Non è che chiami il tuo cane Top Gun perché è un cane da caccia

Lei si rasa le sopracciglia a zero per esprimere la propria artisticità. Non ho capito che tipo di artista sia, comunque si definisce tale e le sopracciglia rasate fanno parte della figura da artista che si è creata. Lui è un trentenne emo, l’ultimo esemplare di emo probabilmente esistente. Un vero fossile vivente, un celacanto, guardato a vista da volontari del WWF per tenerlo al sicuro da bracconieri che vorrebbero cacciarlo ed esporne la testa in salotto.

Non era neanche la coppia più stravagante della festa dove ero presente sabato scorso, ma io mi ero focalizzato su di loro perché oggi, mentre parlavo con chi parlavo, ho avuto modo di ripensare a loro.

Lo spunto è una riflessione sul mondo dei cosiddetti normie: ora dovrei perdere tempo a spiegare chi siano a chi non sa, ma siccome credo che il futuro sia lasciare nel dubbio e nell’ignoranza – tant’è che ho intenzione di fondare un partito politico fondato su questi valori – darò spiegazioni a chi invece sa e le troverà superflue.


Il normie è in sostanza l’individuo social conformista, che non ha una opinione autonoma né uno stile che sente proprio, ma che si adegua agli standard correnti. Dovrebbe quindi essere l’antitesi di un non-conformista, in realtà oggigiorno i non-conformisti sono quelli che più si adeguano alla moda del momento. Prendiamo la sub-cultura ora dominante, quella Hipster: è composta da individui che, in modo fluido, si adeguano a degli standard ritenuti colti e non di massa. Molto probabilmente non capiscono neanche un cazzo di ciò che vedono, ascoltano, leggono, bevono, basta che però sia stato sdoganato dall’ambiente in cui nuotano.


In un mondo che si va popolando sempre più di normie, l’esemplare che ho visto alla festa è una perla rara. Un individuo che sceglie di fermare il cammino dell’evoluzione e riesce anche a sopravvivere, dribblando chi vorrebbe dargli la caccia!

Questa persona ha tutta la mia ammirazione e, anzi, in un mondo di conformisti non-conformisti che si conformano, io invito tutti a un moto di ribellione ripescando dall’armadio le cose più orrende che avete, retaggio di un passato vergognoso, e a esibirle con soddisfazione.


Dico a te, uomo col marsupio Invicta fluo che negli anni ’90 usavi per chiavi, sigarette, preservativi e quant’altro. Palesati!


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Non è che devi stare attento ai pedoni se superi i trenta

Avere trent’anni è la cosa migliore che potesse capitarmi. Consiglio a tutti di provarlo, prima o poi.

A livello fisico mi sento meglio ora che a vent’anni. Non mi danno neanche l’età che ho adesso: pensare che a 17 anni pensavano fossi fratello di mia madre, oggi mi capita di sentirmi chiedere se io abbia finito la scuola/l’università.

Sindrome di Benjamin Button a parte, l’essere umano che supera i 30 deve rendersi conto che il tempo vada contro di lui. La cosa migliore dei trent’anni è iniziare ad avere la consapevolezza di saperlo accettare. Accettare che non puoi più immaginare di diventare un medico, un avvocato, un astronauta o un fantino di giraffe.

Certo, poi ti rammentano esempi di persone che prima dei trenta non avevano realizzato nulla nella vita e poi hanno avuto successo, tipo Joseph Conrad che il vero successo l’ha ottenuto dopo i 30 e a 20 anni non sapeva neanche parlare inglese (figuriamoci scrivere) o Jeff Bezos che ha avviato Amazon a 31, senza contare tanti altri che hanno anche superato i 40 e oltre prima di ottenere qualcosa. Il mio preferito resta il Sig. Momofuku Ando che inventò i noodles istantanei a 48 anni.

