Non è che il tennista meteorologo sia esperto in rovesci di pioggia

Nella puntata precedente avevo raccontato di uno pseudo apprezzamento ricevuto da due tizie reduci da Oxford.

Oggi sono ripassato per la stessa strada e mi sono trovato di nuovo davanti le stesse due fomentatrici di adenoidi. Quando le ho superate, una delle due mi ha fischiato un fiuu fiuu – era più o meno così, scusate ma non so fischiare – alle spalle.

In realtà non so se ce l’avesse proprio con me ma comunque ho accelerato il passo.

Ho visto che lavorano in uno studio di tatuaggi. Tatuaggi brutti e tamarri, a giudicare dalle foto esposte e dalle decorazioni corporee delle due Naiadi.

È da un po’ di tempo che camminando per strada mi sento come un clown e di attirare l’attenzione. A tratti ho l’impressione di dimenticarmi come si cammina: mi guardo i piedi chiedendomi se sto passeggiando correttamente e in quel momento inciampo. Anche su una strada liscia come un tavolo da biliardo riesco a incespicare in un ostacolo invisibile.

Ieri mentre mi avviavo verso la stazione è arrivato un temporale. È bello crescere ma riuscire ancora a farsi sorprendere dalle cose come un bambino: a me capita di farmi sorprendere dalla pioggia.

Fortuna che mi sono ricordato di avere un ombrello nascosto in fondo allo zaino.

Quando ho ripreso a camminare, ho visto una ragazza rifugiarsi al riparo sotto il primo balcone disponibile. Aveva un biglietto per la metro ben visibile in mano – non ho capito perché i biglietti della Linea 2 sono degli enormi e scomodi scontrini – e lì per lì ho pensato di offrirle un passaggio sotto l’ombrello visto che andavamo verso la stessa meta, 200 metri più avanti.

Non che io sia abituato a gesti di cavalleria con le persone sconosciute: ho sempre l’incubo che mi scambino per un maniaco e urlino e la SWAT cali dall’alto per immobilizzarmi e arrestarmi. Ma visto che ora viviamo in un buon momento storico per essere bianchi e italiani e non amare la pacchia dei balconi, ieri mi sentivo più sicuro di me.

Nel momento in cui ho pensato di avvicinarmi ho messo il piede su un chiusino. E lì ho realizzato che la struttura della suola delle Converse non le rende adatte a calpestare una superficie metallica e bagnata ma l’utilizzatore di Converse non lo sa e vola (per aria) lo stesso.

SGUISH

Son slittato avanti e son rimasto in equilibro su una sola gamba con l’ombrello che mi ha per fortuna fatto da contrappeso impedendomi di cadere lungo per terra. Altro che Mary Poppins.

Il tutto sotto gli occhi della tizia, alla quale vista la mia l’esibizione non ho offerto alcun passaggio tanto la pioggia stava pure smettendo e poi con questo caldo rinfresca pure, no?

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Non è che a tenere un corso chiami un allenatore perché deve fare la formazione

Quelli per cui lavoro amano spendere danaro. Settimana prossima devo andare in trasferta presso la sede centrale per un corso di formazione di 2 ore, 2 ore e 30 massimo se vogliamo tenerci larghi se qualcuno ha domande dai no per favore così andiamo tutti via prima.

Quindi mi pagano 100 euro di treno (a me ed altri da altre zone d’Italia) per una cosa che poteva essere organizzata via Skype.

A ciò va aggiunto che secondo loro avrei poi dovuto farmi 4 ore di viaggio, andare al corso, terminare e correre in stazione a rifarmi 4 ore di viaggio nello stesso giorno. Ho detto per cortesia, lasciatemi partire il giorno dopo. Mi pago io da dormire, ma lasciatemi tranquillo.

