Non è che al cittadino indignato basti una crema emolliente per calmare l’irritazione

Ho riprovato l’ebbrezza di andar dal barbiere e ho smesso di andare in giro con una coppola à la Peaky Blinders per nascondere un tentativo di taglio casalingo mal riuscito.


È bella la coppola ma non quando ci sono 30°.


Andare su prenotazione e non dover attendere un paio d’ore è certamente un’innovazione, ma qualcosa nel contesto è venuto a mancare: le presenze solite.

L’habitat del salone di un barbiere è stato, dai tempi antichi, il social network per eccellenza, dove la predominanza l’hanno sempre avuta i discorsi d’indignazione (magari più pacati ma pur sempre con quel dna di sdegno primigenio).


Prova ne è Per l’invalido, una celebre orazione di Lisia del V secolo a.C.; in questa, l’imputato, tra le varie accuse mossegli doveva difendersi dall’ospitare nella propria bottega (quella di un barbiere, per l’appunto) mascalzoni dediti a insolenze e cospirazioni verso il prossimo.


Io confesso di provare un piacere al limite del feticismo per i discorsi dell’uomo della strada, purché a piccole dosi e dal peso specifico contenuto. Potrei sembrare un po’ borioso e con la puzza sotto il naso – e probabilmente è così – ma il mio non è un esercizio di scherno e dileggio, quanto più un interesse viscerale di chi vuol conoscere e capire il mondo che lo circonda.

Mancandomi il contesto della barberia, durante questi tre mesi ho scoperto, su segnalazione di un amico, un gruppo facebook di indignati (il titolo della pagina precisa proprio che sono degli indignati) della mia città. Mi offre dei retroscena su una realtà nella quale io non mi sono mai integrato e che cerco di recuperare attraverso un’analisi dei contenuti veicolati attraverso lo strumento social.

A inizio quarantena ricordo il post di un cittadino che lamentava di essere uscito di casa per andare a fare la spesa e di aver visto troppe persone in fila al supermercato. Un altro ha risposto “Sì vero anche io, è uno scandalo”, un altro faceva eco “Anche io sono uscito e ho visto un sacco di gente ma cosa hanno da uscire” e così via finché qualcuno ha fatto notare che probabilmente si erano quindi visti tra di loro.

Qualche giorno fa, invece, una cittadina preoccupata postava la foto di un vespidae appoggiato contro la sua finestra, annunciando terrorizzata l’arrivo, anche nella nostra città, del terribile calabrone asiatico o vespa killer: il sindaco cosa fa? Perché non interviene?


Ogni inizio estate arriva la notizia della vespa killer, perché si sa che certe vespe fanno giri immensi e poi ritornano.


A parte qualcuno che faceva notare che al massimo era un comune calabrone, il vero genio è stato quello che ha commentato scrivendo Bravi fate bene proteggetevi: zanzariere di XXX a YYY (nome di città) tel. 000000. Marketing 1 – 0 Indignazione.

Molte poi in questa pagina le segnalazioni di disservizi: la TIM per cadute di linea, l’Enel per interruzioni energia elettrica, le Poste per il postino che sbaglia sempre buca delle lettere. Purtroppo queste aziende, per evidente codardia, ancora non hanno deciso di iscriversi alla pagina degli indignati e le denunce cadono nel vuoto.

Infine, il dibattito che mi ha illuminato: le piste ciclabili costruite per accaparrarsi i voti dei ciclisti.

Analisi del contesto: a fine 2019 è stata creata una pista ciclabile (anche spezzata) che fa il giro di un isolato. Lunghezza: 600 metri. Presenza di noi ciclisti (occasionali e regolari) in città: insignificante. Per dar l’idea, in base al principio Gallera occorrerebbero due ciclisti per formarne uno.


Il principio Gallera è quel fenomeno fisico per cui, per esempio, se metto vicine sul fuoco due pentole d’acqua quando la temperatura di entrambe sarà a 50° potrò dire che la temperatura dell’acqua sarà 100.

 


Però a quanto pare qualcuno ha il timore che una segreta lobby del pedale stia tramando per mettere le mani sulla città.

E secondo me hanno ragione. Ho visto le città europee cosiddette bike friendly: Berlino, Copenaghen, Utrecht e così via. I ciclisti, da noi esemplari timidi e timorati, lì sono sciami sfreccianti che travolgono tutto e tutti. Le strade appartengono a loro, non frenano mai ma scampanellano per terrorizzare come fossero tanti Hector Salamanca.

La verità è che ogni popolo oppresso si trasforma in oppressore: per questo la lobby del pedale fa paura, perché la storia è destinata a ripetersi.

Indignate, gente, indignate.

Non è devi per forza essere un banchiere per dare credito alle persone

Fidarsi è sempre una questione complessa. Immagino la gestione della fiducia nel prossimo come un mixer con tanti cursori legati a diverse situazioni e individui. Tenere i livelli tutti al massimo non va bene, così come tenerli tutti abbassati neanche. Nel mezzo, ognuno di noi equalizza il proprio orientamento all’altro concedendo più volume a qualcuno e meno a qualcun altro.

