Non è che il medico appassionato di musica esclami “Dica 33 giri”

In radio passano per la 62364237esima volta Heroes di David Bowie. Ci sono delle stazioni radio che trasmettono grandi classici del rock e della musica in generale ma programmano sempre le stesse canzoni.

Meglio questo, ovviamente, che qualche tormentone contemporaneo.

Ripensavo a quando da ragazzino ho scoperto per la prima volta questi grandi classici della musica. La sopracitata Heroes, The sound of Silence, (I cant’ get no) Satisfaction, The passenger, Like a Rolling Stone e altre ancora. A quell’epoca fu per me come conoscere una ragazza e innamorarmi di lei.

Alcune di queste canzoni facevano da colonna sonora a degli spot pubblicitari. Aspettavo quelle réclame per poter sentire quelle canzoni (no, non c’erano YouTube né Spotify). Avevo anche capito gli abbinamenti dei blocchi pubblicitari a seconda delle trasmissioni, quindi sapevo che durante un determinato film/programma, sarebbe arrivato quello spot che aspettavo per quella determinata canzone.

Altre ero riuscito a registrarle sulla cassettina. Le registrazioni erano tutte sporcate dagli interventi degli speaker, che devono sempre parlare sugli intro/outro delle canzoni per far vedere quanto sono bravi. Consumavo quelle cassettine a forza di riascolti, facendo spesso rew-play per riascoltare uno specifico verso.

Tra i vinili di mio padre di sicuro c’erano ma mi vergognavo un po’ a chiedergli “Mi metti per favore questa?”. Più che vergogna era una sorta di gelosia. Era stata una “mia” scoperta e non desideravo condividerla. Doveva restare un fatto intimo e privato.

A volte mi chiedo se mi ricapiterà di riprovare simili sensazioni.

Ascolto tantissima musica, oggigiorno, molta più di quanta ne ascoltavo in passato. E ascolto tante belle cose, di qualità (almeno secondo me!) e ne scopro di continuo di nuove. Ascolto cose che mi emozionano, mi prendono, dischi che consumo.

Però il piacere emotivo di quella scoperta che mi diedero quelle canzoni non l’ho più ritrovato. Beninteso, parliamo di grandi classici della musica, pezzi che di continuo vengono inseriti nella “lista delle 100 canzoni di tutti i tempi” che qualcuno si ostina ancora a stilare. È anche normale non aspettarsi che compaia di nuovo una Yesterday, adesso.

Però io non credo sia solo un discorso di qualità musicale e di ammirazione per dei mostri sacri del rock. Anche perché, all’epoca, mi erano del tutto ignoti gli artisti dietro questi pezzi. Era più un discorso legato al piacere adolescenziale della “prima volta”, della scoperta di qualcosa di nuovo in assoluto. Il mio riferimento musicale prima di allora potevano essere massimo le Spice Girls e gli Articolo 31.

Una prima volta che non si può rivivere. Poi nella vita ci sono tante altre occasioni per vivere qualcosa di emozionante, e non mi lamento di certo della mia vita attuale.

Però quel piacere lì, di quella emozione viscerale nel chiedersi per la prima volta “Ma cos’è questa canzone?” non ci sarà più.

Ma quanto è brutto crescere?

 

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Non è che per smaltire il cibo spazzatura tu debba chiamare la nettezza urbana

Siamo i nati negli ’80. Forse la prima generazione che ha realmente usufruito della cultura ‘pop’ senza troppa vergogna e stigmatizzazione.


Tralasciando i conflitti generazionali – che sono sempre esistiti e sempre esisteranno – su quanto tutto fosse migliore al tempo dei genitori e su quanto facciano schifo i gusti dei figli.


Negli anni ’80-’90 abbiamo ciucciato dalla enorme tetta della civiltà dei consumi a volontà e voluttà come se ci fosse dovuto. Tanto vivevamo senza incubi.

Il mondo sembrava entrare in una lunga era di pace – sì va be’ la Guerra del Golfo, quella in Iugoslavia, il conflitto israelo-palestinese: scaramucce provinciali! – e l’economia con le nuove tecnologie sembrava proiettarci ad atterrare su Marte negli anni 2000.

Cartoni giapponesi, merendine, videogiochi, sticker puzzolenti, cibo spazzatura, i primi passi in internet, Willy, il principe di Bel-Air e Beverly Hills 90210, Cioè, le Spice Girls. Una palla di fuffa plasticosa e di minchiate pop con la quale abbiamo giocato come gatti credendo di vivere a Bengodi.

