Non è che il negoziante che vende film a luci rosse quando si assenta scriva “porno subito”

Devo andare negli uffici di un importante bene culturale. Mi reco all’ingresso laterale e non a quello principale – dove entrano anche e soprattutto i turisti. Chiedo alla guardiola:

– Chiedo scusa, per accedere agli uffici?
– Eh ormai sei venuto qua
– …
– …
– No perché avevo letto che l’ingresso al pubblico per gli uffici era da questo lato
– Eh!
– Eh?
– Comunque puoi passare di là dove c’è quel cancello e poi l’ingresso a sinistra, attraversi il cortile e di nuovo a sinistra.

Io non so perché ma spesso quando vado a chiedere qualcosa mi fanno sentire o mi sento io sempre come se stessi chiedendo della droga.

Tra l’altro non ho mai acquistato droga e non so se funzioni con le stesse dinamiche: forse è tutto molto più semplice e immediato come si vede nei film.

Va anche detto che i film mostrano una realtà falsata – soprattutto i film porno – ma anche gli spot pubblicitari non scherzano.

Presentano prodotti in grado di trasformare cose e persone e permetter loro prestazioni eccezionali.

Io vorrei uno spot che presentasse un prodotto che rende normali.

Con il rasoio mezzalama Juliette avrai una rasatura normale, come quella di un qualsiasi altro tizio che decide di radersi la mattina e a cui non frega un cazzo a nessuno che si è rasato né qualcuno andrà a toccargli la faccia per verificare se si è rasato.

Così almeno un giorno potrei barattare le performance incredibili garantite dai miei acquisti, l’olio che lubrifica la mia auto permettendole di fare dei perfetti 360° sgommando, lasciando segni per terra che pulirò con una sola passata del fantastico detersivo per superfici, sotto gli occhi entusiasti della ragazza – ipotetica eventuale – ansiosa di sperimentare prove estreme tanto si sente sicura e tranquilla coi suoi tamponi magici che infila con un dito, con una giornata di tranquillità e chiedere Scusi per andare dove devo andare per dove devo andare? e sentirmi rispondere Di là, prego e nient’altro.

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Non è che il marinaio utilizzi estremi rimedi a mari estremi

C’è una persona su negli uffici dirigenziali con la quale, a distanza, non credo di aver instaurato un buon rapporto.

Diciamo pure che mi sta sul cazzo, per usare un termine sociologico.

Non mi piace il suo modo di porsi, un po’ maestrina e un po’ indisponente. Un atteggiamento che purtroppo ricorre anche in me, per questo so riconoscere subito una persona che si comporta così.

Ci siamo solo scambiati delle mail e non avendo mai parlato di persona o a voce (tranne la prima volta che me la presentarono, al telefono, quando lei esordì dicendo “Comunque noi siamo già in contatto su Linkedin”- nota, non era affatto vero), non abbiamo familiarizzato. C’è sempre un po’ di tensione nei nostri testi, per non dire che sembra che ci manderemmo volentieri a fare in culo se non ci trovassimo in un contesto professionale.

Mi conforta aver scoperto che non sono il solo a non tollerare i suoi modi.

Una volta credo di averla proprio fatta sporca. Lei mi aveva cercato al telefono e, non ricevendo risposta, scrisse una mail mettendo in copia il mondo intero esordendo con Gintoki, ho provato a chiamarti ma non ti ho trovato, facendomi fare brutta figura come se io non fossi reperibile in orario di lavoro.

Siccome non sono per niente rancoroso e vendicativo, risposi alla mail scrivendo: Ciao, sentiamoci pure domani per il confronto da me richiesto in data xx (vedasi mail di quella data) e già che ci siamo parliamo pure di quell’altra questione, da me richiesta in data xx (vedasi sempre mail di riferimento).

Ero dalla parte della ragione, in quanto da 3 settimane attendevo un feedback mai ricevuto. Se mi si fa pesare un’assenza, io faccio pesare una mancanza.

