Come disse il siamese, la Cina è micina


DIDASCALIA TECNICA
In questo post provo a mettere a punto il sistema delle didascalie di accompagnamento al testo. È ancora in fase di rodaggio.


Come accennavo nel post di ieri, a casa sono arrivate dalla Cina (non è chiaro se con furore o col furgone ma propenderei per quest’ultimo vista la quantità di roba che si son portate dietro) Maestra e Astro Nascente.

Incarnano in modo perfetto lo spirito economico del loro Paese: occupano, trasformano, si espandono.


DIDASCALIA DOVEROSA-1
Preciso che in tutto il post sto scherzando.
Sono due persone molto educate e gentili, anche troppo: oggi Maestra era in cucina, seduta a messaggiare con lo smartphone. Sono entrato e ho chiesto se le servissero i fornelli. Lei si è alzata esclamando “No no no fai fai!” e vrummm è andata via. Mi sono sentito in colpa, si sarà sentita scacciata.


Il problema è che quando si ha a che fare con uno come me, a un tacca così (fare il gesto di avvicinare indice e pollice senza che si sfiorino) dal disturbo ossessivo compulsivo, certe cose sono molto complicate.

Entro in casa lunedì mattina, vado in bagno (il mio bagno) e trovo la tavoletta abbassata. Il mio bagno personale è stato utilizzato. È inaccettabile in quanto costituisce una violazione della mia privacy: io, convinto che il bagno sia a mio usufrutto personale, potrei anche lasciarvi del materiale compromettente. Riviste di meccanica, fiori anche se non è detto che io debba fare il fiorista. E poi qualcuno invece entra senza autorizzazione!

In cucina sono invece subito apparse delle bustine di tè, abbandonate dove capita, per marcare il territorio. Sul microonde, ad esempio, come dimostra il Reperto 1:

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Reperto 1

Perché mai delle bustine di tè dovrebbero giacere sul microonde quando c’è un’intera cucina piena di mobili, ante e ripiani? È chiaro che stiano tentando di piantare delle bandierine, pardon, delle bustine.

E, ancora, perché sempre sul suddetto elettrodomestico c’è un uovo sodo da stamattina, come evidenziato dal Reperto 2?

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Reperto 2

Nel cesto della frutta invece giacciono abbandonati mezzi limoni, mezze banane e mezze mele, come si può notare dal terzo e ultimo reperto.

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Reperto 3

E io mi chiedo: può capitare di dover utilizzare soltanto metà limone e che quindi l’altra rimanga inutilizzata: ma perché ce ne sono due metà, allora? Non era il caso di usare la metà rimasta prima di aprire un altro limone?!

Potrei sorvolare su tutto questo se non fosse per un altro grave problema.
La pattumiera.
Ho già i miei problemi con Coinquilino che porta fuori la spazzatura a ogni cambio di stagione: l’ha fatto a marzo per salutare la primavera, ora l’ha fatto di recente per l’arrivo dell’estate.

Maestra e Astro Nascente hanno invece un’idea molto personale della gestione del pattume: riempire tutto sino all’orlo e, quando sta per traboccare, spingere giù per incastrare altre cose come nel Tetris. È chiaro che più la colonna di incastri sale più si avvicina il game over e a chi toccherà tale onta? A chi prenderà in mano il sacchetto, cioè il sottoscritto.

Purtroppo sono in una situazione di scarso potere: Maestra è una vecchia fiamma di Coinquilino. Magari un giorno si scoprirà che Astro Nascente è figlia di Maestra e che Coinquilino potrebbe esserne il padre.


DIDASCALIA DOVEROSA-2
Se non era chiaro dalla prima didascalia, sto volutamente esagerando. Fossero questi veramente i problemi della vita o della coabitazione.



DIDASCALIA POLEMICA
Ciò non toglie che la questione della pattumiera mi provochi pessimismo e fastidio.


DIDASCALIA DELLA DIDASCALIA POLEMICA
La didascalia precedente non era invece scherzosa.


Il calcio fa bene alle ossa. Se non le rompe

Che sia in un parcheggio con i pali delle porte rappresentati da zaini e giubbotti, su un campo di calcetto per la settimanale partita con i colleghi o in un campo regolamentare per il campionato di Infima Categoria over 30 Scapoli-Ammogliati, ogni uomo (e anche qualche donna) avrà tirato due calci a un pallone nella propria vita. In certi casi saranno stati giusto due calci e poi basta, per poi appendere le scarpe al chiodo in via definitiva. In ogni caso, sicuramente si sarà fatto conoscenza con i soggetti dall’atteggiamento delinquenziale e la fedina penale poco pulita descritti qui sotto.

L’allegro chirurgo – Se non porta a casa una tibia dell’avversario, un alluce fratturato o un naso rotto, non è lui. Doctor House dell’agonismo, entra in campo e con un’occhiata riesce a individuare la vittima il paziente prescelto e, prima dello scadere dell’incontro, l’avrà lasciato rantolante sul campo con qualche pezzo in meno. Potrebbe sembrare un calciatore dalle scarse doti tecniche, così brocco da non riuscire a centrare la palla. Sbagliato: lui si disinteressa volontariamente del pallone e va convinto sulle articolazioni altrui con precisione chirurgica. Frase tipica: “È lui che ha messo la gamba”

