iniziato a ironizzare sul fatto che lei avrebbe dovuto chiedere il permesso, che non si può star tranquilli se una ragazza è da sola in vacanza e così via. Non era serio. Credo.

Se non che poi è salita in cattedra Collega Joker, che ho ribattezzato così vista la quantità di rossetto che le sue labbra devono sopportare. La suddetta si è lanciata in una disamina dei rapporti sociali tra i due sessi a tutto tondo, sintetizzabile nel discorso che riporto qui di seguito:
“Oggi gli uomini non sono più quelli di una volta, non si fanno rispettare, la colpa è della donne che fanno troppo gli uomini, è per questo che ora gli uomini vanno con gli uomini e le donne con le donne, perché mai una dovrebbe cercarsi un uomo se l’uomo è una donna e la donna è un uomo? Non ci sono più i ruoli, si parla sempre della parità ma io non la voglio, era meglio una volta quando i ruoli erano definiti, è vero che comandavano solo gli uomini ma in casa comandavano le donne, infatti dietro ogni grande uomo c’era sempre una grande donna”

L’ultima frase è una cosa che mi ha sempre fatto sorridere perché mi fa venire in mente la pubblicità dei Pennelli Cinghiale. Detto questo, quello che ho riportato è un discorso da me tagliuzzato e cucito di tutto ciò che ha detto; l’ho fatto per brevità espositiva (e perché non ricordo tutto per filo e per segno) ma giuro e giurerei anche sotto tortura che il senso di tale discorso non è stato da me alterato, questo è ciò che ha detto e questi erano i concetti che esprimeva. Una tale accozzaglia di cose che non saprei da che parte iniziare a osservare, perché è come fissare un Rothko e cercarvi una veduta di Abbiategrasso illuminata dal chiarore lunare mentre due pastorelli intonano canti suonando la cetra. Ho rispetto di un quadro di Rothko, ma sarebbe un’operazione priva di senso quella che compio!

In soldoni, se ho capito bene: le donne fanno troppo i maschi e i maschi fanno troppo le donne, quindi uno fa prima ad andare a letto con un altro maschio per trovare una donna. E vale il contrario per le donne. Ah e poi era meglio quando le donne stavano a casa a fare la calza, perché riguardo alla calza erano loro a comandare, diciamocelo, su.

Tralasciando il fatto che rimango stupito – ma non troppo, perché non è la prima volta che mi capita – che sia proprio una donna a dire certe cose, rimango sempre col sopracciglio inarcato quando le persone esternano nostalgie per epoche che non hanno vissuto parlandone come se fossero appena tornati da un viaggio nel passato con la macchina del tempo o come se fossero dei Louis de Pointe du Lac che hanno attraversato i secoli. Insomma, io spesso scherzo sulla mia passione per l’800, ma mi guardo bene dal lanciarmi in un “era meglio quando”: credo che, fosse possibile, mi basterebbe annusare l’aria tra le strade di Londra o tra le cosce di una donna dell’epoca per desiderare immediatamente il XXI secolo. Scusate la volgarità ma diciamo le cose come stanno, senza fronzoli.

Amenità a parte, la collega può aver ragione quando parla di uomini rammolliti o di donne che, più che far gli uomini io direi che abbiano preso i peggiori difetti degli uomini: ma, detto questo, trovo sempre un campo minato le generalizzazioni anche perché preferisco sempre dar retta a Popper quando diceva che tutti i cigni sono bianchi ma poi basta osservare un solo cigno nero e l’affermazione viene a perdere la propria universalità. E, in ogni caso, non mi si può venire a dire che è meglio con gli uomini a comandare e le donne a casa, anche perché vorrei allora chiedere a Collega Joker se lascerebbe il posto di lavoro a un maschio disoccupato, in nome di un sano riequilibrio dei ruoli.

(Le immagini pubblicitarie che incorniciano questo post sono state realizzate da grandi uomini che avevano a casa grandi donne e che non andavano coi maschi perché poi fa brutto)

UN UFFICIO IN BIANCO di Gattur Conan Doyle

In ufficio qualche tempo fa è avvenuto un fatto increscioso. Ci sono stati dei furti.

Ma andiamo con ordine.

Due settimane or sono, il nostro responsabile chiede di fermarci un attimo perché deve dire qualcosa:
– “Approfitto che ci siamo tutti perché devo mettervi al corrente di un evento spiacevole. Ci sono stati dei furti qui nell’ufficio. Sono spariti dei soldi”

Si alzano le due vittime, che raccontano che nel giro di pochi giorni si sono viste sparire dal borsellino delle banconote. A una di esse è accaduto per due volte. La prima volta aveva pensato di aver fatto male i propri conti, ma poi quando le è scomparso un pezzo da 50 ha ritenuto impossibile essersi sbagliata in questo modo.

