Virgole, Natale e assenz-a/io

I mercatini sì sì facciamo i mercatini a dicembre come fanno in grandi città ma noi chi abbiamo qua non lo so però quattro tristi casette qui-là là là la vuoi la faccia di Hamsik sul cuscino? No grazie voglio Justin Bieber e poi compro pure una collanina di perline e dopo mi fermo anche alla casetta delle chincaglierie cinesi oh sì sì che mercatino-ino-inopportuno questo qui io ricordo invece il viale il freddo nelle ossa che ci entrava dentro anche qualche schizzo di neve dal cielo ma noi ci scaldavamo mano a mano con l’assaggio di liquore e poi l’odore del tartufo e del porcino sì mi sentivo anche io un po’ porcino quando annusavo la tua pelle all’interno coscia e poscia poi addentrarsi non si può dire ma ricordo pure sempre a quel mercatino il simpatico salumiere toscano mi diverte troppo l’accento e hai miha visto la Mi’ela? come disse il granchio la sapevi già ma a me diverte oh sì sì ho deciso io sposerò una toscana e combinazione a tedesco c’è una cestista livornese di uno e ottanta sì proprio ottanta voglia oh che bello ci proverò sì sì ci proverò ma poi boh non so no no no meglio di no guarda un po’ io alle donne ho detto di no ma non ho cambiato gusti solo che non voglio più e Patti Smith mi dice guarda tu non devi per forza cercare la storia seria va bene anche un’avventura ma io ecco guarda devo confessare c’ho questa malattia sì non lo sapevi ho questa cosa che poi mi si fa il rash cardiaco io mi affeziono sempre e comunque è per questo che non posso perché io fingo di essere un gatto e infatti sono un po’ scostante a tratti diffidente e sembra non me ne freghi niente ma poi come un randagino inseguo il primo paio di gambe che mi fa uno sguardo e allora voglio solo soltanto solitaria solitudine perché in autostrada non ci finisco piuttosto dimentico sì dimentico la tua assenza mi consolo con l’essenza dell’assenzio e faccio senza. Di te.

Fratture emozionali

Un uomo saggio una volta scrisse

Le sciocche parole di un imbecille possono talvolta confondere un uomo intelligente
(Nikolaj Gogol – Le anime morte)

Di come la mente inganni il corpo che la contiene.

Prima arrivò come un flash, un lampo a tradimento nel buio profondo di una conversazione.
Quella Parola cominciò a occuparmi l’intero spazio visivo. Mi alzai. Meglio non continuare a leggere.

Il silenzio mi tradì l’udito. Mi ripeteva Quella Parola. Sussurri di sillabe all’orecchio, colpi contro il timpano nel tentativo di entrare nella sede centrale delle emozioni. Rimpiansi di aver chiuso la succursale d’emergenza del cuore. Eh, colpa della crisi. Di nervi.

Sensazione di perdita di equilibrio.
Stavolta erano le gambe a cedere. Crik, Crak. No, in realtà non fecero nessun rumore. Era qualche rotella che saltava.
Mi appoggiai alla libreria. Carta, carta, carta. Tante letture, ma in quel momento vedevo solo carta e null’altro. Speravo di rammentare una massima, un aforisma, un insegnamento da usare in quel momento, come un coltellino svizzero.
Silenzio.
I libri ti parlano in testa. Quando sei lucido.

Senso di nausea.

Credo di aver desiderato piangere, per sfogare il malessere.

L’ultimo attacco fu il più crudele.
Il suono – immaginario – di Quella Parola che avevo tentato di ignorare, approfittando della guardia distratta, era riuscito a superare le difese, invadendomi la mente. Lì s’incontrò con gli altri squadroni d’invasione, formando immagini che davano il tormento.
Tu, lui, tutti e due, scene reali che venivano proiettate in un cinema virtuale.

Crollo.

Ripresomi, mi sentivo metà di ciò che fu un uomo, scisso tra chi ricorda e chi non vuol ricordare. Una stanza, nella mente, dove lo shock batte alla porta giorno e notte e lo scioccato finge di ignorarlo.

Colonna sonora: Giorgio Canali

 

(ci si rilegge nel w/e)

Uomini che non avvicinano le donne

Mi ha dato da pensare un post che ho letto su un blog: l’autrice, tra le varie cose che afferma di non comprendere, inseriva il fatto che gli uomini molto spesso si limitino a fissare una donna senza osare rivolgerle la parola, magari sperando di lanciare qualche messaggio telepatico che la fanciulla, ovviamente predisposta alla ricezione, subito raccoglierà, magari correndo da questo grande seduttore per dargli il suo numero di telefono.