A prescindere di questi casi singoli, tu trentenne però devi fare i conti con la prospettiva che il lavoro che hai è forse la cosa migliore che potesse capitarti considerando che forse non sei affatto così speciale. E non puoi prendertela con qualcuno per avertelo fatto credere, perché magari speciale lo sei stato anche ma solo in un dato momento nel tempo e nello spazio poi conclusosi. Hai capito che non puoi dare la colpa alla maestra che ti portava in giro per le classi per farti leggere quel pensiero così creativo e intelligente che avevi scritto nel tema, cosa che ti gonfiava l’ego ma ti imbarazzava anche molto perché affrontavi gli sguardi beffardi e perfidi di altri bambini che non aspettavano altro che prenderti in giro solo perché avevi una stringa della scarpa slacciata. Per superare la tensione adottavi lo sguardo selettivo: trasformavi tutti gli altri in una macchia sfocata di colore bianco e blu e facevi finta di non vederli.

Adesso hai superato i trenta e hai compreso che non sei speciale perché avevi quel potere: ce l’hanno anche gli altri e sono in grado di farti sparire dal loro campo visivo quando vogliono per renderti invisibile.

Cacchio. Avere trent’anni è proprio brutto.

 

Non è che uno sportivo muoia di freddo perché non vuole il “cappotto”*

Noi siamo la somma delle nostre esperienze.
Qualsiasi evento, bello o brutto che sia, ci ha formato, ci ha costruito, ci ha resi diversi da come eravamo. Tale è il processo che va avanti per l’intera nostra vita.

Questo vorrà dire forse che eventi di merda ci rendono persone di merda?
Errato.
Eventi di merda ci rendono ottimi spalatori di letame.

E dopo tocca andare avanti. Hakuna matata, insomma.

L’inizio dell’anno per me significa poco e niente.  Il vero periodo di avvio credo sempre che cominci dopo agosto, quando il cervello si rimette in moto per nuove attività dopo la pausa estiva, il caldo record dal 1920, il popolo dei vacanzieri e il calciomercato che ti fa vincere lo scudetto a luglio, mentre il 31 agosto sei già un po’ deluso e a settembre se ne parlerà già l’anno prossimo.

Un bilancino frizione-acceleratore del 2015 però potrei farlo.

Ho accumulato molte esperienze e qualche avviso di garanzia, difatti molta gente mi ha garantito che mi avrebbe avvisato in caso di novità.

C’è un episodio che voglio condividere, perché ce l’ho qua sulla punta del coltello ed è pregnante (l’aggettivo è scelto non a caso e dopo si capirà perché) per identificare il mio anno.

Non lo racconto per tirare acqua al mio mulino, anche perché un mulino non ce l’ho e siamo in piena siccità causa mancanza piogge da mesi. Nella vita di tutti i giorni l’ho riferito soltanto a un caro amico. Su un blog mi sento un po’ più libero di raccontarlo perché in parte qui è come un diario, in parte autoincensarsi online conta come il due di coppe a briscola.


Non è che il parere di un lettore non conti nulla: è semplicemente che qui sul blog quello che scrive è un personaggio. Che un lettore dica “Che bravo, Gintoki!”, è di un valore relativo, perché sta appunto complimentandosi col gatto Gintoki, che è una parte di me, ma non sono totalmente Io, quello a casa con la famiglia, quello al lavoro, quello con gli amici, quello con una ragazza e via dicendo.


DIDASCALIA ESISTENZIALISTA
Ma, in fondo, ci si può far conoscere pienamente?
Jean-Paul Sartre (ma anche altri prima di lui) diceva che è la nostra coscienza a dare significato alle cose del mondo. E così fanno anche gli altri nei nostri confronti: non vedono il nostro reale Io, ma il significato, il senso, il ruolo che ci stanno dando. È dunque possibile per gli esseri umani comprendersi veramente l’un l’altro?


Chiedo scusa per la divagazione poco allegra.


Quest’anno stavo con una ragazza. E lei sapeva di star con me, ma non è questo l’evento sconvolgente.

Tra noi è finita in modo inspiegabile: non ci amavamo affatto e su 240 giorni circa passati insieme, ne abbiamo trascorsi soltanto 200 a litigare. Lei inoltre mi accusava sempre di essere un immaturo, ma non per grandi questioni filosofiche di vita, ma perché magari metto le sneakers simil Converse.
“Ti rendi conto che hai trent’anni e dovresti vestirti come uno della tua età?”, diceva.
E io mi domandavo sempre se fosse il caso di entrare in un negozio chiedendo al commesso
– Scusi, ha delle scarpe da trentenne? Non come quelle dell’altra volta, si vedeva da lontano che fossero da 29enne!
– Ma l’altra volta era l’anno scorso!

