Manuale del perfetto ambulante di frutta e verdura

Il migliore antidoto alla crisi? Diversificare la produzione industriale? Il taglio dei tassi d’interesse? Iniezioni di investimenti di capitali? Il contrabbando?

Ma no! Un sano ritorno alla vita bucolica e agreste e alla vendita del prodotto direttamente al consumatore. Oggi infatti voglio parlare dell’ambulante che richiama giù in strada le massaie per offrire le proprie primizie. Lo farò prendendo in esame tre esempi che hanno caratterizzato la mia infanzia, due dei quali sono ancora in attività a tutt’oggi: zi’ Pascal (zio Pasquale), Aniello e Rafél ‘re banan (Raffaele delle banane).

Primo step: il settore
Prima di iniziare qualsiasi attività di vendita ambulante, bisogna decidere in che settore investire. Solo verdura, come zi’ Pascal? Frutta & Verdura, come Aniello? Oppure gettarsi in un mercato alternativo, come Rafél? Il nostro, infatti, ha scelto di vendere prodotti come ananas, kiwi, noci e noccioline, cocco…e, ovviamente, banane. E fu così che venne ribattezzato Raffaele delle banane. Sì, abbiamo molta fantasia.

Secondo step: il mezzo
Il mezzo di trasporto per eccellenza è l’Apecar. Facendo proprio il detto “chi va piano va sano e va lontano”, con la propria velocità di punta di 10 km/h un Apecar ha una longevità ineguagliabile, durerà decenni anche ridotto in pessime condizioni. Di zi’ Pascal ricordo l’Apecar arancione tenuta insieme col fil di ferro e iniezioni di silicone sigillante per le giunture. Nonostante i rattoppi che pareva dovessero sfasciarsi alla prima buca, quell’affare macinava chilometri senza problemi.
Rafél invece era stato più alternativo e aveva optato per un vecchio furgoncino anni ’70, una roba quasi stile hippy. Purtroppo, dopo tanti anni di onorato servizio, il furgoncino è venuto a mancare all’improvviso e Rafél ora gira in una semplice Punto grigia. Visto cosa succede a non affidarsi all’Apecar?

Terzo step: l’outfit
Un vero venditore non può prescindere dal curare il proprio look, la propria divisa da lavoro, che deve avere quel tocco caratteristico che lo faccia distinguere dagli altri venditori. Per esempio, zi’ Pascal era noto per la maglietta della salute che indossava estate e inverno. Sotto la maglia? No. Come maglia da lavoro usava proprio una maglietta della salute, di quelle di vecchia fattura composte di lana selvaggia che sulla pelle di un uomo normale farebbero l’effetto Vergine di Norimberga:

Nulla invece poteva sulla pelle temprata da sole, pioggia e vento di un uomo dei campi.
Aniello invece ha optato per un look più sobrio e classico, sempre in camicia e sempre vestito di azzurro, lo stesso colore dell’Apecar che guida. Coincidenza? Io non credo.
Rafél come tratto distintivo ha scelto la coppola, portata sempre calata sugli occhi a visibilità praticamente zero. Quando lo vidi senza copricapo stentai a riconoscerlo, pensavo fosse un’altra persona.

Quarto step: il grido di battaglia
Il grido di battaglia È il venditore. È il proprio segno distintivo, ciò che lo rende riconoscibile alle massaie anche a distanza, quello che lo accompagnerà per tutta la carriera perché il grido, una volta scelto, non si cambia mica. Vi immaginate il Signor Nike che un mattino si sveglia e dice “Ragazzi, da oggi niente più Nike, ci chiameremo Bubulonia Sport”. No, non ci sta proprio. Il grido è marketing, è quello che trascina la gente giù in strada a verificare cosa porti di buono nelle loro case.
Non so come funzioni nel resto d’Italia, ma il grido di battaglia da queste parti deve avere tre caratteristiche precise:
1) essere originale (ogni venditore ha il proprio);
2) urlato con la propria voce, niente nastri registrati stile Arrotino & Ombrellaio e ripariamo cucine a gasse. È concesso l’ausilio di un megafono, anche se i puristi preferiscono utilizzare solo polmoni e corde vocali senza aiuti esterni;
3) essere incomprensibile. Ci ho messo anni a capire cosa dicesse Rafél. Scriverò prima il suono che arrivava alle mie orecchie:

Guahuhaheghell!

Nel corso degli anni ho poi capito che diceva “Guard quant è béll”, guarda quanto è bella (la merce, sottointeso).