A dire il vero trattandosi in ogni caso di una trasferta di lavoro avrei potuto chieder loro di provvedere anche all’alloggio. Non me la son sentita. Anche perché trattandosi di un ente no profit mi fa scrupolo sottrar loro denaro. Hanno apprezzato (e ci credo).

Non sono ancora entrato nella mentalità di quelli che Mi faccio rimborsare pure le Mental per profumarmi l’alito. E ce ne sono anche dove lavoro di persone con questo modo di pensare.

Nella vita invece bisogna pretendere. Me ne sto rendendo conto soltanto ora come se adesso fossi entrato nella maggiore età e stessi scoprendo il mondo. L’umiltà non paga, in realtà non lo fa neanche la presunzione sfacciata: il segreto a mio avviso è essere presuntuosi facendo finta di essere umili.

Guardate in Todo Modo (qui un estratto) il Presidente di Volonté come è così umile, un’anima penitente, nella sua ambiziosa e smodata sete di potere!

Abbiate sete!

Non è che un elettricista diventi portiere di calcio solo perché ha una buona presa

Sono rassegnato all’idea che quando preparo la valigia dimentico sempre qualcosa.
È inutile fare una lista: nel compilarla, anche in quel caso finisco col lasciar fuori delle cose. Ci vorrebbe una lista per scrivere la lista.

Arrivato a Budapest ho realizzato di aver lasciato a casa l’adattatore per il portatile.
La spina ha tre pirulli e qui – come in gran parte del mondo – le prese elettriche han due soli buchi. Ogni volta che viaggio mi ritrovo a doverne comprare uno, che poi dimenticherò per il viaggio successivo. In un cassetto ne ho una collezione da tutto il mondo. Un giorno, quando ne avrò un gran numero, vorrei esporli in una galleria d’arte. Titolo dell’opera: L’inadattabilità del viaggiatore.

Oggi, dopo mezza giornata di cammino, alle sneaker si è spaccata la suola. Il suolo ungherese dev’essere più tosto di quello italiano.

Mi sono fermato al supermercato dove andavo sempre, per comprare alcuni generi di prima necessità come il dentifricio. Ho ritrovato una vecchia amica: la cassiera più lenta del mondo. Prende ogni singolo pezzo con fare ieratico, lo passa sullo scanner, poi, sempre tenendolo tra le due mani lo solleva e lo guarda prima di lasciarlo scorrere via sempre con lenta sacralità.

Ho visto un monolocale che aveva le cose essenziali a posto ma puzzava di muffa. Quando ho chiesto al proprietario se fosse umido l’ambiente lui ha risposto “No, affatto”.


D’altro canto cosa poteva dire? È come la sciura che va dal salumiere e chiede del prosciutto, ma “di quello buono”. Come se il salumiere potesse rispondere “Guardi, io volevo darle questo qui che è proprio una merda, sa?”.


Ho anche delle buone sensazioni, in ogni caso.
Sono stato accolto al mio arrivo da un gradevole autunno. La città sembra avere un aspetto diverso in questo periodo. Ricordo quando sbarcai qui l’anno scorso, scaraventato dall’aereo nel mezzo del nevischio nel gate poveracci.
Anche questa volta ero nel gate poveracci ma almeno senza nevischio.

Questa mattina alla stazione Tiburtina in attesa di andare all’aeroporto ho invece compiuto una buona azione. Ho aiutato un cinese a comprare un biglietto alla macchinetta, perché lui non ci riusciva. Aveva anche tentato con tutti gli apparecchi disponibili, impostandoli in cinese. Forse pensava che cambiassero?
Dopo che ho compiuto per lui l’operazione, voleva darmi una mancetta di due euro, che ho rifiutato imbarazzato.

Mi sono poi pentito quando volevo acquistare una bottiglia d’acqua ma non avevo spiccioli, così ho cambiato un “venti” e sono stato ripagato con tante monete di resto che mi hanno fatto male sotto al culo quando mi ci son seduto sopra. Il cinese forse aveva visto nel futuro.

