Non è che quando guidi puoi disimpegnarti da un obbligo

Se è vero che più passano gli anni più aumentano obblighi e responsabilità, è anche vero che alcuni doveri vengono meno.

A trent’anni si riceve il prezioso dono della relatività, nella speciale box set detta Chissenefrega.

Grazie a questo presente (che vale anche per il futuro), l’importanza di certe cose diviene del tutto relativa.

Le esperienze sociali, ad esempio. Fermo restando che il coltivare relazioni e condividere esperienze è importante, il dovere di partecipavi perché ci si sente obbligati viene spesso meno. Chissenefrega.

A vent’anni tutto ciò non lo puoi capire. Anzi, se sei un post adolescente mediamente medio, valutato in una scala che va da nullità a segretario pro tempore di partito, cerchi di presenziare a tutti i costi perché non vuoi mostrarti come lo sfigato che sei che magari nel week end se ne sta a casa.

Cosa che magari in certi momenti vorresti anche fare, perché piove, perché fa freddo, perché camminare in mezzo alla gente delle volte ti dà la nausea, perché vorresti solo stravaccarti sul divano a guardare Law&Order: Criminal Intent.

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Nata come spin-off del legal drama Law&Order, la serie si concentrava solo sull’aspetto delle indagini – tralasciando la parte processuale come nella serie originale – intorno ai casi, con un ruolo preponderante attribuito alle intuizioni dei detective e all’approccio psicologico nell’individuazione del profilo del colpevole e nella gestione degli interrogatori

Cosa che per un periodo ho fatto, senza dichiararlo apertamente: gli altri pensavano che avessi cambiato compagnie o nascondessi una ragazza. E io glielo lasciavo credere: quando mi chiedevano “Ma che fai il week end? Vedi qualcuno?” Io rispondevo con dei suoni disarticolati e poi indicavo nella folla un conoscente a caso. Oppure fingevo un ictus.

Perché a vent’anni non vuoi passar per sfigato: basta un niente per distruggersi una reputazione già precaria. I tuoi coetanei sono come un branco che si libera dell’elemento più debole.

Se incontrassi il me stesso di allora gli darei un calcione educativo per fargli capire la relatività. E per dirgli che a trent’anni se ti rompi i coglioni di presenziare non devi giustificarti affatto: anche perché gli altri faranno lo stesso e non avranno timore di confessare che, delle volte, allo stare in giro preferiscono una tisana e una coperta e il programma di Bianca Berlinguer*.


Ho un’amica che lo guarda per commentare le domande fuori luogo e imbarazzanti che B.B. fa agli ospiti.


Chissenefrega: pour l’homme/pour la femme.

Da oggi anche nel pratico formato da viaggio!

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Non è che devi stare attento ai pedoni se superi i trenta

Avere trent’anni è la cosa migliore che potesse capitarmi. Consiglio a tutti di provarlo, prima o poi.

A livello fisico mi sento meglio ora che a vent’anni. Non mi danno neanche l’età che ho adesso: pensare che a 17 anni pensavano fossi fratello di mia madre, oggi mi capita di sentirmi chiedere se io abbia finito la scuola/l’università.

Sindrome di Benjamin Button a parte, l’essere umano che supera i 30 deve rendersi conto che il tempo vada contro di lui. La cosa migliore dei trent’anni è iniziare ad avere la consapevolezza di saperlo accettare. Accettare che non puoi più immaginare di diventare un medico, un avvocato, un astronauta o un fantino di giraffe.

Certo, poi ti rammentano esempi di persone che prima dei trenta non avevano realizzato nulla nella vita e poi hanno avuto successo, tipo Joseph Conrad che il vero successo l’ha ottenuto dopo i 30 e a 20 anni non sapeva neanche parlare inglese (figuriamoci scrivere) o Jeff Bezos che ha avviato Amazon a 31, senza contare tanti altri che hanno anche superato i 40 e oltre prima di ottenere qualcosa. Il mio preferito resta il Sig. Momofuku Ando che inventò i noodles istantanei a 48 anni.

A prescindere di questi casi singoli, tu trentenne però devi fare i conti con la prospettiva che il lavoro che hai è forse la cosa migliore che potesse capitarti considerando che forse non sei affatto così speciale. E non puoi prendertela con qualcuno per avertelo fatto credere, perché magari speciale lo sei stato anche ma solo in un dato momento nel tempo e nello spazio poi conclusosi. Hai capito che non puoi dare la colpa alla maestra che ti portava in giro per le classi per farti leggere quel pensiero così creativo e intelligente che avevi scritto nel tema, cosa che ti gonfiava l’ego ma ti imbarazzava anche molto perché affrontavi gli sguardi beffardi e perfidi di altri bambini che non aspettavano altro che prenderti in giro solo perché avevi una stringa della scarpa slacciata. Per superare la tensione adottavi lo sguardo selettivo: trasformavi tutti gli altri in una macchia sfocata di colore bianco e blu e facevi finta di non vederli.

