Non è che il tennista meteorologo sia esperto in rovesci di pioggia

Nella puntata precedente avevo raccontato di uno pseudo apprezzamento ricevuto da due tizie reduci da Oxford.

Oggi sono ripassato per la stessa strada e mi sono trovato di nuovo davanti le stesse due fomentatrici di adenoidi. Quando le ho superate, una delle due mi ha fischiato un fiuu fiuu – era più o meno così, scusate ma non so fischiare – alle spalle.

In realtà non so se ce l’avesse proprio con me ma comunque ho accelerato il passo.

Ho visto che lavorano in uno studio di tatuaggi. Tatuaggi brutti e tamarri, a giudicare dalle foto esposte e dalle decorazioni corporee delle due Naiadi.

È da un po’ di tempo che camminando per strada mi sento come un clown e di attirare l’attenzione. A tratti ho l’impressione di dimenticarmi come si cammina: mi guardo i piedi chiedendomi se sto passeggiando correttamente e in quel momento inciampo. Anche su una strada liscia come un tavolo da biliardo riesco a incespicare in un ostacolo invisibile.

Ieri mentre mi avviavo verso la stazione è arrivato un temporale. È bello crescere ma riuscire ancora a farsi sorprendere dalle cose come un bambino: a me capita di farmi sorprendere dalla pioggia.

Fortuna che mi sono ricordato di avere un ombrello nascosto in fondo allo zaino.

Quando ho ripreso a camminare, ho visto una ragazza rifugiarsi al riparo sotto il primo balcone disponibile. Aveva un biglietto per la metro ben visibile in mano – non ho capito perché i biglietti della Linea 2 sono degli enormi e scomodi scontrini – e lì per lì ho pensato di offrirle un passaggio sotto l’ombrello visto che andavamo verso la stessa meta, 200 metri più avanti.

Non che io sia abituato a gesti di cavalleria con le persone sconosciute: ho sempre l’incubo che mi scambino per un maniaco e urlino e la SWAT cali dall’alto per immobilizzarmi e arrestarmi. Ma visto che ora viviamo in un buon momento storico per essere bianchi e italiani e non amare la pacchia dei balconi, ieri mi sentivo più sicuro di me.

Nel momento in cui ho pensato di avvicinarmi ho messo il piede su un chiusino. E lì ho realizzato che la struttura della suola delle Converse non le rende adatte a calpestare una superficie metallica e bagnata ma l’utilizzatore di Converse non lo sa e vola (per aria) lo stesso.

SGUISH

Son slittato avanti e son rimasto in equilibro su una sola gamba con l’ombrello che mi ha per fortuna fatto da contrappeso impedendomi di cadere lungo per terra. Altro che Mary Poppins.

Il tutto sotto gli occhi della tizia, alla quale vista la mia l’esibizione non ho offerto alcun passaggio tanto la pioggia stava pure smettendo e poi con questo caldo rinfresca pure, no?

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Non è che devi mettere la freccia per dare una svolta alla tua vita

Capita delle volte al volante di perdere di vista il tragitto esatto, oppur di doversi fermare a riflettere sulla strada da percorrere o ancora di dover invertire la rotta; al che, per non intralciare, ovviamente, le altre auto, in genere imbocco la prima stradina laterale, deserta, inesplorata, magari senza uscita o che comunque non presenti segni né di traffico veicolare né di aerobiosi o di fotosintesi clorofilliana, nella quale insomma io possa essere certo che il mio veicolo non crei intralcio.

Ed è lì che, appena effettuata la svolta, quando alzo gli occhi verso lo specchietto retrovisore mi ritrovo un’altra auto incollata al culo con l’altro automobilista che dallo specchietto vedo incrocia il mio sguardo con i suoi occhietti vispi ed è lì, proprio lì in quel momento, perché deve passare.

E io allora, a parte pensare che esista un’organizzazione di C.A.G.A.C.A.Z.Z.I. (Camion e Automobili Guidati da Autisti Che Appaiono Zelanti Zuzzurelloni Improvvidi) che mi perseguita facendomi comparire qualcuno alle spalle proprio quando vorrei fermarmi, ripenso al fatto che in generale – automobili a parte – vorrei prendermela con l’universo che mi mette ostacoli, deviazioni, interruzioni o qualcuno attaccato al posteriore, ogni qualvolta vorrei raggiungere un semplice lineare percorso nella vita da A a B senza problemi.

Eppur non ci riesco, la mia razionalità mi impedisce di pensar ciò e quindi non so proprio con chi prendermela.

Eppur si muovono (le palle che girano).

Non è che Ajaccio sia impraticabile perché ci son sempre lavori in Corso

In chimica la normalità è la misura della concentrazione di soluto in una soluzione.

Io mi sento poco concentrato in questo periodo e fatico a trovare soluzioni.
Figuriamoci una normalità.

Nella via dove abito stanno costruendo un condominio da 6-7 unità abitative. I lavori dovevano durare 6-7 mesi. Ci stanno lavorando da un anno e mezzo. Non è normale.

