Non è che prendi l’alcol etilico a dicembre per avere lo spirito natalizio

Non sono mai stato un tipo da spirito natalizio, nel senso più elevato e mistico. Ne ho sempre apprezzato la versione più prosaica, fatta di addobbi e luminarie. Si potrebbe aprire un dibattito sul consumismo di tutto ciò, ma ho lasciato le chiavi nell’altro cappotto quindi teniamolo chiuso. Se vogliamo, si può dire che se passiamo un anno intero a consumare a volte senza alcuna necessità contingente, quantomeno preferisco allora un qualcosa che sia in modo visivo allegro e festoso.

Il mio Natale invero non è mai stato così tanto consumista. Da bambino come regalo ho sempre ricevuto qualcosa di simbolico. Il ragionamento dei miei genitori era che se avessi ricevuto un grande e importante regalo il 25, poi per l’Epifania per forza di cose non avrei ricevuto chissà che. Ho sempre vissuto con la cultura del “giusto” e non dell’eccesso. Erano anche altri tempi, e questa è la classica frase per dire tutto e niente, per perpetuare una narrazione riconoscibile e per questo confortante. In realtà c’era benissimo chi faceva eccesso e non lo percepiva come tale; poi possiamo parlare dei bambini di oggi che in regalo ricevono un tablet mentre io ricevevo un calcio balilla junior. Venitemi però a dire che un calcio balilla sia più educativo: si finiva sempre a litigare o per un colpo non autorizzato o per aver approfittato di una distrazione o per non aver lanciato la palla in modo corretto o perché, mentre stai trasportando in giardino il biliardino, il tuo amico che lo trascinava avanti tira troppo e il campo si divide di netto lasciandoti con in mano un lato del campo con portiere e difensori che guardano attoniti i loro compagni rimasti dall’altra parte. Meglio quindi il tablet.

Dicevo, i regali importanti li ho sempre avuti il 6 gennaio.

A me questo ragionamento poco suonava giusto, in realtà. Dell’Epifania me ne è sempre importato poco. Il fatto che sancisse la fine delle vacanze lo rendeva un giorno da croce nera sul calendario. Avere un dono quel giorno non lo rendeva meno funereo: l’indomani riprendeva la scuola e quindi neanche potevi godertelo.

Poi c’era la calza, piena di dolci attacchi intestinali. I genitori che me la regalavano erano gli stessi che mi educavano a non cedere ai peccati di gola. Quindi finii col diventare schizzinoso verso le cosiddette schifezze. Non ho mai terminato una calza in vita mia. Nella credenza ci dovrebbero ancora essere delle monete di cioccolato ormai fuori corso. Le conservo come evenienza in caso di sommovimenti economico-monetari improvvisi nel nostro Paese: non si sa mai.

E voi mi volete dar del consumista?!

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Non è che fare protesi dentarie non convenga perché sono lavori per-denti

Uno degli effetti collaterali – se vogliamo definirlo così – del tornare a casa è il rapportarsi di nuovo con i propri connazionali.

Non che io in Ungheria non lo faccia, anzi frequento soltanto italiani.
Si tratta, però, in genere, di frequentazioni volontarie e selezionate.

Tornare in patria invece reintroduce l’interazione occasionale e, in certi casi, obbligata. Nel senso che non vi si può sfuggire.

Capita così che, sull’aereo che mi riportava a Napoli dopo uno scalo a Roma, il mio vicino di posto fosse alquanto ciarliero.

Anche troppo.

Dopo alcuni convenevoli e commenti sul viaggio, da me incentivati in quanto tendo sempre a fornire un’impressione di me rispettabile e affabile, ha iniziato a raccontarmi la propria vita.

Lì è stato chiaro che quest’uomo, un odontotecnico napoletano ma trapiantato da vent’anni ad Alicante dove ha messo su famiglia, avesse un disperato bisogno di parlare.

Non fin quando mi ha parlato del clima di Alicante, secco e meno umido del nostro (che gli causava invece cefalee e sinusiti).
Non fin quando mi ha raccontato dei suoi ricordi d’infanzia.
Non fin quando mi ha raccontato di quanto i suoi figli siano svegli con computer e tablet.

Ma quando ha iniziato a parlar dell’odontotecnica.

