Non è che ogni perso sia lasciato


Attenzione: questo post contiene tracce di anni ’90. In caso di ingestione accidentale, consultare il medico.


Stanotte ho fatto un sogno. O forse era una visione nel dormiveglia.

Ho visto dei giganti, fatti interamente di cose, oggetti, ciarpame o che altro ancora, che marciavano lungo una pianura infinita con passo lento e incessante.

Dalle mani aspiravano altre cose che sembravano provenire dal suolo. Più i giganti aspiravano più si sballavano accrescevano di dimensioni.

So perché ho visto tutto ciò.
Il salmone della cena precedente era avariato.
Sono andato a letto infastidito perché non trovavo più il minuscolo cacciavite che serve per stringere la minuscola vite degli occhiali.

Dev’essere finito in uno di quei Titani della mia visione.
Io lo so.

Le cose che non troviamo più si spostano altrove. E mi rifiuto di pensare che muoiano lì. Tutti quanti abbiamo in testa l’idea che, da qualche parte, esista un gigantesco mucchio inerte di cose perdute dalle persone che se ne stanno lì immobili per l’eternità. È diventata un’immagine cliché. Io invece penso che le cose prendano vita.

A prescindere da ciò, detesto non trovare più un oggetto.
Ed essere anche colpevolizzato per questo, come da bambino spesso succedeva.

flashback primi anni ’90
– Madre, non trovo più il casco di Pistone dei Biker Mice
– Sta dove l’hai messo l’ultima volta
– Ah, sai che non ci ero arrivato? Quindi è questa la famosa saggezza degli adulti, non vedo l’ora di crescere per dispensare anch’io tali perle. Comunque se io lo sapessi pensi starei qui?
– Ben ti sta, allora. La prossima volta stavi più attento se ci tenevi tanto
– Ma certo! Come se uno potesse tenere sotto controllo 24 ore al giorno tutto ciò che gli appartiene. E poi quando porto Pistone a tavola tu me lo fai posare, quindi o assumiamo delle guardie per sorvegliare i giocattoli oppure da oggi in poi non si esce più di casa per non perdere di vista nulla.

Pistone – Fonte: prevalentementeanimemanga.net

Non solo hai quindi perso una cosa preziosa o che ti serviva, ma devi sorbirti pure una reprimenda, come se non fosse già abbastanza.


Un discorso a parte ci vorrebbe per “Cose che non trovi più a causa di Madri troppo solerti”. Preda del raptus della pulizia, infatti, iniziano a far sparire tutto ciò che si trovano davanti.

flashback secondi anni ’90
– Madre, dove sono le mie copie di Tutto Musica?
– Nella spazzatura. Stavano lì buttate a pigliare polvere, ho pensato non le volessi più
– Madre, erano conservate nella libreria infilate in ordine di uscita!


Il casco di Pistone dei Biker Mice di certo era finito nel gigantesco Titano dei giocattoli perduti dai bambini.

Devo però ancora decidere se i Titani sono eterogenei, cioè formati da diverse tipologie di oggetti, oppure omogenei, cioè composti per categorie (giochi, vestiti, ecc.).

Nella seconda ipotesi allora esisterà un Titano di dimensioni planetarie, il più grande di tutti: quello composto dagli accendini perduti dalle persone.

I Titani però non prendono soltanto. Restituiscono anche. Quando un bel giorno, all’improvviso, ti ritrovi davanti la cosa che avevi perso, puff! vuol dire che il Titano non ha più quel pezzo con sé. Ma il saldo tra oggetti acquisiti e quelli restituiti è sempre in attivo, quindi i giganti tendono sempre a crescere, come un debito pubblico.

Anche lì si tratta di cose perse – i soldi – solo che in quel caso è certo che nessuno le rivedrà mai.

Non è che lo squalo fedifrago si trovi la manta

Si dice che la mela non cada lontano dall’albero.


A meno che il terreno non abbia un declivio e la mela non rotoli via, ovviamente. 


Non ho mai conosciuto mio nonno paterno. Anche se era ancora vivo quando io venni alla luce.