Aniello invece utilizza un grido più articolato e in due tempi:

Auecaccioffl…Auanieee

Con la seconda parte che viene ripetuta dopo qualche istante di pausa, a mo’ di eco. Purtroppo non sono riuscito a decifrare molto, ho capito solo “caccioffl”, ossia carciofi mentre il finale della seconda parte, quel -anieee credo stia per Aniello, per l’appunto. Tra parentesi, il perché della scelta di urlare proprio “carciofi” non mi è chiaro. È vero che nelle nostre zone è molto in voga l’usanza del carciofo arrostito la domenica mattina da servire poi a tavola per il pranzo. È una delle cose che andrebbero vietate per legge, dato che produce l’inquinamento atmosferico di una fonderia.

Di zi’ Pascal invece resterà purtroppo sempre un mistero cosa dicesse in realtà:

Aiainieee, ieee tchià tchiàààà

Credo fosse accadico o un dialetto sumero, non c’è altra spiegazione. Magari non diceva semplicemente nulla ma faceva solo dei versi e ci ha fregati tutti, un po’ come la scrittura Lineare A di Creta su cui i filologi da decenni sbattono la testa e che magari non significa proprio niente, sarà stato un alfabeto segreto inventato dai bambini per comunicare senza farsi scoprire dagli adulti o da componenti delle “bande” rivali a scuola.

Bene, spero che queste poche indicazioni che ho dato vi siano utili nel caso decideste di puntare su questa attività per il vostro futuro!

Ghintochioiaaaattt! Ghintochioiaaaatttt! (Gintoki il gatto. È il mio grido, non fregatemelo).

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Questioni di lingua, di postura e d’impostura

Ho appreso solo di recente che la posizione della lingua ha effetti sulla postura. Pensavo dipendesse solo dall’occlusione dentale, invece no. La cosa a pensarci su ha un senso, perché magari i denti si possono chiudere male se la lingua spinge contro di essi!

Tu che stai leggendo, ora starai controllando dov’è la tua lingua, scommetto.

Quindi il modo di dire “tenere la lingua a posto”, oltre al significato figurato, assume un’interpretazione letterale. La prossima volta che qualcuno parla a sproposito o insulta, potremmo quindi dirgli: Ti invito ad assumere una postura migliore. Correggi quella lordosi o sarà peggio per te!

La lingua. Quanti usi e applicazioni che ha.
No, questo post non assumerà connotati a luci rosse, cremisi o vermiglie.
Anche se, delle volte, per un’ora d’amore poi varrebbe la pena deambulare un po’ male (un verso scartato dai Matia Bazar).

Il problema sorge quando la lingua rimane asciutta, secca. Come se avesse leccato un blocco di opale. Che io in realtà non so come sia leccare un’opale, ho solo dei vaghi ricordi scolastici sulle proprietà allappanti dei minerali. Tra l’altro, all’epoca mi veniva da chiedere se i geologi andassero in giro a leccare le pietre. Poi ho scoperto che veramente le leccano e me li sono immaginati come dei sommelier, con una piccozza d’argento al collo al posto del tastevinMmmh, questo è del Cretacico inferiore, ottimo periodo geologico!

(se c’è un geologo in sala, mi scuso per aver dato l’impressione di prendere per il culo la categoria, per la quale nutro un profondo rispetto)

Ho avuto proprio questa sensazione astringente in bocca camminando per quelle strade che conoscevo e frequentavo, notando che dei posti a me familiari avevano chiuso. Tutto è passato. Tutto è sepolto sotto strati geologici di pensieri.
Ho guardato le vetrine che lasciavano intravedere un locale buio e vuoto. Mi sono sentito anche io un po’ buio e vuoto, con la sensazione di avere un cartello affittasi appeso addosso. Chiuso, invece, lo son sempre stato, in verità. E, delle volte, rompe anche i maglioni quando te lo fanno notare.

“Sei un po’ chiuso”.

Sì,

Sono chiuso per ferie.
Ho bisogno di rigenerarmi ogni tanto e cambiare aria.
Sono chiuso per ristrutturazione.
Ho bisogno di darmi una mano d’intonaco perché a volte cado a pezzi.
Sono chiuso per cambio gestione.
Perché capita di stufarsi e voler mollare.
Sono chiuso per liquidazione.
La proprietà è incline al fallimento.
Sono chiuso per furto.
Quando mi rubano le cose. Le idee, i pensieri, i sentimenti.
Sono chiuso per lutto.
Succede, è la vita. O la morte.
Sono chiuso per le festività natalizie.
Perché mi piace stare sotto un albero.
Sono chiuso per le festività pasquali.
Perché mi riesce ogni tanto di fare una sorpresa.
Sono chiuso per la festa del santo patrono.
Sono devoto a San Precario, martire dell’Ordine degli Inoccupabili.
Sono chiuso per inventario.
Perché ho bisogno di riordinarmi.

