Non è che uno sceneggiatore si consulti con un sarto su come imbastire una trama

Il mio stomaco non vuole saperne di rimettersi in sesto. E neanche in settimo.

La chiave è: inibitori di pompa protonica.
Io conoscevo lo zaino protonico dei Ghostbusters. E sapevo che non andavano mai incrociati i flussi.

Inibitore di pompa protonica.
Sembra il nome di un’attrezzatura da fantascienza. Trama: i nostri eroi devono fermare un pericoloso criminale dotato anche di superpoteri. L’arma per batterlo è costruire un fucile speciale che lancia raggi che bloccano i poteri del cattivo. Però serve trovare un oggetto particolare, senza il quale il fucile non funziona: l’inibitore di pompa protonica…

Le sceneggiature, fateci caso, sono fatte di standard e di cliché. Lo schema tipico di un film, in genere, è il seguente:

– Viene presentata una situazione iniziale. Vediamo dei personaggi, uno scenario, eccetera
– Tra i 10 e i 20 minuti dall’inizio c’è un colpo di scena (es. il protagonista scopre di avere un figlio e deve improvvisamente prendersene cura; i buoni incontrano il cattivo per la prima volta; muore qualcuno di inutile; la protagonista mentre si rade il perineo si taglia un’emorroide*…)


* Accade nel film Wetlands


– A quel punto tutto il film non è altro che una rincorsa della trama verso una nuova situazione di equilibrio, come se esistesse una entropia universale da rispettare. Ci saranno lungo la strada tutti gli ostacoli del caso (la mappa era sbagliata; le azioni in borsa sono in caduta libera; manca l’inibitore di pompa protonica…)
– A 15-10 minuti dalla fine c’è un contro-colpo di scena risolutivo (riappare un personaggio che si credeva morto; un membro del gruppo si rivela un impostore/nemico; un oggetto apparso all’inizio del film e di cui non si capiva la funzione si scopre necessario…)
– Fine

Vale per tutti i film. Per lo meno quelli della grande distribuzione. Pur cambiando genere, attori, regia, sono fatti tutti con la medesima ricetta preconfezionata. È quello che il pubblico vuole vedere. Tutto ciò è rassicurante: ci piace il prodotto, perché sappiamo cosa aspettarci. Abbiamo bisogno di sapere che tutto andrà secondo quello che sarebbe secondo noi l’ordine naturale delle cose.

Da quando mi sono reso conto che il cinema non fa altro che servire dei polpettoni triti e ritriti*, non riesco più a seguirlo come una volta.


Una di quelle grandi illuminazioni che ti colgono mentre ti togli il lattughino dai denti, del tipo “Ehi, ma nel logo del Carrefour c’è una C nascosta!”


D’altro canto, lungi da sembrare uno snobbone di quelli che “Sotto le 4 ore e a colori non è vero cinema”, dico che mi capita anche di annoiarmi con il cinema d’arte, che ha eppure il vantaggio e il merito di uscire dagli standard di scrittura descritti sopra.

Mi trovo così in un limbo in cui passo serate a chiedermi cosa minchia guardare e alla fine si fa troppo tardi e finisco per non guardare niente, perché non mi vanno i polpettoni triti e ritriti e non mi va neanche un cinghiale seduto sullo stomaco (rappresentato da un film estone in camera fissa con due dialoghi).

Le serie tv sono una buona via di fuga: un episodio dura meno di un film, tengono sempre alta la tensione narrativa (chi più chi meno). Ma anche su quelle negli ultimi tempi fatico a trovare qualcosa di valido.

E poi dicono che mi viene la gastrite!

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Non è che la recitazione sia l’aforisma di un sovrano

Tra i traumi infantili che mi porto dietro c’è quello legato alle recite scolastiche.
Uno strumento di tortura psicologica sui bambini a uso e consumo esclusivo del sadismo delle maestre, il compiacimento delle madri e il delirio di onnipotenza del dirigente scolastico che deve pur farsi ricordare in qualche modo.