Stamattina sono uscito con l’auto. Quando sono rientrato, un’ora dopo, la mia strada, in corrispondenza del condominio di Penelope, non c’era più. Al suo posto c’era un fossato tra un marciapiede e l’altro.


Il condominio di Penelope è quello che viene costruito di giorno e disfatto la notte.


L’operaio nella scavatrice mi fa Devi passare?.
No, guardi, mi piace stare in auto a farmi cullare dal borbottio del motore mentre osservo i lavori in corso.

Non era normale questa domanda.

Non sono potuto passare e ho abbandonato l’auto in strada. Pure questo non è normale.

Tutti i week end c’è il blocco della circolazione, tranne che per le auto Euro-qualcosa. Questo sabato, in giro c’era lo stesso volume di traffico che c’è di solito negli altri giorni. Non è normale.


In pratica l’unico a non poter circolare sono io che ho un’auto Euro-Numero Relativo.


Mi hanno chiesto 5000 euro per un’auto usata 1149 cc e 55 kw immatricolata nel 2010. Non è normale.

Sono uscito di casa il 30 ottobre a mezze maniche come fosse estate. Non è normale.

Il mio medico era raffreddatissimo. Prima di congedarsi, ha starnutito schermandosi con la mano. E poi me l’ha porta per salutarmi. Non è normale.

Le persone stanno male a causa di ciò che è giusto fare. Perché in certi casi se vuoi star bene in realtà stai sbagliando, quindi è meglio star male accettando ciò che è giusto sia fatto. Tutto questo non è normale.

Oggi un anziano signore in fila in posta cantava romanze in un dialetto meridionale indecifrabile. Ha proseguito cantando anche mentre era allo sportello. Ha continuato a cantare mentre abbandonava l’ufficio postale alzando la voce man mano che si allontanava. In barba all’Effetto Doppler.

Mi è sembrata la cosa più normale di questo mondo.

Non è che il motto dell’autista sia “Che Dio tassista”

Leggendo il bel post di Zeus in cui racconta della sua trasferta in terra siciliana, mi è rimasto impresso quanto lui sia rimasto colpito dall’uso non convenzionale del clacson che si fa al Sud.

In effetti mi stupisco io di quanto gli altri si stupiscano. Poi realizzo che, in effetti, dal Centro in su fino al Circolo Polare Artico, non sanno.

Il clacson, nel Meridione, non è un semplice segnalatore acustico. È uno strumento polifunzionale. Non so se siamo stati noi a introdurre questa feature nelle nostre automobili o sono state le case automobilistiche a pensare a questa innovazione solo per noi, magari come test prima di estenderla a tutti.

1) È un mezzo di comunicazione.
Con il clacson si può salutare un conoscente, un amico in strada.

Si può anche comunicare con un altro automobilista:

– Bee beep!
– Beep bee!
– Blet-blet (un terzo che si intromette)

Attenzione, non mi riferisco alla clacsonata rabbiosa in risposta a una manovra scorretta: quello che ho citato è un vero e proprio scambio di battute amichevole. Ho visto fare lunghe conversazioni a colpi di linguaggio morse-clacsonico.

2) Serve a mettere in moto i veicoli
Fermi al semaforo, un colpo di clacson prima che scatti il verde farà avviare il veicolo che vi precede. Il clacson infatti, tramite un sistema “remote control” – che non è né infrarossi né bluetooth ma una tecnologia segreta – che si attiva solo ai semafori con le auto ferme, è in grado di collegarsi al motore dell’auto davanti e stimolarne la ripartenza.

3) Permette di superare gli incroci in sicurezza
Al Sud non è necessario rallentare agli incroci. Questo permette di tagliare i tempi morti delle frenate.
Avvicinandosi a un incrocio, l’automobilista potrà superarlo mantenendo la propria velocità semplicemente dando due colpi di clacson.

4) Funge da campanello
Un colpo di clacson sotto casa della persona con la quale si ha appuntamento la farà accorrere al balcone o alla finestra, evitando di scendere dall’auto. Molto pratico quando non si trova parcheggio e/o quando il citofono non funziona.

5) Strumento di corteggiamento
Il giuovine gaudente motorizzato, tramite segnalazione acustica può richiamare l’attenzione di una fanciulla per la quale prova interesse e farle pervenire, in codice sonoro – i dolci e romantici versi di poesia che ella gli ispira.
Questa funzionalità è purtroppo utilizzata a sproposito e in malo modo, rovinandone il romanticismo.

Dopo aver illustrato le funzionalità del clacson del Meridione, debbo però fare una doverosa precisazione: fino a che tale innovazione non verrà estesa a tutte le automobili in circolazione, non è prudente tentare di utilizzarla al di fuori del Sud Italia. 

Blet-blet.

Non è che se ti cade in testa il salvadanaio hai il bernoccolo della finanza

Il precedente appartamento in cui ho vissuto si trovava a Blaha Lujza. Zona centrale e ben servita dal trasporto pubblico, ma un po’ borderline per la gente che vi si aggirava nei dintorni. A cominciare da uno che, tutti i giorni, si piazzava in piazza a suonare la batteria.