Il campo dopo un incontro

Lo zappatore – È un uccello? È un aereo? È Superman? No! È una zolla di terra volante! Abile dissodatore di campi da giuoco, lo zappatore a ogni calcio dato al pallone scava solchi nel terreno utili per piantarci bulbi e tuberi, difatti è il calciatore più amato dai contadini. E più odiato dai proprietari di campi da calcio. Il suo colpo segreto è l’offuscamento della vista: mancando totalmente la sfera (il che potrebbe sembrare un errore da parte sua, in realtà è un gesto totalmente voluto), getta col piede una manciata di terra negli occhi dell’avversario, che, una volta accecato, potrà essere abilmente superato. Gli zappatori più scarsi esperti riescono a rovinare anche i campetti sintetici. Frase tipica: “Il campo non è buono”

Saranno fallosi – Da non confondere con l’allegro chirurgo, i saranno fallosi sono quelli che sai per certo che durante la partita causeranno l’interruzione del gioco centordicimila volte: gomitate, trattenute, calcetti sullo stinco, alitosi mefitica sono le armi loro preferite per disturbare le azioni avversarie. Frase tipica: “Ho preso la palla”.

Il convinto – Prendete una dose di urlo di Tardelli, una corsa di Mazzone sotto la curva, un Al Pacino in Ogni maledetta domenica e una vita di frustrazioni, fate cuocere a fuoco spento e otterrete un essere irritante dalla smisurato spirito competitivo. Gioca ogni incontro come se fosse la finale della Coppa del Mondo, prima della partita ci tiene a fare un discorso di incoraggiamento ai compagni (intenti a grattarsi gli zebedei o a scaccolarsi), a ogni gol esulta come se fosse appunto il Tardelli nell”82 e quando gli altri decidono che “basta così per oggi” ci rimane male come se la moglie avesse detto di non voler andare a letto con lui. Cosa che, tra l’altro, avviene regolarmente tutte le sere quando torna a casa. Frase tipica: “Forza ragazzi oggi vinciamo”

Il numero 1,0 periodico – Prende la palla direttamente dalla propria area, salta tutti gli avversari, poi torna indietro, li salta di nuovo, fa una giravolta, la fa un’altra volta, si ferma, fa un doppio passo di samba e poi sbaglia tutto, dando la colpa alla scarpa, al pallone, a un filo d’erba e a tutto ciò che può avergli impedito di realizzare il gol della vita. Nel frattempo, i compagni di squadra con ampi gesti e qualche bestemmia lo invitavano a dare il pallone a qualcuno di loro. Frase tipica “Ma come ve la passo se non vi fate vedere?!”

Quello che si porta la ragazza – C’è sempre uno che si porta dietro l’ultima fiamma, costringendola a seguirlo nelle proprie esibizioni sportive. In genere son due i motivi per cui portarsi dietro la ragazza: mostrare a lei le sue doti atletico-ginniche e mostrare agli altri che c’ha la donna. Sia nel primo che nel secondo caso, ai diretti interessati non frega proprio nulla. La ragazza, inoltre, passerà tutta la durata dell’incontro china sullo smartphone o a parlare con un’altra sventurata ragazza di un altro calciatore. Frase tipica: “Hai visto quel gol che ho fatto?” (ovviamente lei non avrà visto un bel niente)

Non mi toccate che son di vetro – Con un alito di vento va giù lungo per terra, un contrasto lo farà rotolare sul campo agonizzante, una manata gli causerà la perdita di un bulbo oculare. O almeno questo è ciò che sembra a giudicare dalle sue spropositate reazioni per ogni minimo contatto. Dotato del potere della lettura del pensiero, si butta per terra appena intuisce che l’avversario ha solo pensato di allungare il piede nella sua direzione. Frase tipica “Ma questo è fallo!”

Il padre – Vittima di un mai superato trauma calcistico per non essere riuscito a diventare una stella del calcio a causa di quell’infortunio a 40 anni che gli ha stroncato una promettente carriera, il padre che segue gli incontri dei figli è l’essere dalla simpatia di un Borghezio che si fa endovena dosi di Vittorio Sgarbi. È convinto che il proprio pargolo sia vittima di un complotto da parte di avversari, compagni di squadra, allenatore e terna arbitrale, che gli impediscono di far bella figura; ogni azione dovrebbe sempre passare tra i piedi del prediletto, ogni tiro in porta non effettuato dal divin bambino ma da un altro giocatore è un tiro sprecato e, nel caso la giovane promessa si divori un gol colossale, è solo per una combinazione sfortunata. Suoi nemici giurati sono altri padri, altre vittime di traumi calcistici iperconvinte delle sopraffine abilità pedatorie dei figli. Frase tipica: “L’allenatore non capisce niente”

Siam tutti Charlie con l’hashtag degli altri

In questi giorni il web è più attivo che mai. E utilizzo l’espressione “il web è attivo” non a caso, perché io lo immagino personificato. Anzi, animalizzato. Immagino il web come una bestia con quattro arti, due occhi, una bocca, che sta lì, pascola, abbaia, raglia, ride eccetera eccetera.

Sono riuscito a sorprendere il web in azione e a rubare uno scatto proprio mentre era indignato: clicca qui per la sorprendente foto del web che si indigna.

Il web è indignato perché pare che lo Stato Italiano abbia pagato un riscatto di 12 milioni di euro per liberare Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, le due cooperanti rapite in Siria.

Comprendo appieno la reazione.

