Non è che l’ISIS possa rivendicare una notizia bomba

A novembre andrò a un festival musicale in Centro-Nord Europa. Non è proprio un buon periodo storico per gli assembramenti di persone durante eventi pubblici.

In genere però non ci si pensa. Le statistiche poi offrono conforto: è più probabile che io sotto casa incontri un tizio con un cacciavite in mano che mi chiede di vuotar le tasche.

E io nella concitazione temo di sbagliare ed estrarre un fazzoletto sporco, perché i fazzoletti di carta li riutilizzo più volte per non sprecare. Prima ne utilizzo un angolo, poi un altro e così via fino ad averli esauriti. E quindi ho sempre in tasca un fazzoletto moccioso. L’uomo del cacciavite, pensando che io voglia prenderlo in giro, mi darebbe allora un’avvitata alla milza.

Un amico che ama far dello spirito ci consiglia di star molto attenti durante il festival che È un attimo eh eh bum eh eh.

Quasi quasi lo compio io un atto terroristico. Così, per coglier di sorpresa tutti. E magari evitar problemi, come lo statistico che sull’aereo porta con sé una bomba perché è improbabile trovarne due sullo stesso volo.

Ho deciso, esplodo io.
Mi faccio saltare i nervi. In uno stanzino tra me e me stesso, senza preavviso.

Prima penso che brinderò.

Brinderò alle domande non richieste e alle risposte non avute.
Ai gomiti nello stomaco nella ressa sui mezzi pubblici e a due dita nell’origine del mondo.
Alle pelle del salame che viene via e ai nervi a fiori di pelle.
Alle ricette di cui ognuno ha la propria e alle opinioni come culi.
Ai bei culi e ai calci in culo.
All’assenza di fortuna e alle occasioni costruite da soli.
Ai film che fanno dormire e ai capolavori inaspettati.
Alle sale d’aspetto, i trasferimenti, gli aerei a orari improbabili e gli autobus transtatali.
Ai regali restituiti e i ricordi non cedibili.
Alle ricerche, gli sbagli, le penitenze, le ripartenze.

E potrei continuare a lungo ma mi fermo sennò mi disinnesco.

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Il cuoco asiatico prese a spogliarsi e la gente gridava “Noodles! Noodles!”

Alcune considerazioni cui sono giunto nell’ultima settimana dopo distratte riflessioni (se fossero state attente avrei considerato meglio).

  • Mi sono arreso al fatto che a 30anni non sono ancora in grado di aprire le buste al supermercato. Le stropiccio, le sbatto, le tiro con le unghie, provo a umiliarle verbalmente e sessualmente: i due lembi non si separano in alcun modo. Intanto mentre sono intento a litigare con la busta la cassiera continua a lanciare i prodotti, che si accumulano sempre più sino a rasentare la soglia del game over, come in un videogioco anni ’80.

    Il furioso cassiere che lancia la spesa verso il povero cliente, mentre una donna che non sa scendere da uno scaffale richiama invano attenzione

    Ma io ho risolto: vado al supermercato con la sporta.
    Non uscite mai di casa senza la sporta: non si sa mai quel che può accadere!

  • Dormire nudi regala sonni migliori. In genere lo si fa per uno scopo, ma se non c’è scopo chi dice non si possa farlo comunque? Una sera dopo essere uscito dalla doccia già quasi in fase R.E.M. (tant’è che canticchiavo Imitation of Life) non avevo voglia di rivestirmi e mi sono infilato sotto le coperte così come stavo. Ho dormito una favola e da allora non riesco a smettere.
  • Gli all you can eat giapponesi dovrebbero essere aboliti o quantomeno regolamentati. Tanto per cominciare, per la qualità. Perché mi chiedo come sia possibile mangiare con 20 euro il quantitativo che in un vero ristorante giapponese costerebbe 100. A tavola si ingurgitano con ingordigia nigiri e maki senza riuscire a fermarsi, come i genitori di Chihiro ne La città Incantata che dinanzi al buffet cominciano a rimpinzarsi fino a trasformarsi in maiali. Ho cominciato a temere ci saremmo trasformati in pesci giganti e ci avrebbero messo in un acquario in attesa di essere serviti a tranci di sashimi.
    Il risultato di tale stolta frenesia manducatoria è che, come al solito, si ordinano piatti in continuazione e si finisce alla fine col dover nascondere gli avanzi nelle borsette o con lo sparpagliare il riso un po’ ovunque (anche nelle lattine) per non essere costretti a pagarli, perché lo stomaco non ce la fa più.
    Proverbio: Il riso abbonda sulla bocca degli stolti e poi li gonfia (e se non lo finiscono tutto devono pagare la differenza).
  • Vivere in una grande città rispetto a un Comune di provincia offre maggiori possibilità di incontrare personaggi stravaganti. Come quando l’altro giorno ho visto un punkabbestia che andava in giro con una cornacchia (viva) sul cappello. Giustamente, qualcuno ha posto dei vincoli sulla scelta dell’animale cui accompagnarsi? Chi ha deciso che la bestia del punk dovesse essere per forza un cane? Credo comunque che l’individuo in questione se la tirasse un po’ troppo dandosi arie da decadente come se in testa avesse un corvo nero. Ma, ripeto, era una cornacchia grigia.
  • Le operazioni di statistica mi creano sempre delle difficoltà e, per quanto mi ci applichi, per me resta quella materia in base alla quale, secondo Trilussa, se metà della popolazione mangia due polli e l’altra metà nessuno, a tutti tocca un pollo a testa.L’altra sera ho verificato questo enunciato. Ho scongelato delle fettine di pollo, pensando che fossero due perché erano tutte unite e impossibili da individuare singolarmente. Ho scoperto che invece erano quattro: avendole ormai scongelate, le ho cucinate e mangiate tutte. E ho pensato che se in quel momento ci fosse stato qualcuno a caso che non mangiava fettine di pollo, per la statistica risultava che io e lui ne mangiavamo due a testa. E quindi mi sono chiesto chi fosse questo tizio che godeva statisticamente a sbafo delle mie fettine.
    “Nella vita reale non c’è alcun uomo medio” (Aldous Huxley)