Quindi si prega di ripassare nei giorni di apertura.

Ma ho divagato, stavo parlando della lingua. Bene, chiuderò con un aneddoto riguardante il mio professore di latino e greco del liceo. Un giorno, ero nel suo ufficio con un compagno di classe che disse che aveva intenzione di portare, come tesina all’interrogazione finale, una dissertazione sulla lingua.
Il prof: Eh, nu trattato ‘ngopp a fellatio, AHR AHR AHR! (aveva una risata alla Gambadilegno, frutto di 40 anni di Pall Mall).
Trad: un trattato avente come argomento la fellatio!
Noi ridiamo e lui:
Azz*, ma quindi ‘o latino o sapit!
Trad: Caspita, ma quindi il latino lo conoscete!

(Ecco, ho mentito quindi quando ho detto niente riferimenti a luci rosse. Sono un impostore)

Il professore era un uomo a cui piaceva essere diretto e ruspante, ma era anche una persona di profonda cultura e intelligenza. E poi era molto legato al territorio, tanto da mettere su uno spettacolo teatrale basato su delle vicende che hanno segnato cultura e storia delle nostre zone. Riuscì anche a portare tale spettacolo fuori Regione per un paio di tappe. Parliamo di una produzione recitata in dialetto, quindi la cosa assume ancor più valore.

Il dialetto, appunto. Il napoletano è riconosciuto come lingua a tutti gli effetti. Ogni tanto qualcuno ci tiene a ribadirlo e a me, posso essere sincero, questa cosa me le fa girare parecchio.

Mi spiego. Io ho come l’impressione che qui dobbiam vivere di bei paraventi. A chi parla male di Napoli o a chi riteniamo ci voglia male, dobbiamo sbattere in faccia Federico II, i pensieri di Goethe su Napoli, Antonio Genovesi, la Napoli Reale grande capitale europea, le Quattro Giornate, Totò e i de Filippo, il sole**, il mare, la pizza, mettiamoci pure Maradona e mò abbiamo pure l’Oscar di Paolo Sorrentino. E, ovviamente, il napoletano che è una lingua, zitti tutti che mò pure l’Apple hanno detto che parlerà napoletano. Mica il lumbàrd, il venessian o il romagnolo.

Obama è di Tor Bella Monaca

A me garberebbe qualche pizza in meno e un po’ di cura in più del territorio. Ma questa è un’altra storia e, dato che mi si è seccata la lingua, la racconterò un’altra volta.

*Azz è una nota esclamazione molto usata che indica stupore, meraviglia, incredulità:
Azz, sei veramente bravo!
Azz, l’hai fatto tu questo?
Azz, e solo adesso me lo dici?

** Che poi vorrei sapere chi se l’è inventata questa storia del sole, qua la pioggia rompe le palle tranquillamente

Personaggi e cose che non sapevo dove collocare #1

Quelli che seguono sono alcuni dei materiali di risulta delle mie liste di categorie che sono rimasti privi di una collocazione specifica e che ho quindi raccolto in questo post.

La pasionaria
Impegnata politicamente e anche al Monte di Pietà, professa come culto religioso l’indigenza. Per tale motivo si arrabatta facendo la cameriera in un pub, unico mestiere serale moralmente accettabile che può svolgere, perché di norma dorme fino alle 6 del pomeriggio. Si nutre di nicotina e sangria ottenuta dalla fermentazione dei propri ex fidanzati. Il suo vocabolario è limitato a poche espressioni chiave, quali
Cioè
Ma perché
Insomma
Capisci?
In che senso, scusa?

Dall’aria perennemente stanca e sbattuta, copre le occhiaie con strati geologici di eyeliner che le donano un aspetto vagamente da affresco egizio.

Il benzinaio
Il benzinaio è un essere che vive soltanto all’interno di un distributore. Nessuno ha mai visto infatti un benzinaio al di fuori del turno di lavoro.
Non ha grandi capacità comunicative, in genere si esprime a grugniti e mugugni. Un grugnito vuol dire Buongiorno, un mugugno vuol dire Arrivederci. Due grugniti e un mugugno vuol dire “Più avanti”, perché nessuno si ferma mai nell’esatto punto che vuole il benzinaio.
Il suo nemico è il self service, che ne sta causando la marginalizzazione in favore della figura del gestore, ossia quello che se ne sta seduto su una sedia di plastica bianca monoblocco degli anni ’80 tutto il giorno.