Beniteso, il mio è solo il giudizio sprezzante tipico degli emarginati, di quelli condannati a vita a interpretare un albero o un cespuglio. Io ero ancora più indietro nella scala gerarchica: potevo aspirare al massimo a fare l’ombra del cespuglio.

Tra le recite vergognose ne ricordo, a sprazzi e frammenti, una molto particolare che non so da quale gran-de-mente addetto alla regia sia stata partorita. Quanto sto per raccontare è tutto vero. Neanche la mia perversa fantasia sarebbe arrivata a tanto.

La recita, che coinvolgeva vari plessi scolastici, credo fosse una sorta di allegoria dell’Italia gaudente di quegli anni (son quasi certo fosse il 1993), contenente varie sottotrame: ricordo un mio compagno di classe riccioluto che leggeva finti notiziari interpretando Enrico Mentana e un’altra, che si chiamava Carmen, che andava in scena nel ruolo di un’improbabile “Carmen Lacugina”*, bambine scelte tra quelle che delle quinte sembravano più grandi per impersonare ragazze di Non è la RAI, un balletto coreografico sulle note di What is love di Haddaway e, per restare in tema con l’attualità, Poggiolini e il suo famoso lingotto d’oro**.


* Carmen Lasorella, volto noto del giornalismo televisivo di quegli anni.


** Breve flashback sulla Prima Repubblica: Duilio Poggiolini era il n.1 della Commissione farmaceutica della CEE ed elemento di spicco all’interno del Ministero della Sanità. Fu coinvolto in episodi di corruzione e tangenti ricevute dalle case farmaceutiche, oltre a vari scandali tra cui quello del sangue infetto (sacche per trasfusioni messe in circolazione provenienti da soggetti a rischio). Viveva in apparente sobrietà ma quando le FdO perquisirono il suo appartamento trovarono un vero e proprio tesoro (lingotti compresi) nascosto negli armadi, nei materassi e nel pouf.


Mancavano solo OK il prezzo è giusto!, Guido Nicheli, il cocktail di gamberi e il campionario trash nazional popolare era completo.

Non so di quanti reati – a cominciare dalla pedofilia – e quanti processi su Facebook oggi si macchierebbe una simile rappresentazione. Per fortuna erano gli anni ’90 e anche i genitori all’epoca erano più tolleranti: erano di quella generazione che se dicevi loro che la maestra ti aveva dato uno schiaffo se ti andava bene le davano ragione. Se ti andava male, ne prendevi un altro.

Che parte avevo io in questo carrozzone?
Io c’ero e non c’ero: ero dentro lo show ma al di fuori di esso. Recitavo nell’intermezzo pubblicitario tra i due atti.

Rimanendo in linea con i tempi storici, si trattava di una parodia degli spot Melegatti e delle Ferrari che regalava in premio.


Anche la pubblicità occulta credo vada aggiunta alla lista di reati.


Desideroso di mettere in mostra le mie abilità recitative, mi esercitavo nella mia battuta ogni giorno. Stressavo qualunque parente avessi a tiro per chiedergli di aiutarmi nelle prove. Quando venni abbandonato da tutti, al suon del sbrigativo “Ora non ho tempo, ho da fare”, passai a esercitarmi davanti allo specchio.

Non ricordo affatto cosa dovessi dire, rammento soltanto l’attacco: alla vista dei due tapini che recitavano con me, con dei pacchi di pandori tra le braccia, dovevo iniziare, con enfasi, dicendo “Ma come, non avete preso Melegatti?!…”. Anche qui è evidente il citazionismo: era lo stile stalker del supermercato che appare all’improvviso e chiede alla massaia perché mai abbia scelto un prodotto invece di un altro.

Provavo differenti pose e intonazioni.


Si prega di leggere le frasi seguenti con tono diverso ognuna.


Ma come?!
Ma come?!
Ma come?!
Ma dici a me?