D’altronde, cos’altro si può fare in piazza se non piazzarsi? Se si fosse instradato sarebbe andato in strada!


Il ritmo che suonava era sempre lo stesso: tu-tà tutun-tà tattarattattà. Forse era un messaggio in codice per contattare gli alieni.

L’appartamento era spazioso, anche troppo per due persone. La mia stanza era così grande che d’inverno si faceva un po’ freddina.

A parte questo, non ho mai avuto alcun tipo di problema durante i sei mesi che ho vissuto lì.

Adesso vivo da solo in una zona non frequentata da batteristi. L’appartamento è grazioso e accogliente e caldo.

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La libreria essendo vuota viene da me utilizzata come deposito di transito dei vestiti. Notare, nello scomparto in alto a destra, come dicevo in un post precedente, i tre libri che mi basteranno sino a Natale, quando li riporterò indietro per sostituirli con altri tre.


Durante il mese e mezzo che sono qui si sono verificati vari inconvenienti.
Tre lampadine fulminatesi.
La guarnizione del tubo della lavatrice che comincia a gocciolare non si comprende da dove.
Un’interruzione della connessione internet che neanche la compagnia telefonica riusciva a capire. Il tecnico è dovuto salir sul tetto a cambiare un pezzo di ferro al termine del cavo.


Qui internet viaggia attraverso il cavo dell’antenna.


E ora di nuovo la guarnizione della lavatrice.

Il padrone di casa è desolato, non era mai successo niente in precedenza.

Io gli credo. Io alla casa secondo me non piaccio. Infatti ha anche preso a picchiarmi.

Ho tre bernoccoli sparsi per la testa, dovuti a incontri ravvicinati col mobiletto della cucina. Senza contare poi una zuccata al soffitto, perché la zona notte, trovandosi su soppalco, non consente di stare in piedi.
E poi c’è stata l’anta della scarpiera che mi si è aperta su un piede.

Quello delle case che picchiano chi le abita è un problema molto diffuso, ma non se ne sente mai parlare. C’è una cappa di oblìo su questo argomento: i poteri forti del nuovo ordine mondiale dei salvalavita Beghelli e del Lasonil stanno sostituendo ovunque le case normali con case che picchiano le persone.

Condividi se hai un bernoccolo, prima che lo sgonfino.

Non è che il barista superstizioso abbia per forza come amuleto un cornetto

Se c’è un alimento su cui son severo nel giudizio sulla qualità è il cornetto alla crema.
La qualità media venduta nei bar e nelle pasticcerie lascia spesso a desiderare: rinsecchiti come un Fassino, hanno a volte la consistenza di un libro ingiallito in una libreria. I più subdoli hanno un esuberante sbuffo di crema all’esterno per adescare l’affamato cliente, salvo poi rivelarsi vuoti all’interno.

Trovandomi un week end in una frizzante città italiana, al mattino era sorto il problema della colazione. Volevo controllare se il bar vicino dove alloggiavo fosse fornito di cornetti, così ho finto di passeggiare per caso davanti l’entrata e, fischiettando nel mentre Urca urca tirulero, ho buttato un occhio all’interno, pronto ad allontanarmi nel caso ciò che avessi visto in vetrina non fosse stato di mio gusto.

In quel momento è spuntato fuori il proprietario che, vedendomi interessato, con un ampio gesto della mano ha esclamato Prego!

Avrei voluto rispondere: Fa bene! Pregare gioverà alla salvezza della sua anima! ma invece sono entrato.

Era un uomo alto e magro. Anzi, non era magro di carne: sembrava in realtà che ne avessero aspirato l’aria dall’interno come in un sacco per il sottovuoto e la pelle si fosse sagomata intorno le ossa. I calzoni li portava abbottonati in petto, perché “Cintura ascellare is the new vita alta”. Aveva una barbetta incolta rada formata da peli che sembravano spine di cactus. Aveva solo due denti. Due incisivi inferiori, saldati insieme, che si ergevano in questa grotta nera che era la sua bocca come una stalagmite. Anche il loro colore era quello di un conglomerato roccioso.

Sul bancone aveva dei croissant vuoti, farcitura a richiesta.
Me ne ha aperto uno e ne ha spalmato all’interno una marmellata artigianale ai frutti di bosco. Quando ho espresso il mio apprezzamento ha iniziato a raccontarmi delle varietà di frutta di una volta che ora stanno andando perse. Ha rivangato i ricordi dell’albero di mele cotogne in Sicilia dove da bambino si arrampicava per salire sui tetti, di come pianse quando il summenzionato fu abbattuto, di una sua amica che ora coltiva banane, sempre in Trinacria. Ha voluto anche mostrarmi le foto di tal bananeto siculo. Tra gli scatti c’era anche un sorbo con un grappolo di frutti. E mi ha precisato che non vanno mangiate appena colte, ma van lasciate maturare a lungo perché “Diventano un nettare”, e ha avvicinato la mano alla bocca mentre lo diceva. Ho avuto timore che la grotta nera stessa per inghiottirgli le falangi, ma non è stato così.
Quando sono entrati due altri avventori, cui lui ha iniziato a parlar delle spiagge della sua infanzia, ho ritenuto opportuno levar le tende visto che si era esaurito l’argomento frutta e derivati.