Io ad esempio ho delle categorie di persone di cui a pelle sento di diffidare o di dar poco credito.

  • Quelle che si chiamano Valentina e che su fb si registrano come Va Lentina. Non fa ridere più neanche alle scuole elementari.
  • I coach motivazionali.
  • Gli esperti di Risorse Umane che scrivono strategie in 5/10/20 mosse per trovare di sicuro lavoro.
  • I fan dei Dream Theater.
  • Quelli che non ti conoscono e a un tuo problema non esitano a proporti e/o suggerirti rimedi tratti dall’oroscopo, da una dieta olistico-natural-organic, dall’interpretazione del fegato di pecora.
  • Quelli che in ogni frase devono mettere qualche termine inglese, you know?.
  • Quelli che si fanno una foto con gli occhiali da sole al volante.
  • I fan dei Dream Theater.
  • Quelli che non vedono l’ora di cooptare gli altri nella loro associazione/comunità/movimento.
  • Quelli che ti stringono la mano e ti lasciano l’impronta del profumo o del dopobarba nel palmo che poi ti resta per tutto il giorno.
  • Quelli che lasciano il cornicione della pizza. A meno che l’impasto e la cottura non siano fatti così male che a quel punto mangiarlo è difficile.
  • Questo non riguarda persone, ma se una merce da uno scaffale del supermercato viene riposta da qualcuno e a me serve quel prodotto, evito di prendere quella stessa confezione che ho visto posare. Magari è perfettamente integra, magari il cibo non è scaduto, magari non ha nulla che non va ed è semplicemente stata riposta perché il tizio è stato appena chiamato dalla moglie che gli ha detto «Lascia perdere il pacco di cetriolini, mi ha chiamato il mio psico-naturopata olistico e ha detto che devo evitare cibi dalla forma fallica», ma io non mi fido perché se fosse stata posata per qualche motivo grave di cui non mi accorgo?
  • E i fan dei Dream Theater.

Beninteso, alla fine tutto questo elenco è un insieme di generalizzazioni dentro le quali può ricadere chiunque; poi è invece bello vincere i propri meccanismi automatici – ognuno di noi ogni giorno si orienta e compie scelte basate su giudizi e impressioni – e scoprire che si riesce sempre a fare quel passo in più. C’è un’interessante attività scolastica per parlare coi ragazzi di stereotipi e pregiudizi e che consiste nel mostrare loro delle foto e chiedere di immaginare chi siano le persone ritratte, che cosa fanno nella vita, cosa pensano del loro aspetto. Poi se ne parla, rivelando anche la storia delle persone raffigurate (e magari si scopre di scambiare per un clochard un Premio Nobel) un esercizio che tornerebbe utile anche agli adulti, di cui si pensa invece che siano già “educati”.


Non è che ti serva un’asticella sotto cui passare per trovarti nel limbo

Leggo, guardo serie tv, qualche film.

Non è il menù da isolamento. Questo è quel che faccio di solito. Ne ho solo incrementato le ore dedicate.

Mi sembra di stare in uno strano limbo, e non per le misure di sicurezza.


È ancora di moda il limbo (il ballo, in questo caso)? Ricordo fosse il mio incubo alla festa delle medie.


Un mese fa circa, il 18 febbraio, sono tornato a casa. Non per l’emergenza, anche perché in Italia in quel momento non erano ancora segnalati casi (mancavano 3 giorni prima che in laboratorio venisse scoperta la particella Codogno). Avevo pensato sarebbe stata una sosta ma col passare dei giorni mi è stato sempre più chiaro che si sarebbe tradotta in una permanenza.

Mi ricordo di un tizio che era di fianco a me mentre attendevo il treno e che poi è salito nel mio stesso vagone. Portava con se 3 trolley, più un borsone lungo un metro e mezzo a tracolla. Avevo pensato di dargli una mano per caricare sul treno, poi ho visto che era stato sgarbato con una signora e ho rimesso il mio proposito nell’armadio delle buone azioni da compiere.

Scelgo di compiere i miei gesti altruistici in base a una valutazione meritocratica personale. Credo sia un po’ complesso della divinità.

Milano in questo momento mi sembra così lontana e rarefatta. Mi capita a volte di ripensare a delle esperienze che ho fatto come se fossero cose che ho soltanto immaginato.

Stanotte ho sognato che ero in Islanda. In realtà nel sogno ero in un supermercato islandese in cerca di qualcosa per un pranzo veloce.

Ci sono stato neanche 2 anni fa – in Islanda, dico. Ma anche nei supermercati islandesi – e ora mi sembra tutto così lattiginoso come un banco di nebbia, come se l’avessi soltanto sognato.

A gennaio si era rivista la nebbia a Milano. Uscivo la mattina di casa in bici e tornavo la sera senza vedere nulla intorno a me. Secondo la teoria di una tizia nella piscina dove andavo il ritorno della nebbia era buon segno perché voleva dire che era diminuito l’inquinamento. Io credo che funzioni al contrario ma non ritenni di dover intervenire, per preservare il suo libero arbitrio in materia (sempre la questione del sentirsi divinità).