Sezione vecchietti
Il vecchietto da bar
È un complemento d’arredo: chi avvia un’attività da barista riceve in usufrutto almeno un vecchietto da sistemare all’esterno. Il principale compito dei vecchietti da bar è scrutare con aria torva i forestieri o chiunque si trovi a passare lì davanti per la prima volta. Quando è ora di chiudere, vengono riposti in uno sgabuzzino.
A volte capita che un vecchietto muoia nell’esercizio delle proprie funzioni e che passino mesi prima che ce ne si renda conto.

Il vecchietto da poste
Arriva inveendo contro il governo, con in mano le bollette e con l’altra i soldi. Deve ricordarsi in che mano ha messo le une e in che mano gli altri, perché l’ultima volta ha causato una coda chilometrica con tamponamenti a catena per aver dimenticato dove tenesse il denaro. Ha inveito contro il governo per questo.
Va via con la sensazione di essere stato truffato, inveendo contro il governo.

Il vecchietto da barbiere
Quello che la moglie sbatte fuori casa mandandolo a fare un giro per toglierselo un po’ dai piedi e respirare. Occupa per ore il salone del barbiere, magari per farsi giusto spuntare un baffo o tagliare i peli del naso, che si farà restituire perché se li appiccicherà la sera per farseli togliere il giorno dopo. Il resto del tempo nel salone lo occupa monopolizzando le conversazioni tra clienti ed entrando in competizione con altri vecchietti da barbiere. Un salone ne può infatti ospitare più di uno, ma un occhio attento coglierà subito chi è il leader: in genere è quello che introduce il discorso  con locuzioni del tipo “Avete sentito cosa è successo” o “Avete visto cosa hanno combinato”, adattabili a qualunque argomento, dal calcio alla politica alla cronaca nera. Mentre parla si girerà ogni tanto verso di voi, cercando il vostro assenso a suon di “È giusto?”, “Non è così?”. Dopo quattro-cinque volte cederete e vi ritroverete coinvolti nel discorso vostro malgrado.

Sezione turismo
Il turista straniero
Il turista straniero è riconoscibile dalla divisa regolamentare da turista che è costretto a indossare, pena l’allontanamento alla frontiera. Consta di polo o magliette bianche, cappello di paglia, pantaloni color senape scaduta e sandali.
La pelle del turista straniero è bianco obitorio all’arrivo in Italia, ma il primo contatto col sole nostrano gli donerà un invidiabile colorito rosso eczema da ortica.
Si aggira con la Reflex a tracolla e il marsupio pieno di banconote da 100, il tutto bene in vista, perché bisogna anche pur dare lavoro agli scippatori.
Il turista straniero cammina con la bocca costantemente aperta, per due motivi:
– gli enormi incisivi che dragano l’asfalto impediscono la corretta chiusura della mandibola;
– la respirazione avviene tramite la bocca: il naso, in particolare nei francesi, è una mera barriera architettonica.

Il turista italiano all’estero
Il turista italiano è riconoscibile dagli occhiali da sole, che indossa anche in Paesi dove il sole è evento più eccezionale del passaggio della cometa di Halley.
Se si tratta di un maschio tornerà sicuramente raccontando di funamboliche avventure con puledre di un metro e ottanta (solo di gambe), alle quali basta dire di essere italiano per vedere accendersi nei loro occhi il fuoco della passione. Sembra che nei Paesi esteri, infatti, girino branchi selvaggi di donne che quando avvertono l’odore di un italiano tendono a circondarlo e a spolparlo vivo.
L’italiano all’estero è colui che viene improvvisamente colto da un senso di patriottismo, che esprimerà andandosene in giro con una maglietta della Nazionale comprata al mercato dai cinesi. Tuttavia, tornato in patria comincerà a decantare di quanto all’estero funzioni tutto meglio e come per strada non si trovi una carta per terra. Il tutto mentre sputa la cicca sul marciapiede, gettando il fumo in faccia a una donna incinta.