L’ho incrociato per strada lo stesso giorno verso sera, aveva evidentemente appena chiuso il bar. Volevo augurargli Buonasera ma non mi ha riconosciuto o forse era immerso nei propri pensieri alla mela cotogna.

La frizzante città italiana mi ha offerto altri incontri interessanti, tra cui un inquietante sosia di Steve Buscemi che avevo di fronte a cena, ma devo ancora meditare sulla cosa.

Non è che il barista che si arrangia sia uno che tira a Campari

Uno dei motivi per me di rammarico per il fatto di non comprendere l’ungherese è il perdermi tutto il florilegio di particolarità ed eccentricità che sicuramente la capitale magiara offre.

È per questo che ogni volta che torno in Terra Natìa (o Terra Stantìa) per me arriva una ventata di aria fresca, potendo godere di un vasto campionario di astrusità.

La giornata di venerdì è iniziata dal barbiere, dove un simpatico cliente appena entrato, nel vedermi, mi ha additato come “Signore dell’ISIS”, alludendo al mio aspetto barbuto. Di tutt’altro avviso è stato il mio vicino di casa, uno che se ti vede si volta dall’altro lato ma che quando ti incontra dal barbiere saluta e scambia con te formali chiacchiere di circostanza. Il vicino mi ha elogiato per la “Bella barba da monaco”. Non so se fosse un complimento o meno e non ho voluto approfondire.

Più tardi, mentre attendevo la metropolitana, tra la gente si è presentato un venditore di calzini.
A Napoli esiste un mercato di vendita per strada di indumenti per piedi, i cui venditori sono quasi tutti ex frequentatori di patrie galere o tossicodipendenti.


Mi sono sempre chiesto per qual motivo proporre proprio calzini e perché mai tutti costoro si siano specializzati in tale indumento.


Uno di questi una volta mi fermò e io non capii se fosse per chiedere soldi o intervistarmi. Esordì infatti dicendo

– Ciao, io sono di Scampia. Che cosa ne pensi di noi ragazzi

E sul “ragazzi” io inarcai un sopracciglio,


Quello sinistro, perché purtroppo non riesco a inarcare quello destro, se non contemporaneamente al sinistro. Credo sia una predisposizione genetica, come saper arrotolare la lingua¹.


¹ Cosa che invece so fare.


perché il “ragazzo” aveva minimo 40 anni.

– Che cosa ne pensi di noi ragazzi di Scampia – disse – che stiamo cercando di vivere in modo onesto mantenere una famiglia, dei figli, nonostante un mondo difficile, il lavoro non si trova ed è veramente difficile. Non è che ci vorresti aiutare?

Avete tutta la mia solidarietà e il mio supporto morale.
È quello che avrei voluto dirgli, ma non credo avesse senso dell’umorismo. Quindi mi limitai a un “Non posso, mi spiace”.

La logorrea è un problema di tutti quelli che a Napoli chiedono denaro. Come se il luogo comune sull’arrangiarsi costringesse tutti a cercare di essere creativi per rimediare qualcosa.

Come quel tossicodipendente che una volta mi agganciò iniziando un discorso filosoficamente confuso che era più o meno così:

– Ciao, tu si vede che sei uno che sa campare, perché uno che sa campare lo sa quello che è giusto fare e sa come funziona il mondo di oggi perché se sai campare

E nel frattempo dovetti tirarlo via dalla strada prima che venisse steso, perché lui, il tizio che riconosce la gente che sa campare, non sa come si campa quando si attraversa.

Dicevo del venditore di calzini di venerdì.
Aveva fermato una signora alla mia destra. Lei gli aveva detto no, lui quindi è andato da altre persone alla mia sinistra. Ignorando me. Non sono stato degnato di uno sguardo né ha tentato di avvicinarsi.

Mi sono sentito offeso e avrei quasi voluto richiamare la sua attenzione per mostrare il mio disappunto.

Più tardi ancora, mentre attendevo le classiche due ore per mangiare una pizza


Non è un’esagerazione. Dopo le 13, mettete in conto due ore della vostra vita da spendere in fila, quindi presentatevi già spuntinati per quietare lo stomaco.


ho sentito una voce alle mie spalle:

– Scusa, ma poi cresce?

Mi sono voltato.
Un tizio ben oltre la quarantina, con un cappello a cilindro, una giacca color argento metallizzato che alla luce del sole rifletteva come una palla da discoteca anni ’80 e una chitarra in spalla, era dinanzi a me.

– Eh?
– La barba, poi cresce come la tua?

Diceva questo indicando il suo mento, dove cresceva una barbetta incolta a ciuffi sparsi come le zolle di gramigna in un campo da calcio di periferia.

– Beh, sì, va curata.
Ho risposto per non disilluderlo.
– E non va tagliata, giusto?
– No, all’inizio no…
– E poi bisogna lavarla?
– Sì…
Se non vuoi puzzare come una capra, volevo aggiungere.
– E poi cresce, si rinfoltisce?
– Sì, se le dai tempo…
– Ti ringrazio! Grazie mille!