Venerdì sera ho seguito il tutorial di Zerocalcare (min. 1:14:00) a Propaganda Live su come disegnare l’armadillo. Ieri sera ci ho provato e mi è riuscito abbastanza decente:

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Ho provato a rifarlo e non mi riesce più. Forse ho esaurito il mio bonus di tentativi. O forse li avevo soltanto sognati.

Disco ascoltato oggi:

Non è che ti serva il battipanni per sbattere le palpebre

I bambini molto piccoli richiedono una sorveglianza costante, tal che nella frazione di secondo in cui sbatti le palpebre possono combinare qualche guaio o farsi del male.

Mi fanno venire in mente uno dei nemici del Doctor Who, gli Angeli Piangenti. Sono esseri dalle sembianze di statue di angeli, finché sono osservati da qualcuno. Basta distrarsi, spegnere la luce o anche solo *blink* sbattere le palpebre che loro prendono vita e ti assalgono.

Ne sa qualcosa Madre che, quando avevo tre anni, nel tempo in cui si girò verso la cucina per spegnere il fornello io ebbi l’idea brillante di salire sul divano e poi tuffarmici da sopra come Tania Cagnotto, atterrando di faccia sul pavimento di marmo e spaccandomi tutti i denti frontali. Coefficiente di difficoltà del tuffo: doloroso.

Madre lavora in un asilo nido e ogni giorno per lei e le sue colleghe è una lotta per evitare che guai simili accadano. Lavorare in un contesto simile richiede monitoraggio costante ma è molto difficile e a volte qualche spiacevole episodio purtroppo si verifica. Un giorno un bimbo è tornato a casa con un graffio su un braccio e i genitori se ne sono lamentati. La Coordinatrice, non so se col dovuto tatto o meno, ha fatto notare che il pargolo è parecchio irrequieto e pur sotto stretta sorveglianza è capace di arrecarsi delle escoriazioni. Loro non volevano crederci. Poi, un giorno, si è presentato all’asilo col braccio ingessato perché a casa, in un momento di distrazione del padre, lui è salito sul tavolo e si è tuffato da lì (la propensione per i tuffi verso il pavimento da parte dei piccoli è evidente). Il padre ha poi detto alla coordinatrice che, in effetti, il pargolo è una peste.

L’altro giorno invece è successo un fatto increscioso: una bambina ha ricevuto un morso sulla guancia da un altro bambino.

Il padre ha pubblicato sul gruppo Whatsapp dei “genitori informati” la foto della bambina con il segno del morso.

Le reazioni sono state del tipo (è tutto vero):

È uno scandalo
Chissà cosa fanno invece di lavorare, io ne ho vista una fuori col telefono in mano (sì, era nella sua pausa)
Ci vorrebbe Striscia la Notizia (ma anche Le Iene e Cruciani, sennò a loro chi ci pensa?)
Il Sindaco cosa fa? (non la tata, evidentemente)
Divulghiamo su fb (ottima idea mettere la foto di un minore su fb)

Va bene tutta l’irritazione dei genitori e le rimostranze verso un luogo che dovrebbe essere sicuro per i propri figli. Sollevare indignazione online e far agitare forconi a caso, direi un po’ meno. Però visto che ormai si gira col telefono in tasca come fosse una pistola nella fondina e siccome non voglio rimanere indietro, ho ripensato a tutte quelle situazioni in cui avrei potuto agire diversamente e ho deciso di allinearmi ai tempi. Ho quindi buttato giù una lista di indicazioni che possono essere utili per

SFRUTTARE A DOVERE GLI STRUMENTI SOCIAL PER FARE DENUNCIA SOCIALE

Situazione 1: Quella volta che al supermercato vidi un pacco di tortellini scaduto il giorno prima sepolto in mezzo agli altri (che invece erano freschi). Io richiamai l’attenzione di un addetto per farlo rimuovere. Cosa avrei dovuto fare: Pubblicare una foto su fb titolandola GUARDATE COSA CI DANNO DA MANGIARE e ce lo fanno pure pagare, aggiungendo che invece ai migranti nei centri di accoglienza danno cibo non scaduto gratis (Il migrante va forte e piace al pubblico).

Situazione 2: Quella volta che un signore mi ha invitato a non parcheggiare l’auto del car sharing lungo delle strisce per residenti e io non ricordavo bene che invece al car sharing è permesso sostare anche lì e allora me ne sono andato. Cosa avrei dovuto fare: Diffondere su Whatsapp la foto di questo signore (magari con nome e cognome se fossi riuscito a farmelo rilasciare), nel gruppo “Segnalazioni amici dei poteri forti”, evidenziando che invece ai politici che girano nelle auto blu costui non dice niente, anzi, magari li vota pure! (Il politico pure se è un vecchio tema ci sta sempre bene).

Situazione 3: Il salumiere che quando gli chiedi un etto di salumi lui ti fa magari 110 grammi e gli dici di lasciare. Cosa avrei dovuto fare: Una bella segnalazione a Le Iene, contro la lobby dei salumieri che in un anno, a forza di grammi aggiunti, chissà quanto denaro ci sottrae dalle nostre tasche. Li vadano a stanare bloccandoli per strada e inseguendoli perché non rispondono a domande del tipo “Ma quando la sciura vi chiede del prosciutto ma Quello buono voi gli date veramente Quello buono? (Bisogna pur dare lavoro a Le Iene).