I locali tipici
I locali tipici sono quelle attività che, soprattutto nelle città d’arte, vanno salvaguardate dall’avanzata di kebabbari e ristoranti cinesi, in nome della difesa dell’identità nostrana dei centri storici, ben rappresentata invece da Zara, l’Occitane e un Foot Locker che fanno angolo a una piazza del ‘300.
Un locale tipico è quella salumeria con la porta di legno ricavato da una bara che vende salame di capra della Gran Bernarda e prosciutto stagionale della Val Porcia, specie uniche che vengono ancora uccise come 1000 anni fa: un paio di bastonate e qualche bestemmia in vernacolo.
Il locale tipico, sia che ci si trovi ad Aosta che a Lampedusa, espone in vetrina il tipico limoncello e la pasta tricolore, che pare sia tipicamente italiana, infatti non manca mai sulle tavole a quadretti rossi del BelPaese.
Esiste poi il ristorante tipico: anch’esso, da Nord a Sud e dai monti alla spiaggia propone le immancabili tagliatelle con i funghi porcini, che possono oscillare di prezzo dai 6 ai 15 euro, a seconda della distanza percorsa dal camion frigo carico di funghi dell’Est Europa. Quella del ristorante tipico è un’istituzione antica, pare che anche Cesare, prima di varcare il Rubicone, si fosse fermato in un’osteria tipica nei pressi di Forlimpopoli, uscendone però non molto soddisfatto per la qualità del cibo e per il conto. Pare che lì abbia esclamato la frase “Tu, cuoco, Brute fili mi!” invitando il proprio protetto da quel momento in poi a far da mangiare a tutti. Bruto, come si sa, non la prese molto bene e covò un discreto rancore.

Esistere, resistere…desistere, forse

Spesso ci si fa del male solo per sentirsi vivi. Oggigiorno è sempre più facile essere limitati a esistere e nient’altro. Io esisto sulla mia carta d’identità, sul mio passaporto, sulla mia patente, sul mio codice fiscale, sulla mia tessera del WWF; esisto all’anagrafe del mio Comune, negli archivi della mia ex Università, nella banca dati dell’INPS, nella ASL locale.

Numeri e lettere, sequenze ordinate che mi identificano. Questo e nient’altro per rappresentare un essere umano, puro essere.

Esistere.

A Tokyo una sera in un ristorante di Ueno vidi un ragazzo e una ragazza seduti a un tavolo, uno di fronte all’altro. Per tutta la serata si tennero occupati con i rispetti smartphone, scambiando qualche parola tra di loro di rado. È questo esistere o vivere? E se la vita si fosse trasferita all’interno del mondo digitale, chi può dirlo con certezza? Forse quei due giovani sopperivano alle deficienze della loro esistenza trovando una via alternativa per la vita, perché è la nostra naturale inclinazione. Come la pianta che cresce verso la luce. Una luce artificiale di una lampada, perché il Sole non lo guardiamo più.

Resistere.

A volte cerchiamo vie errate, perché la fallibilità è parte della nostra natura. E ho come l’impressione che i margini di errore siano aumentati perché le opzioni offerte si sono moltiplicate. È come l’overdose di informazioni, abbiamo accesso completo alle fonti che vogliamo ma nel complesso stiamo diventando sempre più ignoranti. Non c’è più l’analisi, la verifica, la contestualizzazione. L’informazione è un lampo che colpisce e svanisce in un attimo.

Le persone si arrendono a tutto questo? Desistono?
Esistere e non esistere, vivere e non vivere. Quali sono i confini?

Detesto il provvisorio

Le mani nelle tasche del cappotto e il collo sprofondato nel bavero, stringo intorno a me calore da non lasciar fuggire via. Il clima in questi giorni s’è fatto mite ma quando il Sole tramonta l’umidità prova sempre a intimidirti.
Passeggio. Poi mi fermo, mi appoggio al muro. Riprendo a camminare. Credo che i passanti mi osservino. Forse notano che son forestiero. Ho l’impressione che noi napoletani per fisionomia ci distinguiamo dagli altri. Che poi a mia volta essendo io provinciale penso di distinguermi dai cittadini di Napoli veri e propri.

40 chilometri da fare due volte, andata e ritorno. Ho le scarpe pulite e la camicia fresca di bucato, come Nicola Arigliano. Ma l’ho battuto, ho fatto 4 volte la sua strada.

Mi fa male lo stomaco. Sarà il caffè di stamattina. Io non devo strafare, ne bevo un paio al mese, adesso invece siamo già al terzo in poco più di due settimane.
Saranno le farfalle in decomposizione. La putresceina starà fermentando dentro di me. Ecco, per darmi il colpo di grazia andiamo al bar e prendo un altro caffè. Due in un giorno, giornata di follie.