Adesso hai superato i trenta e hai compreso che non sei speciale perché avevi quel potere: ce l’hanno anche gli altri e sono in grado di farti sparire dal loro campo visivo quando vogliono per renderti invisibile.

Cacchio. Avere trent’anni è proprio brutto.

 

Non è che l’avido diventi cristiano perché non pagàno abbastanza

Tutti gli eroi hanno il proprio antagonista e io non faccio eccezione.

Da vent’anni sono perseguitato da una persona. Trattasi della figlia di un’amica di Madre.
Per esigenze narrative, da ora in avanti costei sarà impersonata da Lisa Simpson.

Tutto cominciò alle scuole medie, quando le nostre madri decisero che io e Lisa saremmo dovuti andare e tornare insieme da scuola per quei 200 metri di tratto in comune verso le rispettive case.

La cosa mi attirò commenti ironici, risate e allusioni da parte dei miei compagni.
Si sa che noi maschi siamo idioti alle scuole medie.


Anche alle superiori.


E anche a trent’anni a dire il vero. Ma alle scuole medie lo siamo ancor più.


Può essere comprensibile la mia frustrazione per le prese in giro.
Un paio di volte finsi di dimenticarmi di lei per strada.

La cosa più grave è che, oltre ad attirarmi lo scherno altrui, costei faceva sistematicamente saltare le mie coperture nei miei diabolici piani.

Come quando una mattina, davanti alle rispettive madri, ebbe la geniale idea di dire

Certo che quei polinomi da fare a casa, proprio difficili, eh?

Al che intervenne Madre, fulminandomi con lo sguardo mentre si rivolgeva a me:

Io non ti ho visto fare algebra, ieri.

E così il mio geniale piano che sarebbe consistito, nel caso, nel fingere di aver dimenticato il quaderno perché il giorno precedente ero troppo impegnato a completare un livello di Super Mario World per pensare ai polinomi, saltò.

Oppure quando una volta venne a prendersi un libro a casa, alle 15. Mai successo, tranne quel giorno in cui un gruppo di noi (io e lei compresi), sarebbe dovuto andare più tardi a casa della professoressa di lettere per una riunione del giornalino di classe. Io ovviamente avevo un altro livello di Super Mario World da completare e non ne avevo l’intenzione né lo avevo detto a casa.

Mentre se ne stava andando, sulle scale si girò e fece (sempre davanti alle rispettive madri):

Allora ci vediamo dalla professoressa più tardi!
Che devi fare dalla professoressa?, chiese Madre
No io non devo andarci alla riunione
Sì che devi, lo ha detto lei
No, sono sicuro di no, non ho sentito, insistei sperando che mollasse la presa
Sì sì io ho sentito, ci sei anche tu
Ah ok, deve essermi sfuggito…sai ho questo problema dei tappi di cerume, me ne stavo cavando via uno con la penna Staedtler e non ho sentito…

Finite le scuole medie non vi ebbi più a che fare, fino alla vigilia del mio 18esimo compleanno.
Quel giorno decisi di spaccarmi la testa sul cemento della villa comunale, esibendomi in un placcaggio rugbistico di un amico.

Tamponata la ferita e medicata da mia zia all’ASL (dove per trovare un cerotto dovettero farsi 5 piani su e giù e lì capii che forse non fosse esagerato parlare di voragine finanziaria della Sanità campana), a casa, per mascherare la mia idiozia, riferii di un incidente meno stupido e sconclusionato occorsomi fuori scuola, al posto di dire come fossero andare in realtà le cose.

Quella sera stessa, Madre incontrò poi la sua amica, con Lisa Simpson al seguito. Raccontò loro del mio incidente – non comprendo perché farlo – e Lisa intervenne dicendo:

Ah sì sì, l’avevo visto uscire dalla villa comunale con la mano insanguinata sulla testa.

E addio copertura.

Trascorsero altri anni senza che avessi sue notizie, fino a che, nel 2009, non la incontrai sul treno mentre tornavo a casa.