Ahimè questo mi avrà precluso le porte della sua simpatia. Dopo altri simpatici scambi, oggi mi ha scritto:

Carissimo Gintoki, in attesa di vederci il XX, ti chiedo un feedback […].

A luglio dovrò salire su per un “momento formativo” – lo definiscono così – con altri colleghi di altre zone d’Italia. Quel in attesa di vederci il suona come una minaccia. A parte che dove sta scritto che dovremmo vederci? E magari parlarci?

Mi sta facendo capire che mi aspetta al varco. Forse vuol mettermi pressione con questa dichiarazione.

Sun Tzu mi sconsiglierebbe di presentarmi: sto per andare incontro al nemico in casa sua. Condizione sfavorevole.

Potrei anche rinunciare a partecipare, in fondo già qualcun altro ha negato la presenza causa impegni. Però non credo mi disporrebbe bene con tutti gli altri. Inoltre fuggire sarebbe da codardi. Sun Tzu magari non troverebbe vile evitare un confronto svantaggioso. C’è però un’arma cui Sun Tzu all’epoca non aveva pensato perché forse troppo gentiluomo e che io mi trovo a questo punto invece costretto a utilizzare dopo tanti anni dall’ultima volta che l’avevo usata.

ATTENZIONE: Ciò di cui sto per parlare non vuole nel modo più assoluto essere un invito o un’istigazione a utilizzare questo strumento. Anzi, ne sconsiglio fortemente l’uso, già vietato in 53 Stati delle Nazioni Unite per il suo coefficiente di pericolosità e per chi lo mette in atto e per chi lo subisce.

A mali estremi, comunque, estremi rimedi.

Alla mia nemica dovrò fare Il Sociopatico.

Il Sociopatico è un individuo totalmente privo di emozioni e reazioni. Non ostenta indifferenza, lui È l’indifferenza. Non muove un solo muscolo del viso, ha lo sguardo fisso ma non perso: pensa sempre a qualcosa di cui gli altri non hanno idea. Potrebbe essere come cucinare un trancio di tonno o come trasformare chi ha di fronte in un trancio di tonno. L’unico movimento corporeo che si concede è magari un leggero tic. Ognuno può trovarsi quello che più sente congeniale. Ad esempio, può essere un bel vezzo sociopatico quello di toccarsi in sequenza e con ritmo la punta del pollice con gli altri polpastrelli.

Il Sociopatico abbiamo detto che non lascia trasparire niente. Anzi, magari dà feedback – i tanto cari feedback della mia avversaria – spiazzanti pur di fronte a situazioni allarmanti.

Es. Indicano al Sociopatico la sua auto in fiamme:

– Beh…pazienza…tanto dovevo cambiarla…Certo che col fuoco bisogna stare attenti…un mio amico per accendersi la sigaretta aveva dimenticato che il gas fosse aperto…eh la vita è proprio un attimo. Tu fumi vero? Eh sta attento. Va be’ tanto tutti dobbiamo morire, no? In fondo l’essere umano è solo un parassita per il pianeta, gli animali sono meglio.

E se ne va dando all’interlocutore una pacca sulla spalla che sa di malaugurio.

Per poter attuare il Sociopatico avrò bisogno di parlar da solo con la tizia. In questo modo, lei penserà che io non stia bene con la testa e mi lascerà più in pace prossimamente. Se anche dovesse parlarne con gli altri non verrebbe presa sul serio. Hanno tutti una buona opinione di me, lo so per certo. “Sociopatico? Ma chi, Gintoki? Si presenta sempre bene, parla in modo impeccabile”.

Un’unica cosa potrebbe disinnescare Il Sociopatico. Che sia lei stessa una Sociopatica!

Non è che a una nave vuota brontoli la plancia

Oggi (ormai ieri per voi che leggete) è stato il giorno del colloquio con la Dr. Comesfromethesea (puntata precedente).

Mi sento alquanto stranito per come sono andate le cose.

Per cominciare, sono stato lì dentro un’ora (comprensive anche di un’interruzione causa visita urgente del responsabile di un Paese africano) e la per maggior parte del tempo ha parlato lei, mentre io prendevo appunti. Era come stessi facendo io il colloquio a lei.