In ogni caso non è colpa mia se i miei piedi sono comodi così.


Tra parentesi, le sneakers le uso solo nei periodi caldi. D’inverno ritengo più opportuno optare per un paio di stivaletti come questi che ho acquistato a Budapest realizzando un affare e che spero mi aiutino col f-rigido clima ungherese di gennaio-febbraio. Non so se siano da trentenne, ma preferisco essere uno coi piedi al caldo, asciutti e in grado di affrontare qualsiasi tipo di suolo.

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Saranno pure tamarri ma son comodi, quindi meglio un tamarro comodo che un elegantone scomodo.


Insomma, c’erano ottime basi di partenza per una storia vera e solida.

A luglio, pensammo di aver rischiato quello che a Napoli si dice o’ guaio.
Non fu per imperizia o avventatezza e neanche forse ci fu un reale rischio, ma, nel dubbio che qualcosa fosse andato storto, lì per lì appena accaduto decidemmo di andar dalla guardia medica per una pillola.
Le settimane successive furono caratterizzate dal miglior amico dei pendolari: il ritardo. Potevano esserci tanti motivi: il caldo, lo stress, gli ormoni contenuti nella pillola. Ma il dubbio ti viene e cominci a pensare: e se?

Quando affrontammo l’argomento, io dissi che, nel caso, sarei tornato da Roma, avrei lasciato perdere i miei progetti in corso e sarei tornato in ginocchio da quelli del mio ex lavoro per farmi riprendere. Non era un atto eroico né encomiabile. La trovavo una cosa naturale, perché se fino a quel momento potevo pensare a me, ora avrei dovuto pensare anche a qualcun altro. Lei un lavoro sicuro da settembre l’avrebbe avuto, quindi avremmo trovato come cavarcela.

Caso volle che, proprio in quel periodo, a due suoi amici che si frequentavano successe la stessa cosa. E lì o’ guaio ci fu veramente.

Lui (40 anni) disse chiaro e tondo a lei che, se avesse tenuto il bambino, non voleva saperne più niente e che avrebbe dovuto sparire dalla sua vita perché non voleva farsi inguaiare e rovinare la reputazione da una donna.

Se, invece, lei avesse interrotto la gravidanza, sarebbero rimasti amici come prima e, anzi, lui le avrebbe offerto una cenetta a base di pesce in Costiera Amalfitana.

Un vero signore.
Rimpiango di non essere nato donna perché un uomo che ti offre una cena in Costiera in cambio di un aborto mi farebbe innamorare seduta stante.


Non è per l’aborto che mi viene disgusto, ma per la proposta, ovviamente.
Per quanto mi riguarda, l’interruzione di gravidanza è una cosa su cui io sono un possibilista: sono contrario a farne una mera battaglia ideologica, sia in un senso (favorevoli) che nell’altro (contrari) perché è strumentale e svilente. E mi viene da ridere quando in tv se ne sente parlare e vedo tromboneggiare politici, cardinali, insomma tutti uomini, come se la faccenda fosse affar che li tocca da vicino.

Aveva ragione Luttazzi: se fossero gli uomini a rimanere incinti, si potrebbe abortire dal barbiere. “Scusi, mi accorcia un po’ la barba? E già che c’è, mi toglie questo feto che comincia a pesarmi un po’ questa pancetta che mi è venuta?


Però lui, il 40enne, va in giro col maglioncino annodato sulle spalle e anche da lontano lo riconosci ed esclami “Che uomo distinto!”; io, che compro le camicie a quadri di H&M e metto le simil Converse, sarò sempre un ragazzo. Immaturo.

Fortunatamente, Bastet, la divinità gatta egizia, ha vegliato su di noi e alla fine siamo rimasti in due e non diventati 3 (o anche più, se fosse stata una gravidanza gemellare).

Dico fortunatamente non per la mia vita, che comunque sarebbe stata sprecata con una persona superficiale (che non ama nemmeno i gatti!) e che ti disprezza nonostante tu stessi rinunciando ai tuoi progetti, ma per un bambino che non meritava di nascere in un simile contesto.