È una grande verità, infatti, che le donne trovino molto fastidioso tale atteggiamento e non sappiano più come farlo presente a noi esponenti del cromosoma Y (in realtà quella non è una ipsilon: sono due antenne. Tutto torna!).
A volte precisano “dipende anche da chi ti guarda”, ma mi pare pur giusto.

Il giovane Prof Charles Xavier (X-Men) che tenta disperatamente di usare i suoi poteri mutanti per comunicare con una donna

Il giovane Prof. Charles Xavier (X-Men) che tenta disperatamente di usare i suoi poteri mutanti per comunicare con una donna

Mi presento, faccio outing: io sono uno degli aspiranti telepati. Se vedo una ragazza interessante lancio qualche sguardo e poi più nulla.

Perché?
Perché io mi immedesimo nell’altra persona: essendo io, tendenzialmente, incline alla misantropia, penso che anche tutte le altre persone siano come me e, di conseguenza, penso che un’altra persona soffrirebbe sempre e comunque di rompimientum scatolorum  (prof. di latino del liceo: sto scherzando! È una licenza!) nell’essere avvicinata.
C’è un’unica eccezione a questa mia regola: il verificarsi di un episodio esterno che crei un contatto. Ad esempio, il treno stenta a ripartire e accumula un ritardo mostruoso. Vedi lei di fronte a te che guarda l’orologio e sbuffa. Tac, si attacca bottone cominciando a lamentarsi di Trenitalia (a qualcosa serve!). O, ancora: c’è una situazione o un personaggio buffo. Lei sorride, scambio di sguardi, commento su quello a cui si sta assistendo.

Un altro motivo per cui mi tengo a distanza è che penso sempre “coi tempi che corrono, chissà cosa penserebbe”. No comment. Ma che deve pensare? Certo, comparire alle spalle in una via poco illuminata magari in inverno quando si gira tutti intabarrati forse può dar luogo a incresciosi equivoci, ma esistono altre situazioni molto più tranquille. Sempre meglio, poi, di rimanere lì a guardare: questo sì che è inquietante! 😀

Una volta parlai con una ragazza di questo mio atteggiamento. Il suo commento fu “È perché sei un bravo ragazzo”. Non è che la presi realmente bene, mi diede la stessa sensazione di quando da bambino, credendoti un grande artista, porti a vedere i tuoi scarabocchi agli adulti e loro ti dicono “che bello!”.

Charles Xavier che sta ancora provando a farsi notare da una ragazza. Nel frattempo ha perso tutti i capelli e gli è venuto un gran mal di testa (lo strano caschetto serve a questo)

Eh eh eh ehtciù. Raffreddore? No, è allegria.

Ieri sera Soldato Joker mi dice che non sono un tipo allegro.  Non ho detto nulla, ho solo abbozzato un sorriso e null’altro. Io e Soldato Joker non siamo in confidenza tale da permettermi di introdurlo in una dissertazione sul concetto di allegria e i miei stati d’animo.

Senza titolo-2Mi ha dato da riflettere, comunque, sul significato da dare a questa parola: “allegria”. Mi chiedevo se avesse senso definire una persona “un tipo allegro”. Per me, ad esempio, non esiste un individuo così, è un falso. Ben fatto, ma pur sempre un falso. L’allegria è legata a una situazione concreta e, in quanto tale, tendente a esaurirsi: mi rende allegro ciò che dici, mi rallegra questa situazione, questo vino mi dà allegria, eccetera. È come il senso di sazietà, lo si avverte dopo un pasto. Non si è sempre sazi, chi dice così o riempie lo stomaco di continuo o mente. Così è per il tipo allegro, è un artificio, si nasconde dietro una maschera.