E poi è volato via.

Non è che serva il passaporto per andare a quel paese

L’idea di trasferirmi a Roma non mi attraeva molto.
Stamattina, invece, partendo avevo gli occhi un po’ lucidi. Forse era una bruschetta in un occhio (cit).

Quello che giudico un difetto di una città così, cioè il caos, è forse la mia dimensione. Io, Lord Gintoki il composto, che ordino i libri per affinità cromatica, ho bisogno di disordine.


In realtà l’ordine sarebbe autore-editore, ma poi cerco di creare una continuità cromatica tra editori diversi. I classici Feltrinelli (quelli metà bianchi e metà neri) stanno bene vicino agli Oscar Mondadori tutti neri. I classici Mondadori rossi con i Feltrinelli bianchi e rossi. E così via.


Sono stato a Utrecht nei giorni scorsi.
Tutto bello.
Le strade pulite.
La gente in bicicletta.
Casette di mattoni rossi a due piani col praticello davanti, un finestrone enorme decorato da tendine, piante e fiori e gatti sul davanzale.

Bellissimo.

Dopo due giorni avevo gli attacchi di panico.

Mi turba l’ordine, o, quantomeno, l’apparenza di ordine. Non rispecchia ciò che sento realmente.

Alla fine sono napoletano, non certo un nordico.

Ci sono comunque delle differenze tra Napoli e Roma. Tanto per cominciare, a Roma mi sembrano perennemente incazzati. È chiaro che si tratta di generalizzazioni, però un dato costante che ho notato nei romani è quello di avere costantemente le scatole girate.

Inoltre, un vattelapijà non te lo nega nessuno.

Laddove qui a Napoli credo sussista ancora una distinzione tra “classi sociali”, in termini di registri linguistici e codici comunicativi, a Roma sono molto egualitari. Ti manda a quel paese l’ex galeotto che fa il centurione al Vittoriano nello stesso modo in cui lo farebbe la contessa dei Parioli.

Giovedì io e i miei sodali eravamo in taxi diretti a Ciampino (grazie Terravision per averci lasciato a terra). Una signora dall’aria distinta – prova che, come dicono in Africa, l’apparenza in Ghana – si sbraccia nella direzione del veicolo. Il tassista con la mano fa il gesto come a dire “no, non sono disponibile”. La signora, per tutta risposta, esclama: “Aò, ma chittesencula, ce sta quello dietro, vaffanculo”.

Fantastico.

Mi mancheranno queste cose.

Mi mancherà il baretto sotto casa dove prendevo un buon caffè.

La pizza al taglio a Monti, a via Leonina.

Chiariamo, la PIZZA con la P, la I, le due Z e la A maiuscole è Napoli, non accetto alcuna discussione.

Ma un trancio al taglio di quella croccantina – anzi, scrocchiarella – era un’ottima merenda.
E poi dietro il bancone c’era una tizia che mi ricordava un po’ una pin-up e io a volte accompagnavo gli altri a prendere la pizza giusto per vedere se lei ci fosse.

E poi il Pincio, dove andavo a leggere un libro tra primavera e estate.

San Lorenzo di sera.

I vicoli di Trastevere, dove mi addentravo senza badare a dove andassi a finire. Tanto alla fine senza farci caso tornavo o da dove ero partito o comunque in un posto dove potevo direttamente tornare a casa. Secondo me lì i vicoli sono finti, delle scenografie montate su una base rotante, perché non  è possibile una cosa simile. Un pomeriggio volevo passeggiare senza alcuna meta – lo faccio sempre quando devo riflettere su cose importanti o prendere decisioni – imboccando le strade a caso. Alla fine, com’è come non è mi sono ritrovato sulla strada per tornare senza accorgermene.

C’è sempre un ordine, nel caos. O un caos nell’ordine.

Non è che l’età avanza e tu puoi conservarla in frigo

Ci riflettevo questa sera dopo l’allenamento. Al corso ci sono dei ragazzi del ’96. 1996, non so se ci si rende conto della cosa. Da quand’è che sono maggiorenni quelli del 1996? Quando io facevo l’esame di maturità, presentandomi alla commissione con dei pantaloni hip hop enormi, un bracciale borchiato al polso e una catena al collo, costoro erano alle scuole elementari. Me li immagino, col grembiule, tutti un po’ impacciati coi loro zainetti colorati seduti in banchi minuscoli.

E ora pensare che in teoria io con una del 1996 potrei legalmente uscirci a cena.

Sì ma poi di cosa parleremmo? Degli 11 anni che si è persa perché non c’era? Io i primi miei 5 anni di vita non li ricordo mica bene.