Poi un giorno ci hanno tolto la tetta e ci hanno messo di fronte la verità. G8 di Genova, 11 settembre, la crisi economica, lo stage gratuito, il precariato, niente mutuo e niente pensione, le rate intestate ai genitori, la carne rossa fa male. Stop, Bengodi è finita. Anzi, non è mai esistita e se è esistita l’hanno occupata e saccheggiata prima di te.

Prima che riuscissimo a capirne qualcosa e trovare la quadra, sono arrivati quelli della generazione dopo di noi e ci siamo anche scoperti vecchi.

È un po’ come vivere la propria educazione sessuale col porno e poi ritrovarsi un giorno ad avere un tête-à-tête nel mondo reale. Il porno non ti ha mai raccontato che ci sono gli odori corporei e che tu avrai l’ansia di puzzare e ti sarai spruzzato l’Axe pure tra le cosce, cosa che ti ha causato un’irritazione che ti fa camminare a gambe larghe come un lottatore di sumo. Il porno non ti ha mai detto che dall’altra parte c’è una persona che ha più ansie di te (ma la tua ansia è autoreferenziale e ti fa concentrare solo su te stesso) e teme più di te di puzzare e si sarà fatta un bidet con lo Svelto. Il porno non ti ha mai raccontato che non è detto che troverai davanti a te un’autostrada tre corsie ove si accede comodamente: spesso, è più che altro una via di un borgo dove cozzi gli specchietti e il parafango. E il porno non ti ha mai detto che mentre tu, homo erectus mononeurale, sei solo preoccupato a come far passare il tuo mezzo (mezzo…non esageriamo, facciamo un quarto), chi detiene il borgo ha paura che tu gli possa danneggiare le pareti sottoposte a vincolo artistico.

Sessualmente parlando è facile rendersi subito conto di quale sia la realtà e adattarvisi – parlando di adulti funzionali, s’intende. In tutti gli altri campi della vita sembra invece che la mia generazione sia rimasta traumatizzata dalla perdita della sua tetta. Chi più chi meno, vedo che i miei coetanei vivono uno stato di smarrimento e frustrazione come un bambino cui hanno tolto il ciuccio.

Negli anni ’90 credevo che entro il 2020 l’uomo sarebbe andato su Marte.

Oggi spero che non avvenga mai e che ce lo lascino in pace.


* Da questo articolo inizia una collaborazione con ludovicamanfredi_art che presterà la sua opera illustrando i miei post. In questo modo spero di intercettare il pubblico che guarda solo le figure.



Non è che al muratore serva uno stilista per una camicia di stucco

Nostalgici delle figurine puzzolenti e del Paperino’s, ho deciso di proseguire il post di ieri sugli anni ’80-’90 perché vivere nella nostalgia è come entrare in un grosso tendone da circo vuoto: sa di plastica esausta, di polvere e di selvatico. Esattamente gli stessi odori che avevano le sorpresine contenute nelle buste di patatine. Posso mai lasciare qualcuno abbandonato, così?

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“Il buon sapore di cicca americana”: ma chi l’ha detta ‘sta minchiata? E perché mai un Paperino deforme inchiodato all’asta dello spazzolino come in una tortura medioevale avrebbe dovuto interessare a un bambino?

Se ancora non credete alle mie parole e ritenete di aver vissuto un’epoca magica, ripensate a uno dei prodotti peggiori dei Novanta: le boy band e la loro musica. Roba che oggi Despacito è un’opera di pregevole fattura musicale.

Trattandosi di un prodotto preconfezionato per il grande pubblico, nella composizione di ogni boy band c’erano degli elementi ricorrenti:

– Quello con l’aria pulita da bravo ragazzo cui le mamme avrebbero dato l’imene delle figlie
– Quello con l’aria da scavezzacollo poco raccomandabile cui le ragazzine avrebbero voluto dare l’imene
– Quello di cui nessuno si ricorda il nome e su cui girano voci di omosessualità
– Altri componenti a caso inutili che servivano a fare numero

Se alle ragazze piacevano perché erano fighi, i ragazzi li seguivano per copiarne la figosità: la calvizie precoce a 30 anni successiva è dovuta all’abuso di gel di dubbia composizione negli anni precedenti, per imitare le acconciature dei fantocci musicali che andavano per la maggiore.