Con 12 milioni di euro ad oggi potevamo:
– comprare 1/10 o poco più di un F35, con la possibilità di scegliere quale pezzo portare a casa (il supporto per esporre il pezzo in soggiorno sul camino è escluso dalla spesa, si consiglia di rivolgersi a IKEA o Mondo Convenienza);
– versare un piccolo (microscopico) acconto per i debiti del Comune di Torino, tra i più indebitati d’Italia: con 12 milioni si può pagare mezza pista del biathlon delle Olimpiadi 2006 (che ora, come tante altre opere costruite per la manifestazione, mi risulta sia in stato d’abbandono) e quindi, avendone a disposizione la metà, invece di gare di biathlon si potrebbero organizzare gare di Athlon e al posto di sparare coi fucili si potrebbe fare tiro a segno a colpi di microprocessore*;
– pagare la prima di almeno una quindicina di rate (comprensive di interessi) che servono a ripagare il faraonico albergo (mai utilizzato) che avrebbe dovuto ospitare il G8 alla Maddalena e nelle cui suite i grandi della Terra avrebbero copulato con le proprie consorti ed escort. Invece nessuno vi ha copulato mai in quella struttura e un albergo dove non si copula non serve a niente, tanto vale appartarsi con l’auto;
– corrompere per decenni un politico o un dirigente: dal tariffario prezzi dell’inchiesta su Mafia Capitale emerge che con 12 milioni potremmo assicurarci, come in una partita a scacchi, i pezzi giusti sulle caselle giuste per anni e anni. Anche quando non servono realmente: non vorreste un consigliere regionale da tenere in salotto? Ponete fine alle lunghe discussioni per chi decide cosa guardare la sera: con il vostro consigliere regionale di fiducia, vi assicurerete un voto in più a vostro favore per la decisione!
– comprare dei razzi, anzi, un esercito di Antonio Razzi e conquistare il mondo a suon di strafalcioni grammaticali.

E il tutto senza causare l’indignazione del web! O, quand’anche si indignasse, poi se ne dimenticherebbe. Clicca qui per un rarissimo scatto del web dopo l’indignazione.

Anche perché, diciamocelo, queste due se la sono anche andata a cercare.
Sono persone completamente fuori dal mondo.

2

Insomma, oggi, nel XXI secolo, io col mio smartphone anche se sono fuori casa posso condividere, per esempio, #StopBombingGaza su Facebook e Twitter (per citare un altro tema caldo nei mesi passati). Se, su 3-400 persone che leggono, un decimo le condivide e poi un altro decimo ancora condivide e via dicendo, abbiamo diffuso a larga macchia che #StopBombingGaza. Senza dare fastidio a nessuno e senza costringere qualcuno a versare un riscatto per la nostra vita.

Certo, parlando seriamente, si può dire che le due ragazze rapite in Siria si siano dimostrate incoscienti e sprovvedute e la loro organizzazione poco seria e quant’altro. Se l’opinione può essere condivisibile, bisogna poi prendere atto delle sue conseguenze. Questi che ho elencato sono reati passibili quindi di una condanna a morte: almeno è ciò che evinco interpretando l’onda emotiva del web.

Il web però non è così meschino.
Il web ha un gran cuore e condivide con una stretta allo stomaco, un moto di rabbia e un accenno di dermatite seborroica i video delle decapitazioni degli ostaggi nelle mani dei fondamentalisti.

Il web è confuso?
Attendo un hashtag in merito prima di poter rispondere.

*l’articolo del Corriere parla di 6 milioni per la pista di biathlon. Altre fonti mi riportano 24 milioni, che è in realtà il costo della pista + il poligono di tiro, quindi ho lasciato quest’ultima cifra

Guarda quanti mondi. Guarda, mondi di quanti. E tu cosa cerchi?

Dal punto di vista della meccanica dei quanti potrebbero esistere gli universi paralleli. O forse no. O forse sì. O forse esistono e non esistono contemporaneamente, perché nella mia ignoranza ciò che ho capito di fisica quantistica è che tutto è vero e tutto è falso insieme. Un po’ come la storia di Schrödinger  e dei suoi gatti.

Una volta rimasi colpito da questa frase:

La bugia, finché non la scopri come tale, è verità.

Bella vero? È Coelho.

Falso.
Ergo Proxy (sta cominciando a piacermi questo gioco. Attribuisci anche tu citazioni a caso a personaggi tra i più citati in rete).

La frase poi continuava così
Scoprire la verità che si cela nella bugia forse è giusto ma non è detto che ciò ti dia la felicità

Che un po’ quel che diceva Caterina Caselli, la verità ti fa male lo so. Sembra che molte persone siano spaventate dal venire a contatto con la verità, preferendo rimanere nello stadio precedente di non conoscenza. È anche questo un mondo parallelo, una realtà a parte in cui ci si rinchiude.

D’altro canto, una cosa può quindi essere ritenuta reale fino a quando non si interviene per appurarne la veridicità: ma nel momento in cui lo si fa, potremmo riprendere, si è compiuta una manipolazione del sistema, invalidando la verifica.

Se questo sia sempre vero, non lo so.
So che ad esempio se sono in coda e c’è la fila di fianco che sembra scorrere più veloce (il più delle volte è solo un’impressione), se mi sposto, la fila che ho lasciato sembrerà prendere a scorrere essa stessa più veloce. Lo avrebbe fatto lo stesso se fossi rimasto al mio posto? Magari sono io a rallentare il traffico?

Ecco, sarebbe bello trovare delle risposte sulla piccola realtà quotidiana con degli esperimenti di fisica. In realtà penso che già qualcuno li faccia, basti pensare al fatto che esistono i Premi Ig Nobel per premiare le ricerche scientifiche assurde o improbabili.

Io vorrei ad esempio qualcuno che studiasse il metodo migliore per entrare in auto quando piove, bagnandosi il meno possibile. Io non ho ancora capito se

1) Con l’ombrello aperto, apro la portiera, chiudo l’ombrello, entro in auto
oppure
2) Con l’ombrello aperto, apro la portiera, mi siedo tenendo con la mano sinistra l’ombrello fuori, lo chiudo, chiudo la portiera

cambi qualcosa.

