Essere ingegnoso non fa di te un ingegnere, esser Regina non fa di te un rotolone, ma essere Jon Snow fa di te un ignorante

È possibile che esistano persone che nascano sapendo le cose. Conoscendo già quel che devono fare.

Per esempio, prendiamo una mia ex compagna di classe: terminato il liceo, se ne è immediatamente andata a Milano, ha frequentato la Bocconi, subito dopo si è trasferita a Londra dove lavora in banca. Da queste parti non ci è tornata più (come darle torto), tranne solo per sposarsi la settimana scorsa in un ristorante in collina sul mare (no non è un refuso, è la collina che guarda sul mare, o il mare che guarda dentro la collina, in ogni caso si guardano) con un ragazzo conosciuto nel Regno e che somiglia, per aspetto e portamento, al Principe William. O a Harry, dimentico sempre tra i due chi è il padre di famiglia e chi il puttaniere. Mi auguro abbia sposato il padre di famiglia anche se brutto, forse è meglio un puttaniere bello, comunque diciamo lui somiglia a quello che dovrebbe essere Re, anche se non ho capito alla morte della Regina dai cappelli improbabili chi sarà il Re, se Charles, William o l’ultimo arrivato di cui non ricordo il nome.


INTERMEZZO
Sulla famiglia reale inglese ho un aneddoto riguardante Madre. Un giorno, dopo che un servizio del Tg2 aveva parlato delle vacanze dei reali nel Castello di Windsor, Madre esclamò: “Guarda i nobili possono tutto, hanno messo il loro nome a un castello medioevale”.
Feci presente che era il contrario e che furono loro ad assumere il nome del castello, in quanto in piena guerra mondiale non era carino ostentare un casato di origine tedesca…

Mentre, invece, non ricordo chi sollevò la questione sul perché i reali inglesi avessero nomi italiani…


Io, invece, sono come Giovanni Neve: non so niente. Ma non lo so molto bene e da prima che diventasse di moda.

b92

Vivo seguendo le ispirazioni del momento, a volte anche le aspirazioni.
Come quando a 18 anni mi iscrissi a ingegneria perché mi dissero “sei proprio ingegnere!” una sera d’estate fuori a un bar, quando trovai il modo di continuare a bere una granita nonostante il bicchiere perdesse.

Non ci sono più ricascato, in seguito. Nonostante mi dicano sempre che sono molto diplomatico, non ho mai tentato questa strada. Essenzialmente perché non mi piace. E, in secondo luogo, perché non sono affatto diplomatico. O meglio, so esserlo su questioni che per me non hanno interesse alcuno. Quando invece a essere toccato è un mio interesse personale, sono molto collerico ed emotivo.

Fossi un diplomatico, potrei far scoppiare un conflitto per una telefonata in un momento inopportuno, ad esempio quando sto per farmi una doccia.

Considerando, però, il mio disinteresse congenito per ciò che non m’appartiene, forse sarei stato un buon uomo da relazioni internazionali.


DIDASCALIA LETTERARIA
Come scrisse Honorè de Balzac in “Illusioni perdute”:
Diplomazia, scienza di coloro che non ne hanno nessuna e la cui profondità consiste nel loro vuoto; scienza del resto molto comoda, nel senso che si esplicita con l’esercizio stesso dei suoi alti impieghi; che, esigendo uomini discreti, permette agli ignoranti di non dire nulla, di trincerarsi dietro a misteriose scrollate di capo; che, insomma, ha come vero campione chi nuota tenendo la testa fuori dal fiume degli avvenimenti e sembra così dirigerlo, il che diventa una questione di leggerezza specifica.
P. 52, ed. Oscar Mondadori.


Che dire, sarebbe il mio ritratto se non fosse che non sono capace di tenere la testa fuori dal fiume, in quanto non so nuotare.

Così parlò Gintoki

Un mio amico di recente è stato bocciato credo per la decima volta all’ultimo esame. È un anno che gli sta dietro. Non si appiglia a scuse del tipo “È tutta colpa dei professori”, anche se, stando a quanto mi racconta, docente e assistenti sono dei bei tipetti.

Questi discorsi mi hanno ricordato i tempi universitari e i professori incontrati da me. Ce ne erano di esemplari interessanti.

La gerarca SS – Già dal nome era un programma, doppio cognome di cui il secondo tedesco, tipo Hohenzollern. Insegnava diritto internazionale, ma secondo me insegnava l’arte dell’insulto di Schopenhauer. La lezione era fatta di mezz’ora di spiegazione e mezz’ora di abbassamento dell’autostima degli studenti. L’esame prevedeva un discorso preliminare da parte sua in cui invitava ad abbandonare l’aula perché secondo lei l’esame si doveva preparare un paio di volte prima di presentarsi. Il colloquio era di tre quarti d’ora, minimo, di cui mezz’ora in cui parlava lei e faceva dell’autostima del malcapitato un sacchetto da punching ball. Volte minime in cui andava tentato prima di superarlo: tre. A meno che il proprio turno non capitasse durante la sua pausa pranzo alle 11:30, in cui l’assistente cominciava magicamente a dare esami in 10 minuti. A me è successo al primo colpo. Ho temuto che per riequilibrare quella botta di culo come minimo m’avrebbe investito una mietitrebbia uscito dalla facoltà.