Situazione 4: Giusto ieri sera ero in un locale e una tizia, in stato vagamente allucinatorio, inizia a danzarmi di fianco o forse a mimarmi un affresco Egizio (le sue movenze mi lasciavano perplesso). Prima mi urta col gomito, poi mi sfiora con la mano, io la ignoro e lei se ne va. Dopo un po’ ritorna, si avvicina Egizieggiando e mi fa “Ti vedo molto concentrato”. La mia faccia è stata Eh? e lei ha fatto “Scusa, non volevo disturbarti”. E se ne è andata. Cosa avrei dovuto fare: A questo punto avrete capito, ovviamente un video da diffondere online commentando “Guardate questa generazione di tossici poi si lamentano che non c’è lavoro ma quale lavoro se pensano solo a divertirsi e poi fanno le femministe e vanno nei locali a insidiare i maschi, povera Italia!” (Un povera Italia innanzitutto non si deve negare mai, inoltre la combo-polemica giovani che pensano a divertirsi+donne che escono per approcciare uomini è una miscela esplosiva, da usare con cautela).

Spero quindi con questi esempi di aver dato valide indicazioni per permettervi, da oggi, di poter diventare dei veri denunciatori da social.

E se non denunciate, vi denuncio io perché è uno scandalo!

Non è che puoi mettere in freezer i tuoi impegni per rispettare le scadenze

La spesa è un’attività a gestione complicata. Almeno per me. Non sono mai riuscito ad arrivare al livello pro di quelli che riescono, costantemente, a fare uno spesone grande per rifornirsi del necessario. A volte mi riesce, altre no e mi sono trovato certe volte ad andare tutti i giorni al supermercato perché mi mancava sempre qualcosa.

I motivi sono diversi. Il primo è legato alle capacità di stoccaggio delle case in cui ho abitato, compreso questa attuale. O avevo frigoriferi e dispense poco capiente, o comunque spazi di condivisione ridotti.

La seconda questione è legata alle dimensioni della sporta che mi porto dietro, quindi la spesa va misurata su quelle dimensioni (un cesto da supermercato per intenderci). Il carrellino da signora l’ho sempre guardato a una certa distanza, anche se, debbo dire, ne ho visti alcuni di recente che hanno un design alquanto moderno e giovanile e non più quella fantasia tartan da giacchetta del nonno di quelle che se ti strusciava addosso diventavi carico di energia elettrostatica e davi la scossa al gatto.

Le liste non le seguo, anche se ho sempre una serie di cose che non devono mancare mai (es., materiale per colazione, contorni), il resto varia in base alla fantasia e al periodo del mese (es., primo del mese = sushi e pesce in generale, fine mese = gallette di riso).

L’altro problema legato alla spesa è quello della conservazione: se compri una cosa fresca poi per due giorni devi mangiare solo quella per finirla perché ovviamente sei da solo. Basta una sera in cui esco, invitato all’ultimo momento, e il calendario alimenti deperibili salta così come il mio regime alimentare. Io infatti seguo la dieta delle scadenze. Non garantisco che si perda peso ma la sfida del cercare di non arrivare a quel momento di brivido nell’aprire il frigo e scoprire che ci si era dimenticati di far fuori qualcosa è un buon allenamento psicoattitudinale.


La questione sulla conservazione cibi ha delle soluzioni, tipo il congelamento o il cucinare le cose e poi farne porzioni da congelare. L’ho fatto per un periodo, il limite è costituito sempre dalle capacità di stoccaggio e dalla disponibilità dei tupperware che anche stasera mi sono dimenticato di comprare, ecco cosa ero uscito a fare.

 


Non è che il muratore ami scrivere note in calce

Un’associazione animalista, di cui non farò il nome, in calce alle proprie domande di lavoro scrive che seleziona i collaboratori “esclusivamente sulla base delle competenze professionali, indipendentemente da elementi relativi a provenienza culturale, genere, orientamento sessuale.”.

Nello stesso annuncio però c’è scritto: “A parità di competenze costituisce titolo preferenziale la scelta vegana”.

Beninteso, trovo del tutto logico che un ente o un’associazione a vocazione fortemente etica ricerchi una certa coerenza tra la propria mission e la visione morale della persona.

Insomma, sarebbe credibile Valentino Rossi testimonial del club “Tutti a piedi spegniamo i motori”?

Detto questo vorrei capire come si concilia la scelta alimentare con la selezione “esclusivamente professionale” e da quando il cibo rappresenta una competenza professionale.

Ma dato che l’associazione non è mia, non discuto e più che altro mi chiedo come facciano poi ad appurare questa scelta.