Ricordo i festeggiamenti per il secondo scudetto del Napoli, che tra l’altro neanche avevo capito cosa fossero, pensavo si trattasse di una festa popolare o una sagra paesana o una festa paesana o una sagra popolare, insomma c’era questo sventolio di bandiere, fuochi d’artificio e gente per strada e tutto ciò che mi chiedevo era se si svolgesse ogni anno questa celebrazione perché le bandiere e i fuochi mi piacevano. Alla mia domanda Madre rispose “Se il Napoli vince pure l’anno prossimo, sì” e io tacqui ma non avevo mica capito bene cosa c’entrasse il Napoli con una festa di paese.

Ricordo il Muro di Berlino. Anche qui manco avevo compreso gli eventi e credevo che invece di buttarlo giù lo stessero costruendo.

Ricordo il mio primo giorno di scuola, in cui entrai in classe accompagnato da Madre che mi aveva istruito sull’importante prova cui ero chiamato: all’ingresso mi avrebbero detto “Come ti chiami?” e io avrei dovuto rispondere fornendo il mio nome e cognome. Insomma, come un gioco di spie, con frasi segrete e parole d’ordine. Ricordo mi si avvicinò questa signora occhialuta che mi ricordava un po’ Nonna Papera che si chinò e pronunciò la formula di rito, alla quale risposi evidentemente in modo corretto perché poi fece un segno su un foglio di carta. Pensai fosse una pensionata che faceva volontariato nella scuola svolgendo questi compiti di accoglienza – già da bimbetto avevo sviluppato il caustico cinismo che mi contraddistingue – ma poi scoprii che era la maestra di matematica ed era la più importante della triade di maestre che ci educava.

La maestra mi chiamava “chiapparié”: non ha nulla a che fare con le chiappe, tranquillizzatevi. I chiapparielli non sono altro che i capperi. Non so che cappero c’entrassi con i capperi io, forse sarà stato perché ero piccolino e scuro (poi con l’età mi son sbiancato, un po’ come Michael Jackson).

Dalla maestra ho ricevuto anche qualche scappellotto. Meritato, a dire il vero. Roba che oggi farebbe accorrere le telecamere del Tg5 nella “scuola degli orrori”, causerebbe il licenziamento della maestra e porterebbe le mamme a organizzare un flash mob al grido di “Nessuno tocchi il bambino”.

Dovrei raccontare questo a quelli del 1996? Manco sapevo della loro esistenza, pensavo ci fosse stato un blocco delle nascite negli anni ’90; dicono tutti che la popolazione invecchia ma io mica me ne sono reso conto di essere invecchiato.

Ho deciso, dall’anno prossimo cambio rotta, cambio stile, scopro l’anno bisestile.

E voi cosa raccontereste a quelli più giovani che si sono persi gli anni in cui non c’erano? O cosa vi fareste raccontare? O cosa mi raccontereste?

Non è che “via dei Fori!” sia un incitamento sessuale


NOTA INTRODUTTIVA
Questo post sarà ricco di note come il registro di una classe indisciplinata.


“Ehi, Mister! Can you help me?” esclama indicando una enorme Reflex.
Siamo all’altezza del Vittoriano, di fronte al Foro Traiano. Un giovane dall’aria affabile, con i capelli sparati in aria tipo Saiyan, dei baffetti da portoricano e un abbigliamento che costerà quanto un’automobile, richiama la mia attenzione per farsi scattare una foto con sullo sfondo le rovine romane.

Non l’avevo proprio visto, primo perché era in un cono di buio oltre l’illuminazione stradale e secondo perché camminavo con la mente impegnata nell’analisi semantica di una frase di Tutor. Quando sono immerso nei pensieri innesto il pilota automatico e la mia mente incrocia le braccia dietro la testa, allunga i piedi poggiandoli sul tavolo e si mette a guardare il soffitto, cogitabonda.


FLASHBACK
Brevemente, quando le abbiamo detto “Scusa se ti facciamo fare tardi, avrai la tua vita”, lei ha risposto “Macché, figuratevi, non c’ho proprio nessuna vita” con aria rassegnata. Mi interrogavo se per caso fosse quindi andata male nei giorni scorsi col suo sconosciuto conquistatore.

Oppure poteva significare altro, essendo in quel periodo nel mese voleva dire che per stasera niente vita: plaid e tisana sul divano e via a dormire.


NOTA AL FLASHBACK
Quella sull’attuale attività ormonale di Tutor è una mia deduzione basata su un esame estetico-comportamentale sommario.


NOTA DELLA NOTA AL FLASHBACK
La nota precedente potrebbe sembrare vagamente inquietante, ma io, in generale, come si vedrà anche dal prosieguo della storia qui sotto, tendo a scannerizzare le persone che ho di fronte.


NOTA DI AUTOCRITICA
Ok forse ciò è inquietante lo stesso.


Mi sono quindi fermato ad aiutare il giovane, avendolo giudicato non pericoloso in base a un veloce scanner biometrico. Non sono diffidente a prescindere con gli sconosciuti, io li squadro e cerco di valutarli. È difficile da spiegare, ma diciamo che essere stati abituati a Napoli ti fa comprendere in genere di chi ti puoi fidare quando ti fermano per strada.


