Non è che al pugliese piacciano oggetti di una particolare Foggia

Tra le cose che mi sono capitate ad agosto, c’è quella di aver appreso di un tizio che è stato esiliato a Foggia.

Costui è un classico figlio di papà.


Qualunque cosa voglia significare questa definizione. Vorrei dire, siamo tutti figli dei nostri padri a meno che non ci sia qualcuno prodotto per partogenesi senza intervento maschile.


Il tale viveva a Roma, dove si godeva la grande bellezza romana dando un esame a ogni Olimpiade.

Stando così le cose, i genitori, invece di indicargli la nobile via della disciplina della zappa, l’hanno spedito a studiare a Foggia.

Ho chiesto a un Foggiologo (un esperto di Foggia), ovvero il primo pugliese di passaggio, se Foggia fosse così terribile. Mi ha detto Sì, è un incubo.

Ai Foggiani diritto di replica, la mia casella di posta è sempre aperta (sarà per questo che mi rubano sempre la posta).

A proposito di persone in località improbabili, quando sono andato in visita alla Grotta Gigante fuori Trieste mi sono trovato in compagnia di un gruppo di suore straniere di non so quale ordine.


La Grotta Gigante si chiama così in quanto grotta e gigante: si tratta di una singola cavità e in quanto tale è la più grande del mondo. Mi sono informato, non è semplice essere sia grotta che gigante.


Durante il viaggio in autobus, quando il mezzo ha raggiunto la cima del Monte Grisa, si è intravisto lo splendido Golfo triestino. Una delle suore ha esclamato È l’Atlantico!. Un’altra ha fatto eco Sì, è l’oceano.

A quel punto è intervenuta quella che era evidentemente la scienziata del gruppo, che ha detto Sì, deve essere l’oceano perché è grande.

Non ho commentato.

Uno scorcio dell’Oceano che bagna la costa friulana. Aguzzando lo sguardo si intravede in lontananza la Florida.

All’interno della grotta era tutto umido e bagnaticcio: col 95% di umidità è comprensibile.

Una delle suore invece non comprendeva e si chiedeva Ma perché è tutto così bagnato per terra?.

La scienziata del gruppo, sempre la stessa, è intervenuta dicendo Ci deve essere dell’acqua che scorre di notte che tengono controllata di giorno.

Avrei quasi desiderato intervenire, ma chi sono io per contestare le convinzioni altrui?

Proprio una grotta del Carso

Viviamo in un mondo di persone che contestano, mentre invece, delle volte, bisognerebbe solo lasciar scorrere. Come l’acqua che usano per bagnare le grotte.

L’altro giorno mi ha telefonato il coordinatore del mio lavoro mentre ero in treno. Durante l’emozionante racconto in cui mi parlava di una riunione del 13 in cui darmi un imprimatur, il treno è entrato in galleria e per una 40ina di secondi l’audio è andato via, pur restando in linea la telefonata.


Non so a cosa si riferisse con questo imprimatur, inizialmente avevo capito darmi un primate e io volevo ringraziare ma rifiutare in quanto ho troppi gatti da gestire ci manca solo una scimmia, a meno che con Primate non intendesse un Vescovo e anche in quel caso dovrei rifiutare perché non saprei proprio come accudirlo.


Usciti dalla galleria, con me pronto a scusarmi per l’interruzione, ho ritrovato il mio interlocutore che stava continuando a parlare come se niente fosse.

Perché le sue parole scorrono e formano un grande oceano. Le suore su questo mi han indicato la via (ma non quella di Foggia).

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Non è che se dichiari guerra al trasporto pubblico puoi gridare “All’Atac!”

(si intravede dietro delle alte mura una grossa cupola) Ehi, dove siamo qui?
– Questa è S. Pietro, oh.
– Dai dai scendiamo qui, su (scrollandolo per le spalle).
– Oh? (infastidito)
– Sì dai – schioccando la lingua* – qui ci sono i marocchini e io devo contrattare per una borsa.


Perché mai nei libri, quando qualcuno parla, deve sempre schioccare la lingua? Voi schioccate la lingua spesso mentre parlate? A me non succede, sono forse anormale?
La ragazza comunque non ha schioccato la lingua, l’ho scritto per capire che effetto e che tono desse al discorso ma il risultato non è stato come speravo.