Il furto non deve essere stato difficile, perché tutte le donne dell’ufficio (sono in 7) hanno l’abitudine di tenere la borsa sulla scrivania, aperta, per prendere agevolmente cibo, acqua, cellulare e via dicendo. Il furto è sicuramente avvenuto quando nessuno era presente. Però c’è qualcosa che non quadra. Lo spiego dopo aver fatto vedere la piantina dell’ufficio

ImmagineQuelle al centro sono le postazioni. E ed M sono le vittime. Quelle segnate con la X sono scrivanie vuote. In alto a sinistra la scrivania del responsabile, R. Le donne sono in C, E, F, G, H, I, M. Se il colpevole fosse qualcuno proveniente dall’esterno, perché dalla porta avrebbe dovuto dirigersi verso le postazioni più lontane e non andare verso G o H per esempio?

L’unica spiegazione possibile sarebbe per non essere visto: notate l’uscita d’emergenza. Durante la giornata viene tenuta aperta e utilizzata per andare a fumare sul balcone. Dall’esterno si possono vedere le postazioni fino alla D, ma sporgendosi. Quindi qualcuno proveniente da fuori, per non essere visto armeggiare con le borse, sarebbe dovuto andare più in fondo. Ma, comunque, sarebbe stato visto entrare e uscire.

A meno che non sia qualcuno familiare. Già, chi? A questo punto dobbiamo fare l’elenco delle persone che hanno accesso all’ufficio.

R = il Responsabile
Noi impiegati: Siamo 14, questo perché ai posti A e C ci sono due persone che fanno part-time con altre due.
I due responsabili dell’ufficio HR che è proprio di fianco. Ma entrano di rado e solo per andare alla scrivania di R.
Il tecnico informatico: l’unico esterno al nostro ufficio che si siede anche alle postazioni e potrebbe notare le borse aperte.
Tre responsabili delle sale al secondo piano, che salgono su per andare a parlare con gli impiegati di riferimento.
Una team leader di una sala al secondo piano, che sale su di rado e solo per parlare con C.
Quelli che fanno le consegne e portano ogni giorni alle 13 il pranzo all’ufficio. Ma entrano solo per consegnare i pacchetti e ritornano per riprendersi i vuoti. E ciò avviene sempre quando c’è qualcuno in sala. Ritornare e verificare se ci sia qualcuno per poi andare a frugare nelle borse è troppo rischioso e macchinoso.

In totale, 24 persone che entrano ed escono dall’ufficio, 22 sospettabili.

Questa storia ha aperto un microcosmo, è una metafora di quella che è la vita e le relazioni sociali. Quando R ha detto ciò che è avvenuto, mi sono sentito un po’ in difficoltà. Perché pensavo che immediatamente avrebbe sospettato di me (L) e Collega Onicofago (C), per un fatto naturale: siamo gli ultimi arrivati e, in fondo, nessuno ci conosce. Gli altri sono tutte persone che condividono gli spazi da tempo e si conoscono da anni.

Io sono L, il detective! Avete visto Death Note, vero?

Questo penso sia il primo errore che si forma nella testa delle persone. Il pregiudizio o l’apparenza. E, soprattutto, ritenere di conoscere una persona. Ma quanto si può dire di conoscerla? Certo, io stesso, pur conoscendo i colleghi da poco, sarei pronto a escludere tutti perché nessuno mi sembra capace di fare una cosa simile. Però sto anche io basandomi su delle apparenze.

Questo discorso è emerso parlandone con C: si provava a ipotizzare, se proprio si dovesse trovare un responsabile, chi potesse essere l’indiziato. Lui ha pensato a N e spiego il motivo.
N è un tipo particolare, dal carattere ombroso, se ne sta sempre in silenzio e quando gli gira risponde anche male. È l’unico che ho visto avere familiarità con le borse altrui, almeno la borsa di M: quando va a fumare delle volte mette la mano dentro e prende l’accendino.

Anche questo è un discorso basato sull’apparenza: una persona che ha un brutto carattere (tra l’altro, incupito da una grave cosa che gli è avvenuta lo scorso anno e che tra un po’ ricorre) non è un ladro o una cattiva persona. Altrimenti sarebbe facile dividere il mondo in buoni e cattivi. Molta gente lo fa, mette etichette su semplici impressioni.