Non è che non te ne frega degli spazzolini solo perché sono per-denti

Conosco un tale, col quale ho condiviso un paio di viaggi, che ogni volta che parte dimentica spazzolino e shampoo. Giunto sul posto, realizzando la mancanza, deve andare a comprarli. E poi, quando riparte, li lascia lì. Credo ormai abbia sparso per l’Europa dei segnalini.

Invidio la sua leggerezza.
Anche se io non son da meno, avendo dimenticato in giro un po’ di cose mie. Per ridurre il rischio, negli anni, viaggiando, ho imparato a restringere sempre più il concetto di “stretto indispensabile” da portare con me.


Un giorno voglio arrivare a muovermi con solo uno spazzolino e un paio di boxer di ricambio.


Bisognerebbe applicare il concetto di “indispensabile” anche alla vita di tutti i giorni.
Abitiamo in case che non sono altro che contenitori di cose.
Dobbiamo comprarne sempre altre, perché siamo convinti che ci servano. Oppure perché sono destinate a rompersi (obsolescenza programmata) e noi accettiamo ciò come fosse normale.


Dopo gli smartphone cui non puoi rimuovere la batteria, mi chiedo quanto manchi all’avvento dello smartphone che se lo spegni dopo non si riaccende più.


Molte cose che abbiamo sono sottoutilizzate: come l’onnipresente set per la fonduta, nascosto da qualche parte in ogni abitazione, come un cadavere in giardino. È probabile che magari a Flagellation sur Membre in Vallée d’Aoste sia invece oggetto di uso comune, ma qui al di sotto della Linea Gotica non lo è affatto.

La casa dei miei inghiotte cose. Ciò che entra non ne esce più.

Io cerco ogni tanto di disfarmi del superfluo mettendolo in vendita o regalandolo.

Ieri mi ha scritto un tizio per un oggetto che avevo messo su Ebay. Mi ha offerto 60 €, la metà del prezzo. Io ho rilanciato la sua offerta, rialzandola di 30 euro. Lui ha controreplicato rialzando la propria offerta iniziale di 10 euro e aggiungendo: “Con 100 € vado da Popolare negozio e mi danno due giochi nuovi”.

Gli ho scritto: “Beh allora perché non vai da Popolare negozio invece di cagare il cazzo a me?”.
Ma non ho inviato il messaggio.

Sono suscettibile e nervoso, negli ultimi tempi.
E dovrei forse evitare di muovermi, anche per brevi viaggi. Ogni volta che rientro, infatti, l’impatto con la realtà mi pesa.

Sempre ieri, mentre ero in fila alla biglietteria della stazione, noto un tizio che, lento ma inesorabile come una tartaruga, mi affianca. Quando davanti a noi c’è soltanto una donna, lui si protende col braccio verso il bancone, con posa plastica, come uno che sta realizzando un touchdown.

Appena la donna davanti ha terminato, lui piazza i soldi sullo sportello per segnare il punto. Al che gli dico, con molta tranquillità:

– Scusi, la fila

E lui:

– Vai vai, non ti preoccupare

Con gesto magnanimo.

Ho avuto quasi il rimorso di averlo importunato, mentre lui è stato così gentile da farmi anche il favore di lasciarmi passare.

E dopo avrei desiderato accompagnare la sua testa contro il vetro dello sportello, più e più volte.

Non mi riconosco più.
Un tempo avrei almeno alzato la voce o usato un tono irritato.

I woke up this morning
Didn’t recognize the man in the mirror
Then I laughed and I said, “Oh silly me, that’s just me”

Non è che in viaggio puoi fare i conti senza l’hostess

Delle volte, in stazione, mi soffermo ad ascoltare la voce sintetica che annuncia le partenze. Ricorda che esiste altro oltre un mondo fatto di alte velocità e grandi ritardi, di località note e gettonate.