Di lui so poco e niente. Ciò che conosco l’ho messo insieme negli anni attraverso i resoconti spontanei resi da mio padre. Siamo molto simili io Padre: tendiamo a fornire tutt’al più dichiarazioni spontanee, mentre più sovente non parliamo affatto.

Io sono andato anche oltre e, dato che tutti vogliono il figlio dottore, per far contento il babbo mi iscrissi sin dalla giovane età alla facoltà di non rispondere.

Vorrei saperne di più sulla storia familiare.
Mi sembra di non avere una risposta personale a un interrogativo esistenziale dell’essere umano: da dove vengo?

Eppure non ho mai chiesto a mio padre da dove io provenissi, a parte l’ovvia storia delle cicogne che si accoppiano sotto i cavoli.

Ho il timore di invadere una sfera delicata: quella del rispetto del dolore.

Un dolore del quale ho messo insieme qualche frammento attraverso i già citati resoconti spontanei. Un dolore fatto di stenti, di soprusi, di abbandono subìti da mio padre e i suoi fratelli da parte di mio nonno.

Il nonno, dopo aver sperperato il denaro in una vita godereccia, se ne andò con un’altra, dalla quale ebbe due figli, un maschio e una femmina.

Seppi di avere uno zio in più soltanto 17 anni fa. Quando ne persi un altro per un infarto. E me lo presentarono in modo conciso e secco: Questo è un altro zio della famiglia Gintoki. Nessuna altra spiegazione.


L’altra zia acquisita invece l’ho incontrata soltanto l’anno scorso.


Con gli anni, lui si è molto avvicinato alla nostra famiglia. Siamo diventati suoi confidenti, ci ha presentato ogni volta le ragazze cui si accompagnava, rischiando sempre di farci fare brutte figure perché se ogni volta ne arriva una nuova tu rischi di sbagliare nome perché eri rimasto a quella precedente.

Fortunatamente – e furbescamente, direi – se le è sempre scelte con nomi molto diversi. Non come mio cugino, un Gintoki anche lui, che è passato da Michela a Marilena a Milena. Fortuna che ha sposato quest’ultima e la sequenza è finita.


O ha sposato Marilena? Non mi ricordo più.


È sempre stato un po’ sventato. Lo zio acquisito, intendo. Spendeva e spandeva il denaro guadagnato con le missioni all’estero con l’esercito. Cambiava un’automobile all’anno. Fatti suoi, come è ovvio.

Poi anni fa ha conosciuto una ragazza e, come si suol dire da queste parti, ha messo la testa a posto.


E io mi chiedo sempre perché tenere la testa a posto sia uguale all’incontrare una ragazza e sposarsi. Forse per caso io vado in giro come il cavaliere de La leggenda della valle addormentata (Sleepy Hollow), senza portare nulla sul collo, perché a trent’anni non sono, come sempre si suole dire, accasato? Misteri (e non di Sleepy Hollow).


Gli anni son passati nella normalità.

Almeno così sembrava.

Un giorno, come un fulmine a ciel sereno, veniamo a sapere dalla moglie che lui, dopo un furioso litigio in cui le ha mollato un paio di schiaffi, se ne è andato di casa.

Non le ha lasciato soldi, ma solo dei saldi da fare: conti, conti e ancora conti.

A detta della madre di lui, lei lo teneva a stecchetto, impedendogli di godersi la vita. Non lo faceva più respirare.

Qualche settimana dopo l’hanno visto a braccetto con una molto più giovane. Lui respirava ancora a fatica, infatti lei gli praticava la respirazione bocca a bocca.

Adesso sarà questione di avvocati.


Di questa storia conosciamo soltanto la versione di lei, che qualcuno potrebbe considerare suscettibile di tutti i dubbi o le esagerazioni del caso: io invece pongo l’accento sul fatto che lui, anche quando ha compiuto altre cazzate, è sempre venuto a confidarsi dal nostro lato della famiglia mentre questa volta è completamente sparito dalla circolazione: questo la dice lunga su quanto sia stato breve il moto di caduta dall’albero di una tale mela.


E qui ho pensato che per il momento potrei trattenere la mia curiosità e non chiedere ancora nulla a mio padre. Perché credo che questa storia, seppur più soft, ricordi una già accaduta.