Il gel: tutti ti dicevano “Ma cosa ti sei messo in testa?” ma nessuno che ti ammoniva su cosa ti mettevi sulla testa. Delle paste multicolor che puzzavano di petrolchimico della periferia di Vergate sul Membro che ti fossilizzavano i capelli per un paio di settimane. Se prendevi di testa un Super Santos i tuoi capelli da istrice erano capaci di bucarlo.

Gli outfit comprendevano più o meno elementi come: camicie XXL, t-shirt sopra t-shirt a maniche lunghe, salopette di jeans, jeans ascellari con effetto “scusa ho il pannolone per un problema di dissenteria che mi sono beccato in Messico”, canottiere da muratore bergamasco, tute di acetato modello spacciatore di crack.

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A una girl band (le Spice Girls) dobbiamo invece l’affermazione di uno scempio pedonal-stilistico: le scarpe con le zeppe. Anche per uomini, perché il ridicolo dev’essere no gender. Sul motivo perché una persona sana di mente dovrebbe indossare scarpe scomode per camminare, per guidare, per vivere, non mi soffermo. Ognuno sceglie di torturarsi come preferisce.

Per i più piccoli invece c’erano altri tipi di calzature: quelle con le lucine posteriori. Sembra che i led lanciassero un codice morse per i bulli che diceva più o meno “Per favore picchiatemi perché me lo merito”.

E voi ancora state lì a rimpiangere quell’epoca?!

FINE SECONDA PARTE

(il che non vuol dire che ce ne sarà per forza una terza)

Buona la prima…?

La prima volta che ho fatto qualche tiro di canna non ho aspirato perché non sapevo come si facesse.

La prima volta che ho sentito parlare di droga fu quando Maradona fu trovato positivo all’antidoping. E non capii bene il senso delle parole di mia madre: “Gli hanno trovato la cocaina addosso” e io pensavo che proprio fisicamente c’avesse della roba sparsa sul corpo.

La prima volta che mi sono eccitato consapevole di ciò fu sfogliando un catalogo Postalmarket. E, vorrei dire, quanto erano lascive le pagine dell’intimo? Pizzi e trasparenze ovunque, altro che le mini robe elasticizzate di oggi che son buone per tirar di fionda.

La prima volta che ho avuto una fionda è stata anche l’ultima, perché non ne ho fatto un uso accorto.

La prima volta che sono andato in farmacia a comprare dei preservativi sono entrato con l’atteggiamento di un tossicodipendente che va a cercare il metadone. Avvicinandomi al bancone chiesi alla giovane farmacista, indicando l’espositore, quali fossero i più sottili (perché il primo pensiero era che “qualcuno” si tediasse e si ritirasse sdegnato sulle proprie posizioni). Lei rispose:
“Non ne ho idea, non ne ho mai indossato uno”
“Sì, ma…ehm…pensavo che come farmacista conoscesse i prodotti…va be’ prendo questi” dissi io, a disagio come una giornalista quando non parte il servizio e finge di usare un telefono giocattolo.
Sono uscito augurandomi che il suo partner li trovasse tutti bucati. A pensarci su dopo capii che era proprio una domanda del cazzo (o “sul” suddetto…), ma, mi chiesi: se fossi andato a chiedere un consiglio su una marca di supposte, mi avrebbe risposto “Ah non lo so, mica mi infilo cose su per il…”?

La prima volta che ho giocato a calcio sono tornato a casa con le gambe che sembravano di marmo. E neanche di Carrara.

La prima volta che ho fatto scuola guida sono riuscito a mettere la retro al posto della prima tutte le volte che fermavo l’auto. Era una Mini Cooper e la R è appunto in alto a sinistra.

La prima volta che ho ricevuto del denaro per un lavoro da me fatto, fu da mia zia per averle venduto dei miei disegni. La cosa mi convinse di avere delle spiccate capacità artistiche. Cosa che non ho mai avuto.

La prima volta che ho sentito parlare del Big Bang ho pensato: “Se c’è stata un esplosione che ha scagliato roba nell’Universo per 14 miliardi di anni, poi dovrà esserci qualcos’altro: la roba tornerà indietro come un sasso lanciato in aria? Si fermerà?”. Nessuno ci crede, ma io da bambino ho teorizzato quindi il Big Crunch e la Morte Fredda dell’Universo (fa niente che non ci voleva tanto ad arrivarci e che l’avesse pensato già qualcuno prima di me, dettagli).

La prima volta che dubitai dell’esistenza di un dio fu quando pregai perché la mia console Atari 2600 che si era rotta tornasse a funzionare e così non accadde.