Prima di salire in auto e andar via vuoto il sacco.
Sono qui perché devo parlare. Parlare. Che strana parola. In latino era parabolare. Rende l’idea di un qualcosa costruito per immagini, artifici creativi e metaforici. I Latini, pragmatici, credo infatti usassero loquor per riferirsi al chiacchierare comune. Noi invece dobbiamo adornarci di allegorie per dare forma e sostanza al nostro Io.

Quando durante l’attesa pensavo a ciò che avrei detto mi percepivo molto figo. Carismatico, deciso, il fascino enigmatico dell’uomo che non chiede mai ma dice solo Hey baby con lo sguardo. Ero Humphrey Bogart.
Adesso mentre parlo mi sento più come Donald Duck. Biascico e farfuglio con tono querulo e patetico.

Ma non faccio promesse da marinaio, son sincero e convinto. Espongo le mie considerazioni. Su vita, morte, vita di rimpianti e morte di speranze. Ho deciso di riprendere un filo che avevo perso in questi mesi. Quello della comunicazione. Sarà egoista, ma preferisco liberarmi di ciò che ho da dire.

Non basta.
Che ore sono a New York? Ah, cosa? No no lascia perdere. È ora che io me ne vada. Getto le carte e abbandono il tavolo. Questa partita mi vede perdente.

Volevo provare un’uscita di scena da film, voltarmi e lasciare la mia sagoma rimpicciolirsi sempre più, con le mie spalle a lasciar trapelare sentimenti al posto mio.
Peccato io abbia l’auto proprio qui. Allora ti allontani tu lasciandoti inghiottire dall’ombra.

Ma salta su, porco boia, ti do un passaggio.

Dopo torno a casa affrontando tornanti di montagna bui e umidi.
Non ho lo stereo in auto. Canto da solo.

Il mondo di Dalí – L’eclissi (2)

La prima parte è presente qui. I racconti del Capitolo I sono pubblicati qui.
seconda parte

Le verità che mi furono rivelate mi disorientarono. Il mio desiderio di sapere era insaziabile ma la conversazione fu al tempo stesso fonte di rinnovata speranza e foriera di nuovi terrificanti eventi. Ebbi risposta al mio principale dubbio. Io non appartenevo a questa dimensione, ero a tutti gli effetti un normale essere umano vittima di uno scambio tra i due universi. È facile comprendere chi ne fosse l’autore. L’avevo osservato per un attimo nello specchio mentre si aggirava nel mio appartamento. Un essere diverso dagli altri e dotato della necessaria intelligenza e consapevolezza per perpetrare l’inganno. Sotto le mie sembianze, che ne celavano la natura diabolica, è probabile che vivesse la vita che una volta era stata mia. Conscio di tutto questo adesso avrei potuto ristabilire l’ordine naturale delle cose, anche se in ogni caso avevo poco margine per lasciarmi cullare dall’ottimismo. Se esisteva una qualche speranza di tornare nel mondo che mi apparteneva, il tempo concessomi era limitato.
___L’Orologiaio aveva preannunciato la minaccia rappresentata da un’eclissi. Sulla Terra tali fenomeni sono vissuti come un evento spettacolare e nulla in più. L’epoca in cui l’oscuramento del Sole era considerato presagio di sfortuna e sciagure è parte di una storia lontana in cui la superstizione aveva la meglio sulla ragione. Vorrei poter raccontare che anche qui sia lo stesso ma non è così. In questo mondo surreale un’eclissi rappresenta una calamità.
___Ho avuto modo di accennare alla singolare esperienza dell’alternanza tra notte e giorno. Qui non esistono astri luminosi ma zone in uno stato perenne di luce o di buio rischiarato soltanto da un pallido chiarore. Spostandosi è possibile passare dall’una all’altra mentre le aree di contatto presentano livelli graduali di luminosità paragonabili alle nostre alba e tramonto.
___Qualunque ne fosse l’origine e la natura, quella luce era soggetta a occasionali periodi di oscurità. Le Eclissi. Il verificarsi di questi eventi era paragonabile a una catastrofe biblica, avendo come esito finale l’estinzione totale delle forme di vita presenti in quel mondo. Ogni volta le creature – delle quali avevo conosciuto un variegato assortimento -, investite dalle tenebre profonde, sparivano del tutto. Il surreale universo rimaneva spopolato per un breve periodo, fino al momento in cui comparivano altri nuovi e stravaganti esseri destinati a vivere il medesimo ciclo di vita e morte.
___Immuni a tutto questo erano soltanto le entità come l’Orologiaio. Esseri senzienti privi di reali forme e corpi, esistenti in uno stato che per me era quello di una semplice illusione ottica. Una razza superiore evolutasi in uno stadio intermedio tra la materialità e l’incorporeità che svolgeva il ruolo di Guardiana del Tempo e dello Spazio, rappresentando l’elemento di continuità in un mondo dove non vi era una coerenza. Seppur disciplinati da un Ordine e uno Scopo, la loro specie non era scevra di schegge libere o eresiarchi, come mi era stato accennato.
__Questo è ciò che mi fa concesso di apprendere. Quel che fu chiaro dal primo momento è che non essendo io dello stesso rango di tali semi-divinità, sarei stato cancellato dall’Eclissi come una qualsiasi altra creatura inferiore.