Quelle riportate sono le uniche parole che sono riuscito a comprendere. Il resto del tempo loro e altri due ragazzi hanno parlato esprimendosi in pugliese stretto. È una dialetto che economizza sulle vocali: in pratica è come recitare un codice fiscale.


DIDASCALIA LINGUISTICA
Credo sia inesatto da parte mia parlare di un dialetto pugliese, viste le varianti esistenti dal Gargano al Salento: credo che quello che parlavano i 4 fosse foggiano.


Non avevo mai considerato S. Pietro come meta di pellegrinaggio del falso. Si apprendono sempre cose nuove nei momenti inaspettati, come accadutomi alle 14 di un attivo lunedì pomeriggio.

I mezzi dell’Atac non sono stati, a dire il vero, molto attivi. La metro A era interrotta mentre gli autobus procedevano come una canzone di Tullio de Piscopo: ad andamento lento. Persone che inveivano, individui rassegnati, turisti smarriti che pretendono di fare il biglietto a bordo come se stessero a casa loro. Qualcuno mi pesta il piede e mi chiede scusa, io con un cenno della mano e un sorriso do la mia assoluzione: le mie dita sono diventate come le antenne delle lumache, appena percepiscono il pericolo si rattrappiscono all’interno della scarpa piegandosi su sé stesse ed evitando il pestaggio.

L’aumento della densità interna dei mezzi quest’oggi ha portato a un incremento di personaggi interessanti come i foggiani che ho citato sopra.

Una signora cinese si reggeva in piedi aggrappandosi con una mano alla maniglia e con l’altra al pantalone del marito, ad altezza del pene o quantomeno dove avrebbe potuto trovarsi se l’uomo avesse l’abitudine di sistemarlo da quel lato. Al che mi sono chiesto: la signora cercava il pene del marito? Sapeva oppure che quella zona fosse libera e riteneva lecito aggrapparvisi? In ogni caso il signore e i suoi pantaloni non facevano una piega, io intanto ho distolto lo sguardo attirato da un folle che, sceso dal mezzo, ha tirato un calcio contro una paratia non so per quale motivo.

Sull’autobus delle 20 un anziano signore ha cominciato a parlarmi dopo che gli ho ceduto il posto. Ha esordito spiegandomi dei problemi intestinali e circolatori che lo portano a dover camminare molto durante il giorno, per poi raccontarmi – dopo che avevo dato delle indicazioni a due turiste straniere – dell’importanza di conoscere le lingue. Ha concluso infine raccomandandomi di fare attenzione a ciò che scrivono sui libri perché non sempre dicono la verità: lui tutto ciò che sa l’ha invece appreso dalla gente e dalla strada, perché a scuola c’è stato poco. Mi ha spiegato che mentre era in terza elementare il suo istituto fu bombardato durante la guerra e non ci tornò più.

Tra i due autobus ho incrociato una ragazza inglese che su un polpaccio aveva il tatuaggio del Tardis del dr Who.


Se non sapete di cosa sto parlando, correte a farvi una cultura. Meglio Tardis che mai.


Infine, su un altro autobus ancora, il primo della giornata, tra la folla in attesa sulla banchina ho inquadrato una ragazza che ho ipotizzato potesse essere napoletana. Quando l’ho sentita parlare, ho avuto conferma: era napoletana.

Ciò mi porta a stendere (con un gancio destro) un’altra teoria estetica dopo quella delle nanerottole svampite: noi napoletani siamo un gruppo etnico a sé stante e siamo riconoscibili ovunque. Mi è successo in molti luoghi, a Roma, a Bologna, a Milano, a Parigi, a Londra e anche a Nikko (Giappone): quando inquadravo qualcuno ponendo una scommessa con me stesso sul fatto che fosse napoletano, indovinavo sempre.


È una delle poche scommesse che vinco con me stesso, perché per il resto ho accumulato pesanti debiti di gioco e non so come ripagarmi.


Mi chiedo se sono riconoscibile anche io. Ricordo a proposito della riconoscibilità la maestra alle scuole elementari mi diceva “ti fai sempre riconoscere” e io non capivo cosa volesse dire perché mi conoscevano già quindi per cosa avrebbero dovuto riconoscermi? Ma questa è una storia che non riguarda l’Atac quindi non la riconosco.