Mi affascinano i luoghi più disparati dislocati lungo lo stivale. Il treno IC proveniente da Nduja Calabra e diretto a Vergate sul Membro è in partenza dal binario 14. Ferma a Sdraio a Mare, Santa Maria di Buonadonna, Città di Bordello, Reggipetto sul Reno.

Mi piacerebbe viaggiare  più spesso lungo lo Stivale, seguire il paesaggio che scorre lungo il treno – perché è il mondo intorno che scorre, il mezzo è fermo, non so se ve l’hanno detto – esplorando la realtà di posti a me ancora sconosciuti.

Poi ricordo lo stress psico-fisico che comporta un viaggio in IC o Regionale e la voglia tende a scemare. Negli IC quando sali a bordo spesso trovi gente che dorme e considera lo scompartimento come composto da due letti, non da 6 posti a sedere. Oppure c’è una famiglia con un numero imprecisato di bambini che si comportano come delle scimmie evase da uno zoo, col beneplacito dei genitori che già sono costretti a subirli a casa e non si prendono quindi la briga di seguirli nel treno.

Non è sempre tutto negativo, però. A volte si fanno conversazioni interessanti con gli altri passeggeri.

Come quando m’imbattei in una coppia di anziani che da Modena scendevano ad Aversa dai parenti. La signora partì dall’Emilia parlando col tipico accento di quelle zone ma man mano che il treno scendeva giù incominciava a cambiare intonazione e parole. Arrivò ad Aversa che parlava come Nino d’Angelo.

Una volta invece mi stavo lamentando con un mio amico seduto di fianco, che mi aveva svegliato mentre mi ero assopito, facendogli presente che mi ero alzato alle 6 e che avevo sonno. La signora seduta di fronte mi fa: Poverino! Si è svegliato alle 6!…Sai a che ora mi sveglio? Alle 3, per prendere l’IC ed arrivare a Pomezia ed essere a scuola a insegnare alle 8:30.

Al che ho imparato una cosa: bisogna stare attenti a ciò che si dice in treno perché ci sarà sempre qualcuno intorno a te che avrà un interesse specifico nell’argomento e/o qualcosa da ribattere. Come quella volta che stavo spiegando a un amico che sul CV quando ci si candida a offerte di lavoro è utile espungere le esperienze non attinenti o poco rilevanti: se ti stai candidando per una banca, non scrivere che in passato hai fatto il bagnino, ad esempio.


DIDASCALIA LAVORATIVA
In teoria, uno dovrebbe preparare un cv fatto ad hoc per la posizione cui si sta candidando.

In pratica, per come la vedo io, nel mondo odierno questa minchiata non funziona più. Se non vuoi stare a casa a videogiocare tutto il giorno a retrogames sugli emulatori online, devi prepararti a fare tutto. Dal cameriere, al postino, al cassiere, all’arzigogolatore, in attesa poi del posto che ti permetta di fare ciò che volevi e/o per cui avevi studiato. Devo togliere quelle esperienze dal curriculum perché non attinenti? Perfetto. Salvo poi venire escluso a priori perché risulterà che dal 2011 al 2015 non ho fatto nulla, così il selezionatore dirà “Ah! Questo di sicuro passa le giornate sugli emulatori di retrogames e non ha mai lavorato!”.


DIDASCALIA SUL RETROGAMING
A proposito di videogiochi: ecco cosa mi sta rovinando la vita in questi ultimi giorni (sono tutti gli originali, non sono meri rifacimenti):
http://www.ssega.com
http://www.snesfun.com
http://www.8bbit.com

per non parlare di archive.org che ha caricato online un catalogo di giochi DOS.

Io vi avverto. Questo l’OMS non lo dice: questa roba fa male più della carne rossa e dà dipendenza più del formaggio che dicono sia come una droga (infatti al contadino non devi far sapere quanto è buono il formaggio nelle pere).