Enigma senza fine (1938)

___Al più presto sarei dovuto tornare nel mio universo. Sollecitato dalla mia richiesta di maggiori delucidazioni, il mio interlocutore si rivelò alquanto enigmatico.
“Quanto mi resta prima dell’Eclissi?” chiesi.
“Potrebbe essere già troppo tardi – rispose con il consueto tono flemmatico – o rivelarsi ancora presto. Il tessuto dimensionale è increspato, anche se tu potresti non osservarlo come tale. Considera il mondo dal quale provieni. È sferico ma a un suo abitante appare piatto”
“Non riesco a comprenderti. Dimmi cosa dovrei fare per tornare indietro”
“Non seguire la simmetria, I25-8. Recupera i due specchi che si guardano l’un l’altro. Elimina il tuo doppio”
___Non rammento se mi fosse stato detto altro o se la conversazione si fosse interrotta così. I miei ricordi sfumano in quel punto come evaporati. Ero finito preda di un sonno profondo e vischioso, dal quale mi risvegliai a fatica sentendomi come menomato delle mie capacità percettive. Qualcuno mi osservava ma non riuscivo a mettere a fuoco l’immagine. La presenza si fece sempre più incombente. Non si trattava dell’Orologiaio. Sentivo uno sguardo penetrante su di me. Un volto bianco emergeva dal nulla deformando l’aria intorno a sé.

Apparizione di volto e fruttiera (1938)

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Parcheggio, Area H7
Una porta a vetri elettrica si apre. Ne esce un uomo di quarantacinque anni al massimo. Capelli e baffi argentei gli donano un’aria distinta. Indossa un completo antracite e regge con la mano sinistra una borsa in pelle color cuoio.  Attraversa il piazzale illuminato da fari alogeni e si dirige spedito verso un’automobile, una berlina tedesca blu cobalto. A un tocco sul telecomando la vettura risponde con una breve segnalazione acustica.
___Un uomo, accanto un’altra vettura, si volta attirato da quel suono. È giovane, all’incirca sulla trentina. Indossa anch’egli un completo grigio, ma di una tonalità più chiara. La fattura appare meno curata, l’abito non è realizzato su misura.
“Quest’oggi non c’eravamo ancora incontrati” esclama rivolto verso l’uomo antracite.
“Problemi al livello D” risponde mentre apre lo sportello e sistema la borsa dietro al sedile del guidatore “sono stato impegnato tutto il giorno”.
“Il tuo amico?” replica il giovane, marcando l’ultima parola con un tono differente.
“No, lui va bene. Mi ha anche rivolto la parola di sua spontanea volontà”
“Cosa ti ha detto?”
“Solo di poter aver del materiale da disegno. Sostiene di avere un quadro da completare” detto questo l’uomo antracite sale in auto e si congeda dal collega “A lunedì” esclama accompagnando il saluto con un cenno del capo.
“A lunedì” risponde il giovane.

fine seconda parte

Il mondo di Dalí (2)