Allo stesso modo, si è esclusa sin da subito I: è una ragazza tranquillissima, introversa, non la si sente quasi mai. Sarebbe uno shock se si trattasse di lei, rimarrebbero tutti increduli e infatti parlandone con C e A si diceva che era una cosa assurda sospettare di lei. E perché? Perché è una persona tranquilla. Anche qui stiamo solo giudicando in base a delle apparenze. Un’altra volta.

E se magari lo facesse per un qualche istinto compulsivo o che altro, indipendente dalla propria volontà? Chi può dirlo? E, inoltre, è l’unica dell’ufficio che non si muove quasi mai dalla propria postazione, anche quando gli altri vanno tutti fuori a fumare o chiacchierare. Potrebbe agevolmente aggirarsi tra le scrivanie e frugare in quelle fuori dalla portata visiva (vedere piantina).

 È un’ipotesi, ovviamente. Io non credo sia stata lei, il mio è solo un ragionamento.

Al 99% il furto, comunque, deve essere avvenuto in ufficio. Perché i portafogli sono stati presi, aperti e rimessi nella borsa: non può avvenire che in un posto dove la borsa viene lasciata incustodita. Inoltre, il ladro credo sia andato a colpo sicuro: a spanne, credo che nei 3 furti il bottino sia stato sopra i 100 euro. Quindi è una persona che avrà visto magari le due donne aprire il portafogli. Chi, quindi?

Mistero.

Sono intorno a noi

Dopo aver esaminato le strane presenze che popolano il mio ufficio, è il momento di una carrellata generale sulle entità soprannaturali in cui è possibile imbattersi negli ambienti lavorativi, cercando di capire chi siano, cosa vogliano, perché sono tra noi.

La donna bionica – Qualsiasi donna normale il secondo giorno dopo aver fatto lo shampoo deve ricorrere alla coda, perché i capelli sono così unti che ne esce fuori olio d’oliva. La donna bionica, invece, ha sempre i capelli in perfetto ordine, anche a costo di usare ogni settimana l’equivalente di acqua contenuta nel lago Bajkal. Iperattiva ed energica come Ben Johnson, è sempre elegante e curata: probabile che si alzi alle 4 di mattina per passare in sala trucco anche se, cosa inspiegabile, il suo aspetto è sempre fresco e riposato. Va in palestra per tenersi in forma, non mangia nulla durante la pausa pranzo per mantenere la linea e non si capisce come si regga in piedi per 8 e più ore. Anfetamine?
Le più agguerrite possono trasformarsi in Supertope (si veda voce corrispondente).

Il Signore del Tempo – Lo si vede più in piedi intento a gironzolare che seduto al proprio posto. Ha una relazione extraconiugale con la macchinetta del caffè e relazioni diplomatiche con tutti i dipendenti, anche col parcheggiatore abusivo sotto gli uffici, perché per ingannare il tempo chiacchiera con tutti. I colleghi gli mormorano alle spalle, perché sembra che non lavori mai. In realtà è un genio, non si sa come faccia, ma ha il superpotere di condensare il lavoro di 8 ore in giusto un paio. Probabilmente è in grado di viaggiare nel tempo e sfruttare qualche paradosso temporale.

Cazzima Z* Il grande robot che lascerebbe gli alieni a sterminare l’umanità perché lui è in pausa pranzo, quello che alle 17:29 ha già raccolto la sua roba ed è pronto per uscire alle 17:30 e un secondo anche se c’è del lavoro da sbrigare, perché tanto “se la vedrà qualcun altro”. È sempre in prima linea nel fiondarsi sul buffet quando qualcuno offre qualcosa, ma poi è più facile che Zio Paperone regali denaro che vedere lui offrire un caffè.
* Per i lettori oltre la Linea Gotica: come spiegare la “cazzimma”? Ecco…non voglio dirvelo! Questa è cazzimma.

Il Dottor Divago – Dopo essere stato morso da un politico radioattivo in piena campagna elettorale, è diventato l’uomo capace di investire di chiacchiere inutili e fuorvianti chiunque entri nel suo raggio d’azione. Gli si chiede che fine avesse fatto una pratica e si finisce con lui che racconta dei talloni screpolati di sua cognata. Gli si chiede l’ora e lui comincia a parlare delle vacanze al mare. La regola principale è quella di non farsi mai trovare con le spalle al muro di fronte a lui, se lo si incrocia nei corridoi bisogna essere lesti o a entrare nella prima porta o a dire di essere di fretta prima che lui apra bocca. Massimo rischio quando ci si ritrova soli in ascensore.