La prima volta che sono andato al cinema fu per vedere il film di Mr Bean.

La prima volta che vidi Berlusconi in tv pensai: “Toh, che viso sorridente e tranquillo. Dev’essere proprio una brava persona”

La prima volta che sono potuto andare su internet in totale libertà non sono andato a cercare pornografia ma musica gratis.

La prima volta che ho cercato pornografia su internet ho riempito il pc di virus.

La prima volta che ho scritto su questo blog ho pensato avrei smesso dopo poco, pentito. E in realtà me ne pentii e me ne pento ogni volta che pubblico qualcosa, fortunatamente ho più egocentrismo che rimorso.

La prima volta che ho comprato un cd è stata per quello delle Spice Girls. Credo a convincere un bambino 11enne fu il video (mostrato dal Tg2) con l’attaccapanni della Sporty Spice in primo piano. E mò ve lo ribeccate perché al trash non c’è mai fine.

I dolori del giovane runner

Era l’estate del 2000. Quella dei miei 15 anni. La Francia aveva da poco castigato l’Italia in finale degli Europei di Calcio, la Playstation 2 ancora non era arrivata in Europa e il Venerdì di Repubblica, in vista delle Olimpiadi di Sidney, aveva pubblicato un servizio fotografico sulle più belle atlete italiane. Tutte immortalate in bikini, intente a stare in posa a bordo piscina, sotto una cascata d’acqua e altro ancora. La cosa mi procurò degli innocenti (più o meno) pruriti adolescenziali. A qual tempo avevo la passione per le donne sportive, interesse nato alle scuole medie quando fecero la propria comparsa le Spice Girls: m’ero invaghito di Mel C, la Sporty Spice:


Poi capii in un momento successivo che non si è atleti mettendo una canotta di una squadra di basket. Io ad esempio avevo quella dei Chicago Bulls, con nome e numero di Michael Jordan che tra l’altro a quell’epoca aveva già lasciato la squadra. La indossavo anche per uscire la sera, a volte. Insieme ai pantaloni larghi che portavo ero un vero b-boy. O un clown.

La vita serale si svolgeva lungo 2-300 metri di strada. A quel tempo c’era un’isola pedonale permanente, panchine e alberi avevano sottratto di prepotenza l’asfalto alle automobili. Ogni gruppo sociale si era creato la propria nicchia ecologica. Talvolta le nicchie erano troppo a stretto contatto e volavano ceffoni tra animali di specie diverse. No, mi correggo. Se le davano all’interno dello stesso gruppo. La Polizia Municipale nel frattempo si dileguava. La pancetta da posto fisso non è utile a parare i ceffoni, perciò è opportuna una sana e decorosa fuga come prescriverebbe Sun Tzu.

Una delle nicchie che più mi incuriosiva era quella della gioventù alternativa o presunta tale. Con le loro barrette di titanio infilate un po’ ovunque sotto pelle e i jeans consunti, cadenti e strappati che in realtà erano più nuovi delle loro mutande. Trascorrevano la serata sui gradini di un negozio, nel pieno centro dell’isola pedonale. Tutti completamente immersi nel buio, causa un albero che oscurava il lampione di fronte e che proiettava in basso un cono d’ombra. Macché, era una piramide d’ombra, tanto era grande. Qui nascevano i miei dubbi. Se volevano starsene isolati e mostrare il proprio essere dissociati dal resto della massa, perché non andare a dissociarsi in una zona realmente priva di altre persone? Poi, ho realizzato. Come faccio a mostrare la mia dissociazione se non c’è nessuno a vedermi? E via così.

Fare sport a 15 anni voleva dire partita di calcetto al sabato. Unico schema: dove va la palla si corre. Più che calciatori, sembravamo uno sciame di moscerini. La partita finiva quando a qualcuno venivano i crampi (sempre a me), quando nessuno aveva più fiato o quando qualcuno sanguinava. Nel caso invece in cui il campo sportivo fosse stato prenotato immediatamente dopo di noi, la partita finiva per invasione di campo da parte delle squadre che dovevano giocare.

In tutto ciò cosa c’entra il titolo? Nulla, ma ho ripreso a correre  da una settimana. Essendo io sportivo della domenica, anzi, del sabato, corro solo col bel tempo. I dolori nascono dal fatto che la corsa, all’inizio che riprendo la pratica, mi fa venire mal di stomaco nelle ore successive. Chi corre capirà.