(prima parte)
Seconda parte

___Il tempo non è l’unica cosa qui che non segue le regole convenzionali. Lo spazio e la fisica degli oggetti sembrano ordinati in base a parametri puramente casuali, privi di una qualsiasi logica comune. Dopo l’episodio dell’orologio, camminai per quelle che mi sembrarono ore, ma con la sensazione di non essermi mai spostato dallo stesso punto, come avessi percorso un nastro di Möbius. In altri momenti, invece, mi bastarono pochi passi per cambiare completamente scenario, passando anche dal giorno alla notte. Nel luogo in cui mi trovo non esiste un alternarsi degli astri, considerando anche che questi ultimi non sembrano affatto presenti; l’ambiente è illuminato, ma non esiste un Sole, così come l’oscurità notturna, priva di stelle, è rischiarata da un lontano chiarore non prodotto da alcuna Luna. I due momenti del giorno non si susseguono, luce e buio si raggiungono spostandosi a piedi.
___Le ombre rappresentano un altro mistero. Ho notato di avere la mia sempre alle spalle, in qualsiasi posizione io mi trovi; se mi girassi sul posto lei si sposterebbe, risistemandosi a guardia della mia schiena. Ho lasciato perdere questa stranezza dopo poco, attratto da altre curiosità. Una volta diedi con noncuranza un calcio a un ciottolo, che rotolò via per diversi metri. L’ombra, però, non si mosse via dal punto in cui il sasso in precedenza giaceva. Provai a calciare un’altra piccola pietra, ma questa invece non si spostò affatto, né io riuscii ad afferrarla con le mani. In compenso, con un paio di dita potei trascinare via l’ombra che proiettava.
___Il mondo è densamente popolato da strane creature, più bizzarre e inquietanti dei demoni mostruosi che imitavano gli amplessi di N. e del suo ex, ma totalmente indifferenti alla mia presenza. Accertatomi che non rappresentassero una minaccia, tentai più volte di stabilire un contatto, senza mai riuscire ad attirare la loro attenzione, quasi la mia presenza qui fosse insignificante. Tentai di stuzzicare con un ramo un enorme essere equino, dalla cui schiena spuntava un busto maschile – privo di testa – fuso all’altezza del ventre con il suo corpo. Lento, il cavallo si spostava su sei zampe lunghe e sottili, simili a quelle di un fasmide. Appena lo punzecchiai, l’insetto-cavallo si scompose davanti ai miei occhi in tanti piccoli cubi, via via sempre più minuscoli, fino a smaterializzarsi nell’aria.

Alla ricerca della quarta dimensione

___La prima reazione la ottenni quando mi avvicinai a uno specchio davanti al quale si muoveva, rimirandosi, una donna. Esile e alta, aveva il volto coperto da una maschera bianca, incorniciata da boccoli di capelli oro che le scendevano dalla testa. Braccia scheletriche e lunghe terminavano con dita appuntite e colorate, che faceva scorrere in modo alternato sulla maschera, tracciando scie ora cremisi, ora violetto, ora blu. Ricordava una bambina che si trastulla con i trucchi della madre per giocare a fare l’adulta. Insoddisfatta del risultato, scuoteva la testa e i segni delle dita-rossetto  in un attimo sparivano, permettendole di ricominciare il gioco della vanità. Un serpente le cingeva il busto a mo’ di corpetto, lasciando le spalle scoperte e facendosi via via più sottile intorno al collo, a formare una collana. Il fiocco di una fusciacca che le cingeva la vita si estendeva sino ad avvolgerle una coscia, per poi scendere giù a spirale sino al piede, fasciato anch’esso; guardando meglio tra le pieghe, però, non intravidi nessuna gamba al di sotto, era la stoffa stessa a farle da arto. L’altra gamba, nuda, era percorsa in lungo sino alla caviglia da una cicatrice i cui lembi non sembravano uniti.
___Mi avvicinai sino a poter sbirciare nello specchio, notando una giovane donna, di spalle, intenta a vestirsi. Un abito elegante, forse per un’occasione da celebrare. Stavo per sporgermi di più, ma la creatura smise di giocare voltandosi verso di me, mostrando due occhi luminosi tra i fori della maschera. Il serpente si slanciò per mordermi, mentre lo sfregio lungo la gamba si apriva lanciando un sibilo infernale accompagnato da vapori che non mi soffermai a inalare. Fuggii.
___Impiegai tempo – se avesse ancora un senso tale concetto – a riprendermi, scosso e sconfortato vagai tenendomi a distanza dagli specchi, per poi abbandonarmi lungo disteso a riva di un piccolo lago in cui nuotavano degli strani uccelli. Ebbe modo di riflettere. Rammentai: se esisteva un mondo di mostruosi alter ego di noi stessi, da qualche parte avrei dovuto trovare anche il mio. Dare un senso alla mia presenza in questo universo, camminare alla ricerca di me stesso e dei miei lati oscuri, una strada che potevo percorrere.
Due interrogativi spegnevano i miei entusiasmi: come avrei trovato il mio doppio in questo spazio in apparenza senza fine? E come l’avrei riconosciuto?

fine seconda parte

Donna con testa di rose (1935)