Vero è che chi mi guarda in faccia potrebbe pensare che non mangio da una vita. Aggiungiamo anche che non riesco a rendere imperscrutabile il mio volto, delle volte mi sento come Giacomo di cristallo, mi si legge tutto. Il fatto è che la mia mente non sta mai ferma, mentre mi trovo in un luogo qualcosa o qualcuno dentro di me comincia a rovistare negli archivi della mente e mi propone di continuo immagini, pensieri, sensazioni, riflessioni. Quindi, chi mi osserva mi vede fisicamente presente, come può esserlo una sagoma di cartone, ma con la testa altrove. Incline alla malinconia, forse, ma è colpa di alcuni pensieri dominanti e, in ogni caso, a mio avviso la riflessione tende sempre a ridurre il buonumore in qualunque individuo.

tumblr_lqb9sw3HyP1qmusrao1_500Rene Magritte, Décalcomanie, 1966

Scriveva Leopardi

quando l’uomo non ha sentimento di alcun bene o male particolare, sente in generale l’infelicità nativa dell’uomo, e questo è quel sentimento che si chiama noia

Le mie riflessioni convergono sempre sullo stesso punto, facendomi percepire un senso di inadeguatezza tra la realtà percepita e la realtà concepita; può darmi allegria qualcosa (torniamo al discorso che facevo all’inizio), ma non trovo realistico mantenere uno status di allegria costante, né, d’altro canto, ne avverto i presupposti.

Un esercito di giorni tra me e me stesso

Non ho più il coraggio di scrivere qui sopra. Una volta, anni fa ormai, scrivevo qualsiasi cagata mi venisse in mente e magari, quando non volevo rivelare troppo di me, la celavo dietro qualche contorta metafora, così da soddisfare il bisogno di esternare qualcosa senza dichiararlo apertamente.

Ora non mi attrae più questo gioco. O meglio, ho come un blocco. Mi sembra così ridicolo, poco serio, scrivere un paio di amenità pseudo complicate. Eppure  nella testa ho come un imbuto dove man mano che il contenitore si restringe si affollano cose e cose e cose che vorrei far scorrere e liberare.

Poi ci ripenso. E non voglio più raccontare nulla e tiro dritto.

Risposte educate

La risposta data per educazione è ben diversa dalla risposta educata; l’atto in sé di rispondere soltanto per obbligo formale, è solo un gesto meccanico, mentre l’educazione implicherebbe un passo ulteriore da compiere: dare dei contenuti. Ecco perché il non rispondere e rispondere con (mal)celata indifferenza sono sostanzialmente la medesima cosa: un atto non educato.

C’è gente che ha paura di dire un “no”, di presentare un rifiuto, ma il rifiuto in sé non è atto scortese, dipende come vien posto. Esiste anche il “no” educato, dunque.

Non sono poi tanto buono/3

Riproduzione del Rhinovirus del raffreddore

Mal di gola

Disinfetterei col fuoco chi starnutisce, tossisce, si soffia il naso il pubblico.

Chi è ammalato dovrebbe seguire l’etichetta giapponese, andare in giro con la mascherina (e qualche conoscente che lo incontra esclamerà Ti conosco mascherina! – ok era pessima).

Androide paranoide

Oggi dimostrerò quanto si possa esser paranoici in situazioni assolutamente normali.

Mi trovavo a Napoli per andare a ricevimento dalla prof. di storia. Esaurita questa formalità, ho fatto un giro da Alastor a Mezzocannone, era da tanto che mancavo (ci vado solo quando sto in facoltà) e volevo controllare se ci fosse qualche nuova uscita. Io purtroppo ho il vizio di non controllare mai a casa a che numero sono arrivato con i manga che seguo; ne sto leggendo 4-5, tutti con uscite più o meno irregolari. Puntualmente, quando vado in fumetteria, debbo cercare di ricordarmi a quale numero sono arrivato per evitare doppioni. Mentre giravo tra gli scaffali, trovo una ragazza abbassata intenta a sistemarsi la gonna, salita su mentre si era chinata. Non mi ero girato a guardarla (a voler essere cattivi non aveva un fisico che attira l’attenzione), me la son trovata davanti. Lei mi nota  e rialzandosi di fretta mi fa: serve una mano, cerchi qualcosa? (capito, è una nuova commessa). Io le dico che cercavo Kurohime (è il primo titolo che mi è venuto in mente, era da un po’ comunque che non acquistavo nuovi volumi e volevo sapere a che punto fosse) *. Lei mi trova l’ultimo numero, uscito a maggio, il 13. Ringrazio, ma poi mi viene il dubbio di avercelo già, ne ero quasi sicuro. Volevo posarlo, ma non davanti la commessa, per non fare la figura dello stupido: questo qua prima lo cerca poi lo posa?

Notare che qui siamo già a livelli di paranoia da ricovero.

Aspetto quindi che la commessa si giri e non mi veda per posare il volume. Il problema è che continua a zampettare qua e là, avanti e indietro e non riesco mai a cogliere il momento.

Morale della favola: l’ho comprato e, ovviamente, ce l’ho già.