Vedevo che durante questo discorso iniziava a infervorarsi. Sudava, tanto era preso dall’argomento, si sporgeva verso di me e si vedeva che il bracciolo gli era d’intralcio. Lui ormai era un fiume in piena e quella diga lo costringeva.

A un certo punto ho smesso anche di inserire intercalari come , Certo, Capisco, tanto lui andava avanti in automatico.

Mi limitavo ad annuire col capo, anche se in realtà erano colpi di sonno che mi sorprendevano.

Sono rimasto toccato quando lui, con un po’ di amaro in bocca e un principio di alitosi, ha parlato dei progressi dell’odontotecnica, che fa ormai uso di stampanti 3D e computer, laddove lui e pochi altri sono ancora degli artigiani che lavorano a mano, come residui di epoche passate. Degli odontosauri.

È lì, infine, forse ho colto il disperato bisogno di costui di raccontare del proprio campo, del mondo della protesi dentaria, di lasciare una testimonianza di sé, di…e poi siamo atterrati e la gioia è stata tale in me che ho smesso di seguirlo.

Alla fine si è scusato per la sua prolissità e verbosità, giustificandosi dicendo Sono poche le persone con cui parlare e che ascoltano…, certo, avrei aggiunto io, soprattutto se sono bloccate su un aereo dal lato del finestrino.

Sono però giunto alla conclusione che tutto ciò sia vero.

Viviamo in un’epoca di overdose comunicativa dove nessuno ascolta, in realtà.

È come avere più gente che scrive che gente che legge.
Più dj che frequentatori di locali.
Più musicisti che pubblico.

Le persone vivono in una solitudine comunicativa autoreferenziale.
Non so cosa voglia dire ma mi sembra abbia senso.

E allora, forse, la mia propensione all’ascolto è una merce rara.

Dunque io decido da oggi di metter a disposizione questo mio dono.
Parlate: io vi ascolterò.

A pagamento, con tariffa oraria a scatti di quarti d’ora.

No ore pasti e sonno, no volgarità, no politica, no religione. Tenere lontano dalla portata dei bambini.

No odontotecnici.

Ritratti al ristorante

Tavolo 1
Lui brizzolato, occhiali da Spike Lee e altezza da giocatore di basket. 45-50 anni, asciutto, camicia bianca e pantalone chino. Il calzino bianco impertinente che esce dalla scarpa secondo me lo squalifica.
Lei sulla 30ina, vestitino da donzella del west e fascia stretta che le dà il vitino da vespa. E anche un’occlusione intestinale.
Entrano, si guardano intorno. Ci sono solo 3 tavoli occupati, il resto è completamente a disposizione. Scartano un tavolo, lei storce il naso nei confronti di un altro e di un altro ancora. Alla fine lui, con gesto brillante, chiede al cameriere di far mettere un tavolo di fianco la vetrata d’ingresso, agli antipodi rispetto al resto della sala.
Ordinano il vino. Una bottiglia costosa. La stessa bottiglia che a me che la prendo alla casa vinicola costa 3 volte meno, questo spiega perché stanotte dormo da solo e lui no.
Lui rigira il vino nel bicchiere, lo annusa, lo gira ancora, alza il calice a guardare i riflessi in controluce. È ok, l’uomo del monte ha detto sì. Cin cin.
Durante il pranzo lui parla molto, fa ampi gesti con le mani. Sembra stia tenendo una lezione universitaria. Lei ascolta, annuisce, poggia il mento sulla mano.

Tavolo 2
Due coppie 45-50. Per tutto il tempo non fanno che scambiarsi un tablet e giocarci su.

Tavolo 3
Famiglia con due figli, il grande avrà al massimo 17 anni, la piccola non più di 10. A tavola cominciano con birra artigianale, che condividono tutti, piccola compresa. Passano all’aglianico, che condividono tutti. Piccola compresa. Finiscono col dessert, innaffiato da un buon passito. Anche per la piccola.
Eleggo loro come mio tavolo preferito.

Quando esco e passo davanti al suo tavolo, camicia bianca brizzolata mi osserva scrutandomi. Capisco. La mia sfavillante camicia a quadretti e rombi deve avergli fatto invidia.

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