Così ho pensato a Metodi per identificare a tradimento un falso vegano in un colloquio di lavoro (partendo dall’assunto che magari qualcuno potrebbe a parole dirsi votato al veganesimo totale per avere il posto di lavoro):

– Durante il colloquio di gruppo viene lanciata sul tavolo una bistecca alla fiorentina: chi la afferra è fuori;
– Il candidato potrebbe tradirsi utilizzando espressioni come “Tutto fumo e niente arrosto”, “Mettere troppa carne sul fuoco”, “Gallina vecchia fa buon brodo”;
– Al candidato verrà porto un foglio facendo in modo che si tagli con la carta: se sugge il sangue dalla ferita è scartato;
– Il candidato verrà invitato a un colloquio a pranzo nell’hamburgheria di Giorgione lo scuoiapelli;
– Il candidato dovrà visionare e poi commentare, con la dovuta proprietà di analisi, Hannibal o, in alternativa a scelta, Bambola di Bigas Luna con focus sulle “scene alimentari” della grande attrice mondiale Valeria Marini;
– Controllare se il candidato fa abbastanza di frequente notare, gratuitamente e non richiesto, di essere vegano;
– Fargli la battuta “E perché allora la lattuga non soffre???”: se sbuffa è vegano, se ride è eliminato;
– Mandarlo al supermercato a fare la spesa e controllare se legge le etichette alla ricerca di un fantomatico colorante ricavato dalle coccinelle.

 

Non è che sei un poeta solo perché ti piace fare versi

Che ce frega de Elena Ferrante noi c’avemo Lira Trap!

Con questo coro sono stato accolto da un gruppo di esagitati che mi hanno fermato per strada; il fenomeno Lira Trap sta diventando virale e prendendo piede, a testimonianza del fatto che la Trap con la sua transizionalità seminale sta facendo breccia nei cuori della gente. E sappiate che non è facile, perché la gente attualmente si indigna o si commuove sull’internetto ma difficilmente si lascia brecciare.

Alcuni muscoli cardiaci son stati trafitti dalle opere che hanno letto su queste pagine e i loro proprietari mi hanno lasciato bigliettini d’amore che non so a chi recapitare, visto che la scrittrice è più schiva di Thomas Pynchon. E se non sapete chi è Thomas Pynchon è perché si è sempre nascosto molto bene.

Ma Lira Trap si nasconde ancor meglio!

E a tal proposito vorrei invitare tutti a non scrivermi, a non chiedermi informazioni, a non accusarmi di volerla tenere solo per me, perché io DI LIRA TRAP NON SO UN BEL NIENTE.

A parte poche informazioni sparse, di lei ho solo questa Polaroid rivenuta in un rotolo di carta igienica in un bagno pubblico di Oderzo (provincia di TeleVisione).

Quest’oggi ho per voi un altro scritto da proporre. Il come l’ho rinvenuto è davvero incredibile.

L’altro giorno sono andato al supermercato a comprare un pacco di carta igienica e il cassiere mentre passava il prodotto sul lettore ha detto che quello lì non andava bene, il codice era errato. Così mi ha dato un altro pacco.

Quale è stata la mia sorpresa, nello spacchettarlo, nel notare che uno dei rotoli all’interno era vergato a mano. E a mano c’era anche disegnata una verga. Una doppia vergatura.

Era un altro componimento di Lira Trap! Non so come abbia convinto il cassiere a questo scambio e come faccia a sapere quali supermercati frequento, ma comunque è arrivata a me.

Il frammento che propongo stavolta non è un racconto ma una poesia, prova della versatilità della nostra scrittrice che non teme di mettersi alla prova anche con i versi e che vuole realmente porsi come nuova colonna fecale della letteratura italiana.

Ancora una volta faccio presente che riporto in modo fedele il testo così come è scritto sulla carta.

Tu ti muovi dentro di me

Mi ai presa

sorpresa

ora giacio qui

tesa

spasmi ke provochi

mi piegano in avanti

gemo sul letto

fuggo e mi riagguanti

ti sento lungo il retto

il mio culo ha tanta fretta

grido

fin chè non finirà

a grandi spruzzate

oh maledetta

colite.

Lira Trap

Un componimento commovente. Non c’è altro da dire.

Non è che il fruttivendolo non abbia più argomenti perché è alla frutta

Volevo condividere un fenomeno strano che mi accade.

Prima di acquistare della frutta al supermercato la sottopongo sempre  a un accurato controllo degno di un NAS (Nobile Amante del Saccarosio) volto ad accertarne l’integrità. Il tempo di arrivare a casa, però, e la trovo già in stato di decadimento psico-fisico.

Da notare che vivo a 200 metri da un supermercato, 800 da un altro: per arrivare a casa intendo quindi casa di qui, Budapest, non casa giù a Napoli; un tragitto lungo che invece giustificherebbe il decadimento fruttario ma che non ho mai tentato, non volendo aver problemi ai controlli all’aeroporto ed esser accusato di esportazione/importazione illegale di frutta, cosa che mi costringerebbe poi a trovar un buon avocado.

Ho elaborato alcune ipotesi.

1) Viviamo in un mondo insalubre, permeato da aria mefitica e irradiato da influssi venefici. Essendo la frutta più sensibile a tale malignità, finisce per risentirne molto più in fretta degli esseri viventi. I supermercati sono luoghi – come pochi in giro – ben protetti da tali radiazioni. Ci si sta bene all’interno: prova è che la gente vi passa molto tempo, anche quando vi entra per comprare soltanto mezza cipolla rinsecchita per un frugale soffritto.