Certo, avendo lo scontrino potrei portarlo indietro, ma considerando che spendo 3,60 di treno per andare a Napoli, per 3.90 euro di manga non ne vale la pena.

Io credo simili livelli paranoici li raggiunga solo il dj Linus: una volta gli sentii raccontare per radio (io spero per lui non sia vero ma solo una gag) che quando è da solo a casa e ha voglia di pizza, per non sentirsi sfigato ad ordinare una pizza da solo, ne ordina due. Una la mangia e l’altra poi la congela.

* Trama di Kurohime: in uno scenario rubato ad Ombre rosse una maga-pistolera popputa (Kurohime) combatte contro altre maghe, dee e semi-dee, tutte poppute. Ma per non far credere al lettore che qui si parli solo di poppe, c’è una storia a legare il tutto; Kurohime prima deve viaggiare per ritrovare la capacità di amare, poi una volta che ha trovato l’amore deve viaggiare per ritrovare Zero, il suo innamorato che è stato trasformato in uno shinigami.

Qui sopra: Kurohime in vari stadi della sua vita (ogni tanto si trasforma, priva dei suoi poteri è una bambina, coi poteri a metà adolescente ecc). Già da dodicenne (quella vestita di bianco) portava la quarta.

Una giovane Kurohime afflitta perché il seno non le cresce oltre la sesta misura (tipico complesso adolescenziale femminile).

Ciò che la mente vuole la mano non dispone

 
Voglio scrivere un libro.
 
 
"un libro"
 
 
Fatto.
 
 
Mi chiedo se al quarto di secolo sia il caso ancora di tenere un blog. Le turbe post adolescenziali si fanno sempre più inconsistenti, è come continuare a masticare una gomma cercando di trovarci ancora un po’ di sapore. Cosa inutile, perchè dopo 5 minuti una gomma è da buttare perchè non sa di niente.
 
 
 

Un passo avanti e cento indietro

 

Accumulo polvere. Colleziono acari per ingannare il tempo.

La musica è irritante, un wau wau martellante che dice comprami comprami, sono la nuova puttana della discografia mondiale, il personaggio-fantoccio del momento, wau wau comprami comprami, prima ch’io diventi troppo vecchia e finisca scalzata da una nuova meretrice dei riflettori.

Io sono sempre un passo indietro, due dimensioni di un cammino.

Volevo fare la puttana dei riflettori anche io e finire poi in clinica prima dei 30 anni, a consumare con dosi per endovena i soldi accumulati succhiando le tasche del gregge che mi idolatra.

Residuo fisso dell’Io

 
Max Stirner ha detto
 
«Se considererai te stesso per più potente degli altri, tu accrescerai la tua forza: se terrai te stesso in maggior conto di quello che gli altri non t’abbiano, tu avrai anche di più.
Allora tu non sarai solamente chiamato alle cose divine, e autorizzato alle umane, ma sarai il padrone di ciò ch’è tuo, vale a dire di tutto ciò che avrai la forza di far tuo. Sarai cioè adatto ad ogni cosa tua. » 
 
Sottoporre la libertà al proprio volere e gestirla al comando è l’estrema forma di realizzazione dell’Io, ma è un processo lento ed impacciato. La mia mano che scrive può diventare qualunque cosa, ferro, arma, essere pensante; la mia mano che si muove tra gli esseri umani ripiega su se stessa, come una lumaca offesa che si ritrae nel guscio.
La mia mano non sa giocare a scacchi, ma se ha da imparare (e copiare) non si fa molti problemi – salvo nel caso in cui il suo apprendimento sia rallentato o incerto, a causa della poca predisposizione che ha a seguire chi vuole imporre la sua conoscenza – ma se le affidano il bianco e l’ordine di dare inizio alle danze – o alla lotta – entra in difficoltà. Non sa cosa toccare, in che direzione muovere, sposta il cavallo di lato perché predilige posizioni defilate, non vuole gli occhi centralmente puntati su di essa, meglio uno sguardo di sfuggita, meglio ancora che non la notino.
Poi però, quando la mia mano ha esaurito il suo compito e l’azione si è estinta, pretende l’attenzione generale. Vuole essere guardata.
Ha spostato il cavallo, ve ne siete accorti? Guardate, ditemi che sono stato bravo, lo esigo.
Io sono la mia mano, il prolungamento pensante di essa, o forse è il contrario. Fatto sta che non posso nascondermi in una tasca, non fosse altro perché non esiste fodero alcuno che possa contenere il mio Ego.