Non è che al macellaio fifone tu non possa chiedere se ha del fegato

È da qualche tempo che penso ci siano cose che non vadano nel Mondo. Non mi riferisco ai grandi temi, a due con strani capelli che vogliono darsi delle forti testate, alla democrazia con le crisi da Terza Età o all’eiaculazione precoce.

Penso più a delle storture, a realtà coartate.

Ad esempio, le offerte di lavoro. Ogni giorno ne vengono pubblicate migliaia da parte delle aziende.

In realtà quelle sarebbero domande di lavoro. È così che funziona. Non lo dico io ma un qualsiasi manuale di economia. Le imprese domandano lavoro, i lavoratori offrono il proprio lavoro. Vuoi per ignoranza, vuoi per malafede, il rapporto viene capovolto: si dice che le aziende offrono. Gentilissimi.

Forse è la parola lavoro che causa fraintendimenti. Andrebbe sostituita con prestazione, che rende più chiara l’idea. Io (azienda) ho bisogno di una prestazione. Quindi domando (di certo non posso svolgere una prestazione per il lavoratore). Il lavoratore fornisce una prestazione. Quindi offre.

Forse però messa così in termini di prestazione la cosa sembra avere un che di risvolto sessuale. Del resto, spesso chi si approccia al prossimo con l’intento di riemdiare una prestazione sessuale anch’egli fa credere che in realtà la stia offrendo, come se fosse un qualcosa di irrinunciabile o un favore. Quindi forse non c’è nulla da fare e bisogna arrendersi ai ribaltamenti semantici.

La seconda stortura che mi offre – e io non sto nemmeno domandando – grattacapi riguarda l’anaffettività.

Oggi sembra normale e giusto essere degli anaffettivi. E chi ancora riesce a esprimere sentimenti è considerato un poveretto che ingoia unicorni e vomita arcobaleni, o forse un unicorno che defeca umani colorati o non mi ricordo bene cos’altro di equino e cornuto.

Tra parentesi l’immagine stessa degli unicorni ha un che di sbagliato. L’unicorno è uno scherzo della Natura ed è per questo che per fortuna non esiste.

L’immagine della leggera e sognante soavità in cui si accusa di viver gli allocchi emozionali andrebbe a mio avviso collegata a qualcosa di più concreto e sensato.

L’ano di Sasha Grey.

Siamo d’accordo che la zona anale non svolga funzioni nobili ma sono convinto che chi per mestiere trae sostentamento economico dalla summenzionata area sia professionalmente dedito a regolari operazioni di manutenzione, pulizia, convenienza e cortesia, aperti anche la domenica. Quindi al sempliciotto sognante auguriamo – in via canzonatoria – un buon ano (di Sasha Grey).

Se poi sono da considerar io un ingenuo nel credere ciò, allora mi auguro da solo un buon ano.


Gli androidi per il sesso sognano del pecoreccio elettrico?


Gli anaffettivi e tutti coloro che si mascherano dietro il gelo emotivo come modo d’essere soltanto per mancanza di fegato (e parte della cistifellea) hanno rotto il cazzo. Questa non è una frase anaffettiva, au contraire, è una esternazione sincera e profonda di un sentimento. L’odio.

La terza cosa che non mi torna riguarda il buonismo.

La sensazione comune è quella di vivere come se l’espressione buonista fosse sempre esistita. Del resto non si ha memoria di un momento fondativo di tale vocabolo. Potrebbe risalire benissimo alla Preistoria o giù di lì per quel che ne sappiamo.

Io invece credo nell’infanzia di non averlo mai sentito. Può darsi fossi un bambino cattivo e mi dessero quindi del cattivista.

O forse, invece, è una invenzione giornalistica della seconda metà dei Novanta.

È una tecnica di avvelenamento del pozzo. Una stortura del termine buono – come se da oggi cominciassi a prendere parole positive a caso deformandole in -ista per trasformarle in negativo – per definire un individuo ritenuto troppo tollerante o troppo di buoni sentimenti. Il particolare che mi disturba è che tali accuse vengono da chi però non è per niente tollerante ed è privo di alcun buon sentimento (a parte quelli per sé stesso).