Chiacchierammo e facemmo ovviamente poi la stessa strada a piedi. All’atto di congedarsi mi chiese email, contatto MSN, telefono, LinkedIn, poco mancava anche codice fiscale e conto in banca. Mi ero in precedenza lasciato sfuggire che di lì a qualche giorno avrei avuto una pizza a pranzo a Napoli con degli amici e voleva aggregarsi a tutti i costi.
Ignorai tutto il giorno seguente le sue telefonate.

Non contenta, dato che mi ero lasciato sfuggire anche di un concerto cui sarei andato, nei giorni successivi pure lì tentò di imbucarsi. Per scoraggiarla, le parlai di una macchina strapiena, con una lunga lista d’attesa in caso di posti che si fossero liberati e gente disposta pur di venire ad aggrapparsi al paraurti sgomitando e gettando sull’asfalto i più deboli. Una situazione non certo adatta a una fanciulla.

Ovviamente, non era vero. In macchina eravamo solo due tapini più un terzo se non fosse morto di cirrosi epatica nel frattempo.

Dopo un po’, di fronte al mio essere sfuggente, desistette e sparì di nuovo.

Fino a ieri.

Suona Skype.

>>> Zio-cane, zio-cane, zio-cane <<<


Sulla suoneria di Skype si può cantare questo, fateci caso.


Figlio, tutto bene? Hai mangiato?
No, Madre. Sono le 19
Mangi dopo?
Certo, Madre. Novità da Terra Stantìa?
Sai chi ho incontrato? La mia amica e Lisa Simpson!
Noo
Sìì. Mi hanno chiesto di te. Lisa sta ancora facendo il tirocinio e blablablabla
Mh. Ah. Ok
E ti ricordi poi quel corso di inglese che hai fatto a Londra l’anno scorso?
Madre, era 4 anni fa
E comunque anche Lisa ne vorrebbe fare uno e io le ho detto che tu sai dove può andare e lei ha detto ah sì mi faccia sapere e io ho pensato invece di chiedere a te e poi farmi dire e poi chiamarla mi sono fatta dare l’indirizzo email così ho detto è meglio che fate voi ragazzi vi mettete direttamente in contatto, mi fa pure piacere
Madre, tu non sapevi neanche cosa fosse una email
Me l’hai spiegato tu.

E quindi io non riuscirò mai a liberarmi di costei. Sospetto che da 20 anni Madre pianifichi un matrimonio combinato ai miei danni.

In modo serio, questa persona ovviamente non mi ha fatto nulla e sono io quello orribile.


Ma tanto davvero pensavate che un gatto fosse buono? Davvero? Ah ah ah.


Credo comunque la mia avversione per questa Lisa Simpson sia nata da un episodio alle scuole medie.

Si era sotto Natale, periodo di addobbi. Lei mi chiese cosa preferissi tra albero e presepe. Io risposi che mi piaceva di più fare il presepe e lei, prima che terminassi di spiegare, mi fece:

Perché l’albero è più pagano.

Allora.

  1. Non solo non mi hai lasciato terminare la frase ma l’hai completata con un tuo personale pensiero attribuendolo a me.
  2. Perché mai, inoltre, la qualifica di “pagano” dovrebbe essere una discriminante negativa?
  3. A volerla dire tutta, senza entrare in noiose dissertazioni storico-religiose, la nostra cultura affonda le radici anche nel paganesimo. E tutto ciò che viene attribuito come esclusivo al cristianesimo, il culto dei santi, le festività, le processioni eccetera, ha origini pagane cui il nuovo credo all’epoca si sovrappose.

Quindi non parlarmi di pagano invano!

Ecco, credo da qui sia nato tutto.


E adesso, il livello finale di Super Mario World:


Non è che l’imbianchino abbia la sindrome del color irritabile

Mi sono ricominciati gli spasmi allo stomaco. È da una settimana che vanno avanti.

Cause: Poco sonno. Fumo. Preparare un test e un discorso in inglese. Ansia. Quella per il colloquio inoltre era una premura inutile, perché, come ho raccontato, ha parlato per tutto il tempo la Dott.ssa Comesfromthesea. Ora l’attesa di un responso per ciò che concerne l’esito non mi aiuta a rilassarmi.

Non saprei che direzione prendere se fosse andato male. Le alternative che ho non sono a una portata logistica accettabile. Ho il terrore di aver imboccato un percorso di vita non percorribile. Ora non potrei permettermi di andare 6 mesi in Perù per un progetto sulla foresta amazzonica e abbandonare qui la famiglia.

Ogni volta che, mentre sono a Roma, sento Madre al telefono, sembra che a casa stia andando tutto a rotoli. Poi torno giù e sembra tutto a posto. Stanno tutti meglio di me che invece ho perso altri due kg e ora ballo sui 70.