Quindi in virtù di ciò, oltre all’esempio fatto sopra, avrei qui una lista di suggerimenti per ricerche scientifiche che, anche nel caso non portassero vantaggi all’umanità, almeno soddisferebbero la mia curiosità:

  • Il modo migliore per staccare lo scotch trasparente evitando che il pezzo appena tagliato si attacchi o attorcigli su sé stesso o che si pieghi attaccandosi sotto al bordo del tavolo
  • Se esiste un fondamento scientifico al fatto che una persona, di spalle, se osservata, si giri
  • Un modello matematico che spieghi la percentuale di calzini che si perdono durante il lavaggio
  • Il tasso di scomparsa tra le mura domestiche degli oggetti inutili che improvvisamente ti servono e non trovi più
  • La popolazione umana che tra 50 anni avrà la gobba da smartphone e il peso che avrà tale patologia sulla spesa sanitaria
  • Uno studio maxillo-genetico sulla popolazione maschile bianca statunitense che trovi le cause della mascella ipertrofica di cui sembrano affetti molti uomini adulti (e anche qualche donna, direi)
  • Il motivo per cui un gatto se ne sta immobile per ore davanti a una porta chiusa o una ciotola vuota e, poi, una volta aperta la porta o riempita la ciotola di cibo, se ne va voltandoti le spalle

Come sempre, sono ben accetti suggerimenti. C’è qualcosa che vorreste la scienza vi rivelasse?

Fammi da antidolorifico ai dolori intercostali

Il titolo è stato rubato, non è opera mia

Ottobre per me è già finito. Siamo in Ottembre. Ottembre è l’odore di plastica e polvere dell’interno dell’auto quando avvio l’aria calda, Ottembre è un gatto sul marciapiede con le zampe raccolte sotto la pancia e il pelo arruffato, Ottembre è una pianta di pomodori piegata su sé stessa a proteggere quattro frutti color senape che non vogliono cadere.

Il giubbetto di mezza stagione è tornato nell’armadio dopo aver con onore svolto il proprio ruolo di oggetto di scena. Il freddo è qui, lo sento addosso. D’accordo tu sei calda là sotto, ci mancherebbe, come cantavano gli Zen Circus. Io invece ora avverto questa aria fredda che sale nel naso e scende nella gola, la vorrei comprimere e farne delle caramelle di ossigeno e monossido di carbonio urbano per anestetizzare le sensazioni, perché credo che qui siamo tutti un po’ agitati.

Aspettando l’IS, l’ES e O’MALAMAMENT noi tutti saremo a salutare le psicosi di un Cristo che si ferma a benedire l’Ebola, investendo qualche bonus statale per fare una festa che poi condivideremo fotografandoci tutti insieme con i nostri smartphone. È meglio non pensar al domani, spendiamo questi euro oggi e beviamoci su.

La scienza ci ha ingannati. È un anno intero che si parla di una imminente tempesta magnetica solare che avrebbe mandato in tilt satelliti, telecomunicazioni, radar. E io delle volte mi sveglio sperando che sia il giorno buono per trovare spento per qualche ora tutto e vedere com’è fare senza. E invece non accade nulla e mi sento deluso come dopo aver visto l’aumento dell’IVA o come quando vidi gli scheletri dell’ILVA di Bagnoli in un autobus semivuoto tra cumuli di rifiuti ai lati della strada.

Fonte: Vesuviolive

Fonte: Vesuviolive

Non fraintendiamoci, perché è facile che parole scritte creino mondi quando non si parla vis-à-vis: la comunicazione non mi è nemica, voglio solo vedere l’effetto che fa spegnerci tutti e scoprire se tutte queste conoscenze a distanza che millantiamo possano poi sopravvivere al tasto off. In fondo anch’io inseguo nell’etere il mio quarto d’ora, ma devo aver sbagliato qualcosa e ho ottenuto 15 minuti di ceRebrità, anzi, anche di più. È una vita che vivo nel mio cervello e l’ho anche arredato con gusto o almeno credo, non ho chiesto ai giudici di MasterChef che sapore avesse la mentalità. Forse sa di menta, sai-la-menta? o forse mente sapendo di mentina.

Mentire, dormire, sognare, forse. Avere gli occhi chiusi e le orecchie tappate in uno stato di sospensione dopo aver pigiato il tasto di stand-by.

La civiltà mi spegne e io non posso spegnere la civiltà come lei fa con me; non ne elemosino l’approvazione anche perché non saprei in che tasca metterla, a destra ho fazzoletti a sinistra il cellulare (pronto per il famoso il selfie di gruppo). Non è presunzione, io mi sono adeguato soltanto alle regole e al contesto e non contesto, anzi con-te-sto evitando domande tanto non mi daresti risposte ma comodi parcheggi. Eppure non miro solo a infilarmi nel tuo garage, ma sarà questo il problema, i piani superiori mi sembrano interdetti e/o in ristrutturazione.

Rabbrividisco ma non solo per il freddo di Ottembre. È pelle d’oca da unghie sulla lavagna. Ad esempio i simpatici mi fanno questo effetto. No, non le persone simpatiche, non confondiamo: quelli che fanno i simpatici, è diverso. Quindi farò una lista di tutte le cose che considero da brividi stile gesso sulla lavagna.

