Non è che il palestrato riverente si alleni facendo le genuflessioni

Forse mi iscrivo in palestra.

Mi sorprendo da solo mentre me lo dico e lo scrivo.
Non sono mai stato in vita mia in un posto simile. Non so manco cosa ci sia in una palestra e cosa si faccia. Nella mia immaginazione la gente va a bersi il Gatorade.

C’è una palestra a cento metri da casa mia. Forse domani entro per chiedere informazioni.

Il percorso di avvicinamento ad essa l’ho preso molto alla larga. Allo stesso modo in cui mi approccio a una donna.

Sabato l’ho notata. In realtà sapevo della sua esistenza da quando mi sono trasferito in questa zona, ma non l’avevo mai considerata fino alla settimana scorsa. Ho iniziato a cercare informazioni su di lei sui social. Stamattina ci sono passato davanti osservandola più a lungo. Domani, come dicevo, tenterò un primo informale approccio per vedere come va e se ci sono margini per una frequentazione da parte mia.

Qui a Budapest il fitness va molto. Almeno a giudicare dalla quantità di uomini che girano in t-shirt anche a gennaio, con le braccia larghe e tese tipo Robocop. Forse fanno la ceretta alle ascelle e dopo spruzzano un deodorante troppo alcolico e hanno dei bruciori.

Inoltre hanno una forma strana, gonfi e impettiti verso la parte alta con una testolina minuscola e ristretti verso il basso con due gambe sottili.

Un tipico palestrato ungherese

Più che per la forma fisica – la mia disciplina sportiva, il lancio dei coriandoli, non tollera eccessi di muscolatura – è per occupare il tempo libero. I miei appuntamenti con lo storytelling in spagnolo sono purtroppo cessati. Il narratore, un messicano, è stato rispedito in patria per fornire un contribuente in più cui esigere il conto del muro di Trump.

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Non è che l’eremita estetista sia solito depilare l’asceta


PREMESSA NON FUNZIONALE AL POST
La nuova impostazione grafica del lettore di WordPress è orribile.


Di come ho sfigurato davanti al Maestro.

Durante la cena di celebrazione del Zèzo, mentre assaporavo la mia zuppa di patate e funghi l’attenzione degli altri gentiluomini par mio presenti al tavolo è stata attirata da un’altra patata.

– Secondo me è ungherese

Ha affermato il Zèzo.
Io ho alzato la testa per rispondere che, sì, la mia zuppa era proprio ungherese. Lo si poteva facilmente intuire dalla quantità di aglio. Insieme alla cipolla, è sempre presente in qualsiasi piatto. Forse anche nelle bevande, a vostra insaputa.

Poi mi sono accorto che guardavano tutti alla mia destra. Non erano quindi interessati alla mia zuppa ma a una ragazza che, al tavolo di fianco, cenava sola.

È noto che una donna sola in un luogo pubblico attiri l’attenzione, anzi, le donne girano di proposito da sole per attirare l’attenzione, anzi, le donne nascono donne per attirare l’attenzione.

Anche la mia attenzione è stata attirata da costei.
In primo luogo perché era a braccia scoperte e l’ho invidiata tanto.

Io, anche d’inverno, tendo a soffrire il caldo nei luoghi chiusi e starei sempre a mezze maniche. In ufficio, quando non mi presento in t-shirt, arrotolo le maniche della camicia tante volte sino a bloccarmi la circolazione negli avambracci. Quando diventano cianotici mi rendo conto di aver esagerato.

Eppure, alla cena, per darmi una parvenza di rispettabilità avevo una camicia coi polsini addirittura abbottonati. Soffrivo molto.


La camicia era ovviamente a quadrettini, perché l’uomo rispettabile è un tipo quadrato.


La seconda cosa che mi ha colpito della ragazza è sempre correlata alle sue braccia. Quando le ha alzate, ho notato il folto pelo delle sue ascelle che neanche Chewbacca.

Qualcuno inorridirà.
Io non ci trovo nulla di scandaloso.
È spaventoso un pelo nella zuppa, semmai, solo che i poteri forti distolgono la nostra attenzione verso presunti altri problemi per non far notare il pelo nel piatto.

Seguendo i consigli del Zèzo, uno dei presenti ha conversato un po’ con la ragazza. Il Maestro ha poi suggerito di chiederle il numero per invitarla a uscire il giorno successivo.

Il discepolo cui era rivolto il suggerimento ha declinato, dicendo di non sentirsela e invitando me invece a farlo:
– Fallo tu, dai

Accompagnando le parole con un ampio gesto della mano a indicare magnamini…magnamnit…magnamimini…grande generosità.


Ché poi, quando si descrive, se un gesto della mano non è ampio non è rilevante, un po’ come quando uno che parla deve schioccar la lingua per forza.


Al che ho replicato

– Non voglio e non posso. Inoltre, bisognerebbe vedere se lei è d’accordo
– Eeeh! (tutti in coro)
da intendersi come un “ma che dici”.