Forse sto facendo una dieta troppo povera. Pezzente, direi.


In verità non va proprio tutto bene: Padre è un mese che ha dei problemi articolari seri, ci sono giorni che si sveglia – ammesso che il dolore lo faccia dormire – e non può alzarsi dal letto perché non riesce. Un infortunio calcistico di trent’anni fa non curato come si deve oggi lo ha praticamente portato ad avere le cartilagini di ginocchio e bacino distrutte. Si riempie di antidolorifici come Dr. House. Padre ha sempre un rapporto un po’ insano coi medicinali: li assume come caramelle. Se l’eroina fosse legale penso utilizzerebbe anche quella.

In virtù di ciò Madre si alza alle 6 di mattina, prepara il pranzo, deve badare ai gatti, va al lavoro, torna e deve badare a gatti, genitori anziani, Padre e a volte pure una zia cui ogni tanto viene la sindrome dell’abbandono – abita a 10 metri da casa – e quindi rompe. A ciò aggiungiamo che lei ha dolori cronici alla schiena.

Come si fa a pensare in queste condizioni di abbandonare tutto sulle spalle degli altri?

Poi succede che torno a casa, devo aiutarli a fare la spesa e Padre arzillo e scattante viene con me, si mette anche alla guida e nel supermercato debbo essere più lesto di lui a sottrargli le casse dell’acqua prima che le raccolga.


Salvo poi la sera stessa lamentarsi perché dolorante.


Secondo Tutor non dovrei farmi tutti questi problemi: devo vivere la mia vita, gli altri hanno la loro. Forse ha ragione. O forse no.

Vorrei discuterne meglio con lei, avendo i miei stessi problemi, e non farlo solo in quelle brevi pause che mi prendo per nascondermi nel suo ufficio. Penso alla fine di essermi convinto a chiederle di uscire. O almeno credo. Non ho ancora capito se in questo periodo ho voglia realmente di uscire con qualcuna oppure ho voglia di starmene completamente da solo a macerare immerso nei miei pensieri. Oppure a Macerata immerso nei miei pensieri.

L’altro ieri, in una sera di sconforto e stordimento psicotropo, ho cercato su Google il nickname che la mia ex ex (ex al quadrato) utilizzava anni fa su un forum. Ho scoperto che lo utilizza ancora o almeno lo ha utilizzato di recente e che è sparsa in vari posti: ha un blog fotografico su tublrm, tumlrb, trublm, brumtl, insomma quella cosa hipster; poi recensisce trucchi, pubblica ricette. Mi sembra così diversa. In realtà è sempre la stessa con più o meno gli stessi interessi, ma mi sembra di non conoscerla più. In effetti, tre anni sono tanti. Si può cambiare.

Anche io, del resto, sono cambiato.

Sono diventato completamente intollerante al latte, ad esempio. Anche quello ad alta digeribilità ora mi dà fastidio. Sono passato a quelli vegetali, ma non ne sono molto soddisfatto. Quelli di riso e avena li trovo stucchevoli, mentre quello di soia, dopo alcuni mesi di tolleranza, oggi lo trovo nauseante. Sa di fagiolino (che scoperta: la soia è un legume) e puzza. Anche il frigorifero puzza di fagiolino una volta aperta la confezione, pure i rigurgiti esofagei sanno di fagiolino e io non ce la faccio più: mortacci soia e dei fagiolini.

Non digerisco più, inoltre, la gente che parla di politica con quell’irritante qualunquismo traboccante della saccenza di chi ha una cultura fatta di Wikipedia e Le Iene e che non vede l’ora di lamentarsi con te, come se un essere umano non avesse altro da fare che stare lì ad ascoltare i loro comizi. Pur potendo anche concordare con alcune considerazioni, ciò che fatico ad accettare è il sentir parlare dei politici come se fossero un popolo di alieni che un giorno all’improvviso è apparso e ci ha invaso, rovinando un Paese onesto, lavoratore e incorruttibile (!).


Immagino il film: Election Day, con il Will Smith italiano, Carlo Conti, che dopo il televoto del pubblico a casa verrà inviato in missione sull’astronave-madre dei Politici.


Anche se osservando alcuni esemplari Buonanno fatico a credere facciano parte della specie umana.