Potrebbe essere una nuova tecnica di selezione. L’intervistato intervista l’intervistatore.


Tutto è partito quando lei mi ha rivelato che pur lavorando in quell’ufficio (che chiameremo CC) lei in realtà è parte di un ufficio di un’altra sezione (che chiameremo CD). Ho chiesto maggiori informazioni, perché pensavo che la ricerca riguardasse un candidato per l’ufficio CC* e lei ha iniziato a parlare e mostrarmi organigrammi e darmi opuscoli e sventolarmi brochure.


* Questo potrebbe essere stato un autogol da parte mia, purtroppo mi è sfuggito perché sono rimasto spiazzato quando mi ha rivelato la cosa.


Al che io ho iniziato a prendere appunti, per mostrarmi interessato.

L’equivoco si sarebbe potuto evitare se il consulente che mi ha trovato l’opportunità si fosse preso la briga e anche il gusto di chiedere informazioni (avendo un contatto interno, mentre io dalla pagina Linkedin di lei potevo apprendere ben poco) su chi mi avrebbe incontrato. Ma si sa che lui di mestiere fa il Tizio, uno che dà tutto per scontato come un negozio in svendita fallimentare.

È stato nel momento in cui lei stava spiegando nel dettaglio i ruoli e le attività degli uffici che ho iniziato a non capire più cosa dicesse. Quello che ho sentito era: oh kivici up, ghettint ciù off nighidi wapidi bliblidoblidi dalek dalek klingon.

Questo mi succede quando cado nella trappola di voler capire il discorso a livello sintattico perdendo di vista il semantico. Ogni volta che il mio cervello switcha nella modalità parola-per-parola mi perdo.

Tutto ciò è stato il male minore.

A un certo punto dal mio stomaco sono cominciati a partire dei brontolii, inquietanti come quelli di un temporale in rapido avvicinamento quando avevi appena fatto il bucato di una settimana.

Ho utilizzato l’arte del colpo di tosse o dello schiarimento della gola sincronizzati per celare i gorgogliosi rimbombi. Va bene che era mezzogiorno, va bene che Steve Jobs aveva detto “stay hungry”, ma qui si esagerava: perché proprio durante il colloquio doveva accadere?

Comunque il lato positivo del fatto che abbia parlato sempre lei è il fatto che io abbia potuto massimizzare i miei sforzi linguistici. Ero preoccupato dal dover fare lunghi discorsi in inglese – ho già problemi a fare brevi discorsi in italiano -, invece l’andamento della conversazione è stato tale da permettermi di intervenire con argute osservazioni e sagaci phrasal verbs.


Ciò che contraddistingue il p.v. sagace è che è inaspettato. È facile mescolare un get in, un take off, un keep on, un Bon Jovi. Meno è gettare nel minestrone un “knuckle down”.


Ancora una volta ho messo in pratica l’arte della ignoranza non rivelata, e in un’altra lingua, per giunta!

Il prossimo passo deve essere l’apprendimento dello scoglionamento non celato: quando non vuoi/sai dire qualcosa, non esiti a mostrare il tuo fastidio nel dover rispondere.

Un esempio è stato l’arbitro che oggi ha tenuto una lezione sui referti di fine partita. Non spettava a lui, ma il collega che avrebbe dovuto esserci aveva avuto un contrattempo. Dopo essersi arrabattato nello sforzarsi di spiegare alcune cose, nel lasciare poi in sospeso un altro argomento ha detto “Questo, sì, potrei…beh spiegarlo anche io…però non so perché doveva spiegarvelo PincoPallino…io non so spiegare, non parlo con la gente, sono un arbitro”.

Ha detto proprio così: io non parlo con la gente, sono un arbitro.

In quel momento la mia ammirazione per lui è schizzata alle stelle. Da domani la frase di esternazione dello scoglionamento sarà “Io non parlo con la gente. Sono un arbitro”.