Per la cronaca, l’amica sta portando avanti la gravidanza ma credo covi la segreta speranza che lui torni.
Il mondo è assurdo.


Infine, vorrei comunque dire che io d’inverno so essere molto distinto e sarei anche ottimo ma purtroppo sono intelligente ma non mi applico.

Ho un cappotto che amo molto e che voglio poter indossare per altri anni ancora, sperando di non far la fine del personaggio de Il Cappotto di Gogol.

È sobrio, semplice e marziale e questo collo alto a due bottoni è la cosa che mi piace di più e che ben s’intona con un uomo – pardon, ragazzo baffuto e barbuto.

Dite, dareste del ragazzino a questa figura? Pensateci bene prima che vi scagli contro le mie truppe di cosgatti (gatti cosacchi) d’assalto.

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Mi stava venendo un attacco di gastrite e allora con la mano mi tastavo lo stomaco.

Auguri di un anno gattoso e ronfante.


* In gergo sportivo, “cappotto” è utilizzato per indicare una pesante sconfitta senza essere riusciti a segnare neanche un punto.


La didascalia era superflua, ma ritengo opportuno cominciare il nuovo anno sempre all’insegna della saccenza pleonastica.


Non è che un elettricista possa risolvere problemi alla spina dorsale

A volte immagino la mia spina dorsale come un albero di Natale rinsecchito, cui sono appesi gli organi a mo’ di palle. Non riesco a visualizzare le viscere come un unico conglomerato di massa carnosa e sanguinolenta, ma soltanto come entità separate collegate da una qualche semplice autostrada neurale/circolatoria fra loro.

Da adolescente fui visitato da un internista per la mia colonna vertebrale. Considerando che era allegro come un becchino, forse era più probabile fosse un interista (si era nella seconda metà degli anni ’90…)*. Mi squadrò con la sufficienza di Joe Bastianich quando guarda il piatto di un concorrente di Masterchef.


* Per chi non segue il calcio: negli anni ’90 l’Inter era nota per essere una squadra sfigata.


Emotivamente parlando, forse non ce l’ho una spina dorsale. O quantomeno, sarà spezzata in vari punti. Qualche palla di Natale barra organo vitale sarà cascato. Il fegato l’ho perso da tempo o forse non l’ho mai avuto. Lo stomaco sarà ulceroso, a forza di digerire amaro.

Dovrei rimettermi in sesto e forse anche in settimo con qualche esercizio che operi su mente e corpo. Ad esempio lo yoga antigravità. Questa sera ho appreso da una conoscente – una classica trentenne faccio cose vedo gente come ormai ne siamo in tanti in giro solo che a sentir parlare loro sembra che stiano lavorando a una cura per il cancro – che intende specializzarsi in questa disciplina di cui ignoravo l’esistenza. Quando l’ho sentita, ho pensato che fosse una cosa spettacolare: immaginavo gente che cammina sui soffitti come Spiderman.

Poi me l’ha spiegato e non l’ho trovato più così figo perché non soddisfava molto le mie aspettative supereroistiche.

Perché nessuno apre una scuola per supereroi? Volete mettere l’effetto che fa dire “Io insegno in una scuola per supereroi?”. Altro che faccio cose vedo gente.

Non so che problema abbiano le donne di oggi, ma mi sembrano tutte delle esaurite. O forse sono io a vedere in giro solo donne esaurite.

Poi scopro che il coinquilino della mia amica – l’artista “espansivo”, quello a cui per diletto ho spostato gli oggetti in camera perché a uno che si autodefinisce artista espansivo viene spontaneo fare degli scherzi da college – ogni week end rimorchia qualcuna da portarsi a casa. Parliamo di uno che vive da solo ma non sa lavare i piatti e a cui la madre prepara il pranzo e lava la stanza.

Certo, potremmo dire che per rimorchiare una sera non sono qualità necessarie: mica bisogna sposarselo. In fondo, un tizio potrebbe anche essere quello che scoprirà la cura per il cancro ma poi rivelarsi nel privato un completo imbecille.

Ma io penso esistano delle competenze che influenzano anche altri ambiti della vita: uno che avrà imparato da poco a utilizzare la carta igienica da solo, che abilità seduttive può avere mai?

Sono sempre più basito.