Ci riflettevo giusto l’altro giorno in treno, quando accanto a me un giuovine dall’aria Ibiza-sole-figa e sei in pole position!* raccontava a un suo anziano collega come aveva fregato dei perfidi inglesi. Diceva che, mentre era in vacanza a Londra, una sera in un locale un cameriere distratto gli aveva versato addosso un cocktail rovinandogli una camicia. Lui prontamente aveva scattato una foto a testimonianza del fattaccio, e, il giorno dopo, aveva scritto una mail ai gestori del locale. Nel testo diceva che era un loro affezionatissimo cliente (falso) e che la goffaggine di un loro cameriere gli aveva rovinato un capo di alta sartoria italiana (una camicia OVS…), del valore di 400 euro (90), cui era anche legato affettivamente (falso anche questo, come si vantava di precisare al collega).

I proprietari gli avevano immediatamente risposto, scusandosi e chiedendogli gli estremi per fargli avere un rimborso. Dopo tre giorni sul conto lui si era trovato 200 sterline.

Ecco, costui riflette bene la mentalità arraffona, volgarotta, ignorante e imbrogliona dell’italiano da dito medio. Ma forse sono stati i politici venuti dall’iperspazio ad averci dato cattivi esempi.


Perché in questo blog non si guardano solo Tarkovskij o Truffaut: ci sono altri grandi riferimenti cinematografici:


Per concludere il riassunto di questa settimana, vorrei citare infine un episodio accaduto ieri mattina.

Mentre ero a Termini, in attesa che un ritardo partorisse un treno, osservandomi i pollici per capire se la ricrescita della pelle intorno le unghie fosse sufficiente per ricominciare a mangiarla, mi viene incontro un tizio. 60 anni circa, trascinando un carrellino di quelli che le sciure utilizzano per fare la spesa al mercato, con un sorriso inquietante mi si pianta davanti e fa: Permette? Sono un poeta fiorentino!

Io, senza una smorfia che tradisse la menzogna, rispondo: I’m sorry, I don’t speak italian. E lui si scusa e se ne va.

Dopo mi è dispiaciuto, perché chissà cosa avrebbe potuto raccontarmi un poeta fiorentino e chissà cosa mi sono perso. Ma ho deciso che di fare conversazione con persone strane mi sento un po’ saturo.

Già debbo guardare me stesso ogni giorno allo specchio, al mattino.

Frasi che meritano di essere citate. In tribunale.

Nel corso di trent’anni di vita ne ho sentite di frasi che sfuggono alle regole della logica e anche a quelle del calcolo combinatorio. Sembra che alle persone a volte vengano naturali discorsi che sembrano tratti dal teatro di Beckett.

Mi ricordo quella volta che chiesi alla mia ex “Scusa, perché tu puoi essere diffidente su di me mentre io debbo crederti ciecamente?”
Lei rispose “Perché io sono io e so che c’è da fidarsi”.
Io: Allora anche io sono io e so che c’è da fidarsi
Lei: No, non funziona così.
(Da qui il principio del Lei non sa chi sono io!.)

Madre invece ha sempre brillato per le sue affermazioni logicamente illogiche. Un must della mia adolescenza era, alla mia domanda “Posso andare a un concerto?”, sentir rispondere “E che devi andare a fare?”.

Illogicamente, è difficile immaginare cosa si vada a fare a un concerto. Io presumo per vedere un gruppo suonare dal vivo, ma non ne sono mai stato certo.
La scena poteva ripetersi per altre attività, un film, un’escursione e via dicendo. “E che vai a fare?”.

Mi dispiace non aver avuto la battuta pronta, all’epoca. Avrei potuto dire, non so: “Per seguire il mio traffico di attività illecite e incontrare gli uomini della mia banda segretamente”, magari.

Ma non sono solo le persone che conosci e che frequenti a sorprenderti all’incrocio dei pali.

Come quella volta che passeggiavo placidamente per i cacchi miei e una signora che arrivava in senso opposto senza smettere di camminare mi fa, con accento medio-alto borghese napoletano*:


non so come spiegare un accento medio-alto borghese napoletano se non lo avete presente: mi viene in mente magari Toni Servillo in alcuni film, ecco, pensate a una versione femminile.


– Scusi vado bene per l’apertura?
– Eh? (chiedo stupito)
– L’apertura, no? Il Giudice di Pace (quasi irritata dalla mia domanda e dal fatto che la costringa a fermarsi)


Certo, il GdP è a 500 mt da dove ci eravamo incrociati, ma da cosa avrei dovuto evincere che lei stesse chiedendo del summenzionato non ne ho idea. Come se fosse la cosa più naturale del mondo: voi vi svegliate la mattina e andate dal Giudice di Pace, come routine quotidiana comanda!