A meno che non sia poi il mio stomaco a voler parlare per me.

Scene da un manicomio

Una diapositiva del posto dove lavoro

Diario di Gintoki,
Venerdì qui sono andate in onda scene di ordinaria follia. L’ex fidanzato di un’operatrice del piano di sotto è entrato negli uffici come una furia con l’intenzione di metterle le mani addosso.

Antefatto: lui e lei tre mesi fa si sono lasciati, dopo essere stati insieme per 5 anni. Ora lei sta con un altro e pare che sia stato proprio quest’ultimo individuo il motivo della fine della storia. Lui, il cervo, ha saputo solo questo fatale venerdì del tradimento e dell’esistenza di tal terzo incomodo, o meglio, ne ha scoperto l’identità (ed era uno che conosceva bene).

Allontanato dalla sede (senza l’intervento della vigilanza: “tanto se la chiamo arriva tra mezz’ora” ha detto Capo-dalle-camicie-a-quadretti-e-dal-ciuffo-cotonato), si è diretto sotto casa di lei per aspettarla quando sarebbe tornata. La ragazza, avvisata della cosa dai genitori, ha cominciato ad avere paura e non voleva tornare. I genitori di lei poi hanno parlato col cervo e tutti insieme si sono diretti di nuovo qui sotto, per continuare a parlare.

Ora allacciate le cinture perché ho paura che vi ribaltiate, stiamo per attraversare una turbolenza di stronzate.

I genitori di lei hanno convinto lui a tornare sotto l’edificio per evitare sceneggiate sotto casa: sennò i vicini chissà che avrebbero detto!

Per la serie, se devi menare mia figlia, fallo almeno dove non vedono gli altri.

Così per una buona mezz’ora almeno sono rimasti giù nel parcheggio a parlottare tutti insieme allegramente. Non so come sia andata avanti perché avevo altro da fare che mettermi a spiare la scena come una vecchia comare.
Anche perché la vetrata a specchio che ricopre la facciata rende impossibile vedere all’interno solo quando c’è la luce solare. Di sera, con l’illuminazione artificiale all’interno accesa, si nota invece benissimo chi c’è dall’altra parte del vetro.

Avete ancora le cinture allacciate? Bene, perché si continuerà a ballare.

Quando ho realizzato di essere in un manicomio e di dover fuggire è stato dopo che Collega Onicofago Seriale ha detto la sua:
– “Certo che però pure lei…cioè lui non sta bene con la testa ma lei se la va a cercare”.

Ho avuto l’impulso di correre verso la vetrata, sfondarla e volare giù. Tanto siamo al terzo piano, si può anche sopravvivere.

Per carità, io non sono un bonzo e se mi capitasse una situazione del genere penso darei di matto anch’io. L’orgoglio è una brutta bestia. Brutta e stupida. Penso mi verrebbe voglia di andare a decorarle la fiancata dell’auto con un graffito artistico dai vaghi richiami pompeiani, in onore al dio Priapo. Sì sì ok non si fa, don’t try this at home.

Però che quello vada sul posto di lavoro di lei a metterle le mani addosso, perché tanto “Se le è andata a cercare” siamo alla follia pura. Io rabbrividisco.

Quante volte avrete sentito questa frase? Ogni volta che una donna viene malmenata, stuprata o uccisa, di sicuro ci sarà qualcuno che, dal suo personale balcone della verità, si affaccerà per sentenziare “sì, però pure lei che se le è andata a cercare”.

I don’t want to live on this planet anymore.

Ricapitolando, in 4 mesi che sono qui abbiamo:
Un Lupin tra noi non ancora identificato;
la collega “sposati e sii sottomessa”;
il collega che non si sa se abbia sposato suocera o figlia;
– e ora abbiamo trovato anche il compagno ideale per “sposati e sii sottomessa”.

ps: non so come sia andata a finire poi la storia. Spero che il cervo si sia messo l’anima in pace.

Alle prossime cronache dal manicomio.

Il vostro amichevole Gintoki di quartiere
timthumb