Il brontolosauro – Avrà sempre qualcosa di cui lamentarsi. Si lamenta perché è lunedì mattina, si lamenta perché fa troppo caldo, si lamenta perché l’aria condizionata è gelida, si lamenta del cibo della mensa, si lamenta del lavoro, insomma è il re delle lamentele: il Regio Lagno. Il suo cattivo umore è contagioso come un raffreddore, col suo potere è capace di contaminare col malumore chiunque abbia intorno.

L’uomo invisibile – Quello che è internato in un angolo dell’ufficio e non si muove, non parla, non respira. Alcuni lo scambiano per un oggetto d’arredamento, viste le sue elevate capacità di mimetizzazione (o l’inconsistenza della sua presenza in azienda). Quando si palesa dando un segno di sé – uno starnuto, una parola detta per caso – le persone si spaventano prima di accorgersi di lui: “Chi ha parlato?! Chi c’è?!”.

Matrix – Come Neo faceva coi proiettili, lui è in grado di schivare con riflessi incredibili compiti e incombenze, riuscendo ogni volta a farla franca. Oltre che campione olimpico di schivata, è esperto nella delega non richiesta, abilità con la quale scarica lavori ingrati a qualche poveraccio(si veda Lo schiavo).

Houdini – Quello che all’improvviso scompare. Un giorno è in ferie, l’altro in malattia, l’altro in permesso per le nozze del criceto. È lo stratega delle sparizioni. Quando riappare, i colleghi si stupiscono ogni volta. Come avrà fatto? Dov’era finito? Un giorno sparirà sul serio senza lasciare traccia di sé. Un vero mago.

Il microcefalo – Non serve un grande cervello, ma un pennello grande! È il motto dell’uomo da ufficio i cui discorsi vertono sempre e solo su una cosa che inizia per f- e termina per -iga. Il lunedì è il giorno deputato ai racconti delle sue avventure del week-end, sempre con dovizia di particolari vitali per l’esito della narrazione, come il tipo di taglio (non dei capelli) e i dettagli anatomici ginecologici. Il suo potere è la benedizione: quando arriva una nuova presenza femminile in ufficio, lui afferma di doverla battezzare.

Galactus – Anche noto come il Divoratore di Mondi, è un individuo noto per la sua incommensurabile, insaziabile, infinita fame. Quando si spegne l’aria condizionata, quando si fermano le dita sulla tastiera, si può sentire il rumore delle sua mascelle all’opera. La sua postazione è riconoscibile dalle briciole lasciate un po’ ovunque come Pollicino e dalle impronte digitali fatte di unto sul pc. Nei cassetti della scrivania non ha documenti e faldoni, ma riserve di cibo, perché non si sa mai. Il suo nemico naturale è il collega scroccone che arriva all’improvviso e infila la mano nei suoi snack per attingere senza ritegno.

La supertopa – Parente stretta della donna bionica, con la quale condivide la cura per l’aspetto fisico e l’energia, è la donna che in ufficio quando cammina fa venire il mal di mare, a causa degli ancheggiamenti simili al dondolio di una nave sulle onde. I vertiginosi tacchi a squillo che causerebbero problemi alla schiena a qualunque donna normale ne slanciano oltre misura la figura, come se già non si notasse abbastanza. La supertopa soffre di costrizione epidermica ed è pertanto costretta a ricorrere ad ampi spacchi e scollature per far respirare la pelle. Il microcefalo vorrebbe farne la propria preda, ma è lei furba quanto basta per prenderlo in giro senza sganciargliela.

Lo schiavo – Il suo superpotere è la schiena di mulo, atta a sopportare carichi pesanti, la sua abilità speciale è la remissività con la quale piegarsi a 90° e senza pretrattare. È lo stagista, quello che che dovrebbe tornare a casa prima degli altri perché per legge non potrebbe rimanere senza un senior accanto, in realtà è quello che rimane a chiudere l’ufficio. A volte vi pernotta anche. È quello che “deve fare esperienza”, come gli ricorda il collega che è entrato in azienda a 20 anni con un contratto a tempo indeterminato e che quando ha visto un pc pensava che il supporto per il cd del lettore fossa un portabicchieri.

Per la stesura di questo articolo sono stati sacrificati venti stagisti. Il mulo della foto è interpretato da Nicolas Cage, attore noto per la sua faccia da…mulo.

Se ci sono altre categorie, l’ufficio brevetti etichette è sempre aperto 😀