– Beh, sì…(guardo l’orologio)…a quest’ora sono aperti…
– Ma no, non l’orario! Quello lo so! L’ingresso, vado bene di qua? (spazientita)
– Sì sì certo…più avanti…(dico allontanandomi).

Son sicuro che lei si sarà allontanata pensando “Guarda che imbecilli tocca beccare in giro”.

Una mia ex collega d’università una volta invece mi sorprese per il raffinato metodo di aggiornamento meteorologico che aveva.

Capitava che c’incrociassimo sulla banchina della stazione. A volte notavo che il suo abbigliamento non era adeguato al tempo: o troppo leggero o troppo pesante.
– Non senti freddo vestita così? – chiesi una volta.
– Eh, sì che ho freddo!…il mio ragazzo non mi ha avvisata che sarebbe cambiato il tempo!
– Eh?
– Sì, perché lui la mattina mi scrive che tempo fa. Solo che a volte si scorda!
– Scusa, ma non puoi controllare tu affacciandoti fuori che tempo faccia? (oramai ero sempre più attirato da quel discorso, anche se sentivo di doverne stare lontano)
– Eh no perché se apro le persiane scatta l’allarme e io non lo so disattivare. E dalle telecamere di sicurezza non si capisce che tempo fa fuori, così il mio ragazzo mi avvisa lui se fa freddo o fa caldo.

Non ritenni di dover proseguire la conversazione, anche se la risposta non mi convinse affatto perché apriva altri interrogativi.


Avrei altri aneddoti interessanti sulla suddetta persona, tipo che mi raccontava che era amica di Adam Kadmon prima che diventasse famoso (son cose di cui vantarsi) e che la Bibbia in realtà contiene resoconti dell’arrivo di alieni sulla Terra. È esperta di magia nera e conosce un incantesimo che funziona con la semplice imposizione della mano che poi dopo un giorno muori ti fa crollare a terra privo di energie.


DIDASCALIA ALLA DIGRESSIONE PRECEDENTE
Potrebbe sembrare che mi piaccia sparlare degli altri, in realtà è invidia per le persone che hanno qualcosa da raccontare. Io non faccio altro che raccontare le cose che raccontano gli altri, quindi sono un contastorie di seconda mano.


La didascalia precedente è una paraculata.


Anche l’ammettere di aver scritto una paraculata è una paraculata.


Eh, i laureati di oggi: e poi fanno le barzellette sui carabinieri e calciatori.

A proposito di calciatori, questa me l’hanno raccontata, la fonte è affidabile. All’esame di maturità si presenta un ragazzo tesserato nelle giovanili di una squadra di serie A. Ha bisogno del diploma a tutti i costi perché è stato selezionato da una squadra all’estero e pare che lì i giovani non li vogliano senza il pezzo di carta: che brutta gente!

Domanda di biologia sulla respirazione. Essendo un atleta almeno respirare dovrebbe essere attività che gli è nota.
– Che cos’è il diaframma?
– È un muscolo che sta qua (indica il petto all’altezza del cuore)
– Non proprio, più giù. Comunque, cosa fa il diaframma?
– Serve a respirare
– Come?
– Si abbassa e si alza
– Cioè?
– Si abbassa quaggiù (indica l’ombelico) e poi sale qua (indica la gola).

Abbiamo scoperto che il diaframma è quindi come la peperonata: scende nello stomaco e poi ti risale nella gola.

Oh, Madre!

Il mio soggiorno romano (per non parlare del bagno e della cucina romane) offre a Madre spunti di riflessione interessanti.

Premettiamo che, da buona esponente del Sud, l’interesse primario di Madre è il cibo. Non so che idea abbia di Roma, ma credo che corrisponda più o meno a questa immagine

Ma tutti ‘sti rotoli di fieno dove vanno a finire?

Cioè una terra isolata con un unico negozio nella zona che ha per giunta dichiarato fallimento. Sto esagerando? Non ne sono certo dopo le domande che ho sentito.

Tra l’altro, le domande non mi sono state poste una di seguito all’altra: una delle specialità di Madre, infatti, è il test della memoria basato sui discorsi interrotti.

Avete presente l’aneddoto su Dante in cui si celebra la sua memoria prodigiosa? Si racconta che un giorno un tale gli chiese quale fosse il cibo più buono. Il Sommo Poeta rispose “L’uovo”. Tempo dopo (dicono anni), il tale e Dante si incontrarono di nuovo. Il primo disse:
– Con cosa?
– Col sale.