In quel momento intervenne un tipo vicino a noi, dicendo: Scusa perché hai parlato di bagnini?…Sai io sono bagnino, che poi in realtà si chiama addetto alla sorveglianza balneare, ho anche il diploma…
E io gli rispiegai la cosa del CV. E lui di nuovo insistette sul fatto che per fare il bagnino aveva fatto un corso ed era stato certificato.

Insomma, meno male che era arrivato il momento di scendere perché non ho capito cosa si aspettasse da noi, un riconoscimento ufficiale? Un posto di lavoro? Mah.

Un capitolo a parte meritano gli amori da treno. A volte innescati da qualche scambio di parole. Altre volte invece fatti di platonicismo puro, come il Sommo Poeta ci ha insegnato. Basta un dettaglio, il libro che legge, il tipo di abbigliamento, la musica che dalle cuffiette prorompe all’esterno, per farmi capire che può essere la donna della mia vita.


Insomma, una che ad esempio ha una borsa con dei gatti disegnati sopra può essere una cattiva persona? Può essere una ragazza non interessante? Io non credo.

Può essere una malata di mente? Questo è probabile.*


* Io credo che le donne che amano i gatti non stiano a posto con la testa. E lo dico da gatto, amante dei gatti, amante delle donne che sono amanti dei gatti e amato da donne che erano amanti dei gatti.


Almeno fino a che non è il momento di scendere dal treno.

I viaggi lunghi e con soste frequenti hanno quindi un loro perché: purtroppo noto in me un imborghesimento che mi porta a scegliere le alte velocità. E, a tal proposito: perché gli steward/le hostess a bordo di Trenitalia sono sempre scazzati mentre quelli di Italo sono giovani, splendenti e sorridenti come un spot Mentadent?

Come cantava la cicala, “L’importante è frinire”

Gli ultimi pensieri che mi circolano nella mente la sera, prima di addormentarmi, sono anche i primi che si ripropongono al mattino, come l’aglio nel pranzo pomeridiano che viene a fare un saluto alle tonsille verso l’ora dell’aperitivo.

Al mattino quel pensiero serale non circola più fluido e libero, ma è addensato e viscoso, come se fosse fermentato per trasformarsi in qualcos’altro. Vorrei prendere questi distillati di pensiero e imbottigliarli ed etichettarli. Guarda qui, questo Erotico del 2006 che riflessi che ha alla luce. E questo Malinconico del 2013? Ottima annata.

Stamattina al risveglio mi sono rovesciato addosso una Vergogna di Spirito che avevo lasciato a macerare dalla sera precedente. Fermo in stazione centrale guardavo le persone che mi passavano accanto chiedendomi se notassero la mia puzza di vergogna. Arrivavano da destra, sinistra, da dietro e da davanti, incrociandosi e poi allontanandosi. Indifferenti.

In fondo, al mondo non interessa di te a meno che tu non faccia qualcosa che abbia rilevanza. Per esempio se in stazione mi fosse accaduto qualcosa, ciò avrebbe attirato l’attenzione del pubblico intorno, almeno fino a che la loro curiosità non fosse stata appagata e le loro occupazioni non fossero tornate preponderanti nei loro pensieri.

Immaginavo un titolo sul giornale: “Uomo si sbullona alla stazione”.

Voi nati negli Eighties ve li ricordate gli Sbullonati?

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Io avevo quello rosso e quello blu.

Ecco, pensavo a un tastino in petto da pigiare per sbullonarsi.

Poi tanto dopo ti riattacchi e ti rimetti insieme, ma intanto hai distolto l’attenzione dalle macchie di vergogna.

La sempiterna aria da liceale nei volti dei Pippo Civati

Ho preso un biglietto del treno,
su internet, col mio conto PayPal
destinazione Venganchio
ma ho scoperto che il treno andava a Nottuno
e alla fine ho deragliato a Cambidea
per rimanere a Fermo.