Alla fine ne uscirà invece dopo un’ora col carrello pieno di tutto, tranne che della cipolla, per avere una scusa valida per tornare in un così bel posto e godere del suo benefico fattore protettivo (che, come ho detto all’inizio, protegge la frutta dal deperimento istantaneo).

2) La frutta è vittima della stessa sorte dei pesci rossi che da bambini si acquistavano al mercato: in perfetta salute nella vasca fetida di un losco individuo ma che una volta a casa erano pronti per il loro viaggio senza ritorno giù lungo lo scarico del water.

L’esperienza del pesce rosso comportava costi economici ed emotivi alla famiglia e vantaggi al losco trafficante e forse anche ai pesci stessi, che fingevano la loro dipartita per acquisire la libertà; quindi oggi negli scarichi potrebbero vivere gang di enormi pesci rossi, che hai contribuito a creare fornendo loro in pratica un servizio taxi, il che, come la gente impara sull’internet, ti qualificherebbe come una ONG che sta distruggendo Uber.

3) La frutta è programmata per autodistruggersi perché contiene messaggi che spie (nemiche? Amiche?) si stanno scambiando, il che metterebbe te, ignaro acquirente, al centro di un traffico internazionale di informazioni con gravi rischi per la tua incolumità.

4) Si tratta di frutta-soldato, con preparazione militaresca. Quindi, ad esempio, la pera…marcia.

5) La quinta ipotesi, che mi sembra la meno probabile ma che qui cito solo per rigore scientifico (anche se sto cercando di abbandonare tali manie da professorone perché, come mi insegnano, la vera cultura è la vita, infatti ha anche fondato una Università prestigiosa) è che la frutta che vendono sia una vera merda.

Fornirò ulteriori aggiornamenti nel caso io riesca a venire a capo di questa angosciosa e inquietante questione.

Foto di repertorio non mio (non ho repertori di frutta nel mio repertorio)

Non è che con le temperature sottozero reciti aforismi per incrementare “le massime”

Dopo aver passato una settimana con le massime a -8, quando negli ultimi giorni le temperature sono risalite sino a +1/+2 ho iniziato ad avvertire caldo. Sul serio, a un certo punto ho creduto di sudare. In realtà stavo sudando freddo perché la neve caduta si era ghiacciata e camminarci su genera qualche apprensione.

L’inverno crea disagi. Se però parliamo sempre del disagio finiamo col vivere in uno stato di maggior disagio.

Vorrei elencare quindi una serie di motivi per cui vedere l’inverno con una diversa prospettiva:

  • Appena vi sedete apparirà un gatto sulla vostra pancia per tenere caldi i pasti nel vostro stomaco (si sa che il cibo freddo può far male all’intestino, il gatto, quindi, premuroso evita ciò).
  • Non fa caldo. E può sembrare un’ovvietà, ma salire le scale della metro e arrivare al lavoro senza sembrare che ti abbiano fatto un gavettone è una cosa positiva. Anche perché poi desidereresti sul serio un gavettone, ma nessuno te lo concede.
  • Si può bere la cioccolata calda. Nulla vieta di farlo in estate, solo che poi mi sa che si muore. Nel vero senso della parola, controllate sulla bustina di Ciobar e c’è scritto in caratteri minuscoli “Può causare morte se assunto d’estate”.
  • I telegiornali tormenteranno come sempre il pubblico parlando dei disagi causati dal clima, ma quantomeno non diranno di mangiare frutta e verdura come accade in estate.
  • I telegiornali non mostreranno gente coi piedi nelle fontane. Magari c’è chi pattina in una fontana, ma potete sempre sperare che poi cada e si rompa una gamba.
  • Sedersi sulla tazza ghiacciata di primo mattino aiuta a svegliarsi e arrivare scoglionati pimpanti al lavoro.

    A meno che non siate in Giappone e non abbiate la tazza con l’asse autoriscaldante.


  • Si beve volentieri alcool con la scusa di doversi riscaldare.

    In realtà è una leggenda metropolitana, la struttura dei nostri corpi non è adatta a essere riscaldata dall’alcool, ma questo non lo sappiamo e quindi voliamo lo stesso.


  • Il freddo favorisce la socialità e la gente si abbraccia in cerca di calore. Certo c’è poi una controindicazione che è quella dei piedi freddi sotto le lenzuola, ma è un effetto collaterale della socialità: siate grati di avere qualcuno sotto le lenzuola!
  • Nel tragitto dal supermercato a casa i surgelati non si scongelano e il cibo fresco non va a male. Una volta, a luglio, comprai delle banane verdi. Arrivai a casa dopo un quarto d’ora e le trovai nere.
  • Si può svuotare il frigo per pulirlo senza che il suo contenuto marcisca all’esterno.
  • Avendo più indumenti addosso si hanno anche più tasche per riporre le cose. Forse per una donna può essere irrilevante, ma per uomini senza borsa (al massimo uomini col borsello come cantavano gli Elio) è importante. D’estate è un dramma riporre chiavi, telefono e via dicendo. Una volta comprai dei bermuda senza tasche posteriori. Non sapevo dove mettere il portafoglio, se non nei boxer. Un’altra volta invece comprai dei bermuda monotasca: in pratica c’era un unico tascone che univa le due tasche laterali, correndo lungo il posteriore.