Kevin Costner – Tra l’altro professore della mia tesi alla magistrale, un uomo dallo spropositato culto dell’aspetto fisico. La sua lezione: lui che, con la camicia con i primi bottoni sbottonati, parla in piedi, mettendosi in posa. Non scherzo. Si appoggiava alla cattedra con la mano, poi vi si appoggiava all’indietro, poi una volta addirittura mise il piede su una sedia e parlava in posa come un cacciatore che aveva appena sconfitto una belva feroce, pronto per essere immortalato. E aveva il tic di Sgarbi di sistemarsi il ciuffo fluente ogni trenta secondi.

Il Santo – Il professore più amato dagli studenti, docente di storia delle relazioni internazionali. Per chiedergli la tesi c’era più fila che alla posta, per poterne prendere di più lui a volte non so con che magheggi occultava le tesi che aveva in corso. Le sue lezioni erano uno show teatrale. A volte portava le caramelle o i biscotti e se qualcuno rispondeva bene a una domanda gliene dava una. Una volta invece accadde questo: prof. che fa una domanda all’aula, tra l’altro una semplice; uno risponde ma in modo completamente sbagliato. Il professore va verso la borsa, ne estrae un cartellino giallo e lo mostra allo studente che aveva risposto: “Ammonito! Alla prossima scatta la squalifica!”. L’assistente del professore, che in realtà era un professore associato, era un vecchietto che sembrava stesse lì perché non aveva altro da fare. Tipo gli anziani che guardano gli scavi. Se gli davi a parlare, era finita: cominciava a raccontarti di tutto. Uscivi dallo studio e lui ti seguiva continuando a parlare. Una volta continuò a parlarmi lungo le scale raccontandomi della Grande Guerra. Il tutto perché gli avevo solo fatto una domanda riguardante tutt’altra cosa.

La mummia – Doveva già essere vecchio quando c’era la Montessori. Non si capiva quanti anni avesse, ma di sicuro molti. Pensavo fosse prossimo alla pensione, il primo anno. Dopo 5 anni di università, quale mia sorpresa nel trovarlo ancora al suo posto. Anno 2014, vado a un seminario di politica e amministrazione. Tra gli invitati, c’era lui! In qualità di docente (ancora operativo)!

Il lettore – Professore di diritto pubblico, durante la lezione si poteva portare il segno sul libro perché per due ore non faceva altro che leggere i propri appunti copiati pari pari (perché non leggere direttamente dal libro?!). Se la Noia fosse stata personificata, lui l’avrebbe fatta scappare per quanto era noioso.

Il vaticanista – Esperto dei piccoli Stati, in particolare della Città del Vaticano. Teneva infatti lezioni su questi argomenti nell’ambito del corso di Diritto Costituzionale Americano e Comparato (cosa c’entrassero in tutto ciò i piccoli Stati, è un mistero! Non abbiamo mai comparato nulla!). Non si capiva ciò che dicesse, pur stando in prima fila (eravamo 10 persone), perché lui si ostinava a non voler usare il microfono. Dopo ripetuti solleciti, cominciò a usarlo. Lo teneva ad altezza stomaco. Dopo altri ripetuti inviti, lo alzava ad altezza bocca dello stomaco. Quando finalmente lo mise a portata di voce, non si capiva niente lo stesso perché lui parlava così:
“È nell’anno mijuejuentoshin’anta che l’arcivdva Jojjj Secondo decide di… (continua con ronzii e borbotti a caso)”

Il Boss – Il preside della facoltà. Un uomo che una volta, alludendo alla propria prominente rotondità addominale, disse: “Non è pancia, è il potere”. La sua squadra era ben assortita: c’era il suo delfino, un uomo che stava plasmando a propria immagine e somiglianza tranne che per la forma fisica, per fortuna. C’era un ricercatore, un uomo con l’aria da secchione cui credo venissero affidati i compiti ad alto contenuto intellettivo più ingrati. Conosceva i testi d’esame a memoria, virgole comprese. Capitare infatti all’esame col delfino, voleva dire ragionare e ricevere domande complesse e articolate. Capitare con lo sgobbone, voleva dire doversi ricordare una nota a piè di pagina 346 contenente una citazione. E poi c’era il terzo, l’uomo di fatica, un individuo che sembrava un incrocio tra Paolo di Canio (qui sotto nella diapositiva) e un bonobo. Nessuno ha mai capito bene a cosa servisse e che ruolo svolgesse. Durante lezioni ed esami sedeva accanto al Boss, ascoltava e annuiva e basta, forse perché non gli era concessa la parola. Una sola volta osò aprire bocca: il Boss stava spiegando una cosa, lui intervenne con un esempio e il Boss, accompagnando le parole con un cenno della mano per bloccarlo, lo spense dicendo “Sì sì ma questo non c’entra”. Credo non abbia più parlato da allora. Quando il Boss dopo il secondo mandato non è stato più eletto preside, ha dovuto rinunciare alla squadra. Il delfino ha avuto una cattedra, lo sgobbone continua a sgobbare per il delfino, mentre il povero servo è sparito dalla circolazione.

E poi ce ne sarebbero altri ancora, magari ne parlerò in una seconda parte.

Comunque io avrei preferito incontrare il Professor Bellavista

Oh, io sono pieno di dubbi, preferisco fare il bagno e per me vince sempre il presepe. Ah, e sono meridionale, ovviamente.