Se mi incontrassi alla stazione
mi chiederei Tutto bene?
e risponderei con Tutto a posto
per paura di costringermi ad ascoltarmi
quindi preferisco ignorarmi.

Ignoro il mio corpo finché lui passa dritto senza salutarmi
e a volte faccio sogni in cui non riesco a far sentire la mia voce
allora scrivo perché almeno così la vedo e la posso rammentare
quando mi rileggo con la mia voce in testa
anche se spesso baro
e mi riascolto con la voce di DiCaprio
quando mi sento riflessivo
o con la voce di Depp
quando penso qualcosa di ironico o sarcastico
o con la voce di Paperino
quando mi rivedo imbranato.

E mi percepisco così in abiti non miei
non posso agghindarmi da giovane adulto o da adulto giovane
come i tuoi amici medio chic che intrecciano bicchieri
mentre io me ne vado a sorreggere muri dei vicoli con la schiena
sferzato dai venti e intimorito dai trenta.

Quando ci fermiamo a Cambidea
partiamo per Venganchio
un giorno che c’è la nebbia
così non ci riconosceremo
e non baderemo ai nostri vestiti.

È il 26 novembre e gli alberi non han perso del tutto le foglie, mentr’io mi sento già spoglio

Lungo la statale passo in rassegna le operatrici del sesso disposte in ordine in attesa di clientela. Ormai le riconosco tutte anche se alcune son cambiate e mi chiedo le precedenti che fine abbiano fatto. E mi sorgono pensieri orribili e apprensivi, come se la sorte di quelle donne fosse affar mio. E penso che lo sia, ma non viviamo, forse, nell’epoca dell’ignoranza? Anzi, ogni regime politico da quando abbiamo abbandonato le grotte non si è retto proprio sull’ignorare? Ignorare l’affamato a bordo strada, la carcassa sull’asfalto, i tossici del campetto abbandonato, la clochard che piscia fuori la stazione della circumvesuviana, l’anziano sepolto in casa e i 40 chili di una ragazza alta un metro e settanta che porta a spasso il cane per avere una scusa per fare 3 km a piedi ogni giorno e continuare a dimagrire.

Viviamo immersi nella nebbia che il guardo esclude, nebbia come quella che mi ha accompagnato questa sera circondandomi con i suoi vapori lattiginosi, che a tratti mi han fatto credere di aver sbagliato strada e di essermi ritrovato da qualche parte su nel vasto Nord. Che io nelle campagne del vasto Nord mai ci ho girato e quindi non so in effetti come siano, ma mi han sempre detto che lì abita la nebbia, come se qui l’umidità invece non avesse ragione di esistere. Eh già, siamo la terra del Sole e infatti qui, le persone, sole mi sembran proprio assai, delle volte.

Mi entra il freddo nei pensieri e vorrei spogliarmi di tutto ciò che mi ricopre. Pensieri, sensazioni, emozioni; restare come un albero senza foglie in attesa della primavera della ragione.
Che ci liberi dalla nebbia, amen.

Fammi i tuoi discorsi metafisici sullo street food (che è meglio se fritto)

Era da tempo che non passeggiavo per le vie di Partenope osservandola con occhi diversi. Troppo spesso si percorrono i propri luoghi a testa bassa o dritti verso una meta procedendo con i paraocchi come un cavallo da barroccino.

Il piacere del percorso, dell’osservare con occhi curiosi la realtà circostante. I tuoi occhi, che cambiano i miei punti di vista.

E forse si può provare anche a pensare un po’ di meno e uscire, dopo un lungo periodo da anacoreta mentale, dalla propria testa e osservare le cose come vengono incontro così come sei arrivata tu incontro a me. Guarda: c’è il mare. Osserva: dei mentecatti che si fanno la foto nella stazione della metro con alle spalle una gigantografia del mare.

Non ci avevo fatto caso. Guardavo te.

Progetti. Li getti? A che pro?