Ecco, Madre agisce allo stesso modo. Un discorso lasciato cadere al mattino, viene senza preamboli né introduzioni ripreso dallo stesso punto in qualunque momento della giornata a caso o addirittura a una settimana di distanza.

– Ci sono supermercati dove stai tu?
– Madre, sono a Roma, una città dove il progresso è arrivato da un po’. Pensa che hanno anche l’acqua corrente in casa.
– E che supermercati sono? Come quelli dove andiamo noi?
– A parte che vorrei capire perché dovrebbero essere diversi (dove siamo? Qui giù fanno supermercati speciali per napoletani, come se ci fosse l’apartheid?), comunque ho a 10 minuti un Grosso Marchio Francese, vedi tu…
– E ce l’ha il banco macelleria? E ha pure il banco pescheria?
– (che supermercato sarebbe altrimenti??) Noo, infatti scrivono fuori supermercato per attirare la gente, poi dentro è vuoto e c’è uno che ti prende e poi ti svegli in un fosso tutto sudato e senza un rene.
– E ha pure lo scaffale coi prodotti tipici?
– Certo, sapessi quante barbabietole da zucchero che ci sono.
(sì ok si capiva che voleva sapere se ci fossero prodotti a chilometri zero, ma detta così però…)

Qui bisogna aprire una parentesi legata a traumi infantili durante le interrogazioni di geografia. Nel momento di elencare i prodotti tipici di una Regione o di un Paese, in caso di vuoti di memoria andava bene indicare sempre la barbabietola da zucchero, perché tanto era onnipresente.

Che io vorrei dire, ok che non sono un frequentatore abituale delle campagne, ma in trent’anni ho visto un solo campo di barbabietola da zucchero in vita mia, nel 1999 lungo una statale verso Foligno (lu centru de lu munnu), al che mi chiedo: ma se sono così tanto coltivate, dove sono nascoste? E più facile trovare piantagioni di marijuana che di barbabietola da zucchero. Allora perché nessuno cita la marijuana tra i prodotti tipici?!

Tutto è a zero, tutto azzero

A zero si è posata la neve.
Non accadeva da trent’anni. Io non c’ero ancora, per qualche giorno.

Ieri non c’ero perché un brivido di febbre mi ha detto resta a letto o ti ci rimetto io.

Azzero.

A zero tutte le chiacchiere, bei discorsi di forma aggraziata ma di sostanza evanescente.

Azzero.

Azzero giochi, azzero contatti, azzero con una matita rossa.
C’eri, non c’ero, non c’eri, c’ero, non ci siamo.
Accendo un “c’ero” per ricordarmene.

A zero, son fermo ancora.
Faccio un giro e torno al punto di partenza. Un uroboro.
Un gioco dell’oca.

Rinascere e ripartire, chiudere porte e aprire finestrelle.
Guardo il mondo da un boh e mi spavento un po’.

Emptiness is loneliness,
and loneliness is cleanliness
And cleanliness is godliness,
and god is empty just like me

Considerazioni a margine di un ambulatorio veterinario, tra nanette e castrazioni

20141107_113300[1]E ieri siamo finiti di nuovo dal veterinario, io e Baron. Siamo ancora alle prese con una tenia da debellare.

Aspettando il mio turno in sala d’attesa, sono giunto alla conclusione che, superati i 35, una donna amante dei gatti sia una vera stramboide. Non vi offendete se rientrate nel profilo, è detto con simpatia.

Una signora che attendeva insieme a me ha tenuto a condividere le sue congetture sulle possibili erezioni del suo gatto castrato. Ha aggiunto che, pur avendo subìto l’intervento, il tigrotto non ha perso l’istinto, tant’é che ha l’abitudine di accoppiarsi con una coperta. E mi ha anche descritto il come. Il micio ha un suo plaid preferito, si stende sopra, lo afferra con la bocca e poi mima le spinte. E lei ha accennato il movimento! Non solo, ha poi aggiunto: eppure non l’ha mai visto fare, guarda com’è l’istinto a volte… 

Peccato che poi Dottoressa Nana Bionda mi abbia convocato, avrei conversato ancora a lungo.

Nana Bionda ha un evidente problema a trovare un camice della propria misura. Sembra che sia vestita hip hop. E ogni volta che si china in avanti debbo essere più veloce di lei ad anticiparla e guardare altrove per rispettare la privacy della sua scollatura.