A una settimana dalla recita, le maestre cambiarono le battute dello sketch. Non le ricordo, ma l’attacco era ovviamente diverso.

Non fu un problema adattarmi, per un professionista del mio calibro.

Quando arrivò il fatidico giorno io entrai in scena titubante. Le gambe tremavano un po’ per la tensione un po’ perché lo spazio tra il sipario e la fine del palco mi sembrava esiguo e avevo paura di cadere di sotto.
Arrivarono i due tapini dal verso opposto al mio. Io inspirai, gonfiai il petto e dissi, spalancando le braccia:
– Ma come?!
oh cazz (esclamai nella mia testa)
– No! (gridai)
E mi diedi uno schiaffo in testa.

Poi ricominciai da capo, stavolta con la battuta giusta, ma ci furono risate, qualche buu e qualche fischio impietoso da parte di quelli delle altre classi presenti in platea.

E quello fu l’inizio e la fine della mia carriera teatrale.

Note allegoriche:

  • Lo spettacolo si concludeva con “Enrico Mentana” e Carmen Lacugina che annunciavano a reti unificate che tutto il mondo proclamava la pace sempiterna
  • Poggiolini regalava il suo lingotto a una famiglia indigente
  • Una povera bambina che impersonava la pace, o forse il mondo o forse la pace nel mondo, che durante la coreografia musicale doveva saltellare sul palco indossando una calzamaglia integrale di lana grezza che le starà ancora oggi provocando eritemi da prurito e che sotto i riflettori era trasparente e mostrava i suoi mutandoni della nonna e l’adipe sulle zinne
  • Alla fine c’era il coro, di cui feci parte seminascosto: indossavamo il saio da Comunione – un’altra geniale idea della regia – che a me andava larghissimo perché me l’ero fatto prestare. Mi faceva sembrare un misto tra un fantasma e uno del Ku Klux Klan
  • La SNAI per eccesso di giocate smise di accettare scommesse sulle bestemmie dei padri costretti a trovare parcheggio in pieno centro storico e a subire tutto questo scempio.

Non è che in una gara tra film solo l’ultimo sia doppiato

Venerdì ho visto l’ultimo film con DiCaprio.
Non sono impazzito al punto di vedermelo doppiato in ungherese: il multisala vicino la stazione Nyugati ha una sala che trasmette pellicole in inglese.

Peccato che The Revenant, che credo batterà gli altri film nella corsa all’Oscar, sia per un buon 35% dei dialoghi recitato in lingua dei Nativi. I sottotitoli in ungherese non erano certo di aiuto per la comprensione. Sarei curioso di sapere cosa mai dicessero, purché non gli abbiano affibbiato le solite espressioni cliché da dispensatori di saggezza criptica.


Perché i Nativi Americani nei film devono sempre esprimere profonda e criptica saggezza ancestrale? Avevano una grande cultura intrisa di misticismo e filosofia, siamo d’accordo, ma ci sarà stato qualcuno che guardava il cielo ed esclamava “Speriamo che non piova che ho appena steso i panni ad asciugare” o doveva per forza dire qualcosa di saggio e profondo?


Aggiungiamo che il personaggio che durante il film parla di più non è quello di DiCaprio (che recita delle parti in nativo anche lui e per buona parte centrale del film non parla affatto per un problema alla gola), ma il suo antagonista, interpretato da Tom Hardy, che credo avesse l’accento texano. Alle mie orecchie quando apriva bocca giungeva un borbottio confuso e sibilante.


Mi sono informato e mi consola scoprire che anche gli anglofoni non capiscono Tom Hardy quando parla, soprattutto quando tenta di imitare accenti che non gli appartengono. Articolo del Guardian.


Però almeno è un film molto visivo, quindi ho potuto apprezzare la regia.