    Non so perché li comprai, in negozio sembravano belli: è quell’incantesimo che porta a credere belli i vestiti visti in negozio mentre poi a casa si trasformano in una zucca trainata da ratti.


    Una volta indossati, misi le chiavi in tasca e quando andai a sedermi me le trovai nel didietro e fu lì che persi la verginità. In inverno non sarebbe successo perché avrei avuto altre tasche a disposizione.

Spero questa breve lista possa aiutare a rivalutare l’inverno. Altrimenti potete sempre stamparla e darle fuoco e sarà stata comunque utile per alleviare il disagio.

Un gatto delle nevi mentre compie il proprio lavoro di scavo della neve

Un gatto delle nevi mentre compie il proprio lavoro di scavo della neve

Non è che per giocare a polo devi spegnere il riscaldamento

Il ritorno al lavoro dopo un periodo di ferie è un evento traumatico, in genere. È una sveglia del lunedì mattina moltiplicata in modo esponenziale.
È una cefalea pulsante.
È un programma televisivo pomeridiano dove una donna racconta di essersi ripresa da una sbronza dopo che le è apparso Paolo Brosio e il pubblico inquadrato si commuove e fa anche l’espressione di chi non si accorge di essere inquadrato.

Per me non è così.

Sono il tipo di individuo che, sin dai tempi delle scuole elementari, vive il rientro con positiva agitazione.

Nei giorni precedenti avverto tristezza per la fine delle vacanze, ma quando è il mattino del ritorno al dovere mi ritrovo invece piacevolmente ansioso di ricominciare, rivedere persone note con cui condividere esperienze, scoprire le novità che il nuovo inizio porta.

Tale fanciullesco entusiasmo si è poi ogni volta rivelato effimero. Durava il tempo necessario per tornare a odiare le persone note e le esperienze color marrone che le riguardavano. Senza considerare che le uniche novità che la vita offre si trovano al massimo nel volantino di un supermercato che deve liberarsi dalle eccedenze di magazzino spacciandole per nuove offerte.

Durante il periodo della scuola, il ritorno dopo le vacanze di Natale significava fare i conti con i termosifoni che non funzionavano a dovere, essendo stati spenti per due settimane. È ciò che sta accadendo anche in questi giorni in vari istituti lungo lo Stivale. È bello vedere una continuità storica tra le generazioni.

Quando ero a scuola io però nessuno mai ha sollevato polveroni per il fatto che in classe eravamo costretti a stare col cappotto.
Anche perché probabilmente visti i nostri edifici sarebbero stati polveroni di amianto e non era il caso quindi di sollevarli.

Alle elementari per esorcizzare il gelido periodo alcuni di noi inventarono “La Banda FBI”, con un arzigogolato collegamento logico.

Si sa che gli investigatori vanno in giro sempre in cappotto o impermeabile anche a Ferragosto. Tanto per loro poco cambia perché in qualsiasi periodo dell’anno c’è buio e/o pioggia e/o freddo. Ebbene, noi che indossavamo il giaccone in classe e nei corridoi eravamo quindi come dei detective.


È un po’ come dire che mettendosi una boccia di vetro in testa si è un astronauta. E solo ora realizzo che questa sarebbe stata un’idea più divertente di quella dei detective.


Domanda: ma se tutti indossano giacconi e cappotti cosa rendeva degni di appartenere “all’FBI” solo alcuni?

La simpatia.

Una delle regole non scritte del mondo infantile è che qualsiasi decisione viene presa democraticamente a simpatia. Se piaci sei dentro, se non piaci sei fuori. Insomma, le giurie popolari non le hanno inventate mica gli adulti.

E io piacevo o no?

Io a dire il vero sono sempre stato “un tipo” e quindi andava come capitava.
Alle volte ero dentro, altre volte ero fuori.

Ironia della sorte quando crescendo si è cominciato a parlare di ragazze mi sono sentito anche io, come tanti, dire “Sei simpatico, ma…” al che ho replicato “Allora se ti sto simpatico formiamo una banda!” ma lei mi ha guardato strano ed è fuggita.


Per la cronaca, fui “dentro” l’FBI, ma solo perché avevo un bel giaccone che aveva anche uno stemma sul petto all’altezza del cuore che sembrava tanto un distintivo. Ebbi quindi il dubbio che non fossi io quello simpatico alla banda, ma il mio giaccone, e provai un sentimento di rancorosa invidia.


 

Non è che il fornaio debba esporre il cartello “Attenti al pane”

Ho comprato un dado di burro al supermercato, ma giunto a casa ho scoperto di aver preso del lievito.

Com’è possibile confondersi? Allego foto del reperto, per dimostrare che non si può dedurre dal suo aspetto cosa sia.