Abbracciandomi mi hai detto “Realizza i tuoi progetti”.
Mi sono sentito come nudo e indifeso. Porca miseria, c’è quindi qualcuno che mi prende sul serio. Che ansia.

Progetti. E scorrono delle figure davanti a me.

Ho sempre avuto una mente visiva, con frasi e parole che nella mia testa vanno a ricollegarsi in modo automatico a delle immagini in base ai suoni. Riflessi pavloniani per associazione. Alcune volte tali immagini si rivelano obsolete o fuori contesto: ma ormai sono lì, fissate come scolpite nel marmo.

Per dire, io da piccolo Napoli posso dire di non averla mai vista. Mia madre e mia nonna mi portavano con loro a comprare il pesce dietro Porta Nolana o da un negozio di stoffe in qualche vicolo lì intorno; attività di cui non mi importava molto e che cancellavo dalla mente. Così per me Napoli era rappresentata dalla stazione dei treni. Sentivo “Napoli” e pensavo alla stazione, perché per me Napoli era una stazione. Non avendo visto altro era quella la prima immagine che mi si era fissata.

È così che da bambino la parola “progetto” nella mia mente si è legata a un episodio di Tom & Jerry in cui il gatto si dedicava a progettare una mega trappola per incastrare il topo. C’era questo gigantesco foglio di lavoro dove era disegnato tutto il macchinario, che funzionava con un meccanismo a domino, es. un tergicristalli puliva un vetro e il movimento metteva in moto un altro aggeggio e così via, sino ad arrivare a un orologio a cucù che sarebbe andato a tagliare una corda che reggeva una cassaforte piazzata giusto sopra il roditore.

Ecco, nella mia testa progetto è uguale a “lavagna con disegnato sopra una cosa molto complicata e articolata”.

E io adesso vedo davanti a me un foglio da disegno su cui non c’è tratteggiato molto, soltanto un foro enorme con tutto intorno scritto acqua acqua acqua. No, macché acqua, è un buco nero. E più ci si cade dentro e più non se ne vede il fondo. Le mie nozioni di fisica sono alquanto limitate, ma da quel che ricordo credo che se fosse tecnicamente possibile andare a esplorare un buco nero (restando integri) in realtà non si riuscirebbe mai a raggiungerlo, la caduta verso il suo centro sarebbe infinita.

Sono trent’anni che cado, cado e cado. Un’attività inutile, come per Tom inseguire Jerry. Che poi io quel cartone l’ho sempre odiato. Come si fa a fare di un topo un eroe? Come si può mitizzare un topo? Per lo stesso motivo ho sempre odiato Topolino. Saccente e petulante, si circonda di persone idiote, incapaci o strambe per rafforzare la propria autostima. Non ne parliamo di quando poi ne ho visto i cartoni animati: ma una voce meno stupida non poteva avercela?

Ho sempre preferito i paperi, infatti, e il maestro Carl Barks è un mio mito.

La grande capacità di Paperon de’ Paperoni è quella di riuscire a combinare istinto e progettualità. Anche se in nome del guadagno si getta a capofitto in qualunque impresa, ha sempre un piano, non si dimentica di avere un “paracadute” per assicurarsi contro i rischi. Furbizia. È la prima lezione che ha imparato nella propria vita: il suo primo guadagno in assoluto, ottenuto quando cominciò a fare il lustrascarpe, fu una moneta da 10 cent americana (la famosa Numero Uno). Una moneta alquanto inutile in Scozia. Accortosi dell’imbroglio, esclamò: Che mi serva di lezione! La vita è piena di lavori duri e ci saranno sempre dei furbi pronti a imbrogliarmi! Beh, sarò più duro dei duri e più furbo dei furbi… e farò quadrare i miei conti!

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Questo è avere una progettualità intelligente.

E tu così spontanea mi vieni a dire “realizza i tuoi progetti”.

Ti voglio bene e ti osserverò mentre realizzi i tuoi. Perché ne hai l’intelligenza.