Se Baudelaire avesse fatto il tappezziere, di stampe di fiori e gatti riempirei le mura

Sul corpo ho due piccole cicatrici.

Sull’interno coscia, una ferita che mi sono procurato all’età di 12 anni, quando sono stato investito da una Panda rossa guidata da una ragazza molto carina mentre ero in bicicletta. La poverina andò in paranoia totale, tre giorni dopo passò anche a trovarmi. Per la cronaca, era colpa mia: andavo contromano con le mani dietro la testa.

Sulla testa, il segno di una caduta all’età di 17 anni e 364 giorni, quando per inseguire un mio compagno di classe cademmo entrambi e io andai a sbattere la testa sul cemento (ah, ecco perché ora sei ridotto così! Tutto si spiega, Gintoki! Spiacente, ero così anche prima!).

Due episodi molto coglioni.

Una ragazza una volta mi chiese se poteva toccarmi le cicatrici. Disse le piacevano i segni sulle persone. Ok detta così suona male e sembrerebbe pronunciata da una discendente di de Sade, ma in realtà era detta in modo molto leggero e goliardico. O alla fine forse era solo una scusa. Alla fine diventammo intimi ma non gliele feci toccare.

I segni sul corpo sono come dei punti di contatto dei nostri ricordi. Ora, i miei son ricordi di cazzate o cazzate di ricordi, ma mi aprono collegamenti sul chi ero e cosa facevo in quei periodi.

Forse è per questo che non potrei farmele toccare.

Ho pensato a quante cose tengo nascoste sotto pelle evitando il contatto perché mi arreca fastidio.

Una persona in questi giorni mi ha fatto riflettere su una cosa. Scrivere su un blog, essere dentro quella che può definirsi una comunità seppur dai confini eterei e mobili, aiuta a sentire intorno a sé un’atmosfera di comprensione; nasce, spontaneo, un senso di riconoscimento a vista. Se io scrivo che compro solo calzini a righe arriverà sicuramente qualcuno, per statistica, a dire ehi, ma sai che anche io impazzisco per i calzini a righe?.

E io mi sentirò un po’ compreso, Ma tu guarda, un altro che ama i calzini a righe!.

Tra parentesi questa cosa è molto strana: io compro solo camicie a quadri. Però i calzini li preferisco a righe, quelli coi quadretti mi fanno orrore. Non è buffo?
Invece alle pareti, al posto di una vernice a tinta unita o di righe o quadri, preferirei avere dei disegni. Gatti, ovviamente, silhouette di questo tipo

Ecco, su un blog io ci scrivo proprio per il motivo di cui parlavo. Posso decidere come, dove e quando far sentire qualcosa sotto pelle. E vedere se c’è qualcuno che risponde Ehi, sì! Anche io sono fan dei calzini a righe!.

All’esterno ciò non sempre è realizzabile con facilità e non è detto che vogliamo far venire fuori qualcosa che abbiamo sotto pelle. Magari i miei amici pensano che io invece abbia un cassetto di calzini a quadri. E non voglio parlar loro del contrario. Non sempre, almeno.

Qui funziona in modo diverso.
Spengo quando voglio.

Il gatto

Nel mio cervello passeggia come se fosse in casa sua un bel gatto: forte, dolce e grazioso. Se miagola lo si sente appena, tanto il suo timbro è tenero e discreto; ma se la sua voce si allarga o incupisce essa diviene ricca e profonda. Sta in questo il suo incanto e il suo segreto.
La voce, che stilla e sgoccia nel mio intimo più tenebroso, mi riempie come verso un ritmato e mi rallegra come un filtro.
Addorme i miei mali più crudeli, contiene tutte le estasi; per dire le più lunghe frasi non ha bisogno di parole.
Non v’è archetto che morda sul mio cuore, strumento perfetto, o faccia più regalmente cantare la sua corda più vibrante, della tua voce, gatto misterioso, gatto strano e serafico, in cui tutto, come in un angelo, è sottile e armonioso.

Dal suo pelame biondo e bruno esce un profumo così dolce che una sera, per averlo carezzato una volta, una sola, ne fui tutto impregnato.
È il genio familiare del luogo: giudica, presiede e ispira ogni cosa nel suo regno. È forse una fata, forse un dio?
Quando i miei occhi, tirati come da una calamita, si volgono docilmente verso questo gatto che amo (e guardo dentro me stesso), con stupore vedo il fuoco delle sue pupille pallide, chiare lanterne, opali viventi, che mi contemplano fissamente.

(scommetto che queste rivelazioni sulle righe hanno scioccato un po’ tutti. Chi si aspettava un mondo di Gintoki a quadretti, sbagliava. Se una donna vuol farmi morire, deve presentarsi con un paio di parigine a righe. Eh sì, ognuno ha i propri feticismi, lo so)