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Che poi non è manco un dado ma un parallelepipedo

Mi son chiesto cosa potessi farci. Dei dolci, probabilmente. Se imparassi a farli.
Oppure del pane.

Mi sono ricordato di quando da piccolo aiutavo i miei nonni a fare il pane, nel forno a legna di casa. Era una produzione per consumo casalingo, nell’ottica di un autarchismo tipico delle famiglie di un tempo, che in casa preparavano conserve, vino e quant’altro.

Il mio contributo, importantissimo, consisteva nel setacciare la farina. Dopo l’arduo compito, mi ritenevo in diritto di prendere di mira una forma di pane appena sfornato e, col dito, scavarne l’interno da un lato più morbido per rubarne la mollica ancora calda. Spesso dell’intervento stile “Banda del buco” gli altri se ne accorgevano soltanto una volta a tavola.

Nel forno a legna non si cuoceva soltanto il pane. Trovavano posto anche pizze preparate con lo stesso impasto, qualche pietanza, buoi muschiati, taralli dolci. Anche questi ultimi, non appena sfornati, erano oggetto dei miei furti. Che poi il tarallo dà il meglio di sé quando si raffredda, mentre appena uscito dal forno è ancora morbido dentro e si rompe. Il compiacimento del mio gesto risiedeva però proprio nell’atto arraffatorio stesso, nel mettere le mani per primo sul prodotto del forno e andare in shock glicemico annusando gli odori che provenivano dal suo interno.

Ora quel forno è in disuso da molti anni, ormai. Lì dentro ci vive un gatto. E ogni volta mi genera equivoci dire “Ho un gatto nel forno”.

Quando mi perdo in simili ricordi mi sembra di invecchiare.
Anche perché è un attimo poi che scatti il pensiero “Ma che ne sanno i bambini di oggi, con l’Ipad in mano che non sanno nemmeno come sia fatta una gallina”.

Le galline puzzano. E io ho passato pomeriggi a lavarmi le suole delle scarpe perché ogni volta che il pallone finiva nel loro recinto dovevo andare a recuperarlo.


A nulla serviva saltellare come un soldato che prova a scansare le mine antiuomo.


Almeno l’Ipad non sporca!

Non è che un elettricista diventi portiere di calcio solo perché ha una buona presa

Sono rassegnato all’idea che quando preparo la valigia dimentico sempre qualcosa.
È inutile fare una lista: nel compilarla, anche in quel caso finisco col lasciar fuori delle cose. Ci vorrebbe una lista per scrivere la lista.

Arrivato a Budapest ho realizzato di aver lasciato a casa l’adattatore per il portatile.
La spina ha tre pirulli e qui – come in gran parte del mondo – le prese elettriche han due soli buchi. Ogni volta che viaggio mi ritrovo a doverne comprare uno, che poi dimenticherò per il viaggio successivo. In un cassetto ne ho una collezione da tutto il mondo. Un giorno, quando ne avrò un gran numero, vorrei esporli in una galleria d’arte. Titolo dell’opera: L’inadattabilità del viaggiatore.

Oggi, dopo mezza giornata di cammino, alle sneaker si è spaccata la suola. Il suolo ungherese dev’essere più tosto di quello italiano.

Mi sono fermato al supermercato dove andavo sempre, per comprare alcuni generi di prima necessità come il dentifricio. Ho ritrovato una vecchia amica: la cassiera più lenta del mondo. Prende ogni singolo pezzo con fare ieratico, lo passa sullo scanner, poi, sempre tenendolo tra le due mani lo solleva e lo guarda prima di lasciarlo scorrere via sempre con lenta sacralità.

Ho visto un monolocale che aveva le cose essenziali a posto ma puzzava di muffa. Quando ho chiesto al proprietario se fosse umido l’ambiente lui ha risposto “No, affatto”.


D’altro canto cosa poteva dire? È come la sciura che va dal salumiere e chiede del prosciutto, ma “di quello buono”. Come se il salumiere potesse rispondere “Guardi, io volevo darle questo qui che è proprio una merda, sa?”.


Ho anche delle buone sensazioni, in ogni caso.
Sono stato accolto al mio arrivo da un gradevole autunno. La città sembra avere un aspetto diverso in questo periodo. Ricordo quando sbarcai qui l’anno scorso, scaraventato dall’aereo nel mezzo del nevischio nel gate poveracci.
Anche questa volta ero nel gate poveracci ma almeno senza nevischio.

Questa mattina alla stazione Tiburtina in attesa di andare all’aeroporto ho invece compiuto una buona azione. Ho aiutato un cinese a comprare un biglietto alla macchinetta, perché lui non ci riusciva. Aveva anche tentato con tutti gli apparecchi disponibili, impostandoli in cinese. Forse pensava che cambiassero?
Dopo che ho compiuto per lui l’operazione, voleva darmi una mancetta di due euro, che ho rifiutato imbarazzato.

Mi sono poi pentito quando volevo acquistare una bottiglia d’acqua ma non avevo spiccioli, così ho cambiato un “venti” e sono stato ripagato con tante monete di resto che mi hanno fatto male sotto al culo quando mi ci son seduto sopra. Il cinese forse aveva visto nel futuro.