È come il caso degli anaffettivi di cui sopra che disprezzano le emozioni degli altri (cioè di quelli che sognano l’ano della Grey).

Forse non resta che adeguarsi per sopravvivere.

Quindi, non fate i soliti anisti!1!!11!

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Non è che per Italo Svevo le chiacchiere stessero a Zeno

Nel momento in cui mi prometto di smettere di fare qualcosa, sto già iniziando a farlo di nuovo.

È un po’ come l’ultima sigaretta di Zeno Cosini.

Eppur non si tratta di fumo o bere o altri vizi concreti. Non mi è difficoltoso evitare una tentazione concreta.

Ma il cattivo pensiero, il sentimento negativo, l’atteggiamento pernicioso, stati persistenti che convivono in me, sono basati su automatismi che non riesco ad aggirare.

E quindi ogni metaforica ultima sigaretta non lo è mai.

Anche il fatto di voler smettere di far qualcosa è diventato un vizio.

A volte, quando osservo le persone, mi chiedo se anche loro stiano combattendo un vizio nel loro intimo.


Nel mio intimo c’è vizio!


E mi chiedo se stiano vincendo o perdendo o pareggiando ai tempi supplementari.

Eh eh eh ehtciù. Raffreddore? No, è allegria.

Ieri sera Soldato Joker mi dice che non sono un tipo allegro.  Non ho detto nulla, ho solo abbozzato un sorriso e null’altro. Io e Soldato Joker non siamo in confidenza tale da permettermi di introdurlo in una dissertazione sul concetto di allegria e i miei stati d’animo.

Senza titolo-2Mi ha dato da riflettere, comunque, sul significato da dare a questa parola: “allegria”. Mi chiedevo se avesse senso definire una persona “un tipo allegro”. Per me, ad esempio, non esiste un individuo così, è un falso. Ben fatto, ma pur sempre un falso. L’allegria è legata a una situazione concreta e, in quanto tale, tendente a esaurirsi: mi rende allegro ciò che dici, mi rallegra questa situazione, questo vino mi dà allegria, eccetera. È come il senso di sazietà, lo si avverte dopo un pasto. Non si è sempre sazi, chi dice così o riempie lo stomaco di continuo o mente. Così è per il tipo allegro, è un artificio, si nasconde dietro una maschera.

Vero è che chi mi guarda in faccia potrebbe pensare che non mangio da una vita. Aggiungiamo anche che non riesco a rendere imperscrutabile il mio volto, delle volte mi sento come Giacomo di cristallo, mi si legge tutto. Il fatto è che la mia mente non sta mai ferma, mentre mi trovo in un luogo qualcosa o qualcuno dentro di me comincia a rovistare negli archivi della mente e mi propone di continuo immagini, pensieri, sensazioni, riflessioni. Quindi, chi mi osserva mi vede fisicamente presente, come può esserlo una sagoma di cartone, ma con la testa altrove. Incline alla malinconia, forse, ma è colpa di alcuni pensieri dominanti e, in ogni caso, a mio avviso la riflessione tende sempre a ridurre il buonumore in qualunque individuo.

tumblr_lqb9sw3HyP1qmusrao1_500Rene Magritte, Décalcomanie, 1966

Scriveva Leopardi

quando l’uomo non ha sentimento di alcun bene o male particolare, sente in generale l’infelicità nativa dell’uomo, e questo è quel sentimento che si chiama noia

Le mie riflessioni convergono sempre sullo stesso punto, facendomi percepire un senso di inadeguatezza tra la realtà percepita e la realtà concepita; può darmi allegria qualcosa (torniamo al discorso che facevo all’inizio), ma non trovo realistico mantenere uno status di allegria costante, né, d’altro canto, ne avverto i presupposti.