  • Quelli che fanno i simpatici.
  • La gente che ride in risposta a ciò che dici, seppur tu non abbia fatto una battuta o detto qualcosa di divertente. Purtroppo è una cosa che ho fatto e faccio anche io.
  • Le parole ridotte in -ino. Attimino, momentino, messaggino.
  • Chi invece di lasciar spegnere un sigaro da solo lo pigia nel posacenere, ammazzandolo.
  • Rispondere a un messaggio dopo un tempo indefinito.
  • Un clacson che suona al semaforo.
  • Il rumore che fa un cucchiaio di legno sfregando il fondo di una pentola.
  • Mordere i rebbi di una forchetta per errore.
  • Una pubblicità della Seat Ibiza che gira per radio dove c’è uno che finge di recitare in una telenovela brasiliana.
  • Antonella Clerici.
  • Lo smalto rosso. È più forte di me, non riesco a guardare le mani di una donna con lo smalto rosso. Che lo metta nero, blu, viola, azzurro cielo d’estate, sabbia del Sahara, amaranto o granata ma rosso rosso proprio no.
  • I commentatori seriali delle notizie dei giornali online.
  • I predicatori di amore che sono poi i primi a esternare odio.
  • La proliferazione incontrollata di patatinerie.

Butta la Posta

Per necessità sto tentando di aprire un conto bancoposta. Dico tentando, perché la procedura mi ha destato non poche perplessità.

Compilo la richiesta online, al termine della quale fisso un appuntamento all’ufficio postale (un ufficio lungo una strada desolante fuori dalla mia città, perché purtroppo lì ho anche un’altra cosa in corso e avevo necessità di recarmici), dove, stando a quanto dice il sito, devo consegnare i documenti e null’altro.

Vado sabato scorso, consegno i documenti e l’impiegata mi dice di ripassare lunedì quando c’è il consulente finanziario.

Consulente finanziario? Per far che, non dovevo solo consegnare i documenti per farli poi spedire?

Mi presento lunedì e mi fanno accomodare alla scrivania del consulente. Un tizio che sembra più un giovane ministro di Scientology, il quale, dopo le presentazioni di rito, parte subito in quarta:
– Allora Gintoki, io volevo parlarti di questo, tu non hai una sim postemobile, giusto? No perché se facciamo la sim, tramite poi il bla bla bla (parole che ho perso per strada) possiamo aprire subito il conto oggi stesso. Tu che tariffa hai?
– Io veramente starei con l’Operatore Arancione, pago 8 euro per internet, chiamate ed sms.
– E ti trovi bene così. Mh. No perché tu con 10 euro puoi avere questa sim e noi la colleghiamo al conto, 5 euro vanno sulla sim e 5 euro sul conto e te lo apro immediatamente, poi puoi anche controllare i movimenti con l’app, ecco guarda ti faccio vedere, peccato solo qua dentro non ci sia campo e non mi posso connettere (mi agita davanti lo smartphone mostrandomi la meravigliosa app delle poste).
– No ma sarebbe uno spreco fare la sim, non la utilizzerei, comunque.
– Come preferisci. Io lo dico per farti un favore, perché sennò devi inviare la raccomandata coi documenti, aspettare la risposta, io invece te lo aprivo subito. Puoi anche dare la sim a tua madre o a chi vuoi.
– Ma per me non è un problema aspettare.
– Come vuoi. Io ti proponevo questa cosa per te, anche perché con la raccomandata andresti a pagare molto di più (nota: la raccomandata, compresa la busta, è venuta 6 euro. Molto di più?)

Dopo mezz’ora di questo siparietto, andiamo al dunque: io pensavo che lui potesse risolvere un piccolo problemino: sui documenti da stampare avevo sbagliato a inserire la data di scadenza della carta d’identità e non potevo modificarli né produrne altri. Lo spiego al consulente, che apre la pratica online e, dopo averci smanettato un po’, la stampa tale e quale a prima, cioè, con l’errore. Indi per cui, corregge a penna e mi fa firmare sotto la correzione.
Era necessario il consulente per fare ciò?

Dopo quest’operazione, ricomincia di nuovo a propormi la sim, a dirmi che così eviterei di perdere tempo e quant’altro. Il tempo intanto me lo fa perdere lui, perché mentre compilo i dati per la raccomandata, mi blocca perché afferma di non essere sicuro di dove vadano spediti. Gli faccio notare che è scritto in bella vista sul modulo, ma non è persuaso. Poi ci pensa su e si convince.

Compilato il tutto, mi manda a rifare la fila per inviare la raccomandata (fortunatamente l’impiegata mi fa passare avanti).

Quel che non mi spiego: in base a ciò che avevo fatto tramite il sito delle Poste, avrei dovuto solo consegnare dei documenti all’ufficio postale. Invece mi sono dovuto presentare due volte, fare due file, per parlare con un consulente che non ho ben capito a cosa mi sia servito. A parte tentare di vendermi una sim.

Mah.

Cà nisciuno è fisso

Vorrei linkare questo post che ho trovato per caso girovagando in rete:
Perchè la nostra generazione è infelice

Il post traduce un articolo comparso su un blog USA che analizza la cosiddetta Generazione Y (detta anche GYPSY, cioè Gen Y protagonists & special Yuppies)e spiega perché è eternamente insoddisfatta e aneli sempre a qualcosa di più grande e non ben definito.

Premetto che non farò una sintesi dell’articolo, perché credo vada letto tutto. Pertanto, le mie riflessioni che seguono qui presumono la lettura preliminare.