Il Maestro Zèzo ha anche aggiunto:
– Se fossi stato io…Mannaggia, qua ci stanno le figlie mie, non posso proprio fare niente…una volta c’era una in… (aneddoto storico sulle avventure del Maestro Zèzo a caso, in chiusura di ogni suo discorso ).

A casa ho poi riflettuto e ho dovuto ammettere di essermi meritato la sua riprovazione.

Mica quando avevo ordinato la zuppa di patate la cameriera ha detto “Bisogna vedere se la patata è d’accordo?”.

Purtroppo il Maestro domani parte e chissà quando avrò ancora occasione di seder al desco con lui.

Non è che per un focolare domestico serva legna da ardere

Buone nuove.
Non sono più un homeless. Mi sono insediato nella mia nuova stanza, di cui allego qualche testimonianza fotografica.

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Il simbolo della conquista di una nuova stanza è la camicia a quadri gettata sulla sedia.

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E così ampia che potrei montare un canestro da basket su una parete e organizzare tornei 3 vs 3. C’è pure il parquet.

Mi accompagna sempre il caro Jesus, perché, si sa, ci vuole un Jesus personale come dicevano i Depeche Mode.

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Notare la asettica semplicità di un arredamento IKEA.

Ho notato che qui a Budapest sembra essere tutto IKEA.

Ho notato anche altro. Che, ad esempio, in tutte le case che ho visto e compresa la cucina dell’ufficio, il mobiletto sopra il lavandino non ha lo scolapiatti.

Non esiste lo scolapasta.
Ho notato però in più case, compresa quella in cui ora vivo, la presenza di un oggetto cilindrico e bucherellato, che pensavo fosse appunto usato per quello scopo.

Ho scoperto poi che serve per metterci le posate ad asciugare.

Come avevo anticipato, avrò una coinquilina cinese.
Non è un soprano e credo abbia abitudini alimentari sobrie e parche. È già un buon punto di partenza.

Non ho ancora capito che opinione abbia di me.

La prima volta che ci siamo incrociati, mi ha guardato con un misto di preoccupazione e perplessità.

Quando ci incontrammo la seconda volta, per un caffè organizzato dalla proprietaria per darci modo di conoscerci, mi ascoltava rispondere alle sue domande con un’espressione del tipo “Non ce sto a capi’ un cazzo di quel che dici” o anche “Sì aspetta che mo me segno che nun me ne frega un cazzo”.


Per scelta stilistica, i pensieri di CC (coinquilina cinese) saranno espressi in romanesco.


Forse mi odia perché voleva la stanza grande, ma, dato che sono stato il primo a rispondere all’annuncio, la proprietaria ha dato precedenza a me.

La sua stanza è più piccolina e col letto su un soppalco.

Ieri, quando mi sono trasferito, lei mi ha chiesto se potesse dare un’occhiata alla mia stanza, esclamando poi “Aò, stanotte dormi come er Papa”.

Sapete, per un attimo ho pensato di proporle di scambiarci le stanze. Tanto il contratto non era stato ancora firmato e il suo andava anche modificato a causa di un errore.

A me in fondo non costava niente, anzi, avrei risparmiato 30 € di affitto mensili investibili poi in bagordi e trastulli.

Poi forse fa più per me una stanza piccolina. Sono un gatto, noi amiamo infilarci nei posti piccoli.

Per un attimo ci ho pensato.
Poi l’ho guardata e mi son detto “Nah, non ne vale la pena”.

Secondo me questo doveva essere uno di quegli eventi Sliding Doors che mettono la vita su due binari differenti. Se le avessi proposto di scambiare le stanze la nostra convivenza avrebbe preso un’altra strada, forse.
Adesso invece è possibile che tenti di uccidermi nel sonno.

Comunque sono contento. Ho trovato un posto che è in ottima posizione. A 30 mt ho tram, metro, taxi. Anche se credo mi asterrò dal prendere un tram con le lucine.

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Ho il supermercato sotto casa. C’è un sushettaro (da verificare), un greco e due kebabbari che ho visto frequentati da arabi, quindi presumo debbano essere buoni. C’è una farmacia a 50 mt e un H&M a 40.

Mi manca internet al momento, infatti adesso sto scroccando il wifi di uno Starbucks e credo farò lo stesso domani per seguire le partite del campionato.


Ma come, Gintoki, fai tanto l’anticonformista e poi vai da Starbucks?!
In assenza di meglio, perché no. Non ho problemi con Starbucks, ho problemi con gli starbucksminchia.


A proposito di H&M, ho già fatto i primi incauti acquisti. Volevo un pigiama e ho optato per questo abbinamento.


La maglietta di Topolino credo comunque non sia un pigiama ma venga venduta come t-shirt da esterno.


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Insomma, qualsiasi tipo di emergenza, alimentare, sanitaria, trasporti, camicie a quadri, può essere soddisfatta immantinente.

Il tutto spendendo un niente rispetto ai prezzi romani.

Eppur mi manca Roma.