Sono andato a vederlo con CR, il fidanzato e una loro amica di cui ho dimenticato il nome prima ancora che me lo dicesse. Magari esiste una remota possibilità che lei un nome non lo avesse affatto, quindi sarei assolto dall’esser distratto o smemorato.


Purtroppo quando mi presento a una nuova persona l’atto di stringere la mano va in conflitto con il mio sistema audio e quindi il nome non lo ascolto.


Il fidanzato di CR è cordialissimo.
È arrivato, mi ha stretto la mano senza dire neanche ciao e guardarmi in faccia.

Nel momento in cui ha fatto la sua comparsa aveva già scritto in fronte il soprannome che gli avrei dato: L’Ingrugnito. Ma magari era ingrugnito proprio perché sapeva che gli avrei dato questo soprannome.

Ho anche compreso quali fossero quegli atteggiamenti un po’ insensibili che CR non sopporta in lui e di cui mi ha fatto una testa così in ufficio nel corso dell’ultimo mese. Ne ho avuto un esempio all’uscita dal cinema.

Premettiamo che il film è crudo, e uso questa parola non a caso perché crudo è proprio l’aggettivo dominante. Chi l’ha visto capirà. Chi non l’ha visto, sappia che non sarà il preferito dei vegani.

CR commentava appunto la durezza delle scene. L’Ingrugnito replicava, sempre gioviale e allegro come una vasectomia, sbuffando “Ma è solo un film, insomma”. Mentre CR stava proseguendo per aggiungere un’altra considerazione, L’Ingrugnito per tutta risposta si è girato dall’altra parte per mettersi a parlare con l’amica. CR è rimasta delusa e intristita, come la diapositiva qui sotto testimonia:

A volerla dire tutta il discorso che stava facendo mi lasciava un po’ perplesso. Visto che L’Ingrugnito non voleva stare ad ascoltarla, lei ha ritenuto opportuno condividere con me questo suo pensiero:
– Comunque io se dovessi sopravvivere in mezzo alle tormente di neve  e agli orsi nei boschi uccidendo animali a mani nude e mangiando carne cruda non so se riuscirei a farcela…”

Insomma, è un po’ Capitan Ovvio, un po’ Premio G.a.C..

Non è che dopo aver visto un film poi capita di pensare che “Certo che se dovessi attraversare tutta la Terra di Mezzo e le terre di Mordor sfuggendo agli orchetti per gettare un anello malefico in un vulcano, sopportando un hobbit petulante (per tacer dello stalker con lo sdoppiamento di personalità) al mio seguito che ogni due per tre deve citare a sproposito il suo Gaffiere e che secondo me di notte mi stuprerebbe volentieri, non so se ce la farei”.

Oppure: “Certo che se dovessi salire sul ring per affrontare un ammasso di steroidi sovietici tiranneggiato da Brigitte Nielsen che vuole spiezzarmi in due, io non so se sopravviverei al primo round”.

O ancora: “Certo che se fossi un uomo con la pistola e incontrassi un uomo col fucile oppure se fossi un uomo col fucile e incontrassi un uomo con la pistola oppure se fossi un uomo col fucile e incontrassi un altro uomo col fucile oppure se fossi un uomo con la pistola e incontrassi un altro uomo con la pistola, io credo sarei un uomo morto a meno di non essere Clint Eastwood ma non lo sono”.

Non so voi, ma non ho mai fatto simili considerazioni.
Anche perché quando mi immedesimo nei film mi vedo sempre vincente e di successo.

Al bilancio della serata aggiungo che ho appreso una nuova parola in ungherese.
A un certo punto sullo schermo è comparsa questa parola: mondogatta. Ho chiesto delucidazioni, mi hanno detto che è un verbo: (lui) diceva è il significato. La traduzione mi ha tolto un po’ di poesia, ma non posso comunque fare a meno di pensare a questa parola e ridere da solo.
Mondogatta.
Sembra un’esclamazione, tipo il Giuda ballerino! di Dylan Dog. Potrei infatti farne il mio intercalare.

Mondogatta!