Secondo lei, dato che va in giro in giardino, Baron ha ripreso la tenia. Secondo me non l’ha mai persa, invece, dato che ha sempre la pancia gonfia. E comincio a dubitare dell’efficacia delle pipette che m’ha dato. Mah, riproviamo un altro giro di trattamento.
Nana Bionda comunque è fantastica: per chi non avesse seguito la puntata precedente, è quella che ci teneva a spiegarmi come hanno i genitali i maschi. E l’ha rifatto anche stavolta. Mi ha detto che, finché non ci liberiamo del vermone,a Baron non tocchiamo i gioielli. Appena è libero lo operiamo, tanto è un intervento che non richiede molto, si interviene esternamente, con i maschi.

Qualcuno dirà: per forza, è bionda!
No.
È ora di piantarla, perché io sono contro il razzismo sulle bionde e non sto facendo ironia.

Il vero problema è un altro.
È una nanerottola.
Sono giunto a un’altra conclusione, ieri. Le nane sono tutte delle svampite. Esperienza di trent’anni di vita, quindi lo affermo con sicurezza e pure sicumera.

Dottoressa Giganta invece m’ha tradito. Ha un anellone di fidanzamento che costerà quanto un’automobile.

La Trenta dei Guerr’anni

Per questo post dovrei aspettare qualche mese, ma mi è venuto in mente ora e quindi nasce prematuro (ma sano e in forma).

Hai 30anni ma a calcetto riesci a reggere lo scatto di un 18enne e stargli dietro.

Hai 30anni e indossi magliette che avresti voluto a 15anni ma non avevi. Grazie internet.
Per la curiosità: la marca è Akumu Ink, non si riesce a leggere la targhetta (dlin dlon: sponsor time).
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Hai trent’anni e, ok, ammettiamolo che ora preferisci i concerti dove ci si può sedere. Però pogare non ti ha ancora stancato.

Hai 30anni e reggi l’alcool ancora bene, anzi molto meglio.
Forse non è una cosa positiva.

Hai 30anni e una barba vera e non peli sparsi arruffati.
Peccato solo sulle guance siano ancora come le zolle di un campo da calcio di periferia

Hai 30anni e ti senti più attraente di quando eri adolescente. Non era difficile, bastava togliere gli occhiali e usare meglio il sapone.
Scherzo.
Stai bene pure con gli occhiali.

Hai 30anni e letto molti più libri.

Hai 30anni e visto posti che non avevi visto e non pensavi l’avresti fatto.

Hai 30anni e continui a essere ansioso, ma ora lo gestisci meglio.

Hai 30anni e assaggiato un sacco di cucine (e anche qualche lavatrice e dei complementi d’arredo, ah ah…ah. Ok) e mangiato cibi che da adolescente non ti piacevano.

Hai 30anni ma te ne danno qualcuno di meno, mentre a 17 invece te ne davano di più.

Hai 30anni e sei fuori dal tunnel del divertimento: non ti devi giustificare se ti senti stanco o se non ti va di fare qualcosa, puoi sempre dire che hai bisogno di meditare e di riflettere, magari restando a casa con un tè e un film di Tarkovskij (fa’ niente che poi sia Playstation e Dragon Ball, è il principio!).

Hai 30anni e una minore esigenza di dormire più ore di seguito. In compenso di giorno ti addormenti in treno, sulla metro, in aereo, in auto (quando guidano gli altri). Questa si chiama ottimizzazione del sonno, è una scienza (ecco, penzate, la scienza…).

Hai 30anni e tutti dicevano che il tuo metabolismo sarebbe rallentato e avresti cominciato a ingrassare. Invece sei ancora magro come a 18.

Hai 30anni e, tutto sommato, lavori o hai lavorato. Meglio rispetto ai tempi in cui, come un piccolo scrivano fiorentino, su una piccola scrivania illuminata dalla fioca luce di una lampada a risparmio energetico comprata al Bricocenter (dlin dlon: sponsor time) rimanevi chinato fino alle 2:00 sulle 1050 pagine del libro per l’esame di Storia della blablaologia dall’Età dei Lumi all’era delle luminarie.

Hai 30anni e non ti fai prendere più in giro da una farmacista (si veda post precedente), ma magari esclami “Ehi, che dici, li andiamo a provare insieme (alzando e abbassando le sopracciglia in preda a un tic isterico)?”.
Ah. No. Questa era solo una fantasia erotica.

Oh, tutto sommato non mi sento poi così malaccio. Metterò questo post nei preferiti per rileggerlo nei momenti di sconforto.

Di recente una persona, mentre le parlavo degli esaurimenti nervosi dei miei coetanei, ha detto “No, non voglio arrivare a trent’anni così, io spero si guarisca”.
Io dico arrivaci, invece. Ci si diverte 😀