Ho trovato l’articolo molto interessante e condivisibile. Insomma, ho esempi davanti agli occhi tutti i giorni e anche se non volessi riferirmi ai miei coetanei, mi basta guardare me stesso allo specchio. Sono insoddisfatto e pure gatto. Pertanto, sono narcisista e megalomane e ho sempre l’ambizione di volere qualcosa, o di essere destinato a fare o avere qualcosa.

Ma mettendo un attimo da parte questo narcisismo interiore, io credo che chi ci ha preceduto non abbia il sedere tanto pulito, scusate.

Prendiamo come esempio il mondo del lavoro. Attenzione, sono generalizzazioni, entrando nello specifico ci sarà sempre il caso particolare che è diverso, però io voglio fare una considerazione.

La generazione precedente – ripeto, con le dovute eccezioni particolari – è cresciuta con il posto fisso.

Oggi questa generazione mi dice che io non debbo pensare al posto fisso, perché i tempi son cambiati, perché l’economia è cambiata, perché il mercato è in crisi.
Siamo d’accordo che i tempi siano cambiati, ma permettete che, comunque, mi roda il deretano?

Anche perché sarebbe bello analizzare i motivi di questo cambiamento dei tempi. Siamo sicuri che non sia anche colpa di chi ci ha preceduto? Oggi un’azienda deve farsi 100 conti prima di assumere qualcuno in pianta stabile e, in certi casi, non posso dar loro tutti i torti. È un investimento non da poco tenersi qualcuno 30 e più anni sul groppone.

Voglio condividere un aneddoto.
Un giorno, nella precedente azienda in cui lavoravo, stavamo facendo una specie di corso di formazione psicologica di gruppo. Dovevamo fare un esercizio in cui scrivevamo su un post it anonimo cosa auspicassimo dall’azienda per il futuro. Qualcuno scrisse “più stabilizzazioni“. Proprio in quel momento entrò il capo, non il capo assoluto perché quello è Transalpino (dannati franshesi!), ma il capo della sede di qui. In ogni caso, quando fece il suo ingresso mi sembrò di sentire in testa la Marcia Imperiale

Il capo chiese spiegazioni su cosa intendessimo col chiedere una cosa simile. E poi disse:
“Io dico ben vengano i DET (determinati), perché lavorano di più. Se io chiedessi a Pinca Pallina (un’indeterminata) di spostarsi su un’altra mansione, direbbe Noo, Chi, io?
Allora ben vengano invece i DET. Ringraziate i vostri colleghi”

Fu un gran bastardo. Ma aveva tutti i torti? Insomma, io vedevo i colleghi IND com’erano: molto rilassati, ogni ora la sigarettina, qualcuna andava a farsi la spesa pure…mentre i DET sgobbavano come muli, perché la sedia bruciava loro sotto al sedere, sperando di mettersi in buona luce per avere un altro contratto.
L’IND si difenderà, dirà Io ai miei tempi ho già sgobbato come un mulo, ora tocca agli altri. È un ragionamento giusto? Non lo so. Fatto sta che, in tempi di crisi economica in cui le entrate calano, un’azienda dirà: ben vengano i DET, perché lavorano di più.

E allora torniamo a quello che dicevo sopra: permettete che mi roda il deretano?

Per la serie: dal sognare il posto fisso a sognare il Fissan in quel posto per trovar sollievo.

Sulle aspettative: io attualmente lavoro 40 ore a settimana per poche centinaia di euro, faccio un lavoro ripetitivo tutti i giorni, la prospettiva, quando mi scadrà il contratto e se decideranno di riconfermarmi, è di vivere per un bel po’ in massima precarietà con contratti a progetto reiterati con artifici legali. È lecito che io voglia aspettarmi di più?

Sì, ma per avere di più bisogna fare sacrifici. Siamo d’accordo. Ma questi sacrifici portano realmente a qualcosa? E, soprattutto, chi dall’alto mi viene a dire che bisogna “sporcarsi le mani” (quanto odio questa frase, io me le sporcherei del sangue di chi me la dice), che sacrifici ha fatto (qualcuno ha detto Fornero?)?

E come me siamo tantissimi altri in queste condizioni. Riconosco di vivere in una generazione di viziati e arroganti, con lo smartphone e la Playstation e l’eterna noia esistenziale che se ne sta come un gufo appollaiato sulla spalla. Ma analizziamo anche le cause che hanno portato a ciò. Ci hanno fatto credere magari di poter diventare Qualcuno con la Q, siamo d’accordo che siamo troppi per essere tutti Qualcuno a livello mondiale o nazionale, ma almeno posso sognare di essere il Qualcuno della strada in cui vivo? O per essere felici non bisogna più coltivare aspettative?

Non lo so.

(a proposito di Gypsy, come non mettere questa canzone? O questa o i Gypsy Kings)

Esistere, resistere…desistere, forse

Spesso ci si fa del male solo per sentirsi vivi. Oggigiorno è sempre più facile essere limitati a esistere e nient’altro. Io esisto sulla mia carta d’identità, sul mio passaporto, sulla mia patente, sul mio codice fiscale, sulla mia tessera del WWF; esisto all’anagrafe del mio Comune, negli archivi della mia ex Università, nella banca dati dell’INPS, nella ASL locale.

Numeri e lettere, sequenze ordinate che mi identificano. Questo e nient’altro per rappresentare un essere umano, puro essere.

Esistere.