Con l’affermazione qui sopra potrei contribuire ad alimentare immagini distorte di Napoli che circolano spesso tra chi non l’ha mai vista: non è questa la sede per fare classifiche e statistiche di pericolosità o vivibilità, però un dato che ritengo certo è che Napoli è una buona palestra di vita per insegnarti a campare. Prendete la viabilità, ad esempio: guidare al Sud ti allena ad avere riflessi pronti e occhi sempre vigili. Rimango sempre sconcertato nel constatare che al Nord ci sia troppa fiducia nel codice della strada: chi ha la precedenza si immette nella corsia senza decelerare e io penso sempre che se comparisse qualcuno che non rispetta la precedenza sarebbe la fine. Dalle mie parti invece anche se hai diritto a passare abbiamo l’abitudine di rallentare e controllare se la strada è libera. Questo evita molti problemi.


Gli ho specificato di non essere Steve McCurry (lui ha riso) e che inoltre quando tocco macchine così sofisticate vado in crisi perché non so che pulsante premere.

Abbiamo dovuto rifare la foto molte volte, perché: a) era troppo scura; b) era troppo luminosa; c) l’avevo fatta venire sfocata; d) è passato un autobus in quel momento coprendo il Foro; e) sono passate delle persone in quel momento davanti all’obiettivo; f) due o più degli inconvenienti descritti in precedenza insieme.

Durante i tentativi ha scambiato qualche parola con me. Mi ha detto che viene dal Brasile, è in giro per l’Europa (prima Parigi, tre giorni a Roma e poi Amsterdam), gli piace viaggiare, cose così. Mi ha chiesto se fossi single e che donne mi piacessero. Poi mi ha detto: ieri sono stato con un’asiatica, da urlo, amico. Però io voglio divertirmi e fare esperienze – ha proseguito – Oggi voglio proprio cosare un coso.


Ho provato a pensare a molte metafore per riportare la cosa senza essere troppo sfacciato o scollacciato, ma mi venivano sempre esempi che si riferivano all’ingerire ortaggi o prodotti di origine suina oblunghi, quindi ho lasciato perdere.


Mettere un riferimento nelle note potrebbe essere stata la soluzione, in quanto la nota è più discreta e timida.


E poi mi ha chiesto: dove posso andare stasera per cosare un coso? Io gli ho risposto che non ho idea perché non mi sono mai preoccupato di simili interessi. E lui ha replicato:
– Dovresti provare.
– No amico (ridendo), preferisco le donne.
– Certo, anche io. Ma poi ho scoperto che provando cambia tutto. Un uomo sa meglio di una donna cosa piace a un altro uomo (abbassa gli occhi verso la mia cintura).
– Sarà anche così, ma
– Non vorresti provare? (mi interrompe)…Sai, io ho proprio voglia di cosare un coso (abbassa di nuovo gli occhi).
– Mi dispiace, senti ho l’autobus che mi parte.
– Ok amico, bye, grazie di tutto (saluta stringendomi calorosamente la mano).

L’unico dubbio che mi è rimasto è se mi avesse fermato perché mi aveva notato o perché ero il primo che capitava: no perché cambia tutto tra l’una e l’altra cosa, è comunque una questione di orgoglio. La mia eleganza (ben evidenziata da un giubbetto comprato in saldo in una nota catena di moda giuovine, una pashmina a quadretti e quadrotti, un jeans sdrucito e un paio di scarpe simil Converse consumate) e il mio nobile portamento (le mani perennemente nelle tasche e l’incedere di uno che sta andando a fare una rapina ed è nervoso perché non l’ha mai fatto prima) devono essere apprezzate per quel che sono, perbacco!

Invenzioni impossibili che sarebbe bello se ma anche no #2

Per chi si fosse perso la prima parte, nella fucina di idee che ho messo in piedi sono al lavoro le migliori de-menti disponibili sulla piazza e anche sulla statale per studiare possibili innovazioni che potrebbero migliorare le nostre vite oppure no ma tanto peggio di così non potremmo stare.

Quelle che vado a presentare sono altre cazzate idee che sono uscite fuori non si sa come e non sappiamo come far rientrare.

I libri da reggere
Stanchi di essere considerati atleti tutto muscoli e niente cervello? Stufi di essere additati come secchioni col fisico da lanciatori di coriandoli? Questi libri sono la soluzione per entrambi! Grazie alle pratiche (?) copertine in ghisa dal peso variabile dai 10 kg in su, finalmente potrete acculturarvi mentre fate esercizio fisico, oppure leggere l’ultimo volume di George R. R. Martin mettendo su un po’ di bicipiti! E per i body builder, la collana Grandi Classici: i Fratelli Karamazov, il Signore degli Anelli, Arcipelago Gulag, Alla ricerca del tempo perduto e altri grandi tomi della letteratura dall’enorme numero di pagine, tutti da reggere!

La gonna da masticare
Se esiste la biancheria intima commestibile, perché non pensare ad altri capi d’abbigliamento? Disponibile nelle colorazioni verde menta, rosa fragola, nero liquirizia, la gonna da masticare è la soluzione ideale quando si vuol avere freschezza e alito fresco sempre e dovunque! Immaginate l’emozione quando il vostro lui vi dirà “Tesoro…ti masticherei tutta!”!