A Tokyo una sera in un ristorante di Ueno vidi un ragazzo e una ragazza seduti a un tavolo, uno di fronte all’altro. Per tutta la serata si tennero occupati con i rispetti smartphone, scambiando qualche parola tra di loro di rado. È questo esistere o vivere? E se la vita si fosse trasferita all’interno del mondo digitale, chi può dirlo con certezza? Forse quei due giovani sopperivano alle deficienze della loro esistenza trovando una via alternativa per la vita, perché è la nostra naturale inclinazione. Come la pianta che cresce verso la luce. Una luce artificiale di una lampada, perché il Sole non lo guardiamo più.

Resistere.

A volte cerchiamo vie errate, perché la fallibilità è parte della nostra natura. E ho come l’impressione che i margini di errore siano aumentati perché le opzioni offerte si sono moltiplicate. È come l’overdose di informazioni, abbiamo accesso completo alle fonti che vogliamo ma nel complesso stiamo diventando sempre più ignoranti. Non c’è più l’analisi, la verifica, la contestualizzazione. L’informazione è un lampo che colpisce e svanisce in un attimo.

Le persone si arrendono a tutto questo? Desistono?
Esistere e non esistere, vivere e non vivere. Quali sono i confini?

Sai, la gente è strana

Uno dei motivi per cui potrei ritenermi un disadattato è che fatico ad abituarmi ai comportamenti umani. Elencherò una seria di esempi per dare l’idea di ciò che intendo.

I miei vicini di casa, una coppia sposata che non ci saluta mai e quando ci incontrano o si girano dall’altra parte o cambiano percorso, al funerale di mia nonna si presentano e si avvicinano a darmi le condoglianze. Si potrebbe dire che fare le condoglianze sia un atto di umanità da non negare a nessuno, ma se dal giorno dopo riprendi a cambiare strada quando mi incroci, di quale umanità ti ammanti?

PTETS_-_Goku_uses_Instant_TransmissionHo apprezzato di più la coerenza di un’altra vicina, che praticamente quando mi vede fugge. Proprio così. Sta stendendo il bucato oppure potando delle rose, vede scendere in giardino me o mio padre e puff! scompare più veloce di Goku col suo teletrasporto. Al funerale si è presentata, ha salutato solo mia madre e poi puff! è svanita. Qualcuno potrebbe giustamente chiedersi cosa io le abbia fatto per traumatizzarla, se la spiassi col binocolo o le rubassi la biancheria*; la risposta è no, non le ho mai fatto nulla. Però sono tentato di cominciare a farlo, così, giusto perché sono un sadico.
* Che poi figuriamoci, è una zitella over 40: fosse stata una procace ventenne, allora sì! Ehm ehm

In tema di atteggiamenti irritanti, chi mi legge avrà notato la mia idiosincrasia per le domande inutili. Fin quando le pongono a un colloquio si fa buon viso a cattivo gioco, ma se arriva un conoscente noto per il suo essere impiccione a fartele, è dura mantenere un atteggiamento zen.
Nel caso specifico, una persona che conosco perché vi ho lavorato insieme in passato mi contattò su Facebook mentre ero in Giappone. Mi fa:
O japponé
Ma ogni tanto te ne vai
Così
Avrei dovuto già evitare di rispondere perché sapevo a cosa andavo incontro, ma per educazione replico in maniera generica e distaccata:
Ogni tanto ci vuole
Mi piace vedere, conoscere
Lui
Te la fai con la gente coi soldi (eh?)
Bravo
Comunque per il lavoro non è buono il Giappone (doppio “eh?”)
Brasile, India, Cina, queste
Il prossimo anno ti consiglio il Brasile
Nella mia testa ringrazio per il consiglio non richiesto, chiedendomi cosa mai gli faccia pensare che stia lì per lavoro. Non pago, insiste:
Ma così all’improvviso, te ne vai in Giappone
Io qua avrei dovuto chiudere la conversazione con un bel silenzio, invece provo a troncare con un commento lapidario:

Si vive una volta sola, bisogna cogliere le occasioni
Lui:
Perché colte, sai di morire
Ho smesso di rispondere.
Non contento, appena sono tornato mi contatta scrivendomi
Allora quando riparti x una nuova avventura?
Nn ce nessuno che va da qualche parte…cosi ti aggreghi?
La vita e breve
Mi son fatto una grattata, ho pregato per la grammatica estinta e ho chiuso la pagina senza rispondere.

Parlando di socialità digitale, un pensiero lo voglio dedicare agli haters. Non parlo di quelli che passano il tempo a insultare le ragazzine sotto i video di Justin Bieber: per quanto li comprenda benissimo, mi chiedo perché non si trovino altro da fare. Io odio con tutto il cuore la musica di Lady Gaga (per quanto debbo ammettere che non so per quale motivo lei mi fa sesso, ma proprio da unghiate sulla schiena) e semplicemente salto a piè pari i suggerimenti su Spotify e Youtube, non mi metto certo a commentare per dire quanto mi faccia schifo.
Vorrei concentrarmi, invece, su un’altra categoria, che comprende i commentatori delle notizie dei quotidiani online. Quelli che replicano a un articolo su una donna stuprata con un “Ben le sta”, “La prossima volta impara”, “Se le è andata a cercare”; quelli che, di fronte a dei finanziamenti per una categoria di disoccupati, rispondono con un “Perché dovrei pagare questi fannulloni”, “Si cercassero un lavoro da soli”; quelli che augurano la morte a Bersani. Che, vorrei dire, neanche a me sta politicamente simpatico, ma che la sua vita abbia meno valore di quella di uno stupratore nella testa di tali individui, me lo devono spiegare.

Quando li leggo mi viene da chiedermi se la gente sia così stupida anche nel mondo reale oppure se sia internet a innalzare il livello di stupidità globale. Oppure, ancora, se è un modo per farsi notare con un atteggiamento di dubbia originalità e provocatorietà. E in quest’ultimo caso, a che pro, mi chiedo.

Per concludere l’excursus sul virtuale, una menzione va ai nostalgici. Quelli che sentono il bisogno di condividere quanto fosse bello dire a una ragazza carina “mi dai il tuo numero?” invece di “ti posso aggiungere su Facebook?”, sentirsi per telefono invece che su WhatsApp, uscire per una passeggiata invece che stare davanti al computer, a tavola parlare con i presenti invece di smanettare con lo smartphone e così via. Mio giovane e ingenuo amico, posso farti notare che potresti fare benissimo anche oggi queste cose? Alza il telefono e racconta a qualcuno quanto sei nostalgico invece di scriverlo su Facebook, genialoide.

A proposito di nostalgia, credo che la mia generazione stia invecchiando più velocemente del previsto. Passi per i nostri genitori, che ci raccontano che loro facevano merenda con il pane olio e zucchero, che mangiavano la frutta cogliendola dall’albero e senza lavarla, che si tuffavano nei ruscelletti senza problemi e così via. Ma non posso tollerare invece un mio coetaneo che ricorda con gli occhioni lucidi che 10-15 anni fa si ballava con gli Eiffel 65 e Gigi d’Agostino e oggi le nuove generazioni invece ballano con Pitbull. No, vi prego. Non fatelo.

Ciao, sono Pitbull e sono famoso per la mia sobrietà ed eleganza

Se li conosci…devi sopportarli

Nel mondo c’è troppo odio, ognuno di noi, nel proprio piccolo, dovrebbe sforzarsi per essere più tollerante e comprensivo.

Ciò nonostante, ci sono categorie di persone che mettono a dura prova i miei esercizi (mal riusciti) di calma zen.

Eccoli, in ordine crescente di fastidio

10) Il mujahid vegetariano/vegano. Massimo rispetto per le scelte di vita delle persone. Ma tu che devi menarla a tutti perché mangi il pasticcio di seitan e tofu alle 12 erbe di aiuola della rotonda autostradale sottolineando il tutto alla faccia di voialtri poveri carnivori, sei pessimo.

09) L’ingombrante. È difficile far rientrare in una sola categoria l’ingombrante, dato che quelli della sua risma sono specializzati in diversi settori. Per dare l’idea, l’ingombrante è quello che occupa due posti auto parcheggiando; oppure, è quello che, in compagnia di altri ingombranti, cammina fianco a fianco al gruppo occupando tutto il marciapiede e anche la carreggiata stradale. L’ingombrante è quello che non comprende un concetto semplice come quello di “lasciare scendere prima di salire” e che, a scuola/all’università/in ufficio, ha una concezione hitleriana di “spazio vitale”, occupando con fogli, penne e cianfrusaglie varie anche l’altrui zona.

08) L’audioleso. Quello che deve far sapere a tutti che in macchina ha montato un impianto audio dalla potenza sonora che andrebbe bene per il  Wembley Stadium.

07) I padri che seguono gli eventi sportivi dei figli. Ho detto tutto. E talvolta le madri sono anche peggio.

06) Il liceale in treno. Anello di congiunzione tra l’odore di ascella e quello di piedi, palesa tutti i caratteri comportamentali tipici dei Primati inferiori. Innanzitutto, ha difficoltà a stare seduto composto, preferendo scalciare, saltare, appendersi alle maniglie esibendosi in esercizi ginnici, prove di forza per le femmine del branco che osservano. La componente olfattiva sembra essere preponderante, ogni gruppo sociale emana un diverso afrore, il che lascia pensare che l’individuo rintracci i propri simili dalle scie di odore. Il liceale manifesta attenzione per suoni ritmati sgradevoli, condivisi a tutto volume col proprio smartphone, che ha imparato a usare evidentemente scimmiottando qualcun altro. La comunicazione tra i componenti della stessa specie è articolata in urla e sghignazzi vari.

05) L’agente ansiogeno. È un individuo ansioso che, invece di starsene per fatti suoi in un angolo a torcersi il colon in preda alla tensione, desidera rendere partecipe gli altri delle proprie preoccupazioni, inoculando ansia come un aspide iniettò veleno nella tetta di Cleopatra. Tu, universitario, ne sai qualcosa: sei lì, pensando al tuo esame da sostenere, all’improvviso si gira questo individuo di fronte che ti chiede: ma tu te lo ricordi il nome del fondatore della casa editrice indicata sul retro di copertina del libro? E se poi lo chiede? Zac! Sei stato infettato.

04) Il complottista. Tu sei evidentemente un Rettiliano pagato dalla CIA e da Antonino Cannavacciuolo, oltre che un povero ignorante – SVEGLIA! – disinformato. È questa l’opinione comune che il complottista medio  ha di te, che osi mostrare senso critico invece di credere ciecamente a tutto ciò che ti dice. A giudicare dalla quantità di complotti e mistificazioni che ci circondano, il complottista dovrebbe essere una persona che vive da solo in cima a una montagna, col proprio orticello e privo di qualsiasi oggetto tecnologico. Poi, invece, ha pc, smartphone, internet (ma non ci spiano?), va a votare (ma non sono tutti degli Illuminati?), mangia le peggiori schifezze (ma non le usano per controllare le nostre menti?), va dal medico quando è malato (ma non ci propina farmaci per dare il via al piano di sterminio di massa?) e frequenta donne (ma non sono la rovina della società da quando hanno deciso di smettere di stare chiuse in casa a fare la calza?).

Per i tre posti del podio si accettano proposte! 😀