L’autobusso
Servizio di trasporto urbano che vi aiuta nel caso viaggiate carichi di borse e valige e, quindi, con le mani impegnate: giunti sotto casa, l’autista si offrirà di bussare alla porta al posto vostro!…Ovviamente funziona quando c’è qualcuno in casa.

Il bar beer
Un bar specializzato in birre dove tra un boccale e l’altro è possibile anche farsi spuntare i capelli.

Loki antinfiammatorio
Dolori reumatici, articolari, cefalee? Chi meglio di una divinità norrena potrebbe risolvere i vostri problemi? E perché mai dovrebbe risolverli, direte voi? Ah non lo so, ma se non vi sta bene tenetevi il mal di testa, per Giove.

Il detersivo per i patti
Siete venuti meno alla parola data? Avete disatteso degli accordi? No problem. Con questo detersivo formula speciale, i patti da voi stipulati potranno tornare limpidi e immacolati e potrete rifarvi una reputazione. Disponibile anche profumato al limone.

Il pollo allo spiego
Se siete stanchi di spiegare ogni volta alla vostra fidanzata la regola del fuorigioco, se vi tedia il vostro amico che si addormenta durante il film e poi vi chiede delucidazioni sulla trama, questo snack al pollo arrosto fa al caso vostro: ingozzate il/la seccatore/trice fino a che non potrà più proferir verbo, perché il polletto si incaricherà per voi di trasmettergli tutti gli spiegoni possibili!

La metropuritana
Nei vagoni della metropuritana non c’è spazio per disturbatori, cafoni e maleducati e per un abbigliamento volgare: immersi nell’atmosfera da Inghilterra del ‘600 viaggerete con tutte le buone maniere, la rigidità di costumi e l’afrore di letame e ascella tipica di quei tempi andati. Si raccomanda un vestiario consono. È gradito il cilicio purché eventuali rivoli di sangue da ferite aperte siano celati alla vista altrui.

Le strisce perdonali
Soluzione pensata per gli uomini che non sanno come chiedere scusa alle proprie compagne: questi attraversamenti stradali speciali in tutto e per tutto uguali a delle normali strisce dipinte sull’asfalto, sono la più efficace invocazione di perdono esistente. Basterà aspettare che la propria amata giunga in prossimità delle strisce per attraversare la strada in un verso e nell’altro di continuo, impedendo il transito all’auto della fanciulla che, per quieto vivere, concederà il perdono purché l’idiota il ragazzo si decida a togliersi dalle palle dal pericolo. Eventuali investimenti non sono di responsabilità dell’inventore. Per un effetto più drammatico è possibile percorrerle a piedi nudi. Si possono anche organizzare attraversamenti in comitiva, ma ricordatevi che il terzo della fila è uno che è morto ed è stato sostituito da un sosia.

Alla  prossima (forse) puntata per nuove e strabilianti idee cui nessuno aveva pensato (per decenza e dignità)!

Non sono un sedile ma a posteriori mi son ribaltato anche io

Vivo a trenta scarsi metri sul livello del male di vivere, dove le correnti raccolgono umidità e contestualizzano bronchiti. Ogni gradino mi fa avvertire le vertigini che non ho, anche se da piccolo avevo paura dei balconi con la ringhiera oltre il secondo piano.

E così, piano piano, mi hai indicato le salite del gigante dove puntare i fanali: gli avrò fatto il solletico a uno stinco e non più oltre anche se a me sembrava d’aver raggiunto la cima del Pamir. Vedevo lì in basso tutte le luci dell’orizzonte degli eventi trascorsi, tra una radice di un pino marittimo e fazzoletti e preservativi usati, perché l’amore non si compra ma il rispetto sì, come recitava lo slogan di una pubblicità progresso su una scheda telefonica.

I progressi si fanno ma non si pubblicizzano, perché poi si ha sempre paura che improvvisamente (e anche improvvidamente) qualcuno corra a smontarceli o che non si rivelino più come progressi una volta rivelati. Scaramanzia. Affinché non ci si ritrovi a essere solo ciò che rimane di un vetro appannato.

La parole rendono vere le cose, le parole creano mondi, ma le parole si distaccano anche da noi una volta dette. E, poi, se ne perde il controllo.

Per questo mi riservo di tenerle strette, onde non rischiare di perderne il controllo e uscir di strada e trovarmi con le ossa rotte. Eppure qualche volta con le parole mi son ribaltato lo stesso, la testa è finita a osservare un’altra prospettiva e a chiedersi Oh cavolo ora come mi raddrizzo?.

Forse la paura delle persone è scoprire di trovarsi bene a testa in giù e volerci restare. Ma è un problema di importanza relativa, perché in fondo viviamo su una sfera e, in qualsiasi modo la si guardi e ci si guardi, pur standocene capovolti non cadiamo nello spazio.


Le composizione nella foto è una creazione di Michael Grab, un “balancer”, cioè uno che impila pietre artisticamente facendole stare in equilibrio, senza usare collanti o altri aiuti esterni.